Tag - khandwalarm

Quante Khandwala?
DAL SILOS A PORTO VECCHIO: LA CONTINUITÀ DEGLI SGOMBERI, OPERAZIONI VUOTE Vignetta grafica realizzata a mano da un* attivist* del collettivo KhandwAlarm. L’illustrazione racconta il susseguirsi degli sgomberi a Trieste dal 2024 a oggi, denunciandoli come operazioni di polizia prive di un’effettiva soluzione in grado di prendere in carico le persone nel rispetto dei loro diritti. Il disagio viene semplicemente spostato e riprodotto altrove: gli spazi vengono progressivamente svuotati, ma le persone non possono essere rimosse e la conseguenza resta l’abbandono e la strada Due anni fa, il 21 giugno del 2024 è stato sgomberato il Silos, la warehouse adiacente alla stazione centrale di Trieste che negli anni precedenti aveva fornito riparo a chi, una volta entrato in città, si trovava abbandonato senza alcuna possibilità di accoglienza. Dopo l’operazione di evacuazione, le persone che vivevano al Silos e che non sono rientrate nell’insufficiente organizzazione della presa in carico, si sono ritrovate costrette – insieme alle nuove persone che continuavano ad arrivare in città – a cercare un nuovo riparo, spostandosi nei vicini magazzini di Porto Vecchio. I trasferimenti forzati e gli sgomberi diventano, da quel giorno, un tratto sempre più distintivo della città. Negli ultimi due anni, con la giustificazione del “piano di riqualificazione urbana dell’area”, i magazzini di Porto Vecchio sono stati interessati da operazioni violente, condotte a intervalli sempre più ravvicinati, volte a sottrarre progressivamente gli spazi urbani alle persone che ci abitavano e che vengono, di fatto, considerate “da eliminare”. Una pratica che, nel tempo, è arrivata a essere quasi normalizzata nel contesto cittadino. Le organizzazioni solidali cittadine hanno denunciato, a ogni sgombero, la disumanizzazione di una “gestione del problema” che si limita a rimuovere le persone dalla strada, negando loro uno spazio dopo l’altro, senza mai affrontare realmente la questione dell’abbandono e il mancato rispetto dei diritti più basilari, non solo dei richiedenti asilo, ma di ogni essere umano. Il 3 dicembre del 2025, sono stati sgomberati i magazzini 2 e 2A di Porto vecchio, dove vivevano circa 150 persone. Quel giorno – nel magazzino n.116, anch’esso interessato dallo sgombero – è stato ritrovato il corpo di Magoura Hichem Billal, 32enne algerino morto per il freddo che, in inverno a Trieste, mette a rischio la vita delle persone costrette a trovare ripari di fortuna. Il 22 gennaio 2026 è stata la volta degli edifici numero 4 e 6. Sei giorni dopo, il 28 gennaio 2026 l’operazione di sgombero ha interessato i magazzini 7 e 10 coinvolgendo tra le 180 e le 200 persone.  Lo sgombero del 5 febbraio 2026 ha interessato il magazzino numero 118, abitato anche da persone regolari ma senza fissa dimora. Sono seguiti gli sgomberi dei magazzini 119 e 120 e, infine, del magazzino numero 19, abitato da circa 70 persone e sgomberato il 21 maggio 2026. Per lo più, questi sgomberi sono avvenuti nelle prime ore del mattino, con un notevole dispiegamento di forze di polizia o militari e spesso senza alcun coinvolgimento delle organizzazioni che in città si occupano quotidianamente di accoglienza e supporto. Laddove sono stati predisposti trasferimenti, questi hanno riguardato un numero limitato di persone, mentre altre sono state nuovamente abbandonate in strada. Altri interventi sono invece avvenuti totalmente nell’ombra, senza comunicazioni ufficiali e senza che ne sia seguita alcuna denuncia. È il caso, ad esempio, dell’11 settembre 2026, quando i ragazzi che abitano quegli spazi ci hanno raccontato informalmente che, dalla mattina alla sera, i militari hanno evacuato e poi presidiato il magazzino in cui dormivano. Circa la metà dei magazzini di Porto Vecchio è oggi sigillata dopo gli sgomberi. Le persone che li abitavano si sono spostate nei pochi spazi ancora aperti, ma presumibilmente destinati a essere a