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Una sindacalista per amica
CAMBIARE LE ORGANIZZAZIONI PER CAMBIARE NOI È uscito un libro frutto dell’esperienza sindacale (e non solo) di Elena Ferro. Edito da DeriveApprodi, si intitola “La partecipazione come agente trasformativo. Mappe per cambiare le organizzazioni”. Elena Ferro l’ho conosciuta qualche mese fa in un incontro a Viverone, piccola località sull’omonimo lago situato tra Biella, Ivrea e Vercelli, durante la campagna referendaria per il No alla riforma costituzionale del governo Meloni. È stato un bell’incontro, in cui il suo e il mio intervento si sono ben integrati. Il risultato referendario, poi, è andato anche meglio della serata alla Biblioteca di Viverone. Ne scrive anche nel suo libro, dando il merito ai tanto bistrattati giovani per essere andati a votare e per aver votato No. Non c’è eccesso di giovanilismo nelle sue parole, ma solo la consapevolezza di quanto sia necessaria la cessione di potere alle nuove generazioni: > “Come la pala di un mulino che ha bisogno di nuova acqua per girare, così le > strutture sociali si mettono in moto per restare al passo con i tempi”. Questa è la metafora che chiarisce il suo modo di rapportarsi con chi ha meno passato, ma più futuro di noi. La mia esperienza non arriva da grandi organizzazioni come quella di Elena. Lei è segretaria confederale della CGIL di Torino, le mie radici sono invece per lo più realtà di base, locali o di movimento. Il suo libro, però, è utile a tutte e tutti coloro che vogliono cambiare il malessere che viviamo nelle nostre associazioni. Elena individua come posta in gioco l’uscita dalla frammentazione sociale e dall’iperindividualismo, definendoli come fenomeni che privatizzano la fatica e interiorizzano il conflitto. Per uscire da questa costrizione è necessario ridefinire linguaggi comuni e costruire legami sociali. La parola cambiamento è quella che ricorre più spesso nel testo, ed è riferita soprattutto alle organizzazioni, come esplicita il sottotitolo. Quanti di noi hanno esperienza di associazioni, grandi e piccole, che ripetono sempre gli stessi errori e lasciano i propri membri frustrati, insoddisfatti e fondamentalmente disillusi? Credo molti, se non la quasi totalità. Come uscirne? Elena propone un metodo sintetizzato in tre lenti: prima viene l’ascolto, poi la comprensione del contesto e, infine, la necessaria azione. Non spoilero oltre: andatelo a leggere, è semplice ma illuminante. È soprattutto una boccata d’aria fresca, che mi riconcilia con un sindacato fatto di persone attive, che comprendono ciò che le circonda, affrontano i conflitti e vogliono cambiare davvero. Certo, il termine cambiamento può apparire generico. Ma, per tornare al linguaggio, sarebbe più chiaro usare riforma o rivoluzione? Quest’ultima compare una sola volta nel testo e in modo marginale. In fondo la vera rivoluzione l’ha fatta la controparte: il neoliberismo è stato una radicale guerra di classe, dei ricchi contro i poveri. E l’hanno vinta. La parola riforma, invece, è talmente abusata da aver perso ogni connotato legato a forme autentiche di emancipazione: da quella dalla povertà a quella coloniale o patriarcale, per citare tre domini che hanno ripreso vigore in questa nuova fase post-neoliberale. Siamo andati oltre il peggio immaginabile e, come se non bastasse, non disponiamo di forme organizzative adeguate per reagire. Ben venga allora il cambiamento proposto da Elena, ed evviva che arrivi dalla prospettiva sindacale. La situazione è tale che abbiamo bisogno di tutto, a maggior ragione se la proposta è attenta, adeguata e seria come quella che Elena Ferro fa nel suo libro, affrontando le questioni che dobbiamo porci per riorganizzarci di fronte al tecnocapitalismo. > “Il paradosso della nostra società è l’illusione di essere iperconnessi > mentre, nei fatti, siamo spesso più lontani. Come bussare a porte socchiuse: > la voce entra, la presenza no.” Chiudo con questo passaggio tratto dal libro, per restituire il senso e l’urgenza delle sue riflessioni. Non mi resta che augurarvi buona lettura. Ettore Macchieraldo
September 5, 2026
Pressenza
Perù: Quando il problema non è il libro, ma l’uso del denaro pubblico
