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La Fiaccola della Pace a San Demetrio segna lo storico passaggio dalla Campania all’Abruzzo
Un grande evento storico ha fatto tappa a San Demetrio ne’ Vestini (provincia dell’Aquila), situato nel Parco Naturale Regionale Sirente – Velino, uno dei borghi colpiti dal sisma del 2009, che con la forza e la determinazione della comunità locale, a distanza di 17 anni è riuscito a rinascere completamente dalla devastazione. Nel segno della memoria, la Fiaccola della Pace del III Millennio, dopo dieci anni dalla prima tappa avvenuta nel capoluogo, è ritornata nell’aquilano per segnare lo storico passaggio dalla Campania all’Abruzzo e siglare con la Scuola e il Comune il “Patto di impegno per la Pace”. Il Sindaco Antonio Di Bartolomeo insieme all’Istituto Comprensivo “Cesira Fiori” guidato dal Dirigente Antonio Lattanzi, con la Presidente del Movimento internazionale per la Pace e la Salvaguardia del Creato III Millennio, Agnese Ginocchio, ente promotore della storica mobilitazione partita nell’ambito delle celebrazioni del centenario della fine del primo conflitto mondiale, hanno sottoscritto il Patto di Pace ricevendo il titolo di “Città per la Pace” e di “Scuola di Pace” capofila del progetto della Fiaccola presso scuole ed enti locali in Abruzzo. Protagonisti di una giornata indimenticabile, gli alunni dell’IC “Cesira Fiori”, che, guidati dalla Fiaccola della Pace, portando bandiere e cartelloni da loro realizzati sui quali si leggevano frasi e slogan sulla Pace, hanno sfilato lungo le strade del borgo per lanciare un grande messaggio di Pace contro tutte le guerre in corso. La Marcia per la Pace ha visto poi delle soste presso alcuni luoghi simbolo della memoria, che hanno segnato la storia di questo borgo e di cui il sindaco Antonio Di Bartolomeo ha spiegato il significato. Uno tra questi riguarda la villa della nobile famiglia Cappelli, originaria di questo Comune e in particolare la figura del marchese Raffaele Cappelli, famoso per lo sviluppo del pregiato grano duro che diede un importante contributo all’agricoltura italiana portando tanto lavoro e cooperazione tra i popoli. La marcia ha poi toccato altri luoghi della memoria, come la chiesa parrocchiale barocca di San Demetrio, la chiesa di Santa Maria dei Raccomandati e il barocco palazzo Dragonetti. Prima di fare rientro presso la sede scolastica, dove è terminata la manifestazione, si è fermata davanti al monumento ai caduti di tutte le guerre, dove è stato osservato un minuto di silenzio, per poi ricordare i caduti di San Demetrio e di tutte le guerre in corso. Il Sindaco e il Dirigente scolastico insieme alla Presidente del Movimento Internazionale per la Pace, allarmati per i forti venti di guerra che stanno devastando il nostro pianeta, hanno evidenziato l’importanza di difendere il valore della Pace. “Queste manifestazioni acquistano un valore strategico. Dobbiamo farci promotori di Pace ogni giorno mediante le azioni e tenere accesa la luce di questa fiaccola simbolo di memoria e di impegno, che ci ricorda il sacrificio di quanti hanno dato la vita per difendere i valori della libertà e della Pace. Tra questi Cesira Fiori, partigiana, scrittrice e primo Sindaco del dopoguerra, a cui è intitolata la scuola”. E’ stato ricordato il dramma dei bambini vittime delle guerre in corso e i morti nei naufragi nel Mare Nostrum. “Chi oggi sta devastando il pianeta ha cancellato dal proprio vocabolario la parola Pace. Nostro compito invece è quello di essere promotori di Pace, partendo dalla formazione e dai banchi di scuola, e in politica con programmi di Pace, sostenendo sempre la strada del disarmo e della nonviolenza, unica strada che porta a una pace duratura”. Nel giardino scolastico si è infine tenuta la cerimonia della Sigla del Patto di Pace, e la messa a dimora dell’Albero della Pace, il monumento vivo e simbolo della mobilitazione, dedicato a tutti i caduti delle guerre, stragi, attentati, terrorismo, criminalità, violenze e mafie, con una dedica alle vittime del terremoto aquilano e alla donna partigiana Cesira Fiori. Il Sindaco e il Dirigente scolastico ne hanno declamato la titolazione riportata sulla targa. Date le temperature rigide di questi luoghi fatali per gli ulivi, è stato scelto il simbolico “Albero di Giuda” dai