loro volta obiettivo delle stesse operazioni. E poi? Quando non resterà più nessun magazzino in cui ripararsi e l’accoglienza continuerà a essere negata, cosa pensano di fare le istituzioni? Continuare a spendere risorse in operazioni che non risolvono nulla, ma che aggravano ulteriormente le già precarie condizioni di vita delle persone che, comunque, continueranno a essere presenti? ANCORA UNA VOLTA: LARGO SANTOS, UN ALTRO SPAZIO NEGATO L’ultimo sgombero, il 17 settembre 2026, ha interessato la tettoia di Largo Santos, un androne accanto all’ingresso del Porto Vecchio, altro riparo informale dove le persone si sono ritrovate a trascorrere le roventi notti estive. Anche questo spazio era già stato interessato da operazioni di sgombero cicliche. Nell’agosto del 2025 erano iniziati, e proseguiti per tutto il mese, allontanamenti forzati affidati alla ditta Italspurghi, che avevano incluso il sequestro di beni essenziali come coperte, sacchi a pelo e persino scarpe. In quell’occasione, 113 persone erano state abbandonate in strada. Poi ancora il 1° ottobre, all’alba, la Prefettura di Trieste aveva disposto il trasferimento delle 157 persone accampate sotto la tettoia. E di nuovo, l’ultimo sgombero ha interessato circa cento persone che dormivano nell’androne, già in condizioni precarie dopo la notte di pioggia del giorno precedente. Il 10 settembre, infatti, l’ondata di maltempo aveva colpito gli accampamenti e, durante la giornata, le persone avevano tentato di ricostruire i ripari in vista della notte. Un tentativo reso inutile dall’intervento delle istituzioni che, invece di fornire supporto, hanno finito di distruggere i ripari e predisposto, alle prime ore del mattino, l’ennesimo sgombero, con un’operazione coordinata, sotto il profilo tecnico-operativo, dalla Questura e con la presenza di Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri ed Esercito. L’evacuazione si è conclusa in tre ore. Alcune persone sono state accompagnate in via del Teatro Romano per la verifica delle rispettive posizioni amministrative e l’eventuale inserimento nel sistema di accoglienza. Circa 20 di loro erano già in possesso di titoli di soggiorno regolari rilasciati dalla Questura di Trieste e, pertanto, avrebbero dovuto avere già accesso all’accoglienza. Altre cinquanta avevano già formalizzato la richiesta di asilo presso altre Questure, a Gorizia e Udine, risultando così impossibilitate ad accedere al sistema di accoglienza cittadino, dal momento che l’accoglienza deve essere predisposta dalla Prefettura competente territorialmente per il luogo in cui è stata presentata la domanda. Le autorità avevano dichiarato che le persone sgomberate sarebbero state prese in carico, dopo la verifica delle loro posizioni, e inserite nel sistema di accoglienza. Eppure, non è la prima volta che vengono annunciati inserimenti nell’accoglienza che poi non trovano corrispondenza nella realtà. Si è trattato quindi, ancora una volta, di uno spostamento di persone che ha finito per riportarle sulla strada. È significativo, a questo proposito, ricordare che il collocamento nelle strutture di accoglienza si è di fatto inceppato da mesi. I trasferimenti in altre province o regioni sono stati bloccati, mentre l’applicazione delle procedure di frontiera è diventata la norma. I centri di primissima accoglienza, quelli in cui i richiedenti asilo venivano ospitati nelle prime fasi, sono stati infatti “riorganizzati”: sia Casa Malala che Campo Sacro, precedentemente funzionanti come CAS, sono stati trasformati in centri dedicati alle nuove e aberranti procedure accelerate di frontiera. Questo ha prodotto un ulteriore livello di accoglienza negata e di privazione dei diritti, contribuendo all’aumento delle persone che si ritrovano all’addiaccio. E POI? LE PERSONE NON SI RIMUOVONO Di fronte a un problema ormai strutturale, determinato non da arrivi numerosi e improvvisi, ma dalle carenze nelle procedure di registrazione e presa in carico, gli