Il caldo non è democratico: le città dove la crisi climatica colpisce i più vulnerabiliIl nuovo rapporto di Greenpeace Italia mostra come il caldo estremo colpisca
soprattutto anziani, bambini, persone senza dimora e famiglie vulnerabili.
Napoli è uno dei simboli di una crisi che riguarda ormai tutto il Paese.
Napoli brucia. Lo fa da anni, ma adesso i numeri lo dicono con una precisione
che non lascia margini all’interpretazione. Il 96% dei residenti vive in
quartieri dove la temperatura superficiale media supera i 40 gradi. L’isola di
calore urbana supera gli 11 gradi di differenza rispetto alle campagne
circostanti. Quasi 5 mila persone senza dimora dormono in strada. Sono dati del
nuovo report di Greenpeace Italia, L’estate che scotta, pubblicato a giugno 2026
con il contributo dei ricercatori ISTAT Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli.
Napoli non è un caso isolato. È, semmai, il riassunto più visibile di una
condizione strutturale che riguarda le città italiane nella loro interezza. La
quota di giornate estive con una temperatura percepita superiore ai 32 gradi è
passata dal 39% degli anni Novanta al 62% del quinquennio 2021-2025. Non è
un’eccezione climatica. È la norma nuova. È ciò che chiamiamo estate. Nel 2025,
le regioni con più giornate oltre quella soglia sono state la Puglia, con il 79%
delle giornate estive, seguita da Sicilia e Basilicata al 68%, Emilia-Romagna al
67% e Lombardia al 65%. Non è più una questione meridionale: è una questione
italiana.
L’indicatore utilizzato dal report per misurare lo stress termico percepito è
l’UTCI, Universal Thermal Climate Index, un indice biometeorologico che non
considera solo la temperatura dell’aria ma combina umidità, vento e radiazione
solare. Oltre i 32 gradi di UTCI il corpo fatica a disperdere il calore
accumulato, attiva meccanismi di difesa come la sudorazione eccessiva e
l’aumento della circolazione sanguigna verso la pelle, con conseguente
disidratazione, perdita di sali minerali e aumento della frequenza cardiaca. Se
l’esposizione è prolungata o associata ad alta umidità e scarsa ventilazione,
compaiono stanchezza, crampi, vertigini, difficoltà di concentrazione. Nei casi
più gravi, il colpo di calore.
Nelle città questo processo è amplificato da un fenomeno specifico che il report
misura con precisione: le isole di calore urbane. La differenza di temperatura
superficiale tra il tessuto urbano e le aree rurali circostanti può superare
abbondantemente i 6 gradi considerati già critici dalla NASA. In Italia,
nell’estate 2025, la stragrande maggioranza dei capoluoghi di regione ha
registrato isole di calore ben più intense. Il caso più paradossale è quello di
Torino: seconda in classifica per temperatura superficiale assoluta con 44,2
gradi di media massima estiva, è però prima per intensità dell’isola di calore,
con oltre 15 gradi di differenza rispetto alle aree collinari e boschive che la
circondano. Significa che una città già calda in termini assoluti accumula un
surplus termico ulteriore prodotto dalla propria struttura urbana, dagli
edifici, dall’asfalto, dai motori dei condizionatori sempre in funzione, dalla
scarsità di verde. L’unica eccezione positiva è Bari, dove l’isola di calore è
addirittura negativa: la città registra temperature leggermente inferiori
rispetto alle campagne circostanti, per effetto della brezza marina e della
morfologia del territorio. Non a caso è considerata la città con il miglior
clima d’Italia secondo l’indice del Sole 24 Ore.
C’è poi il problema delle notti. Nelle zone cementificate il caldo non si
esaurisce al tramonto. Si parla sempre più spesso di notti tropicali, definite
come le notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi.
L’assenza di un’escursione termica significativa disturba il sonno, debilita il
fisico e aumenta i rischi cardiovascolari. A Milano, secondo i dati di ARPA
Lombardia, dal 2014 al 2021 la soglia di 60 notti tropicali all’anno — che era
la media storica del trentennio 1981-2010 — è stata superata ogni anno, con
picchi oltre le 80 notti. Il caldo, in queste condizioni, non è più una
variabile stagionale ma una pressione continua sull’organismo, senza pause
notturne di recupero.
L’87% degli abitanti dei capoluoghi di regione — 8,2 milioni di persone — vive
in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime supera i 40
gradi. Tra loro ci sono 283 mila bambini sotto i cinque anni e 1,1 milioni di
anziani sopra i 74. Torino ha il 98% della popolazione residente in aree con
isole di calore intense o molto intense. Roma supera i 44 gradi di temperatura
superficiale assoluta. I numeri non descrivono un’emergenza futura: descrivono
la realtà urbana attuale.