bellissimi fiori fucsia, che andrà ad adornare l’aiuola della Pace. Agli alunni è stata consegnata la delega di “Ambasciatori della Fiaccola della Pace”. A seguire la cerimonia di consegna da parte del Movimento per la Pace, del Segnavia del percorso della Fiaccola della Pace, sul quale è stata ripotata la tappa di San Demetrio, con un richiamo a quella di dieci anni fa a L’Aquila con l’allora scuola guidata dal Dirigente Lattanzi. Il Segnavia è collegato con quello posizionato in Puglia presso il Comune di Veglie (Lecce), dove la Fiaccola ha fatto tappa nello scorso mese di dicembre segnando il passaggio dalla Campania alla Puglia, al Segnavia madre presso il Giardino della Pace e della memoria in Alife (Caserta), nel Parco Nazionale del Matese,  punto base da dove nel 2014 è partita la storica mobilitazione ed è collegato infine con tutti i Segnavia e le frecce del percorso posizionate nelle varie località dove la Fiaccola ha fatto tappa nel corso degli anni. Come tutti i Segnavia, porta la dedica ai due grandi camminatori del percorso di Pace in salita, Alexander Langer e Piergiorgio Frassati, a questa  poi è stata aggiunta la dedica alla figura locale di  Cesira Fiori. Un doveroso ringraziamento è stato espresso dalla Presidente del Movimento per la Pace al Dirigente scolastico per avere aderito a questo importante percorso, alla prof.ssa Cristina Iovenitti referente del progetto,  alle docenti tutte, agli alunni per avere lavorato per la buona riuscita della manifestazione e al Sindaco per avere aderito mediante delibera di Giunta (approvata nel mese di marzo 2026), al progetto “Città per la Pace”. Al Dirigente scolastico e al Sindaco infine è stato poi consegnato il Passaporto speciale del decennale del percorso della Fiaccola della Pace con il timbro del decennale. Redazione Italia
April 9, 2026
Pressenza
Marcia delle donne cubane contro il bloqueo e l’assedio USA
Migliaia di donne hanno sfilato ieri, martedì 7 aprile, per le strade dell’Avana, dando vita a una massiccia manifestazione di protesta contro il bloqueo che strozza la popolazione cubana da oltre 65 anni, e dalle più recenti restrizioni petrolifere dell’amministrazione Trump, che si configurano come un vero e proprio assedio […] L'articolo Marcia delle donne cubane contro il bloqueo e l’assedio USA su Contropiano.
April 8, 2026
Contropiano
Venezuela, classe operaia marcia a sostegno della stabilità del governo bolivariano e della pace
I lavoratori di vari settori presentano un documento alla Corte Suprema per riaffermare il loro impegno a proteggere il popolo e il progetto storico nazionale. Lunedì 2 febbraio, la classe operaia venezuelana ha organizzato una grande manifestazione presso la Corte Suprema di Giustizia (TSJ). L’obiettivo principale della marcia era consegnare un documento alla Corte di Cassazione Sociale, in cui i lavoratori, membri dell’Assemblea Costituente, esprimevano il loro pieno sostegno alla pace e alla stabilità politica nel Paese. Durante l’evento, il Ministro per il Processo Sociale del Lavoro, Eduardo Piñate, ha sottolineato il ruolo guida dei consigli produttivi e dei sindacati. Ha sottolineato che la classe operaia sostiene fermamente le azioni guidate dalla presidente ad interim, Delcy Rodríguez. Secondo Piñate, queste misure sono fondamentali per garantire la protezione sociale del popolo venezuelano e la continuità operativa delle industrie strategiche. Il sostegno ai lavoratori è direttamente collegato alla costituzione di fondi sovrani per la protezione sociale e i servizi pubblici. Questi strumenti finanziari sono considerati pilastri essenziali per lo sviluppo economico e il rafforzamento del progetto storico nazionale. Delegati alla prevenzione e portavoce sindacali hanno sottolineato che la stabilità occupazionale e produttiva è la garanzia primaria per la generazione di reddito e il benessere collettivo. Questa mobilitazione fa parte del Congresso Costituente della Classe Operaia, un processo organizzativo promosso dal Presidente Nicolás Maduro. Ad oggi, si sono tenute più di 22.000 assemblee in tutto il Paese, dove sono state consolidate proposte per aumentare la produttività. La leadership sindacale sostiene che l’organizzazione di base sia fondamentale per sconfiggere qualsiasi tentativo di destabilizzazione che miri a turbare la pace