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Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Takashi Sakamoto su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo riprende e aggiorna due testi pubblicati su Transform! Italia in una fase storica diversa, ma già segnata dall’emersione di contraddizioni strutturali poi divenute ancora più evidenti. Il primo, Reddito di base dalla Banca Centrale Europea, questo è il momento, fu pubblicato il 27 ottobre 2020 nel pieno della seconda ondata pandemica, quando appariva già chiaro che le risposte nazionali ed europee non erano sufficienti a proteggere in modo uniforme redditi, lavoro e condizioni di vita.[cite:76] Il secondo, Un reddito di base al livello europeo per superare le crisi pandemiche, fu pubblicato il 28 dicembre 2021, in una fase in cui alla gestione dell’emergenza sanitaria si affiancava la necessità di interrogarsi sulle conseguenze di lungo periodo della pandemia, della precarizzazione del lavoro e delle transizioni in corso. A distanza di alcuni anni, il nucleo politico di quei due interventi resta valido, ma richiede una riformulazione più ampia: in questa sede si tracciano alcuni degli elementi essenziali di una proposta da sviluppare e portare sul tavolo della politica. La questione non riguarda più soltanto l’eredità economica e sociale della pandemia: oggi il reddito di base europeo torna al centro del dibattito alla luce delle conseguenze delle guerre, della crescita dei costi dell’energia, della stagnazione dei salari reali, della doppia transizione verde e digitale e della rapidissima evoluzione dell’intelligenza artificiale, che sta già modificando la struttura del lavoro e la distribuzione dei guadagni di produttività. Nel quadro del 2026, segnato da crisi multifattoriali e trasformazioni economiche e sociali, l’idea di un reddito di base europeo si presenta sempre più come una possibile infrastruttura permanente di sicurezza sociale e di stabilizzazione macroeconomica. In tale contesto, il reddito di base non va inteso come misura meramente assistenziale, ma come istituto capace di garantire una soglia di sicurezza materiale, sostenere la domanda interna nelle fasi recessive, accrescere il potere contrattuale del lavoro e redistribuire almeno in parte i guadagni di produttività connessi all’innovazione tecnologica. Crisi multiple e fine dell’eccezione Negli anni della pandemia, la proposta di un reddito di base europeo era stata frequentemente inquadrata come risposta straordinaria a una sospensione improvvisa dell’attività economica. Oggi quella giustificazione appare insufficiente. L’Europa si trova infatti esposta a una concatenazione di shock che non hanno più il carattere dell’eccezione temporanea, ma quello di una vulnerabilità strutturale: guerre nel vicinato strategico, tensioni geopolitiche, volatilità dei prezzi dell’energia, pressioni inflazionistiche, ristrutturazioni produttive, digitalizzazione accelerata e diffusione di sistemi di intelligenza artificiale in grado di sostituire o trasformare un numero crescente di mansioni. Il problema, pertanto, non consiste più soltanto nell’attivare misure emergenziali per tempi eccezionali, ma nel dotare l’Unione di strumenti permanenti di resilienza sociale. In questa prospettiva, un reddito di base europeo, o almeno una forma comune di garanzia del reddito con standard minimi condivisi, si giustifica come meccanismo automatico di protezione contro shock ricorrenti, capace di ridurre ritardi amministrativi, frammentazione nazionale e stigmatizzazione dei beneficiari. La sua funzione sarebbe insieme preventiva, correttiva e costitutiva. Preventiva, perché limiterebbe il rischio di caduta nella povertà durante fasi di transizione; correttiva, perché compenserebbe almeno in parte gli effetti regressivi delle crisi; costitutiva, perché collegherebbe la cittadinanza europea a una forma minima di sicurezza materiale garantita.  Energia, guerra e impoverimento dei salari reali in Italia L’urgenza del tema risulta particolarmente evidente se si osserva il caso italiano. Secondo l’OCSE, nel 2026 i salari reali in Italia risultano ancora in diminuzione, mentre il recupero previsto per il 2027 resta molto modesto; i livelli salariali reali permangono inoltre inferiori di oltre sei punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2021. L’Istat, nel suo Rapporto annuale 2026, ha rilevato che dal 2019 i salari hanno perso l’8,6 per cento del potere d’acquisto, con effetti rilevanti sulla capacità delle famiglie di assorbire l’aumento dei costi energetici e dei beni essenziali. Le guerre e le tensioni geopolitiche hanno aggravato questa tendenza. Nel 2026 si è reso evidente il costo elevatissimo della dipendenza energetica dell’Unione, con ripercussioni dirette su imprese, bilanci pubblici e redditi familiari. In Italia, lo shock dei prezzi dell’energia ha continuato a erodere gli incrementi nominali delle retribuzioni, comprimendo nuovamente il potere d’acquisto in un’economia che già da anni soffre di bassa dinamica salariale e debole produttività redistribuita. Ne deriva un punto di rilievo sistemico: in un contesto di salari stagnanti e prezzi elevati dei beni essenziali, la sola partecipazione al mercato del lavoro non garantisce più automaticamente sicurezza economica. Il reddito di base europeo si presenta allora non come sostituto del salario, ma come strumento integrativo e stabilizzante, capace di impedire che le crisi esterne siano scaricate integralmente sui redditi da lavoro e sui soggetti più deboli della struttura sociale.  