> In una democrazia, la libertà di espressione protegge persino quelle > pubblicazioni che generano controversie, rifiuto o derisione. Un libro può > essere elogiato, criticato o ignorato dalla cittadinanza, e nessuna autorità > dovrebbe censurarlo per il suo contenuto. Tuttavia, il dibattito cambia > completamente quando quella pubblicazione è stata finanziata con risorse dello > Stato. In quel momento, la discussione smette di essere politica o letteraria > per diventare una questione di legalità, responsabilità e corretto uso dei > fondi pubblici. La recente controversia intorno al libro digitale peruviano Mi gallo es el chancho, scritto da Francisco “Pancho” de Piérola su Rafael López Aliaga e finanziato da Renovación Popular con risorse del Finanziamento Pubblico Diretto, mette precisamente in evidenza questo dilemma. Il problema non risiede nell’esistenza del libro né nell’opinione che esprime, bensì nel determinare se l’utilizzo di denaro proveniente dall’erario nazionale abbia rispettato la finalità stabilita dalla legge. Il Finanziamento Pubblico Diretto non costituisce una sovvenzione a libera disposizione dei partiti politici. La Legge sulle Organizzazioni Politiche e il Regolamento sul Finanziamento e la Supervisione dei Fondi dei Partiti dell’ONPE (Ufficio Nazionale peruviano di Processi Elettorali N.d.r.) stabiliscono che tali risorse devono essere destinate al rafforzamento istituzionale, alla formazione politica, alla formazione degli iscritti, alla ricerca e alla diffusione di conoscenze che contribuiscano al sistema democratico. Di conseguenza, ogni pubblicazione finanziata con tali risorse deve dimostrare di rispondere a questi obiettivi e non a interessi strettamente propagandistici o di promozione personale. Proprio per questo, l’ONPE ha contestato questa spesa ritenendo che l’opera non avrebbe dimostrato in modo sufficiente una finalità di formazione politica o di ricerca e, inoltre, ha segnalato dubbi riguardo alla procedura seguita per il suo affidamento, inclusa la mancanza di pluralità nelle offerte dei fornitori. Tali osservazioni non costituiscono un giudizio sulle idee contenute nel libro, bensì sulla legalità dell’uso delle risorse pubbliche e sul rispetto dei principi che regolano l’amministrazione del bilancio statale. Nel contesto del Diritto Amministrativo esiste un principio fondamentale: ogni spesa pubblica deve rispondere rigorosamente alla finalità per la quale è stata autorizzata. Questo principio di finalità costituisce una garanzia contro l’uso arbitrario del denaro dei contribuenti e obbliga ogni ente o istituzione che amministra fondi statali a dimostrare che ogni sol investito soddisfa l’obiettivo previsto dalla norma. Quando ciò non avviene, spetta attivare i meccanismi di controllo e determinare le responsabilità amministrative pertinenti. In questo contesto, è importante distinguere due concetti che spesso vengono confusi. Una cosa è la libertà di pubblicare un’opera, diritto pienamente protetto dalla Costituzione; altra cosa, molto diversa, è pretendere che tale pubblicazione sia finanziata con denaro dello Stato senza dimostrare che soddisfa i requisiti legali per farlo. L’eventuale mancato rispetto della finalità del finanziamento non implica la censura del libro né il suo ritiro dalla circolazione. Ciò che corrisponde è valutare la legalità della spesa e, se del caso, disporre le misure amministrative previste dall’ordinamento giuridico, compresa la restituzione delle risorse utilizzate indebitamente, fatto salvo ogni ulteriore responsabilità che gli organi competenti potrebbero stabilire. Infine, questo caso lascia una riflessione che trascende qualsiasi partito politico. La fiducia dei cittadini nelle istituzioni dipende anche dal modo in cui vengono amministrate le risorse pubbliche. Ogni sol destinato al rafforzamento della democrazia deve rispondere all’interesse generale e non alla promozione individuale dei dirigenti politici. Perché il vero dibattito non avrebbe mai dovuto essere se il libro sia buono o cattivo; il vero dibattito consiste nel determinare se il denaro di tutti i peruviani sia stato utilizzato conformemente alla legge. E quando si tratta di risorse pubbliche, la trasparenza e la rendicontazione smettono di essere un’opzione per diventare un obbligo giuridico ed etico. Yngrid Armas
August 28, 2026
Pressenza
Come si costruisce la narrazione dominante?