sgomberi mostrano tutta la loro inutilità, rivelandosi come operazioni propagandistiche volte a “far fronte” a una situazione di abbandono organizzato che non può più essere definita emergenziale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i luoghi vengono chiusi, ma le persone non scompaiono. Vengono semplicemente spostate più in là, fino al prossimo sgombero. Nel frattempo, gli spazi di riparo diminuiscono, mentre aumentano le persone costrette a vivere senza accoglienza. Dopo il Silos, Porto Vecchio. Dopo un magazzino, quello accanto. Dopo Porto Vecchio, Largo Santos. Gli spazi occupati diventano scomodi quando si trasformano in testimonianza concreta dell’inefficienza istituzionale: quante Khandwala devono ancora esistere perché sia evidente che non è possibile risolvere l’assenza di accoglienza continuando a sgomberare i luoghi in cui questa assenza diventa visibile? Gli sgomberi possono chiudere un magazzino, una tettoia, un edificio, ma non possono rimuovere le persone, perché le persone non sono rifiuti da rimuovere. Lo abbiamo detto più volte, fanno il deserto e lo chiamano decoro, mentre quell’apparente spazio “ripulito” maschera la sporca violenza deumanizzante con cui l’operazione è stata condotta. Non sono le occupazioni a rappresentare un degrado per la città, ma le istituzioni che la governano e che scelgono di negare i diritti delle persone. Il Silos era Khandwala, i magazzini di Porto Vecchio e la tettoia di Largo Santos erano khandwala; “case rotte” in cui si era trovato un riparo quando non c’era altra soluzione. Realtà nate dal basso come forma di autotutela che sono state chiuse anche quando avevano dato vita a spazi di scambio, incontro e, in qualche modo, di gioia. Ad ogni khandwala sgomberata ne è nata un’altra; quante altre dovranno essere occupate, abitate e poi evacuate, prima che queste persone possano smettere di vivere in ripari di fortuna e vedersi finalmente riconosciuto il diritto a un’accoglienza dignitosa? E allora la domanda non dovrebbe essere quale sarà il prossimo spazio da evacuare, ma quando finirà la necessità di costruire ripari precari per sopperire a un sistema di accoglienza che continua a lasciare persone in strada.
Cinque persone morte nel fiume Kupa: il confine uccide ancora
Nel pomeriggio di venerdì 25 settembre, cinque persone sono affogate nel fiume Kupa sulla rotta balcanica, all’altezza della località croata di Severin na Kupi, mentre tentavano di raggiungere la riva slovena. La narrazione dei media, inizialmente, riportava di un intervento salvifico della polizia croata in seguito a una segnalazione di quella slovena sulla presenza di alcune persone, probabilmente migranti, nei pressi del fiume. I cinque uomini facevano parte di un gruppo più numeroso, composto da circa 20 persone, 10 delle quali sarebbero riuscite a raggiungere il territorio sloveno, dove avrebbero presentato domanda di asilo. Polizia e vigili del fuoco avrebbero inoltre tratto in salvo, secondo quanto riportato dalla stampa, altre cinque persone in difficoltà durante l’attraversamento. La domanda sorge però spontanea: perché quelle persone si sono gettate in acqua, trovandosi inevitabilmente in una situazione di pericolo? La verità è infatti radicalmente diversa da quella inizialmente narrata, ed è emersa grazie alle testimonianze di alcuni dei sopravvissuti raccolte in Piazza della Libertà a Trieste. I giovani afghani e pakistani sono stati costretti a gettarsi nel fiume mentre cercavano di sottrarsi alle pattuglie della polizia croata, che, come le altre polizie nazionali lungo la rotta, bracca le persone in movimento. Durante la traversata, iniziata improvvisamente per sfuggire alla polizia, in molti si sono trovati in estrema difficoltà e in cinque sono stati trascinati dalla corrente perdendo conseguentemente la vita. Un’altra fonte in Piazza della Libertà ha inoltre raccontato che i cinque sopravvissuti che non sono però riusciti a raggiungere il territorio sloveno