Formazione Scuola-Lavoro e militarizzazione a Cremona: un’analisi criticaNel sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università abbiamo già commentato l’attuale politica culturale della Rai Tv e
radio, a proposito di Rai kids (i programmi per bambini e le bambine) e la festa
aziendale con la presenza – come ospite d’onore – delle forze armate. La
televisione pubblica non è più nemmeno generalista (un po’ di tutto per tutti),
non è più quella creata da Silvio Berlusconi con l’affiancamento delle emittenti
private. Per ravvisarne la deriva come megafono delle veline governative, o
delle informazioni sulle iniziative convergenti con l’agenda dei ministeri,
dobbiamo risalire all’Era Covid, quando siamo stati bombardati 24 ore su 24 con
i dati dei morti, gli ingressi nei reparti ospedalieri scoppiati, i frettolosi
funerali, il commento sui decreti.
Arrivo all’oggi. Il 30 maggio scorso il TGRai-Lombardia lanciava un breve
servizio sulla formazione al lavoro (Formazione Scuola-Lavoro, ex PCTO, ex ASL),
riferendo dell’attività messa in campo dall’’Istituto professionale IAL di
Cremona, con la visita alla locale Questura (clicca qui). Presenti, non solo il
tutor in divisa, ma gli entusiasti Questore, Prefetto, Direttore dell’Ufficio
Scolastico Regionale.
Questa scuola, ovviamente vocata ai percorsi lavorativi per tipologia di
indirizzo, accreditata dalla Regione Lombardia, esiste dal 1955, e oggi si
presenta all’insegna della triade “innovazione- apprendimento-lavoro” (clicca
qui). Nello specifico, questa iniziativa dovrebbe essere orientare gli alunni
verso la carriera nella polizia. Alcune ragazze intervistate mostrano curiosità,
interesse verso il lavoro in questura «Fin da bambina ero interessata a capire
cosa fa un poliziotto e ora lo vedo da dentro…i giovani vedono la polizia
dall’esterno».
La visita prevedeva il dettaglio del funzionamento degli uffici, a esempio
quella immigrazione. Chissà se qualche docente avrà commentato in classe, magari
dopo la gita d’istruzione, anche l’attuale stretta sui migranti, l’infame
decreto sulla re-immigrazione volontaria e coatta che darà – presumo – nuovi
compiti amministrativi e di ordine pubblico ai poliziotti. Faccio un inciso.
L’obbligo scolastico in Italia dura dal sesto al sedicesimo anno di età, in ogni
caso con la frequenza di almeno 10 anni e permanenza nel sistema di istruzione
fino al diciottesimo anno. La legge 159 del 2023 – decreto Caivano, frutto
repressivo di una triste vicenda locale, prevede per gli adulti, che esercitano
il podestà genitoriale e non assolvono all’obbligo, severe sanzioni. Ma ci sono
deroghe: si può assolvere al dovere lasciando la normale frequenza delle lezioni
a 15 anni, compiuti i quali si accede alle forme dell’apprendistato aziendale
e/o alla formazione regionale che dà accesso alle qualifiche professionali.
Questi percorsi alternativi alla scuola superiore di II° grado, sono di
responsabilità delle regioni, il riferimento è il Quadro Europeo delle
Qualifiche tradotto, di concerto da Ministero del Lavoro e da quello
dell’Istruzione con apposito decreto dell’8 gennaio 2018: l’allegato dettaglia
le otto competenze di esito, dalla manovalanza alla vetta manageriale; a titolo
conseguito il percorso può continuare nelle Academy, gli istituti tecnici
superiori (clicca qui).
Oggi, Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte, rivendicano il controllo esclusivo
dell’intera filiera sulla base delle esigenze del mercato locale e, perché no,
anche il controllo su tutta la scuola pubblica (il rimando è al testo delle
preintese Stato-Regioni). Torno al telegiornale. I notiziari locali funzionano
come i siti e le pagine di news diffuse sui territori. Le informazioni,
soprattutto quelle convergenti con l’attuale impostazione della sicurezza come
repressione del dissenso, della difesa totale della Patria come obbligo morale,
funzionano da motore del consenso.
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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