 The Think Tank Racket, un saggio di Glenn Diesen ci offre una risposta illuminante. Il libro ruota attorno a una tesi di fondo molto chiara: il dibattito occidentale sulla Russia non è un processo puramente neutrale di analisi dei fatti, ma un ecosistema di produzione narrativa in cui think tank, media, finanziatori e ambienti politici contribuiscono a orientare il modo in cui il pubblico interpreta gli eventi. Diesen, giornalista noto, non sostiene semplicemente che esistano errori o pregiudizi occasionali; la sua argomentazione è più radicale. Infatti esiste una struttura sistemica che tende a premiare determinate letture della politica internazionale e a penalizzarne altre, soprattutto quando si tratta di Russia, NATO, sicurezza europea e rapporto tra guerra e diplomazia. Un primo punto importante è la critica alla presunta neutralità dei think tank. Diesen li descrive come istituzioni che spesso vengono presentate come centri di competenza indipendenti, capaci di fornire analisi oggettive ai decisori politici e ai mezzi di comunicazione. In realtà, però, il libro insiste giustamente sul fatto che questi organismi operano dentro reti di finanziamento e di influenza che possono condizionare fortemente i risultati delle loro analisi.  Il problema, nella sua lettura, non è solo che i think tank abbiano delle preferenze ideologiche; è che sono diventati parte di un circuito in cui la ricerca, la consulenza politica e la comunicazione pubblica finiscono per convergere verso una stessa direzione strategica. In questo senso, l’autore riconosce i think tank non come osservatori esterni del potere, ma purtroppo come moltiplicatori del consenso per determinate linee politiche. Da qui deriva il secondo nucleo dell’argomentazione: la narrativa sulla Russia viene costruita e mantenuta attraverso filtri istituzionali. Diesen sostiene che, soprattutto nelle società occidentali, la rappresentazione di Mosca tende a essere semplificata in chiave di minaccia permanente. Questo non significa che ogni critica alla Russia sia infondata, ma che il quadro complessivo viene sempre reso manicheo: da una parte il campo della sicurezza, della libertà e dell’ordine; dall’altra quello dell’aggressione, della manipolazione e dell’autoritarismo. Il risultato, secondo l’autore, è che il margine per analisi più sfumate si restringe molto. Le interpretazioni che cercano di spiegare le cause strutturali dei conflitti, le dinamiche di sicurezza reciproca o le opportunità diplomatiche rischiano di apparire “deboli” o politicamente inopportune. Quindi vengono rifiutate dai media. Un terzo argomento centrale riguarda la funzione politica della guerra dell’informazione. Diesen afferma che il racconto sulla Russia non serva soltanto a descrivere la realtà, ma anche a rendere più accettabili certe scelte strategiche: sanzioni, aumento della spesa militare, rafforzamento della NATO, ampliamento delle politiche di contenimento. In altre parole, il modo in cui si parla del nemico contribuisce a preparare il terreno per ciò che si farà contro di esso. Questa è una tesi importante perché sposta l’attenzione dal contenuto delle analisi al loro uso politico. Non si tratta soltanto di chiedersi se una specifica affermazione sia vera o falsa, ma anche di osservare come un insieme di affermazioni costruisca un clima psicologico favorevole a una certa agenda. Un altro passaggio rilevante del libro è la critica alla marginalizzazione del dissenso. Diesen sa bene il fatto che, in questo ambiente, le voci che invitano alla prudenza, alla distensione o a riconoscere anche le ragioni di sicurezza dell’altra parte vengono spesso trattate con sospetto. Non necessariamente vengono confutate nel merito; più spesso vengono bollate come ingenue, “utili al nemico”, filorusse o comunque non affidabili (putiniani!). Il punto dell’autore è che questo meccanismo impoverisce il dibattito. Se ogni proposta alternativa viene subito delegittimata, la discussione pubblica perde profondità e si trasforma in una gara di conformità. Il risultato finale è un clima nel quale la complessità viene sacrificata a favore della coesione narrativa e del riarmo. Infine, il libro non parla solo della Russia in senso stretto. Diesen usa questo caso per formulare una critica più ampia alla struttura della produzione di conoscenza in politica estera.  