La doppia transizione verde e digitale La strategia europea di sviluppo attribuisce un ruolo centrale alla transizione ecologica e a quella digitale. Questa scelta appare necessaria, ma non è distributivamente neutrale. La decarbonizzazione, l’adeguamento infrastrutturale, la riconversione industriale, la digitalizzazione dei servizi e dei processi produttivi generano costi di adattamento che tendono a distribuirsi in modo diseguale tra territori, classi sociali, settori economici e generazioni. Tali costi si concentrano spesso sulle famiglie a reddito basso o medio, sui lavoratori dei comparti in ristrutturazione e sulle aree meno dotate di infrastrutture materiali e digitali. Anche quando gli investimenti producono benefici collettivi nel medio termine, gli oneri immediati possono risultare regressivi: bollette più elevate, necessità di acquisire nuove competenze, obsolescenza di attività tradizionali, maggiore precarietà nei periodi di riconversione. Per questa ragione, la giustizia sociale costituisce la condizione di legittimità della transizione. Se l’Unione chiede a cittadini e lavoratori di adattarsi rapidamente a un nuovo paradigma energetico e tecnologico, deve garantire una base materiale che renda praticabile tale adattamento: formazione, cambiamento di occupazione, riduzione temporanea dell’orario, riqualificazione e avvio di attività autonome non possono tradursi in un rischio immediato di impoverimento. Intelligenza artificiale e rischio di polarizzazione del lavoro L’argomento si rafforza ulteriormente alla luce della velocità con cui l’intelligenza artificiale entra nei processi produttivi, amministrativi e cognitivi. In Italia il mercato dell’IA continua a crescere rapidamente, con una quota rilevante di applicazioni legate all’IA generativa o a progetti ibridi. Studi della Banca d’Italia mostrano che l’esposizione del mercato del lavoro italiano all’IA è significativa e che l’uso di strumenti generativi si accompagna a diffuse aspettative di trasformazione delle mansioni e dell’occupazione. L’effetto dell’IA non va interpretato come semplice scomparsa lineare del lavoro, bensì come possibile accelerazione della polarizzazione occupazionale. Alcune professionalità ad alta qualificazione possono vedere crescere la propria produttività e il proprio valore di mercato, mentre molte attività intermedie, ripetitive, procedurali, amministrative o standardizzabili risultano comprimibili o sostituibili. Questa dinamica rischia di approfondire diseguaglianze preesistenti, accrescendo la distanza tra chi controlla tecnologie, capitale e dati e chi dispone soltanto della propria forza lavoro in mercati sempre più frammentati. In tale contesto, la questione redistributiva diventa centrale. Una società che automatizza più rapidamente deve anche garantire un dividendo sociale dell’automazione: se i guadagni di produttività restano concentrati, mentre i costi di adattamento ricadono sui lavoratori, la transizione tecnologica perde legittimità economica e democratica. Il reddito di base europeo può allora essere concepito come uno degli strumenti attraverso cui redistribuire una parte dei benefici dell’automazione, riducendo la dipendenza dei cittadini da mercati del lavoro sempre più discontinui e asimmetrici. Questa impostazione trova eco anche in prese di posizione provenienti dal settore tecnologico. Negli anni recenti Elon Musk, per citarne una, ha più volte sostenuto che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’automazione potrebbe rendere necessario un reddito universale, nella misura in cui una parte crescente del lavoro umano divenga economicamente non necessaria. Tuttavia, in un’argomentazione tecnico-giuridica, tale richiamo ha valore soprattutto sintomatico: segnala che il tema è ormai entrato nel dibattito strategico sull’innovazione, ma non può sostituire la necessità di fondare la proposta su basi istituzionali, redistributive e democratiche adeguatamente motivate.  Perché un reddito di base europeo A questo punto la questione non è più se esistano buone ragioni etico-politiche per sostenere un reddito di base, ma se l’Unione possa permettersi di non costruire una forma comune di sicurezza economica. Le crisi recenti hanno mostrato che gli Stati membri dispongono di capacità fiscali molto differenti e che risposte affidate esclusivamente ai bilanci nazionali tendono ad ampliare le divergenze sociali e territoriali all’interno dell’Europa. Un dispositivo europeo di reddito di base, o almeno un istituto che ne incorpori le funzioni essenziali, offrirebbe diversi vantaggi sistemici: rafforzerebbe la coesione dell’Unione, agirebbe come stabilizzatore macroeconomico automatico nelle fasi di crisi e ridurrebbe il ricatto della precarietà in contesti di salari stagnanti e crescente vulnerabilità lavorativa. Il suo significato politico, pertanto, eccede la mera redistribuzione monetaria. Esso consiste nel riconoscere che il mercato del lavoro non può più rappresentare l’unico canale di accesso alla sicurezza materiale in società segnate da crisi sistemiche e da innovazioni che riducono il fabbisogno di lavoro umano in una pluralità di segmenti produttivi, amministrativi e cognitivi.  