pubblica. Nel corso della giornata , diversi sindacati hanno alzato la voce per chiedere la liberazione del presidente Nicolás Maduro e di Cilia Flores, rapiti durante l’attacco militare statunitense del 3 gennaio, in cui sono morte almeno 100 persone. In questo contesto, i rappresentanti del settore dell’istruzione e dell’industria petrolchimica hanno convenuto che l’unità nazionale è indistruttibile in questo momento storico. I lavoratori hanno affermato che il loro lavoro quotidiano nelle fabbriche e nelle aule è la massima espressione di lealtà verso le istituzioni democratiche dello Stato venezuelano. Il settore motociclistico e altri movimenti sociali hanno chiesto uno sforzo congiunto per mantenere la pace nelle strade. I manifestanti hanno affermato che la forza lavoro rimarrà mobilitata e vigile contro qualsiasi minaccia allo sviluppo del Paese. Lorenzo Poli
February 6, 2026
Pressenza
A New York marcia per Gaza
Sabato 4 ottobre. Davvero un caldo autunno, in ogni senso; oggi su New York City batte un tal solleone che la kefia mi torna utile come copricapo. Sono in una delle piazze a me più care: Washington Square Garden, nel Village; venivamo qui durante la primavera pandemica, quando i locali erano chiusi e vi si radunavano i ragazzi a suonare. Ricordo persino un gruppetto che arrivava spingendo un pianoforte su ruote. Partirà da qui il corteo pro Palestina; intanto sotto il grande arco di marmo si sta tenendo il comizio. Parla un iman che incoraggia a non cedere al male perché Dio periodicamente lo butta nel mondo affinché l’uomo vi reagisca e trovi la verità, il tesoro. Racconta di un fatto analogo alla realtà odierna accaduto mille anni fa in Arabia; anche allora il male stava per sopraffare il bene, ma alla fine tutto si è rivoltato. La cosa sembra un po’ hollywoodiana, ma il mio cuore protesta e vuole crederci! A parlare insieme all’iman ci sono dei rabbini, che concordano con lui. Sono ebrei ortodossi, vestiti con pastrani neri, hanno i tipici riccioli e molti di loro portano il cappello di pelliccia, lo shtreimel. Per ora li intravedo appena, ma potrò osservarli bene durante il corteo, quando cammineranno in gruppo su diverse file, tenendosi per mano – tra loro ci sono anche bambini. I loro cartelli sono tra i più radicali contro Israele: bandiere con la stella di David bannata, rifiuto dello Stato d’Israele, sovranità dello Stato palestinese e sconvolgenti immagini di bambini uccisi dalla fame. Procederanno silenziosi e tranquilli, vestiti come fosse gennaio senza dare alcun segno di sofferenza – nemmeno da parte dei bambini. Ma torniamo in piazza. Ho caldo e sto grondando di sudore. Addocchio un posticino su una moderna panchina – un lungo serpentone di cemento senza schienale – ed è all’ombra. Mi fiondo; sono quasi lì quando vedo un ragazzo piegarsi e allungarsi verso qualcosa; raccoglie una bandierina palestinese caduta e con un gesto delicato la ripulisce dalla terra. Forse qualcuno inavvertitamente l’aveva calpestata. Mi siedo vicino a lui e noto un suo tremore. Porta la kippah, ma poi fa i complimenti ai miei orecchini (sono quelli fatti all’uncinetto a forma di fetta d’anguria) e si rilassa. Lo ringrazio e gli domando se conosce il programma della giornata. Non lo conosce; è la prima volta che partecipa a una di queste manifestazioni. Attorno a noi è tutto un brulicare di attivisti – ho già acquistato quattro fanzine, il fantastico New York Crimes e non so più dove infilare i volantini delle tante iniziative. Arriva un altro ragazzo; è anche lui ebreo ma non religioso – in testa non porta la kippah, ma una bandana a quadretti bianchi e neri e  distribuisce volantini informativi di un gruppo ebraico attivo nella difesa del popolo palestinese. Mi fa venire in mente gli amici milanesi di “Mai Indifferenti”, tra i primi nella loro comunità ad aver avuto il coraggio di alzare la testa e dire “NO! Noi non ci stiamo!” I due ragazzi iniziano a conversare. Noto che l’attivista rimane piuttosto sbalordito nell’apprendere che l’altro è alla sua prima protesta, tanto che decide di sedersi sulla panchina. I due chiacchierano fitto fitto e io disperatamente allungo le orecchie. Parlano del sionismo; l’attivista racconta della nascita del sionismo a partire dall’Ottocento e dice chiaramente che sono loro i veri antisemiti, perché mettono