La sua e la nostra preoccupazione è che il sistema degli esperti, dei commentatori e delle istituzioni di ricerca finisca per selezionare non tanto le idee migliori, quanto quelle più compatibili con il consenso dominante. Questo rende il libro interessante anche oltre il tema russo: in filigrana c’è un lavoro di indagine su come si forma l’opinione pubblica nelle democrazie contemporanee e su quanto spazio resti davvero per un dissenso informato, quando sicurezza nazionale, media e apparati di policy tendono a rinforzarsi a vicenda. In sintesi, l’idea guida di Diesen è che il conflitto con la Russia non sia raccontato soltanto come uno scontro geopolitico, ma anche come una battaglia per il controllo del significato (guerra mentale o psicologica).  Chi definisce il quadro interpretativo influenza ciò che il pubblico ritiene possibile, accettabile o inevitabile.  Il libro invita quindi a guardare con attenzione non solo ai fatti, ma anche agli attori che li selezionano, li interpretano e li trasformano in narrativa politica, perché troppo appartengono ad un campo ben definito e manipolatorio. Per non parlare dell’invasione di chatbot sionisti e fascisti sui social per farci credere che sono la maggioranza, mentre non è vero. Ray Man Ray Man
August 10, 2026
Pressenza
“SUI TUOI OCCHI. RACCONTI DELLA RIVOLUZIONE DEL ROJAVA”, INTERVISTA ALL’AUTRICE DANIELA GALIÈ
“Raccontare il Rojava è sempre un esercizio rischioso. Il rischio è quello di proiettare categorie familiari su una realtà che familiare non è; di cercare una rivoluzione leggibile, coerente, lineare, capace di rientrare dentro schemi politici già noti. Fortunatamente la realtà del Nord-Est della Siria raramente si lascia disporre in questo modo. Resiste alle sintesi troppo nette, alle definizioni definitive, alle letture che pretendono di fissarla una volta per tutte”. Scrive così, Tiziano Saccucci, nella prefazione al nuovo libro di Daniela Galiè, “Sui tuoi occhi. Racconti della rivoluzione del Rojava”, pubblicato lo scorso 26 giugno da Momo edizioni. “Nel Nord-Est della Siria – si legge nella quarta di copertina del volume – tra città ferite, check-point improvvisati e assemblee popolari, il Rojava continua a esistere come esperienza politica, sociale e umana sospesa tra autodifesa e desiderio di futuro. Questo libro attraversa i territori della rivoluzione curda raccogliendo voci, incontri e frammenti di quotidianità: combattenti delle Ypj, famiglie sfollate, insegnanti, attiviste, giovani cresciuti all’ombra della guerra e donne che hanno trasformato la sopravvivenza in pratica collettiva. Sui tuoi occhi non racconta soltanto il conflitto contro l’Isis o la resistenza di Kobanê. Racconta ciò che viene dopo: la fatica della ricostruzione, le contraddizioni dell’autogoverno, i sogni politici di una società che prova a reinventarsi mentre tutto intorno continua a minacciarne l’esistenza”. “Ho provato a raccontare le storie che ho raccolto nel corso della mia permanenza in nord-est Siria con un linguaggio accessibile. Forse i destinatari e le destinatarie di quello che ho scritto sono principalmente persone che del Rojava sanno poco o nulla, tant’è che l’idea del libro era nata dalla necessità che avevo di provare a raccontare dove fossi stata ai miei alunni e alle mie alunne”, spiega a Radio Onda d’Urto Daniela Galiè. “L’idea era quella di costruire un piccolo ponte tra mondi apparentemente distanti”, prosegue l’autrice.  “Non ho però voluto sacrificare tutto quello che è la ricostruzione storica, politica, militare – precisa Galiè – Ho provato però ad arrivarci tramite le storie delle persone che avevo davanti”.  Daniela Galiè ha deciso di devolvere il 50% del ricavato della vendita del suo libro a “Jinwar”, il villaggio delle donne nella Siria del nord-est, Rojava. Radio Onda d’Urto ha intervistato Daniela Galiè, scrittrice, attivista, insegnante e redattrice di Dinamo Press, per presentare il suo libro “Sui tuoi occhi. Racconti della rivoluzione del Rojava”. Ascolta o scarica.  