Euro digitale, infrastruttura pubblica dei trasferimenti e realismo istituzionale Il tema del finanziamento e delle modalità di erogazione resta naturalmente decisivo. Nella fase pandemica, il dibattito sul reddito di base dalla BCE aveva il merito di mettere in discussione i limiti dell’ortodossia monetaria e fiscale europea. Oggi, tuttavia, una formulazione aggiornata della proposta deve essere più rigorosa sul piano istituzionale: la BCE continua a svolgere un ruolo centrale nel quadro macroeconomico dell’Unione, ma l’adozione di uno strumento europeo di reddito di base appare più plausibilmente affidata a una combinazione di decisione legislativa, bilancio comune, capacità fiscale europea, eventuale debito comune e coordinamento con i sistemi nazionali di protezione sociale. In questo quadro, il possibile collegamento con l’euro digitale rafforza la plausibilità tecnico-operativa della misura, a condizione di distinguere nettamente il titolo della prestazione dal suo mezzo di distribuzione. Il reddito di base dovrebbe derivare da una base normativa di diritto pubblico, europea o integrata a livello nazionale, in grado di definirne presupposti, finanziamento, importo, platea e rapporto con le prestazioni esistenti; l’euro digitale, invece, potrebbe fungere da infrastruttura pubblica di pagamento idonea a rendere più uniforme, accessibile e tempestiva l’erogazione dei trasferimenti monetari. La proposta della Commissione del 28 giugno 2023 configura infatti l’euro digitale come forma digitale della moneta unica; la BCE lo descrive come mezzo di pagamento pubblico per cittadini e imprese dell’area euro, utilizzabile nei negozi, online, tra privati e anche offline. Le caratteristiche di accesso universale, gratuità dei servizi di base e inclusione finanziaria lo rendono, almeno in linea teorica, un veicolo adatto alla distribuzione di trasferimenti pubblici a carattere universale o quasi universale. Un sistema di questo tipo potrebbe ridurre i costi amministrativi, aumentare la tempestività dei pagamenti, semplificare l’accredito periodico delle somme e contribuire all’effettività del diritto sociale, soprattutto nei confronti di soggetti oggi meno integrati nei circuiti bancari tradizionali. Un recente studio pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale esplora come le valute digitali delle banche centrali (CBDC) al dettaglio potrebbero migliorare l’erogazione delle reti di sicurezza sociale (SSN), evidenziando la necessità di collaborazione tra gli sviluppatori di CBDC e gli amministratori delle SSN per garantire che le valute digitali supportino efficacemente un’erogazione inclusiva ed efficiente delle prestazioni. Il possibile collegamento con l’euro digitale assume oggi una rilevanza ancora maggiore alla luce dell’avanzamento del procedimento legislativo europeo. Dopo la proposta della Commissione, il Parlamento europeo ha approvato nel 2026 la propria relazione sulla proposta di regolamento relativa all’istituzione dell’euro digitale e ha conferito il mandato all’avvio dei negoziati interistituzionali con il Consiglio, segnando un passaggio decisivo verso la definizione del quadro normativo finale. Resta un limite essenziale, che è anche garanzia di legittimità democratica. La BCE afferma espressamente che l’euro digitale non diventerebbe una moneta programmabile, cioè vincolata a uno scopo specifico o a una durata limitata, come un buono, e che non sarebbero introdotte restrizioni spaziali o temporali all’uso della moneta.  Ne consegue che un eventuale reddito di base erogato tramite euro digitale dovrebbe rispettare la natura generale del mezzo di pagamento, evitando meccanismi eccessivamente prescrittivi o paternalistici, e dovrebbe essere accompagnato da robuste garanzie in materia di libertà d’uso, protezione dei dati personali, non discriminazione e accessibilità universale. Sotto questo profilo, l’euro digitale non sostituisce la scelta politica sul reddito di base, ma può fornire un’infrastruttura capace di renderla più credibile, efficiente e inclusiva. Questa distinzione consente di evitare sia la confusione tra politica monetaria e politica sociale, sia l’errore opposto di trascurare un canale tecnico che potrebbe rafforzare concretamente l’effettività di una prestazione europea di sicurezza economica. Dalla protezione del reddito alla democrazia economica europea La posta in gioco è, in definitiva, più ampia del pur essenziale contrasto alla povertà. Ciò che viene in discussione è il modo in cui l’Europa intende governare la distribuzione dei rischi e dei benefici in una fase storica segnata da guerra, instabilità energetica, transizione ecologica, digitalizzazione accelerata e automazione intelligente. Se i costi dell’aggiustamento continuano a essere scaricati sui lavoratori, sui giovani, sui precari e sui territori più fragili, mentre i vantaggi della produttività si concentrano in poche imprese e in pochi gruppi sociali, la promessa europea di prosperità condivisa perde credibilità. Per questa ragione, il reddito di base europeo deve essere ripensato come istituzione di democrazia economica. Non come misura residuale, né come mero ammortizzatore sociale, ma come riconoscimento del fatto che la ricchezza contemporanea è sempre più il prodotto di infrastrutture collettive, innovazione sostenuta anche pubblicamente, cooperazione sociale diffusa e accumulazione tecnologica che eccede il contributo misurabile del singolo rapporto di lavoro. In un’Europa che automatizza, decarbonizza e si riorganizza per affrontare un ambiente geopolitico più ostile, la questione decisiva diventa allora questa: chi ha diritto ai benefici della trasformazione? Se la risposta resta affidata soltanto al mercato, le diseguaglianze cresceranno e la coesione democratica si indebolirà. Se invece una parte di quei benefici viene restituita socialmente, attraverso un reddito di base o strumenti equivalenti di sicurezza economica universale, la transizione può diventare non solo efficiente, ma anche giusta e politicamente sostenibile. L’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato, su base individuale, non