il popolo ebraico in costante pericolo. Non riesco a sentire se e come controbatte l’altro, ha un parlato molto più stretto. Intanto sono partiti i tamburi e i cori, bisogna alzarsi e marciare. In un baleno sono di nuovo sola nel fiume di gente che cammina. In tutta onestà non è proprio un fiume, più un ruscello. I numeri delle manifestazioni americane sono decisamente inferiori ai nostri, ma è indubbio che lo spirito è lo stesso. L’ultimo corteo cui partecipai fu un anno fa e posso constatare con piacere che non solo il numero dei partecipanti è cresciuto, ma soprattutto la scorsa volta mi era parso che gli astanti ci guardassero come fossimo dei marziani, mentre oggi dai marciapiedi e dalle finestre ci applaudono. Chiedo ad altri se conoscono il percorso, ma nessuno lo sa. Ognuno segue il flusso cantando a squarciagola i tanti slogan che i ragazzi hanno inventato in questi due anni di battaglie. Ce ne sono di nuovi come “La liberazione è vicina” (Liberation is near) e “Gazawi ci avete reso orgogliosi” (Gazans you have made us proud). Mi sposto di qua e di là per scattare qualche foto, ed ecco che pochi metri davanti a me riappare la coppia. Stanno ancora chiacchierando, gesticolano come fossero vecchi amici. Rifletto come in ogni popolo ci sia un’area grigia dove vivono persone che forse vorrebbero solo portare avanti la propria vita senza occuparsi troppo del mondo, ma non sempre si può. Quel grigio diventa così pesante da toglierti il fiato, un po’ come a volte è il cielo di piombo sulla pianura padana. Immagino come sia faticoso per un ebreo “comune” oggi far finta di niente, immagino il senso di smarrimento, di solitudine che possa provare. Tuttavia non c’è altra via d’uscita che il “coming out” per tornare a respirare. Mi chiedo se quel giovane, così pulito e privo di ogni vessillo tipico della protesta, fosse arrivato alla piazza in disaccordo con la famiglia, con la madre, con il padre … perché non poteva più sopportare i pungoli della coscienza, perché questi sono i giorni del Kippur, del perdono e della comprensione. Marina Serina
October 5, 2025
Pressenza
FERMI E DEPORTAZIONI DI ATTIVISTI E ATTIVISTE DELLA GLOBAL MARCH TO GAZA GIUNTI IN EGITTO
Dura repressione delle autorità egiziane contro centinaia di attivisti e attiviste arrivati da tutto il mondo presso l’aeroporto internazionale del Cairo per partecipare alla Global March to Gaza. Convogli di civili e migliaia di persone da tutto il mondo (7mila secondo le ultime stime dell’organizzazione) stanno raggiungendo l’Egitto per marciare insieme verso il valico di Rafah, confine con la Striscia di Gaza, per rompere via terra l’assedio imposto da Israele e portare aiuti umanitari alla popolazione civile ridotta alla fame dalle forze di occupazione israeliane. Presso l’aeroporto internazionale del Cairo, a partire dalla serata di ieri, chiunque arrivasse da scali internazionali – in particolare da Italia ed Europa – è stato fermato, interrogato e in diversi casi rimpatriato. Sono ancora in corso interrogatori e fermi: nonostante gli organizzatori fossero in contatto con la diplomazia egiziana, il Cairo ha mobilitato esercito e polizia per bloccare attivisti e attiviste. A molti di loro sono stati sequestrati passaporti e telefoni e si trovano da ore bloccati all’aeroporto. Diverse persone sono già state rimpatriate in Italia. Altre sono state deportate in Turchia e poi rimpatriate. Ore 9.30 – Il collegamento con Antonietta Chiodo, portavoce italiana della Global March to Gaza. Ascolta o scarica.
June 12, 2025
Radio Onda d`Urto
GLOBAL MARCH TO GAZA: ANCHE DUE BRESCIANE ALLA MARCIA PER ROMPERE L’ASSEDIO DI ISRAELE SULLA PALESTINA
Global march to Gaza. Migliaia di attivisti, attiviste e civili da tutto il mondo si sono organizzati per marciare verso la Striscia di Gaza e cercare di rompere il soffocante assedio di Israele sulla Palestina. Già partiti i primi convogli da Tunisia e Algeria. 54 le delegazioni internazionali. Da giovedì 12 giugno diversi parteciparti alla marcia partiranno anche dall’Italia, in direzione Egitto. Il convoglio italiano, che vede come referente nazionale Antonietta Chiodo, ha tra i 200 partecipanti anche due bresciane. Una di loro è Chiara, già volontaria alla Festa di Radio Onda d’Urto e attivista. Radio Onda d’Urto l’ha intervistata. Ascolta o scarica.