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Sui tuoi occhi: come trovare le parole per spiegare una rivoluzione
Articoli e libri sull’esperienza della Siria del Nord-est si dividono principalmente in due filoni: il primo racconta la guerra da un punto di vista geopolitico, quindi inquadra l’esperienza di autogoverno curda come una delle tante questioni nello scacchiere medio-orientale, una lettura molto diffusa anche a sinistra, tra pagine e gruppi telegram dedicati alla geopolitica e alle analisi strutturali, spesso è un’analisi piatta che aiuta a comprendere le posizioni di fiumi, montagne, risorse, composizione dei gruppi etnici, ma difficilmente ci fa comprendere cosa significhi vivere in guerra. L’altro è un racconto celebrativo dell’esperienza del confederalismo democratico, della resistenza di Kobane, e della lotta all’Isis, che ha contribuito a raccontare il Rojava come esperienza politica, a cui anche il nostro sito ha contribuito. Ma che non è stato sufficiente per comprendere tutta la complessità di questa esperienza e del suo contesto.  Il libro di Daniela Galiè, parte della redazione di Dinamopress, Sui tuoi occhi. Racconti dalla rivoluzione del Rojava, edito da Momo edizioni, prova a superare entrambi gli approcci. Per quanto parta da un punto di vista situato, quello delle reti di solidarietà all’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-est, e con queste abbia svolto la propria esperienza sul campo, il libro racchiude una pluralità di voci, di punti di vista, e di geografie, che non nascondono i conflitti e le contraddizioni di un progetto nato in un territorio devastato da più di quindici anni di guerra. > Come spiega Delil Souleiman, un attivista dell’organizzazione Green Nes > intervistato a Qamișlo, «molti parlano dell’impianto ideologico del Rojava, ma > la vita quotidiana qui è un po’ diversa» (p. 191). Tra le pagine prende forma un vero e proprio reportage narrativo che tra interviste e racconti di viaggio, mischia anche la propria esperienza personale e il proprio punto di vista. Non vengono dimenticate le questioni geopolitiche, materiali e militari, queste sono parte del racconto, gli assi lungo i quali si dispiega la storia, che tuttavia eccede queste coordinate. Così l’inchiesta si dipana tra parole, relazioni e sofferenza delle persone incontrate. E la spiegazione dell’esperienza politica diventa un tutt’uno con il racconto delle vite, avendo l’autrice dato ampio spazio alle interviste e alle voci raccolte. Così la guerra non viene presentata a partire dalla linea del fronte ma dai campi profughi che sono sorti dentro e fuori la Siria perché la popolazione è dovuta scappare dai combattimenti: > «Osservare i campi […] mi ha consentito di cogliere come la storia della > guerra non coincida mai con quella delle vittorie dichiarate». E che «la > guerra non si esaurisce con il silenzio della armi, ma con la ricomposizione > delle condizioni di vita. E nei campi, questa ricomposizione resta sempre > incompleta» (p. 45). Sui tuoi occhi è stato scritto in procinto di un momento di svolta della rivoluzione del Rojava, dopo la caduta di Assad, e prima dell’avanzata delle forze del nuovo governo siriano sui quartieri curdi di Aleppo, poi su Raqqa e verso le altre province del Nord-est. A questo attacco il Rojava e la popolazione curda circostante ha risposto con una mobilitazione generale costringendo Damasco a un accordo. Questo prevede una graduale integrazione dei territori autonomi all’interno del nuovo Stato centrale ma è poco chiaro quali saranno le sue prossime tappe. Il futuro del Rojava è quindi incerto e precario, come del resto lo è stato per questi quindici anni, tra invasioni, ritiri, bombardamenti, occupazioni e spostamenti forzati di popolazioni. Ciò che emerge con forza dal libro, però, è che l’autodifesa e l’autogoverno sono un processo lento fatto di formazione e relazione, che ha sedimentato in questi quindici anni e trova radici anche precedenti, e per questo non sarà così semplice spezzarli ed eliminarli. > «Quando parliamo di difesa, non ci riferiamo esclusivamente alla dimensione > militare», precisa Han Hussein, parte del coordinamento di Kongra star di > Qamișlo, l’organizzazione che si occupa delle donne, «organizziamo corsi e > percorsi formativi per