è più differibile. Andrebbe inserita con chiarezza nella proposta politica delle forze progressiste in vista delle elezioni italiane del 2027. Non è il momento di abbassare le pretese: al contrario, in un contesto generale regressivo occorre cambiare passo e compiere un salto di qualità con una proposta dirompente, capace di misurarsi con la profondità delle trasformazioni in atto. Anzi, è plausibile che le prossime generazioni si chiedano come mai abbiamo atteso così a lungo prima di introdurre una misura tanto necessaria. Questa scelta non risponde soltanto a un’esigenza di giustizia sociale, ma a una necessità storica. Le crisi che attraversano oggi le società europee non sono episodiche, né limitate a un singolo fattore: si intrecciano precarietà del lavoro, stagnazione dei salari, impoverimento delle famiglie, disuguaglianze territoriali, trasformazione tecnologica, costo dell’abitare, instabilità geopolitica e fragilità dei sistemi di protezione sociale. In questo quadro, il reddito di base non è una misura accessoria, ma una condizione minima per garantire sicurezza economica, libertà sostanziale e partecipazione effettiva alla vita sociale e democratica. Per questo non basta più difendere gli strumenti esistenti o limitarne gli effetti più regressivi. Occorre avanzare una proposta nuova, capace di parlare alle condizioni materiali del presente e non soltanto di rincorrerne le emergenze. Il reddito di base universale e incondizionato deve essere pensato come un diritto individuale, non come una concessione selettiva; come una misura permanente, non come un rimedio temporaneo; come un’infrastruttura di cittadinanza, non come un sostegno residuale. Solo in questo modo potrà rispondere alla diffusione della povertà, alla frammentazione del lavoro e alla crescente insicurezza che colpisce ampie fasce della popolazione. Questo orientamento trova riscontro anche nell’ultima assemblea di Transform! Italia, dove due interventi hanno richiamato, in momenti diversi, la necessità di un reddito minimo o universale come risposta alle nuove forme di precarietà e disuguaglianza: quello di Franco Mari di Sinistra italiana, e quello del segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo, nelle sue conclusioni “E da ultimo vorrei citare un tema, perché non l’ha citato nessuno, che credo che sul livello europeo dovremmo rilanciare anche la questione del reddito, perché noi abbiamo delle economie in Europa differenti, giocando sul dumping il capitale, diciamo, lavora sulle differenze. E invece noi abbiamo bisogno anche che la cittadinanza europea corrisponda a una protezione sociale europea che vale come diritto d’esistenza per tutti i popoli d’Europa”. Il 7 luglio 2026 è stata registrata dalla Commissione Europea una nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE”, che chiede alla Commissione europea di adottare tutte le misure necessarie e tutti i provvedimenti giuridici per contribuire all’introduzione dell’RBI negli Stati membri dell’UE e di formulare una raccomandazione affinché gli Stati membri provvedano all’introduzione di tale reddito. Nell’incontro della redazione di Transform con Pasquale Tridico, capodelegazione per il Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, presidente della Sottocommissione per le questioni fiscali, relatore sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all’istituzione dell’euro digitale, dal titolo “Eurodigitale e sovranità monetaria”, è stata evidenziata la possibile funzione dell’euro digitale a supporto di una politica per un reddito di base europeo o su base nazionale. Il tema non appartiene più a una sfera di elaborazione minoritaria o utopica: è ormai parte di un confronto politico e culturale che tende a farsi sempre più concreto, perché cresce la consapevolezza che le vecchie risposte non bastano più. Se davvero si vuole costruire una proposta progressista all’altezza della fase storica, il reddito di base deve diventare uno dei suoi cardini. Non si tratta di promettere il possibile, ma di rendere possibile ciò che il presente già impone come necessario. -------------------------------------------------------------------------------- Note e riferimenti essenziali Commissione europea, Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sull’istituzione dell’euro digitale, COM(2023) 369 final: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:52023PC0369, 28 giugno 2023 Banca centrale europea, Come funzionerebbe l’euro digitale?, pagina informativa disponibile sul sito ufficiale della BCE: https://www.ecb.europa.eu/euro/digital_euro/how-it-works/html/index.it.html Banca centrale europea, The digital euro: a digital form of cash, presentazione istituzionale del 17 novembre 2023: https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2023/html/ecb.sp231117_1~cbdafd0d7c.en.pdf Banca centrale europea, L’euro digitale: rafforzare i pagamenti nell’area dell’euro, intervento del 18 febbraio 2026 https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2026/html/ecb.sp260219~e9f59ca8c0.it.html Commissione europea, registrazione della nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE” (Numero di registrazione: ECI(2026)000008), 7 luglio 2026: https://citizens-initiative.europa.eu/initiatives/details/2026/000008_it Banca d’Italia, Una valutazione dell’esposizione del mercato del lavoro italiano all’intelligenza artificiale, Questioni di economia e finanza n. 878, 2024: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0878/index.html Banca d’Italia, Uso e impatto atteso dell’IA generativa: evidenze per l’Italia, Questioni di economia e finanza n. 929, 2025 