Egadi Pride 2026
Per raccontare l’Egadi Pride del 2026, “Corpi unici, una galassia di
immaginari”, bisogna cominciare dalla fine, quando l’intervento del presidente
del Palermo Pride, Mirko Pace, si è fatto invito alla mobilitazione contro il
governo nazionale e le amministrazioni locali non solo attraverso il voto ma
puntando alla scelta di farsi rappresentanza nei luoghi del potere prima che,
ancora vincitori, i fascisti al governo “vengano a prenderci a casa”.
Festa ed esercizio di libertà per la galassia colorata qui intervenuta, il Pride
delle Egadi rivendica il diritto di tutti e tutte alla lotta e alla gioia nei
colori delle bandiere e dei make up e in tutti i corpi che qui si fanno politica
viva, come sempre dovrebbe essere partendo dalla strada, anche per cacciare i
fascisti con i quali non si ha nulla da condividere e ai quali nulla si chiede.
Del resto lo aveva già detto in apertura l’assessora alla cultura delle Egadi,
Dafne Borgia: i corpi sono il primo luogo dove il potere esercita la sua
oppressione. Singoli corpi e corpo di un intero popolo, come quello palestinese,
uniti nella stessa lotta. Per questo i ragazzi che hanno dimenticato a casa la
bandiera palestinese ne dipingono un paio su cartoni di fortuna. E così per ogni
guerra, negazione dei diritti umani, voluta dal capitale la cui cultura,
riflessa nelle istituzioni, produce cittadinanze differenziate. Così per il
Mediterraneo trasformato in un confine armato dove il diritto al movimento si
trasforma in un privilegio.
A chi chiede che bisogno ci sia ancora di Pride, bollandolo come inutile
carnevalata e invitando ad avere una vita normale, rispondono i corpi che
attraversano le piazze e le stradine di Favignana in un assolato, e
fortunatamente ventilato, pomeriggio di luglio. E, incalza Josephine, donna
trans, nella sua nuvola di tulle, voi vedete e giudicate il mio corpo, io voglio
che vediate la mia anima. Questo è un Pride piccolino, aveva detto Anna Patti,
infaticabile organizzatrice, e ci consente di guardarci negli occhi.
Se tra le domande normali che Josephine rivolge al popolo in cerchio – Qual è il
tuo colore preferito? E il tuo cibo? Che musica ascolti? – dobbiamo rispondere
anche a quelle che normali non sono, o non dovrebbero essere, – Ti hanno mai
bullizzato? Stuprato? – vuol dire che di Pride c’è bisogno più che mai.
L’anima è nei corpi, gioia in movimento, galassia di stelle con la loro
irripetibile unicità che hanno scelto di brillare di luce propria, eppure corpo
unico nelle rivendicazioni che tutti e tutte includono perché non ci sono
diritti per nessuno finché quei diritti non sono condivisi: quelli conquistati
da pochi sono a beneficio di tutti, tutte, tuttu. Memoria e lotta dunque per
liberare il corpo dalla necessità di essere conforme, come viene insegnato dalla
cultura dominante che per questo ha così paura, negandola, dell’educazione
all’affettività.
Ce lo ripete la rappresentante del Disability Pride, con la sua decisa
intenzione di sfuggire alla rappresentazione di vittima o di eroe che la cultura
dominante vorrebbe imporre ai corpi non conformi, negando loro il diritto al
piacere e alla libera fruizione degli spazi. Denuncia la mancanza di turismo
accessibile proprio qui, dove il Pride sembra essere di casa. Anche Enrica,
presidente di Arcigay di Trapani, rivendica il diritto al piacere di tutti i
corpi mentre in estate si assiste ad un cortocircuito quando le spiagge
diventano tribunali della carne con gli sguardi che si fanno radiografie delle
esistenze.
Tra le voci dei cori che intonano canzoni e quelle che parlano ai microfoni si
leva altissima quella silenziosa dei corpi che danzano, ad opera del gruppo
Decoro urbano, metafora e rappresentazione nel movimento collettivo e in quello
individuale di come sia possibile essere corpi unici nella libera espressione
della propria esistenza e unico corpo nella resistenza ad ogni oppressione.
Maria La Bianca