imparare a proteggersi nella vita quotidiana: > riconoscere un rischio, reagire a un’aggressione e costruire reti di supporto > tra vicine» (p. 96). La rivoluzione è una pedagogia, che si dispiega in una molteplicità di ambiti, Galiè tenta di spiegarne molti nei dieci capitoli che compongono il libro: la partecipazione delle donne, i tentativi di organizzare una comunità multietnica e multireligiosa, il sistema di autogoverno, la partecipazione alle decisioni politiche, il sistema di conciliazione comunitario, il sistema economico cooperativo, l’ecologia, l’organizzazione del sistema scolastico, universitario e sanitario. Tutto è illustrato senza tralasciare i simboli, l’iconografia e la mitologia che attraversano i territori del Nord-est della Siria. E così conosciamo le storie dei e delle combattenti morte in battaglia che oggi sono dipinti tra le strade delle città e dei villaggi del Rojava, così come il mito di Ishtar, o la simbologia mediorientale e anatolica della donna serpente. Una menzione speciale meritano i capitoli dedicati alla rivoluzione delle donne e all’esperienza di Jinwar, il villaggio delle donne, dove incontri, emozioni, teoria politica e pensiero femminista si fondono in una prosa coinvolgente.   È quindi un ottimo libro per avere un quadro di insieme di ciò che è accaduto e quali sono le sfide future dell’amministrazione del Nord-est della Siria. Un’ ottima prima lettura nello spirito della casa editrice Momo che fa dell’accessibilità a temi complessi uno dei suoi obiettivi principali e che Daniela, insegnante di materie umanistiche, persegue in uno stile ibrido tra giornalismo, letteratura e saggio politico. Speriamo, quindi, sia il primo di una lunga serie di reportage narrativi da zone del mondo dimenticate. Il 1 luglio il libro sarà presentato a Casale Garibaldi a Roma Immagine di copertina di una delegazione in Rojava via Flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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July 1, 2026
DINAMOpress
Presentazione del libro “Sui tuoi occhi. Racconti della rivoluzione del Rojava”
Cosa significa raccontare un territorio che, troppo spesso, ci appare attraverso la guerra? E cosa resta, oltre il conflitto, nelle vite di chi continua ad abitare, costruire e trasformare quello spazio? Sui tuoi occhi. Racconti della Rivoluzione del Rojava, edito da Momo Edizioni, nasce da queste domande e da un periodo trascorso nel Nord-Est della Siria, un luogo in cui la guerra e le tensioni geopolitiche restano una presenza costante, ma non esauriscono la complessità di ciò che qui accade. Attraverso decine di interviste raccolte sul campo, il libro segue i percorsi di chi ogni giorno dà forma a un’esperienza politica e sociale unica: tra pratiche di autogoverno, trasformazioni della vita quotidiana, processi di emancipazione e ricostruzione. Il libro è una trama di incontri, voci e frammenti di vita che provano a restituire la densità di una rivoluzione ancora aperta, fragile e continuamente messa alla prova. Uno sguardo che si muove tra testimonianza, riflessione e racconto per interrogare ciò che il Rojava ha rappresentato e continua a rappresentare sul piano politico e sociale, ma anche ciò che questa realtà può ancora dire al nostro presente. Un momento di confronto per avvicinarsi a una realtà spesso raccontata da lontano, e per riflettere insieme sulle possibilità, le contraddizioni e le forme di resistenza che continuano ad attraversarla. L’appuntamento è per il 1 luglio alle ore 18.30 presso Casale Garibaldi (via Romolo Balzani 87, Roma). Ne discutiamo con: Daniela Galiè, autrice del libro Viola Paolinelli (Rete Kurdistan) Ludovica Intelisano (Accademia della Modernità Democratica) WWF – Women Weaving Future Rete di solidarietà per l’abitativo occupato “Prosfygika” di Atene Modera il dibattito Dinamopress Aperitivo/cena a cura e a supporto di Dinamopress  Alle ore 21:00 presentazione e visione del film Crossing Istanbul di Levan Akir (2024) rassegna cinematografica Fuori Frame – cinema oltre i margini  More info sul film: https://www.facebook.com/photo/?fbid=1842901370214866&set=a.765897221248625 Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Presentazione del libro “Sui tuoi occhi. Racconti della rivoluzione del Rojava” proviene da DINAMOpress.