June 11, 2025
Radio Onda d`Urto
La resistenza israeliana: quanto conta quella marcia verso Gaza
Il gesto di solidarietà simbolico di ebrei e arabi mostra che la guerra non ha sconfitto il desiderio di pace. I contrari al conflitto sono i due terzi. «Non siamo impotenti. Di fronte alla tragedia di questa guerra, alziamo insieme la voce, per dire basta». Cappellino per difendersi dal sole, t-shirt e pantaloni, qualche migliaio di cittadini israeliani, ebrei e arabi – almeno duemila per le forze di sicurezza, ben di più a giudicare dalle immagini – ha marciato da Tel Aviv fino al confine della Striscia, un’ottantina di chilometri a sud portando sulle spalle sacchi di generi alimentari. Una dimostrazione simbolica: sapevano che le autorità israeliane non avrebbero consentito agli aiuti di oltrepassare il valico di accesso. Eppure questo non ha impedito a Standing together e a una miriade di altri gruppi di mettersi in cammino. Non tanto per raggiungere una meta, bensì per mostrare con il proprio corpo il movimento in atto da tempo nella società israeliana, molto più plurale e complessa di come spesso viene rappresentata. La guerra, drammaticamente, ne ha acuito le tensioni, ma ha anche mostrato un fermento in apparenza sopito. L’opposto della narrativa promossa dal governo di Benjamin Netanyahu che ha cercato e cerca di paralizzare il Paese nello choc del 7 ottobre. Il sostegno al conflitto, sull’onda del massacro di Hamas, da tempo ha smesso di essere maggioritario. Fin dal principio, in realtà, a ben osservare, la presunta unanimità appariva più una reazione di pancia che una scelta di campo. I gruppi e i movimenti impegnati per la pace, nonostante il duro colpo, sono stati capaci di resistere. E di reinventarsi grazie anche all’inclusione di nuove leve. Se i familiari degli ostaggi sono stati i primi a manifestare in difesa dei propri cari, questi ultimi hanno cominciato ad affiancarli già dalla fine del 2023. Il punto di svolta è stata l’invasione di Rafah della primavera successiva, che ha mostrato al pubblico l’assenza di un orizzonte politico da parte del premier al di là della retorica della «vittoria totale». In centomila sono rimasti accampati una settimana davanti alla Knesset di Gerusalemme per protestare contro il governo. In prima linea, certo, c’erano i familiari dei rapiti, ma accanto, su Kaplan street, c’erano formazioni di diverso orientamento, dai progressisti ai conservatori, veterani delle dimostrazioni contro la riforma giudiziaria, ex militari e formazioni pacifiste. A questo periodo risale anche la prima presa di posizione pubblica di un gruppo di riservisti. Da allora è stato un crescendo, come confermato dai due eventi di It’s time – a luglio 2024 e lo scorso mese – che hanno riunito decine di organizzazioni e migliaia di persone determinate a immaginare alternative al muro contro muro. La marcia verso il confine affonda le radici in questo processo. E, al contempo, gli dà ulteriore slancio. Perché dimostra la capacità di collaborazione stabile fra i differenti raggruppamenti e settori. E che la guerra, l’orrore, la violenza non hanno sconfitto il desiderio di incontro fra questi due popoli: i nostri lettori, a giudicare dai commenti su Facebook, lo hanno compreso. Si insiste, a volte, sul fatto che, comunque, rappresentano una minoranza. In realtà, le recenti rilevazioni rivelano che a essere minoranza – un terzo della popolazione – sono i sostenitori del conflitto. I due terzi chiedono un accordo. Non tutti per le stesse ragioni, è ovvio: per molti la priorità è salvare gli ostaggi, per altri mettere fine alla carneficina, di civili ma anche di soldati, nella Striscia, per altri ancora uscire dalla crisi economica e politica causata dalla temperie bellica. Il punto è semmai tradurre questa consapevolezza civile in un’alternativa politica concreta. In questo, Israele è lo specchio rovesciato della Palestina. Anche in Cisgiordania e a Gaza – nella prima lo certificano i sondaggi, nella seconda lo confermano le manifestazioni anti-Hamas sotto i bombardamenti – l’appoggio agli estremisti non supera il 30 per cento dei cittadini. Il resto, però, non è ancora riuscito a tradurre il sentire in un programma di rinnovamento della leadership. Israeliani e palestinesi, però rifiutano di attendere inerti tale maturazione. Il popolo della pace, pur tra mille ostacoli, continua a camminare. Ripubblicazione autorizzata dall’autrice Redazione Italia
June 8, 2025
Pressenza