Kosovo: anche l’acqua nella spirale degli abusi del potere
Cinque organizzazioni di società civile della comunità serba del Kosovo hanno,
nei giorni scorsi, assunto una importante iniziativa, inviando una lettera alla
Banca Mondiale in merito alle recenti attività dell’impresa idroelettrica
kosovaro-albanese “Ibar-Lepenc” sul lago Gazivode, un bacino idrico di grande
importanza, che si trova nel Kosovo del Nord a maggioranza serba. Nella lettera,
le organizzazioni esprimono preoccupazione per le azioni della “Ibar-Lepenc”
degli ultimi due mesi, tra giugno e luglio 2026, contro le comunità serbe del
luogo, azioni che, in diverse circostanze, sarebbero state effettuate con
l’assistenza della polizia del Kosovo. Tra queste, “l’occupazione del campo di
Rezala, la demolizione di case e appartamenti, la minaccia di demolizione di
un’abitazione familiare, la notifica di sfratto e la rimozione delle
infrastrutture, nonché la demolizione di altre undici case avvenuta il 21
luglio”. Il comune di pertinenza, quello di Zubin Potok, non è stato “consultato
in modo significativo”, nonostante le attività riguardino proprietà, alloggi,
turismo e sviluppo territoriale all’interno del comune. Ciò configurerebbe,
peraltro, un’ulteriore violazione, l’ennesima, da parte delle autorità
kosovaro-albanesi, dal momento che, in base agli Accordi di Bruxelles del 19
aprile 2013, non solo si sarebbe già dovuta istituire la Comunità dei comuni a
maggioranza serba del Kosovo (Kosovska Mitrovica, Zubin Potok, Zvečan,
Leposavić, Gračanica, Štrpce, Novo Brdo, Klokot, Ranilug, Parteš) ma questa
dovrebbe godere di piena autonomia proprio “nei settori dello sviluppo
economico, istruzione, sanità e pianificazione urbana e rurale”. Non a caso, le
autorità kosovaro-albanesi hanno sistematicamente boicottato tali accordi.
La lettera è firmata da cinque organizzazioni, l’Istituto per lo sviluppo
economico territoriale (Institut za teritorijalni ekonomski razvoj, InTER),
l’ONG Aktiv, il Centro per l’azione sociale positiva (Centar za afirmativne
društvene akcije, CASA), Nuova Iniziativa Sociale (Nova društvena inicijativa,
NSI) e il Centro per la promozione della cultura democratica (Centar za
zastupanje demokratske kulture, ACDC). Le organizzazioni esprimono
preoccupazione per il fatto che le attività, che comportano pesanti violazioni
in termini di accesso, alloggio e attività economiche locali, siano state
condotte senza una decisione scritta e motivata, senza informazioni chiare su
eventuali procedure di ricorso e senza possibilità per le persone interessate di
richiedere un riesame delle decisioni. La lettera è stata inviata alla Banca
Mondiale perché la “Ibar-Lepenc” è l’agenzia esecutiva del progetto “Kosovo
Water Security and Canal Protection Project”, finanziato dalla Banca Mondiale e
conclusosi il 30 giugno 2025. Le organizzazioni hanno chiesto una due diligence
ambientale, sociale e istituzionale, e di sospendere la valutazione di futuri
finanziamenti fino a quando non sarà stata condotta una seria valutazione del
rischio e di subordinare qualsiasi supporto all’adozione di misure correttive,
tra cui la sospensione di ulteriori demolizioni e sfratti in attesa di un parere
legale, la revisione delle demolizioni effettuate, l’emissione di decisioni
motivate con possibilità di ricorso e l’istituzione di meccanismi per il
coinvolgimento delle comunità locali e la risoluzione delle controversie. Si
tratterebbe cioè di riportare nel perimetro del diritto ciò che è stato
commesso, di fatto, con le modalità di un vero e proprio abuso e di una ennesima
violazione da parte della autorità di Prishtina.