sarebbero stati respinti in Bosnia ed Erzegovina nell’arco di meno di 48 ore. Questa dinamica è ben nota alle associazioni solidali che da anni operano lungo la rotta balcanica e denunciano le violazioni dei diritti umani sui confini. Gli attraversamenti delle frontiere avvengono infatti nel contesto di continui pushback illegali e di violenze perpetrate sistematicamente dalle polizie nazionali e dagli agenti di Frontex dispiegati alle frontiere europee. Avvengono nelle jungle, lungo sentieri montani, attraverso fiumi e in condizioni ambientali estreme. È il cosiddetto game, come viene chiamato dalle persone in movimento il percorso a ostacoli che uomini, donne e bambini sono costretti ad affrontare per raggiungere l’Italia o altri territori europei. Ed è proprio la militarizzazione delle frontiere a spingere le persone verso percorsi sempre più invisibili, precari e, di conseguenza, mortiferi. La verità è che le persone non guaderebbero la Kupa, la Drina o l’Evros se avessero un’alternativa. Non guaderebbero questi fiumi e non ci si getterebbero dentro se non fossero costrette a rendersi invisibili agli occhi della polizia, cercando percorsi sempre più difficili e pericolosi per sottrarsi ai controlli o, in tantissimi casi, se non fossero inseguite proprio da quella stessa polizia che poi sui giornali viene dipinta esclusivamente come l’autorità che ha impedito una tragedia più grande. Polizia che si rende protagonista di violenze, dai pestaggi al sequestro di beni personali, dai respingimenti all’abbandono, con il tacito benestare di un’Europa che si chiude sempre più in sé stessa, militarizzando le frontiere esterne ed interne e smantellando progressivamente il diritto all’asilo. “When they forced us into the river at night I thought I would die. The friend who was with me had lost his mind, he kept asking for water even though we were inside the river”. Border Violence Monitoring Network, novembre 2024, respingimento dalla Croazia alla Bosnia ed Erzegovina 1 I fiumi balcanici sono da anni teatro di tentativi di attraversamento che spesso finiscono con eventi drammatici. Anche quando le persone riescono ad accedere al territorio dello Stato successivo, confini e ostacoli si imprimono sui loro corpi che si portano poi impressi addosso le violenze di confine. Le aree di frontiera diventano così zone in cui le tutele internazionali vengono sospese, gli agenti agiscono nella totale impunità e la sopraffazione diventa l’unica legge vigente. Le violenze della polizia, Bosnia 2022 È tra l’altro di recente pubblicazione su Altraeconomia un reportage firmato da Silvia Maraone, esperta di rotta balcanica che da anni lavora in Bosnia. L’articolo, dal titolo “Il “gioco” della rotta balcanica è ancora sporco. Una cronaca dalla frontiera tra Bosnia e Croazia”, mostra come la militarizzazione dei confini non fermi i transiti, ma ne modifichi le traiettorie, rendendo alcuni percorsi sempre più pericolosi. La regione croata di Karlovac è stata una delle più mortali nei primi mesi del 2026, una zona attraversata da numerosi corsi d’acqua e limitrofa a quella in cui, venerdì, sono morte le cinque persone nel fiume Kupa. “La parte più mortale di questo bilancio si è concentrata nella regione croata di Karlovac, dove da sempre i fiumi sono trappole 2: testate locali che si occupano di cronaca come Radio Mrežnica hanno documentato il ritrovamento, in un solo giorno, di quattro corpi senza vita riaffiorati dalle acque del Mrežnica e del Kupa, corsi d’acqua che le persone in movimento si trovano costrette a tentare di guadare al buio per aggirare la polizia con i suoi droni e i pattugliamenti. Questa tragica contabilità -che si somma ai quattro corpi rinvenuti asfissiati nel rimorchio di un furgone carico di persone nella stessa zona e ai naufragi fluviali e annegamenti- non fa che dimostrare che di frontiera si muore, più che di annegamento o incidenti” 3. La ricercatrice e professoressa Cristina del Biaggio, durante le