June 25, 2026
DINAMOpress
PALESTINA: 170 CITTA’ E PAESI COLLEGATI CON CAGLIARI PER IL NUOVO LIBRO DI FRANCESCA ALBANESE. L’AUDIO DELL’INCONTRO
170 piazze e luoghi pubblici collegati in tutta Italia, nella serata di venerdì 19 giugno, con il Presidio stabile per la Palestina di Cagliari (in corso ininterrottamente dal 31 ottobre 2025) per l’incontro con Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i Territori Occupati Palestinesi. L’incontro si è basato sulla presentazione dell’ultimo libro della Albanese, “La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero“, uscito per Rizzoli il 26 maggio 2026. L’incontro si è aperto alle ore ore 20.30 con l’introduzione a cura del Presidio stabile di Cagliari per la Palestina, per delineare il contesto dell’iniziativa e la situazione in Palestina. Alle ore 21 il collegamento con Francesca Albanese. Intervistata dal giornalista Matteo Meloni, la Albanese ha delineato le tesi principali del libro, che analizza come la questione palestinese come “specchio delle dinamiche globali, ponendo interrogativi urgenti sul futuro dei diritti umani” e dello stesso rapporto tra i popoli. Tra le tante città collegate anche Brescia, in un affollato Spazio Carme, in via delle Battaglie, 61. Su Radio Onda d’Urto, l’audio dell’incontro con Francesca Albanese, con l’introduzione del Presidio stabile di Cagliari per la Palestina. Ascolta o scarica   Di seguito, la sinossi del libro di Francesca Albanese: “La Palestina è la bussola morale dei nostri tempi: può salvarsi, e tutti noi insieme a lei”. Per Francesca Albanese – voce capace di unire con autorevolezza la competenza giuridica e una rara passione umana – in questo tempo in cui il mondo sembra tragicamente diretto verso la disumanizzazione del più fragile e il dominio esclusivo del più forte, immaginarne il futuro «significa rifiutare che sia l’orrore ad avere l’ultima parola, e far sì che la civiltà sia un compito che ciascuno di noi può scegliere di fare proprio». È da queste riflessioni che sono nati i verbi ai quali Albanese si appoggia in questo libro che ha lo slancio di un manifesto e il sentimento di un’opera d’amore: la Palestina offre al mondo uno spiraglio di luce che invita ad aprire gli occhi e agire. Sognare, criticare, emanciparsi, resistere, nutrire, piangere, curare, danzare, ritornare diventano forme di una stessa pratica collettiva: azioni che tutti noi possiamo compiere per vivere nel presente secondo giustizia. Ogni verbo dà l’occasione per raccontare le persone straordinarie che lo hanno ispirato e per portarne i riverberi nel nostro quotidiano. Un viaggio profondo nella storia della Palestina – ripercorrendo le tappe principali attraverso cui, da oltre un secolo, questa terra subisce la violenza coloniale in tutte le sue forme – e nelle storie di chi ha sofferto, sperato, indagato; di chi ha avuto il coraggio di dire la verità mentre tutto intorno imperversavano le menzogne, e di chi la verità l’ha pagata con la vita; di chi porterà per sempre le ferite della violenza ma anche di chi quella violenza l’ha commessa; di chi ha sentito il peso dell’oppressore e non si è arreso di fronte al desiderio di essere libero. Le storie di chi ha danzato anche in mezzo alle macerie, di chi ha nutrito la sua famiglia di speranza quando non c’era più niente da cucinare, di chi ha pianto e di chi ha rivendicato il diritto politico a farlo, di chi prova a curare le ferite di un popolo con la verità, con un carico di farmaci o con una canzone; di chi ha custodito la chiave della casa da cui fu scacciato cinque generazioni fa. E dopo cinque generazioni, la custodisce ancora.