Il bacino di Gazivode riveste, per il Kosovo e le comunità serbe del Kosovo,
un’importanza strategica. Gazivode è un lago artificiale, creato nel 1977
sbarrando il fiume Ibar nel suo corso superiore, nel nord del Kosovo. Dal 1973
al 1977, fu costruita una delle più grandi dighe d’Europa nella zona del
villaggio di Gazivode su progetto della storica società Energoprojekt di
Belgrado. Gazivode, peraltro, non è interamente in territorio kosovaro,
ricadendo in parte nel comune di Tutin, nella Serbia sud-occidentale, in parte
nel comune di Zubin Potok, nel Nord del Kosovo. Il lago è lungo 24 chilometri e
l’altezza della diga è di oltre cento metri. Il suo scopo è di irrigare la piana
del Kosovo, ma ospita anche una piccola centrale idroelettrica, e le sue acque
servono anche la città di Prishtina e la centrale termoelettrica di Obilić. Non
c’è solo questo, peraltro. Tra il 2017 e il 2018, un team internazionale di
archeologi ha condotto una serie di ricerche, scoprendo sul fondo di Gazivode
diversi monumenti della cultura serba medievale, tra cui, in particolare, i
resti del palazzo della regina Elena d’Angiò, i resti del monastero di Čkilje,
un campanile del XIII secolo, una chiesa e alcune necropoli romane.
Insieme alla lettera, è stato redatto anche un documento intitolato
“Acquisizioni di proprietà, demolizioni e minacce di sfratto intorno al lago
Gazivode”, con dati aggiornati allo scorso 21 luglio, dopo l’ultima pesante
demolizione di abitazioni. Il documento sottolinea come la situazione rischi di
trasformarsi in una questione più ampia di stato di diritto, ma anche di
relazioni inter-comunitarie e difesa della pace. L’area insiste infatti in un
contesto giuridico complesso, creato da precedenti assegnazioni di terreni,
espropriazioni, accordi di utilizzo di lunga data, in un panorama segnato da
profonda sfiducia inter-comunitaria e tensione inter-etnica e dalle lunghe e
dolorose conseguenze della guerra. Di fronte a una tale complessità, la
procedura appropriata non può essere che quella di un procedimento trasparente,
con decisioni scritte, motivazioni, possibilità di accesso alla giustizia,
coinvolgendo direttamente le comunità, e il comune interessato, Zubin Potok.
Inoltre, dopo l’inaugurazione, avvenuta il 1° giugno scorso, del Campo di
ricerca e soccorso della Agenzia per la gestione delle emergenze a Čečevo, a
ridosso di Gazivode, da parte delle autorità albanesi-kosovare, la vicenda è
divenuta ancora più delicata, alimentando il timore che, insieme alle
demolizioni, agli sfratti, agli interventi della polizia, l’area possa essere
ampiamente sgomberata o addirittura militarizzata. Anche questo è motivo di
tensione. Nel Nord del Kosovo, infatti, gli Accordi di Bruxelles prevedono un
Comandante regionale di Polizia per i comuni di K. Mitrovica, Zvečan, Zubin
Potok e Leposavić, un Comandante serbo del Kosovo nominato dal Ministero
dell’Interno e una Polizia nel nord tale da rispecchiare la composizione etnica
dell’area.
L’azione a Gazivode è anche una violazione dei più recenti accordi di
normalizzazione tra Serbia e Kosovo, i cosiddetti Accordi di Washington, firmati
il 4 settembre 2020 alla Casa Bianca, alla presenza del Presidente Usa, allora
come oggi, Trump. Tali accordi prevedono che “entrambe le parti concordano di
collaborare con il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e altri enti
governativi statunitensi competenti per sviluppare uno studio di fattibilità per
le esigenze di Gazivode come fonte sicura di approvvigionamento idrico ed
energetico”. Ancora una volta, dunque, il rispetto degli accordi e, in generale,
del diritto e della giustizia, a partire dalla risoluzione del Consiglio di
Sicurezza 1244 del 1999, resta centrale per garantire libertà e diritti in un
Kosovo che sia davvero di tutti/e e per tutti/e.
Riferimenti:
NVO sa severa Kosova uputile pismo Svetskoj banci zbog rušenja objekata oko
jezera Gazivode, Kontakt Plus, 22.07.2026:
https://radiokontaktplus.org/glavna/nvo-sa-severa-kosova-uputile-pismo-svetskoj-banci-zbog-rusenja-objekata-oko-jezera-gazivode/135408
First Agreement of Principles Governing the Normalization of Relations (Brussels
Agreement): https://www.srbija.gov.rs/specijal/en/120394
The “Washington Agreement” Between Kosovo and Serbia, American Society Of
International Law: https://asil.org/insights/volume-25-issue-4
Gianmarco Pisa