sue ricerche sulle morti e le scomparse sui confini dell’arco alpino, ha coniato il termine oplopoiesi, traduzione del più conosciuto weaponization. Il termine è formato dal greco hoplisis, arma o armamento, e poiesis, “fare, creare, trasformare” (Del Biaggio, 2020, p. 14). L’oplopoiesi non indica quindi solamente la militarizzazione dei confini, ma il processo attraverso cui gli elementi ambientali vengono utilizzati per «potenziare l’effetto barriera» (Ivi, p. 15). Montagne, mare, fiumi e deserti presenti nelle zone di confine vengono così trasformati in armi naturali, utilizzate per ostacolare i flussi migratori e bloccare le persone, esponendole a rischi sempre maggiori. Il pericolo, però, non è costituito dal contesto naturale in sé. I confini, anche quando si fondano su elementi geografici, sono costruzioni sociali e politiche e vengono tracciati in corrispondenza di barriere naturali sia per farli apparire a loro volta naturali (Khosravi, 2019, p. 20), sia per limitare ulteriormente il passaggio delle persone ritenute irregolari. Per respingerle, basta chiudere le parti maggiormente accessibili, perché a rendere complessi i passaggi in altri punti «ci pensa la geografia» (Ivi, p. 176). Questi elementi naturali diventano oltretutto un alibi per le autorità di frontiera, che operano spesso in condizioni di semi-opacità (Tazzioli, 2023, p. 65), per attribuire morti e violenze alla topografia e alla pericolosità del paesaggio, anziché alle proprie azioni o alle politiche statali. Fotografia scattata in uno squat vicino al confine tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia. PH: attivista del collettivo, Bosnia, 2022 Anche quando una morte o una violenza fisica o psicologica non viene perpetrata in maniera diretta, attraverso un inseguimento o il respingimento in un fiume, essa è comunque la conseguenza di un sistema violento che costringe le persone ad affrontare gli ambienti naturali in condizioni di elevato rischio, nel tentativo di evitare la polizia, per raggiungere il territorio successivo e per cercare di portare a termine quel game, alla fine del quale, superati tutti gli ostacoli, si spera di trovare un luogo che possa accoglierti. Le responsabilità di quanto accade sono chiare e sembra quasi che parlare di tragedia riferendosi a quanto avvenuto venerdì riconduca l’evento in un’area di tragica eccezionalità. Ma queste morti non sono eccezionali. Sono l’esito ricorrente e strutturale di un sistema di frontiere diventa sempre più chiuso, più militarizzato e controllato, che esclude violentemente chi ha il diritto di chiedere protezione internazionale. In una testimonianza raccolta a febbraio 2022 da NoNameKitchen si legge di una vicenda che sembra quella di venerdì, a dimostrazione della sistematicità di questi eventi anche negli stessi luoghi: “At around 4 pm on the February 20, the ten of them decided to enter Slovenia by passing the border river Kolpa. The current of the river was very strong so it was challenging for them to cross it. They decided that the men would cross first, so the three women were watching them crossing from the Croatian side. When the last one went in, he soon lost his fight against the river’s strong current and got carried away by the water. […] At around 4 am on February 21, they were woken up by a group of Slovenian officers. First the officers dressed in standard uniforms searched the group of six. They told the police officers what happened and the Slovenian officers called out for help. “They came and searched the river, but nobody found him.” Afterwards, the six of them were taken to a police station. […] The translator did not answer any of their questions regarding asylum. On the next morning, February 22, around 10 am, the Slovenian officers drove the six of them in a van back to the Croatian border. There, they were handed over to the Croatian authorities and had to switch into another van. In this van, there were already other people on the