https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0929/index.html OCSE, dati e previsioni ripresi dalla stampa economica sui salari reali in Italia nel 2026-2027, 7 luglio 2026: https://www.oecd.org/it/publications/prospettive-dell-occupazione-ocse-2026_7110bbbd-it/italia_5798d4c8-it.html Ansa, notizia ripresa sulla perdita del potere d’acquisto dei salari dal 2019 certificata da Istat, maggio 2026, https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/05/21/dal-2019-i-salari-hanno-perso-l86-del-potere-dacquisto-recupero_c236d5b7-3601-4e57-92e7-a6b15a7d4b59.html# International Monetary Fund, “Can Retail Central Bank Digital Currencies Improve the Delivery of Social Safety Nets?”, 24 ottobre 2025: https://www.imf.org/en/publications/wp/issues/2025/10/24/can-central-bank-digital-currencies-improve-the-delivery-of-social-safety-nets-568447 Osservatori Digital Innovation, Intelligenza Artificiale in Italia: il mercato cresce del 50%, 27 aprile 2026: https://www.osservatori.net/comunicato/artificial-intelligence/intelligenza-artificiale-italia/ -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a transform-italia.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
Reddito incondizionato di base (RBI), parte la raccolta firme per introdurlo in UE
Il reddito di base (chiamato anche reddito di cittadinanza universale, o reddito minimo universale, o reddito di base incondizionato, o reddito incondizionato di base, o reddito universale di base, o reddito di base universale) è un’erogazione monetaria, a intervallo di tempo regolare, distribuita a tutte le persone dotate di cittadinanza e di residenza, cumulabile con altri redditi (da lavoro, da impresa, da rendita), indipendentemente dall’attività lavorativa effettuata o non effettuata (dunque viene erogata sia ai lavoratori sia ai disoccupati), dal sesso, dal credo religioso e dalla posizione sociale, ed erogato durante tutta la vita del soggetto. In altre parole, il reddito di base potrebbe essere una misura aggiuntiva, e non sostitutiva, alle forme di assistenza sociale e welfare state attualmente in vigore. La prima proposta di una politica monetaria universale e incondizionata molto simile a quella del reddito di base si trova nel libro La giustizia agraria, pubblicato nel 1795 dal filosofo illuminista britannico Thomas Paine, nel quale si proponeva di risolvere il problema della povertà dilagante in Francia con la creazione di una tassa di accesso alla proprietà fondiaria, costituendo un fondo poi equamente ripartito tra tutti i cittadini nel seguente modo (1). L’autore sostenne la causa contro l’ingiusto equilibrio tra cittadini e proprietari terrieri dell’epoca, pensando che il governo dovesse creare un reddito di base. Anche Joseph Charlier propose – partendo da posizioni del filosofo francese François Marie Charles Fourier che ispirò la fondazione della comunità socialista utopista chiamata La Reunion sorta presso l’attuale Dallas in Texas – un sistema di protezione sociale del tutto simile alla proposta contemporanea di Basic Income (2). Sicuramente tra i più importanti teorizzatori del reddito incondizionato di base vi è il filosofo belga Philippe Van Parijs il quale, durante un soggiorno di ricerca a Oxford, conobbe Gerald Cohen, fondatore del marxismo analitico, disciplina alla quale Van Parijs ha dedicato diversi anni insieme ai membri del September Group, più informalmente chiamato “No-Bullshit Marxism Group”. Le sue ricerche sull’argomento portarono a scrivere l’opera Marxism Recycled (1993) in cui prende atto di una rivoluzione nella teoria di classe, con il passaggio dall’opposizione capitalista-proletaria a un’opposizione operai-disoccupati, difendendo una transizione dal capitalismo all’ideale comunista attraverso l’istituzione di un’indennità universale pagata a ciascun individuo incondizionatamente durante tutta la sua vita. Quest’ultima idea costituirà il cuore della sua opera principale, Real Freedom for All (1995) che, sotto l’ispirazione di John Rawls e Ronald Dworkin, in particolare, fornisce un contributo originale alle teorie della giustizia. Partendo dal duplice presupposto che la libertà è un valore fondamentale e che le nostre società capitaliste sono piene di disuguaglianze ingiustificabili, egli dispiega la sua concezione di giustizia sociale: la difesa di una libertà reale e uguale per tutti attraverso l’istituzione, sulla scala politica più ampia possibile, di un reddito di base individuale e incondizionato, destinato in particolare: * 1 – liberare i disoccupati dalla trappola della povertà causata dagli attuali sistemi di compensazione per l’assenza di lavoro; * 2 – migliorare le condizioni dei lavoratori aumentando il potere contrattuale dei dipendenti nei confronti dei datori di lavoro; * 3 – incoraggiare il lavoro indipendente, l’innovazione e l’assunzione di rischi; * 4 – liberare le casalinghe dalla dipendenza finanziaria dai mariti. Nel libro Il reddito minimo universale (3) Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght, per i quali il reddito di base è: «un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri su base individuale senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite». Le diverse proposte distinguono tra un reddito versato a partire dalla maggiore età da uno a cui si è titolati dalla nascita. Le fonti distinguono il reddito di base dal reddito minimo garantito (4): tale reddito minimo verrebbe devoluto solo a chi è in età lavorativa e con un ammontare che varia in funzione dell’età stessa, con la clausola che il reddito di cui si disponga sia inferiore ad una determinata soglia ritenuta di povertà. Il