Il caldo, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può permettersi un
condizionatore, un appartamento ben isolato, un quartiere con alberi, un lavoro
al chiuso, attraversa l’estate con disagio ma senza rischi immediati. Chi non
può, subisce conseguenze che vanno dalla perdita del sonno al colpo di calore,
dall’aggravamento delle patologie croniche al rischio cardiovascolare acuto. Il
report introduce il concetto di cooling poverty, elaborato dal Centro
Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: le famiglie più povere spendono
fino all’8% del proprio budget in elettricità per il raffrescamento, contro lo
0,2-2,5% delle famiglie ad alto reddito. Il caldo impoverisce ulteriormente chi
è già in difficoltà, rendendo il raffrescamento una spesa necessaria e
insostenibile nello stesso tempo. La cooling poverty non è solo l’impossibilità
di acquistare un condizionatore: riguarda chi vive in case non isolate, in
quartieri senza verde, in edifici con reti elettriche inefficienti, in contesti
dove anche la soluzione tecnica più semplice è inaccessibile per ragioni
economiche o strutturali.
Le città italiane non si stanno surriscaldando per caso. L’asfalto, il cemento,
la mancanza di verde, la scarsa ventilazione di quartieri costruiti senza alcuna
previsione climatica sono il risultato di scelte urbanistiche decennali. Le
stesse logiche che hanno espulso i più poveri verso le periferie cementificate,
lontano dal mare o dai parchi, hanno costruito le condizioni dell’emergenza
termica che oggi si misura quartiere per quartiere. Il report di Greenpeace
permette proprio questo: incrociare i dati termici satellitari con il censimento
ISTAT per sezione di censimento, individuando chi vive dove il calore è più
intenso e chi sono le persone più vulnerabili in quelle zone.
Il dottor Carlo Modonesi, del Comitato Scientifico di ISDE Italia, ricorda nel
report che i rischi sanitari legati alle ondate di calore non sono semplici
meccanismi di azione-reazione. Coinvolgono una cascata di eventi
fisiopatologici: eventi cardiovascolari, insufficienza renale, colpi di calore,
aggravamento di patologie croniche. Il carico termico netto che grava su chi è
esposto dipende non solo dalla temperatura dell’aria ma dalla temperatura
radiante media, dalla velocità del vento, dall’umidità assoluta, dal metabolismo
individuale. Gli anziani sudano meno per effetto del normale invecchiamento
fisiologico e sperimentano quindi una maggiore ipertermia a parità di stress
termico. I bambini faticano a disperdere il calore. I senza dimora non hanno un
luogo dove rifugiarsi. Nelle città europee la mortalità associata al calore è
aumentata di 52 decessi per milione nell’arco di pochi decenni, e le allerte per
caldo estremo nel periodo 2015-2024 sono aumentate del 316% in Europa
meridionale rispetto al decennio 1991-2000.
La dimensione globale del fenomeno è altrettanto allarmante. Uno studio
pubblicato nel 2025 su Scientific Reports ha calcolato che nello scenario
emissivo peggiore, entro fine secolo 217 delle 1.563 grandi città analizzate
potrebbero superare una temperatura media annuale di 29 gradi, considerata oltre
la soglia della nicchia climatica ideale per gli esseri umani. Sarebbero a
rischio oltre 320 milioni di persone. I centri più esposti si trovano in Asia e
Africa, dove le città partono già da temperature elevate e dispongono di risorse
limitate per l’adattamento. Ma lo stesso studio segnala che in Europa le
temperature cresceranno più rapidamente che nel resto del mondo, in tutti gli
scenari emissivi: nello scenario peggiore si parla di una media di +4 gradi per
le città europee entro il 2100.
Napoli incorpora tutto questo con una coerenza brutale. Una città dove il 92%
della popolazione è esposto a isole di calore intense, dove quasi 5 mila persone
senza dimora abitano le strade più calde d’Italia, dove il patrimonio edilizio
pubblico è spesso il meno isolato termicamente, il più vulnerabile, il più
abbandonato dalla manutenzione ordinaria. Chi vive in un alloggio di edilizia
residenziale pubblica senza impianto di climatizzazione, in un quartiere privo
di alberature, non ha alternative praticabili. L’emergenza termica non è per
queste persone un fastidio stagionale da gestire con qualche accorgimento: è una
condizione strutturale che si aggrava ogni anno.
Il Mediterraneo si sta scaldando più rapidamente della media globale. Davide
Faranda, direttore di ricerca al CNRS di Parigi e autore IPCC citato nel report,
è esplicito: le ondate di calore non sono più eventi eccezionali, sono la
conseguenza diretta del riscaldamento causato dai combustibili fossili, rese più
probabili e intense dal cambiamento climatico antropogenico. Greenpeace chiede
al governo italiano una tassazione dei profitti delle aziende fossili e un piano
per il phase-out del gas entro il 2035. Sono richieste necessarie. Ma accanto
alla transizione energetica occorre affrontare anche ciò che la transizione da
sola non risolve: la qualità del patrimonio abitativo pubblico, la rigenerazione
urbana nei quartieri più cementificati, il diritto al raffrescamento come
dimensione concreta del diritto all’abitare.
Fonti
* https://www.greenpeace.org/italy/
* https://www.istat.it/
* https://www.isde.it/
* https://www.cmcc.it/
* https://www.nasa.gov/
* https://www.scientificreports.com/
* https://www.ipcc.ch/
* https://www.arpa.lombardia.it/
Francesco Russo