June 20, 2026
Radio Onda d`Urto
[2026-06-18] UN CALCIO AL POTERE. Gioco e lotta sociale [presentazione libro] @ CSOA Forte Prenestino
UN CALCIO AL POTERE. GIOCO E LOTTA SOCIALE [PRESENTAZIONE LIBRO] CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (giovedì, 18 giugno 19:30) CSOA Forte Prenestino giovedì 18/06/2026 dalle 19:30 Forte Infoshop presenta "UN CALCIO AL POTERE. Gioco e lotta sociale" di Gabriel Kuhn (Eleuthera 2026) ne parliamo con: - Pierpaolo Casarin (curatore dell'edizione italiana) - Luca Pisapia (giornalista e scrittore) - Andrea Greco (Atletico San Lorenzo) modera il Duka. … Il calcio appassiona e divide: da una parte troviamo quanti ritengono impossibile conciliare l’attivismo politico con l’entusiasmo per un fenomeno sempre più compromesso e asservito alle logiche economiche, dall’altra tutti coloro che, nonostante queste contraddizioni, continuano a guardare al calcio come a un possibile strumento di riscatto e trasformazione sociale. Kuhn appartiene alla seconda categoria. La stessa di Camus quando scriveva «tutto quello che so sulla moralità e sui doveri degli uomini lo devo al calcio». Il calcio è un’industria dal fatturato multimiliardario. Professionalizzazione e commercializzazione sono la cifra della sua immagine nel mondo. Eppure, questo gioco conserva un’anima ribelle, forse più di qualsiasi altro sport il cui destino è stato quello di essere cooptato da affaristi e politici corrotti. In questa indagine a tutto campo sui nessi fra calcio e politica, Kuhn non solo ne ripercorre la storia facendone emergere luci e ombre, ma si confronta con quegli aspetti combattuti da chi aspira a un cambiamento radicale della società, come il nazionalismo, l’intolleranza o la commistione con ambienti di destra. Al tempo stesso racconta di un altro calcio – quel «gioco del popolo» mantenuto vivo da molti calciatori, squadre e intere comunità – ed esplora gli approcci e le prospettive alternative di un calcio egualitario e autorganizzato. Un omaggio a tutti coloro che ai mega stadi e alle dirette televisive preferiscono ancora la gioia di giocare assieme nei vicoli e nei campi fangosi. www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=622 Gabriel Kuhn (Innsbruck 1972), vive e lavora a Stoccolma. Studioso delle micro-società, ha scritto numerosi testi sulle dinamiche interne di queste comunità circoscritte. Per Eleuthera ha pubblicato nel 2018 "La vita all'ombra del Jolly Roger". … Difendi e diffondi autogestione! www.forteprenestino.net
June 11, 2026
Gancio de Roma
Cultura: a Salerno la storia di un’emigrazione tra Basilicata e Brasile
SALERNO, 9 GIUGNO 2026 – Appuntamento con la storia e la memoria dell’emigrazione meridionale: martedì 9 giugno, alle ore 18:00, la Casa del Volontariato di Salerno ospiterà la presentazione del libro “Da Trecchina a Jequié. Un Ritorno” di Pierfrancesco Grillo. Un viaggio appassionato tra Basilicata e Brasile alla ricerca delle proprie radici familiari. Di seguito il testo integrale del comunicato stampa con tutti i dettagli dell’evento. -------------------------------------------------------------------------------- Presentazione del libro di Pierfrancesco Grillo “Da Trecchina a Jequié. Un Ritorno”  Salerno, 9 giugno 2026 ore 18,00 CASA DEL VOLONTARIATO, Via F. Patella (traversa del corso V. Emanuele altezza civico 90) L’autore Pierfrancesco Grillo si confronterà con Rosa Maria Grillo e Giuseppe Fiorenzano, entrambi lucani e studiosi delle emigrazioni meridionali nella America latina e Fiorenzano inoltre è originario di Trecchina. Nel bel racconto di Pierfrancesco Grillo, ‘terza generazione’ di una storia familiare tra la Basilicata e il Brasile, tra Trecchina e Jequié, ci imbattiamo in storie più ampie condivise e comuni ad altre famiglie e altri luoghi, in topoi delle migrazioni di ogni luogo e ogni tempo vitalizzati dal pacato sentimento di Pierfrancesco alla ricerca delle proprie radici: ruoli maschili e femminili, emigrazione a catena, ‘fare l’America’, ‘vedove bianche’, figli illegittimi… Foto e documenti dell’epoca arricchiscono questa storia e ci invitano a entrare in quel mondo, da un lato all’altro dell’oceano, per accompagnare Pierfrancesco nella sua personale e appassionata ‘scoperta’ del Brasile e della sua famiglia brasiliana, per riempire i vuoti dell’assenza e del silenzio: attratto da quel mondo, non giudica e non critica le scelte fatte dal nonno migrato, ma anzi, esperienza non comune, anela a rinsaldare i rapporti tra le sue due famiglie… Redazione Italia
June 7, 2026
Pressenza