reddito incondizionato di base si basa sull’assunto critico quanto scontato che ogni essere umano – tralasciando i credi personali o collettivi – non ha la colpa di nascere e, come tale, la sua esistenza non deve essere incentrata sul sopravvivere rincorrendo il tempo, ma deve essere fondata sul diritto di vivere consapevolmente il mondo. Solo per per il fatto di vivere, ogni essere umano ha diritto ad una forma di sussistenza base che lo possa salvare dalla fame con il fine di garantire una vita dignitosa: teoria esplicitata anche dal nostro Natale Salvo nel libro “La rivoluzione copernicana chiamata reddito di base. Si tratta solo di cambiare un paradigma: dal lavorare per necessità al lavorare per piacere”, edito da Multimage nel 2019, secondo cui il reddito universale di base senza condizioni sarebbe un diritto umano. Non è un caso infatti che le sue basi giuridiche si troverebbero nel Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, trattato dell’ONU del 1966 ad oggi vigente e ratificato da quasi tutti i Paesi del mondo, il quale stabilisce, nell’art. 11, il diritto alla «libertà dalla fame» e a un tenore di vita per sé e la propria famiglia «che includa una alimentazione, alloggio e vestiario adeguati». Similmente, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (diritto alla vita, alla dignità, all’integrità): Articolo 34 – Sicurezza sociale e assistenza sociale 1. L’Unione riconosce e rispetta il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali che assicurano protezione in casi quali la maternità, la malattia, gli infortuni sul lavoro, la dipendenza o la vecchiaia, oltre che in caso di perdita del posto di lavoro, secondo le modalità stabilite dal diritto comunitario e le legislazioni e prassi nazionali. 2. Ogni individuo che risieda o si sposti legalmente all’interno dell’Unione ha diritto alle prestazioni di sicurezza sociale e ai benefici sociali conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali. 3. Al fine di lottare contro l’esclusione sociale e la povertà, l’Unione riconosce e rispetta il diritto all’assistenza sociale e all’assistenza abitativa volte a garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti, secondo le modalità stabilite dal diritto comunitario e le legislazioni e prassi nazionali. Un altro tema che il reddito di base tocca è quello dei Bullshit Jobs, ovvero quei lavori privi di senso che generano alienazione, psicologicamente distruttivi e spesso associati al mantra della prestazione, della competizione e dell’etica del lavoro che collegano il lavoro stesso ad una questione futile di autostima. Nel 2013, il grandissimo ed originalissimo antropologo anarchico David Graeber pubblicò un saggio sulla rivista Strike, intitolato Sul fenomeno dei lavori inutili, in cui sosteneva l’inutilità di molti lavori moderni, soprattutto in settori come finanza, diritto, risorse umane, relazioni pubbliche e consulenza. Il saggio divenne molto popolare, raggiungendo oltre un milione di visualizzazioni e causando il blocco del sito web dell’editore, la rivista radicale Strike! Successivamente, il saggio è stato tradotto in 12 lingue. Nel libro “Bullshit Jobs”, pubblicato nel maggio 2018, Graeber raccolse centinaia di testimonianze sostenendo che oltre la metà del lavori esistenti fossero inutili, analizzandone il danno sociale. Graeber credeva che l’associazione del lavoro con la sofferenza virtuosa fosse un fatto recente nella storia umana, proponendo sindacati e reddito di base universale come una possibile soluzione. Nella società, Graeber attribuisce all’etica del lavoro puritano-capitalista il ruolo di aver trasformato il lavoro nel capitalismo in un “obbligo religioso”. Afferma che i lavoratori non hanno beneficiato degli aumenti di produttività sotto forma di una riduzione dell’orario di lavoro perché, come norma sociale, ritengono che il lavoro determini il loro valore personale, anche se lo trovano inutile. Graeber descrive questo circolo vizioso come “profonda violenza psicologica” e “una ferita nella nostra anima collettiva”. Come possibile soluzione, Graeber propone l’implementazione di un reddito di base universale, ovvero un sussidio che garantisca una vita dignitosa, erogato a tutti senza alcuna condizione, permettendo alle persone di lavorare secondo le proprie preferenze. L’autore ritiene che il modo più produttivo di lavorare segua un ciclo naturale umano di intensificazione e rallentamento, poiché agricoltori, pescatori, guerrieri e scrittori adattano la loro intensità lavorativa in base alle necessità di produttività, e non a un orario di lavoro standard, che può apparire arbitrario rispetto ai cicli di produttività. Graeber sostiene che il tempo risparmiato evitando lavori inutili potrebbe essere impiegato per dedicarsi ad attività creative, contribuendo così a un miglioramento della qualità della vita individuale e collettiva. Per quanto il reddito di base venga spesso raccontato come un’utopia, in realtà in questi ultimi vent’anni ha fatto molto discutere a livello internazionale. In Italia è stata una posizione da sempre espresse negli ambienti della sinistra antagonista, anarchica e libertaria, ma raggiunse il largo pubblico nel 2009 con le proposte dei MeetUp di Beppe Grillo e del MoVimento 5 Stelle, oltre che con l’approvazione del reddito di cittadinanza sotto il governo Conte I in vigore in Italia dal gennaio 2019 al gennaio 2024. Il 5 giugno 2016, i cittadini svizzeri si sono espressi tramite votazione referendaria popolare federale sul reddito incondizionato di base. L’iniziativa, che suggeriva un importo indicativo di 2.500 franchi al mese per ogni adulto, è