move, in total they were now 13 people. The van drove about one hour until they reached the Bosnian border”. Febbraio 2022, dalla slovenia alla Croazia 4 Negli anni, le rotte balcaniche si sono continuamente riorganizzate. Le persone in movimento non sono soggetti passivi di questo processo: sviluppano continuamente pratiche di riappropriazione della mobilità, reinventando le proprie possibilità di attraversamento. Spesso però queste pratiche di riappropriazione coincidono inevitabilmente con percorsi più pericolosi o viaggi molto più costosi, come si è verificato negli ultimi anni proprio sulla rotta balcanica. È deresponsabilizzante utilizzare in questi contesti il termine tragedia perché la morte di Fahad e Shaid (a cui si è riuscito a restituire dei nomi grazie al fratello di uno dei due giovani in Italia da tempo) e degli altri loro tre compagni (per i quali invece questo non è ancora stato possibile), è il risultato di un sistema di frontiere che rende queste morti tutto fuorché eccezionali… 5 La vicenda conferma ciò che attiviste, attivisti, cittadinanza solidale e associazioni cercano di denunciare e documentare da anni: le politiche migratorie dell’unione europea sono politiche che provocano la morte di migliaia di persone ogni anno, rendendo le frontiere esterne e interne della balcanica come il Mediterraneo cimiteri a cielo aperto di persone la cui morte è calcolata consapevolmente. 1. “When they forced us into the river at night I thought I would die. The friend who was with me had lost his mind, he kept asking for water even though we were inside the river”, BVMN (novembre 2024) ↩︎ 2. La tomba del fratello e i corpi dei migranti finiti nei fiumi dei Balcani, Max Hirzel (Altreconomia – settembre 2024) ↩︎ 3. Si veda: Il “gioco” della rotta balcanica è ancora sporco. Una cronaca dalla frontiera tra Bosnia e Croazia, Luca Rondi (Altreconomia, maggio 2026) ↩︎ 4. They came and searched the river, but nobody found him, BVMN (febbraio 2019) ↩︎ 5. Migranti annegati nel fiume in Croazia, il racconto di un sopravvissuto, Rai News (settembre 2026) ↩︎
Khandwala: fanno il deserto, lo chiamano decoro
A due anni dallo sgombero del Silos di Trieste, KhandwAlarm convoca una giornata pubblica di memoria e condivisione. Sabato 21 giugno, a partire dalle ore 16:00 in Piazza Libertà, si terrà l’iniziativa “Khandwala: fanno il deserto, lo chiamano decoro”, aperta a tutta la città. La logica che ha prodotto lo sgombero del Silos non si è esaurita con quell’episodio. Dal Silos ai magazzini del Porto Vecchio, dalle attese davanti alla Questura alla recinzione di Piazza Libertà, il trattamento riservato alle persone in movimento a Trieste segue una linea di continuità: renderne invisibile la presenza, trattarla come un problema di ordine pubblico e di decoro, sottraendola ai percorsi che dovrebbero invece garantire tutela e diritti. Gli sgomberi non risolvono l’abbandono. Quando una persona viene allontanata da un edificio resta comunque senza un posto sicuro, senza risposte, senza accesso effettivo alle procedure che la legge prevede. Nel 2025 gli spazi del Silos sono stati occupati dal Cirque du Soleil, nel 2026 si moltiplicano gli sgomberi dei magazzini del Porto Vecchio, ma continuano a non venir date alternative. La giornata sarà occasione per ricordare cosa è stato il Silos e cosa ha rappresentato, per nominare le responsabilità politiche e istituzionali, per condividere pratiche di lotta e ribadire con chiarezza che nessuno sgombero può essere una soluzione. Il programma del 21 giugno Ore 16:00 – Interventi di Linea d’Ombra, ICS, Fornelli Resistenti, KhandwAlarmOre 17:00 – Attività ludiche e artistiche: capoeira e danze resistentiA seguire – Musica e merenda condivisa Cos’è KhandwAlarm? KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – “casa rotta” – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatti: ig: @khandwalarm mail: silos@riseup.net Redazione Friuli Venezia Giulia
June 20, 2026
Pressenza