stata respinta dal 77% dei votanti e da tutti i Cantoni. Negli ultimi anni sono state lanciate nuove petizioni e iniziative popolari volte a sostituire l’attuale sistema di welfare (inclusa l’assistenza sociale) con un reddito universale che garantisca un’esistenza dignitosa. La base di discussione più recente prevede un assegno di circa 2.000 franchi per gli adulti e 700 franchi per i figli, ma tali misure sono ancora in fase di dibattito accademico e politico. Il 15 maggio 2020, la Commissione Europea aveva accettato di registrare un iniziativa dei cittadini europei (ICE) a livello dell’intera unione, di un reddito di base (Unconditional Basic Income). A novembre 2020, la Commissione Europea aveva accettato l’iniziativa dal titolo “Avvio dell’introduzione di un reddito di base incondizionato in tutta l’UE”, ma purtroppo questa iniziativa non è andata a buon fine. Nel febbraio 2026 – sotto la presidenza della ecosocialista Catherine Martina Ann Connolly – l’Irlanda è diventato il primo Paese europeo a introdurre in modo permanente un reddito di base per gli artisti e per chi lavora nel settore creativo. A partire da settembre 2026, il programma Basic Income for the Arts (BIA) garantirà 325 euro a settimana a circa 2.200 persone. La misura è stata inserita nella Legge di Bilancio 2026 approvata dal governo. L’iniziativa, voluta dal ministro della Cultura Patrick O’Donovan, ha rappresentato una svolta storica per le politiche culturali europee. Per la prima volta, la stabilità economica di chi lavora nell’arte viene riconosciuta come condizione essenziale per la libertà creativa. Il reddito di base per gli artisti sarà incondizionato, tassato in base alla situazione personale e compatibile con altri strumenti di welfare. L’obiettivo è riconoscere il valore sociale ed economico del lavoro creativo, spesso caratterizzato da precarietà e discontinuità. Il nuovo reddito di base Basic Income for the Arts, lanciato dal governo di Dublino nel 2022 come esperimento sociale volto a sostenere gli artisti messi a dura prova dalla pandemia causata dal dilagare della Covid, ha assunto una valenza permanente nel tentativo di alleviare l’insicurezza finanziaria nel settore artistico-culturale, affermandosi come grande successo e diventando esempio per tutti i Paesi UE. E’ notizia recente di questi giorni che la Commissione Europea ha registrato una nuova iniziativa dei cittadina europei (5) per chiedere l’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato in tutta l’Unione. L’iniziativa si intitola Introduzione del reddito di base incondizionato (UBI) in tutta l’UE e chiede a Bruxelles di compiere i passaggi giuridici necessari per aiutare gli Stati membri ad adottare una misura stabile di reddito garantito. La registrazione, decisa il 7 luglio 2026, ha aperto la strada alla raccolta firme. Per ora la Commissione Europea ha riconosciuto l’ammissibilità giuridica dell’iniziativa, ma la valutazione sul merito arriverà solo in una fase successiva, nel caso in cui la raccolta firme raggiunga il traguardo previsto, ovvero 1 milione di firme almeno 7 paesi. E’ comunque un segnale davvero importante. Gli organizzatori dell’iniziativa ritengono che “con i rapidi sviluppi dell’intelligenza artificiale e della robotica, vi sia l’urgente necessità di dissociare i nostri mezzi di sussistenza dalla capacità di vendere la nostra forza lavoro, poiché presto avremo una situazione in cui non ci saranno abbastanza posti di lavoro per noi”. Gli organizzatori chiedono pertanto “alla Commissione europea di adottare tutte le misure necessarie e giuridiche che possano contribuire all’introduzione dell’UBI negli Stati membri dell’UE e di formulare una raccomandazione affinché gli Stati membri lavorino all’introduzione dell’UBI”. Solo allora la Commissione sarà chiamata a esaminare la proposta e a decidere se intervenire. Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica rende sempre più urgente separare la sopravvivenza delle persone dalla sola possibilità di vendere la propria forza lavoro: “Un reddito di base permetterà a ognuno di noi di condurre una vita dignitosa e contribuirà a creare una società più equa. Al giorno d’oggi ci sono più posti di lavoro non retribuiti (spesso svolti da donne) che retribuiti e nel settore della manodopera retribuita esistono numerosi impieghi inutili e privi di senso (“bullshit jobs”) che non apportano alcun beneficio alla società. Spesso questi impieghi dipendono dalla creazione di una penuria artificiale e determinano una notevole impronta ecologica. Chiediamo pertanto alla Commissione europea di adottare tutte le misure necessarie e tutti i provvedimenti giuridici per contribuire all’introduzione dell’RBI negli Stati membri dell’UE e di formulare una raccomandazione affinché gli Stati membri provvedano all’introduzione di tale reddito.” Il reddito di base universale e incondizionato torna così dentro il dibattito europeo nel momento in cui l’automazione promette più produttività, più efficienza ed inevitabilmente più profitti. A chi va tutta questa ricchezza? Solo alle piattaforme, ai grandi fondi, alle aziende tecnologiche? Oppure una parte può tornare ai cittadini, che ogni giorno producono dati, consumo, conoscenza, relazioni e valore? Secondo i promotori dell’iniziativa, il reddito di base incondizionato è definito dai seguenti quattro criteri: “Universale: l’RBI è corrisposto a tutti, perché non possono esserci due diverse discipline per coloro che vivono nello stesso luogo. È versato senza una valutazione delle risorse individuali e non è soggetto a limiti di reddito, risparmio o patrimonio. Ogni persona, indipendentemente dall’età, dal ceto, dalla cittadinanza, dal luogo di residenza, dalla professione, ecc., ha il diritto di ricevere tale prestazione. Rivendichiamo pertanto un reddito di base incondizionato e garantito in tutta l’UE. Individuale: chiunque ha diritto all’RBI su base individuale, poiché si tratta dell’unico modo per garantire la privacy e impedire il controllo sulle persone. L’RBI deve essere indipendente dallo stato civile, dalle forme di convivenza o dalla configurazione familiare, oppure dal reddito o patrimonio di altri conviventi o familiari. Ciò consente ai singoli di decidere in autonomia. Incondizionato: in quanto diritto umano e giuridico, il reddito di base incondizionato non è soggetto a nessuna condizione preliminare, che sia l’obbligo di svolgere un’attività lavorativa retribuita, di dimostrare la volontà di lavorare, di svolgere un lavoro socialmente utile o di comportarsi secondo ruoli di genere predefiniti. Sufficiente: l’importo dovrebbe consentire un tenore di vita dignitoso, corrispondente alle norme sociali e culturali del paese interessato. Dovrebbe prevenire la povertà materiale e offrire l’opportunità di partecipare alla vita sociale. Ciò significa che l’importo netto del reddito di base incondizionato dovrebbe essere almeno superiore alla soglia di povertà secondo le norme dell’UE, vale a dire corrispondere al 60% del cosiddetto reddito medio netto equivalente nazionale. Nei paesi in cui i redditi sono per lo più bassi e, di conseguenza, anche il reddito medio non è alto, per determinare l’importo del reddito di base si dovrebbe utilizzare un valore di riferimento alternativo (ad esempio un paniere di beni e servizi), al fine di garantire una vita dignitosa, la sicurezza materiale e la piena partecipazione alla vita sociale.” Il reddito di base viene spesso raccontato come un’utopia, ma forse l’utopia è continuare a pensare che il lavoro salariato possa reggere da solo una società in cui le macchine imparano, producono e spazzano via milioni di lavori. Se il lavoro cambia, deve cambiare anche il modo in cui distribuiamo sicurezza, spendiamo il nostro tempo e garantiamo la nostra dignità.   (1) T. Paine, «La giustizia agraria» (1795), in Idem, I diritto dell’uomo e altri scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1978, pag. 341-361 (2) J. Cunliffe, G. Erreygers, «The Enigmatic Legacy of Charles Fourier: Joseph Charlier and Basic Income», History of Political Economy 2001, 33 (3), pag. 459–484 (3) P. Van Parijs, Y. Vanderborght, Il reddito minimo universale, Egea, Milano 2006, 5; C. Del Bò Un reddito per tutti. Un’introduzione al basic income, Ibis, Como-Pavia 2004, 13-18 (4) La differenza quindi tra reddito minimo garantito e il reddito di base è data dal fatto che quest’ultimo s’intende come universale e illimitato nel tempo. Inoltre il reddito minimo garantito non è necessariamente offerto su base individuale, ma spesso nell’individuazione dei beneficiari tiene conto dei redditi dell’intero nucleo familiare. Inoltre, gli schemi di reddito minimo garantito diffusi attualmente in Europa richiedono l’accertamento della situazione economica e l’attiva ricerca di un lavoro da parte del beneficiario. Al contrario, è parte della definizione di reddito di base sia la mancanza di controllo delle risorse che di una qualunque richiesta di contropartita (è quindi escluso ad esempio l’obbligo di vagliare proposte di lavoro fornite da enti preposti, quanto ovviamente il doverle eventualmente accettare). (Aa.Vv., Reddito minimo garantito. Un progetto necessario e possibile, EGA – Edizioni Gruppo Abele, Torino 2012) (5) Lo strumento dell’Iniziativa dei cittadini europei nasce dal Trattato di Lisbona ed è operativo dal 2012; da allora la Commissione ha registrato 132 iniziative.   Fonti: https://www.bin-italia.org/ > Video: breve storia del reddito di base incondizionato ed universale > Reddito di base incondizionato: utopia o rivoluzione? Intervista con Michele > Gianella > Reddito di base universale: via libera alla raccolta firme per chiederlo > all’Europa   Articoli di Pressenza Italia su RBI   Fonti per riflessione su RBI: > Una giornata di studio sul reddito di base universale e incondizionato > Reddito di base: un diritto per ogni essere umano > Isole Marshall: Reddito di Base Universale su scala nazionale > Reddito universale e liberazione del/dal lavoro > Universalità del Reddito di Base, solidarietà economica e cambiamento > culturale > Reddito di base in Italia: una misura oramai inevitabile? > Reddito universale di base: lasciate lavorare i robot > Il Reddito Universale Incondizionato per spezzare la schiavitù del lavoro > Il Reddito di Base non è un punto di arrivo, ma un punto da cui ripartire > Diritto al reddito universale: I fattori culturali che ne ‘impediscono’ la > codifica > Reclaiming the Future. Congresso mondiale BIEN per il reddito di base    Per informazioni sull’iniziativa dei cittadini su RBI: * Michele GIANELLA – gianella.michele@gmail.com Lorenzo Poli
July 14, 2026
Pressenza
Il Reddito Scolastico Comunale. Manifesto programmatico. Progetto pilota per il Comune di Como – di Luca Michelini
1. Una nuova Europa Gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati dal progressivo diffondersi dell’ideologia e della politica economica neoliberista, che mirano a destrutturare l’offerta di servizi pubblici, nell’utopia, priva di fondamenti scientifici e storici, che alcuni bisogni individuali e collettivi possano essere soddisfatti altrettanto bene, se non meglio, attraverso il ricorso ad aziende private [...]
June 26, 2026
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