Tag - trappa di sordevolo

Non arrendersi
Domenica alla Trappa di Sordevolo si sono incontrate quattro testimonianze importanti, per una giornata che ci ha fatto commuovere, riflettere, condividere. Muin Masri, cantastorie palestinese accompagnato dalla chitarra di Martino Cerale, ci ha raccontato cosa significa affrontare l’odio e l’ingiustizia per liberare l’amore. Per noi non solo è un amico, ma un grande esempio di vita che nutre la nostra volontà di non arrenderci alla banalizzazione del male. QUI trovate il video. Jack di Biellesi per la Palestina libera, appena rientrato dalla Cisgiordania dove è stato volontario per ISM (International Solidarity Movement) per un mese e mezzo, ci ha raccontato la vita quotidiana dell’occupazione e l’importanza della loro presenza per proteggere i contadini e le famiglie palestinesi dalle aggressioni dei coloni. Le Donne in Cammino per la Pace hanno esposto nei terrazzamenti della Trappa gli arazzi realizzati per l’iniziativa “10, 100 1000 Piazze per la Pace”. Lo zaatar di Doha, contadina palestinese, ci ha comunicato il sapore dell’amore per la propria terra, anche quando significa rischiare la vita per coltivarla. Lo zaatar è un misto di spezie. E’ diverso da luogo a luogo, ci ha spiegato anche Muin. Quello assaporato alla Trappa di Sordevolo è quello che conosce fin da bambino. Doha infatti è di Burin, villaggio nei pressi di Nablus. Nomi che suonano lontani e che stanno scomparendo anche dalle mappe di google. E così, come in un’operazione del Grande Fratello, si vuole fare sparire, pezzo per pezzo, la Palestina dalla coscienze. E’ la sconfitta di tutti, ci ha spiegato Muin, conducendoci con le sue parole in quella terra che è diventata il simbolo delle cause perse, come le ha chiamate. “Cause perse che sono la speranza di un mondo diverso”, gli è stato risposto. Per un uomo nato a Nablus, che ha vissuto l’occupazione e l’apartheid, lo sterminio quotidiano di bambini, di donne e di uomini nella sua terra è un dolore difficile da comunicare. Ha iniziato a recitare nominando il “contorno del niente”. Il contorno di niente è il niente, ci ha fatto capire. Esattamente quello che Israele anzi, dobbiamo dire, non solo quello Stato, ma tutti i governi che lo sostengono, stanno creando in quell’area martoriata del mondo. Prima di nominare la stanchezza Muin ha detto altre due cose che ci hanno colpito. La prima è che dove non c’è niente si impara a dividere tutto. Non è scontato. Dove non c’è niente si può anche scegliere la brutalità, abbiamo pensato noi che lo ascoltavamo. Il secondo passaggio importante è fortemente collegato con la frase di cui sopra: “Vivere e morire con dignità umana è rimasta l’ultima cosa in quel pezzo di mondo”. E allora diciamolo: proprio lì è la speranza, nella scelta della dignità che porta alla gentilezza e a rigettare la brutalità. Domenica questa gentilezza ha attraversato tutti i partecipanti agli incontri alla Trappa di Sordevolo. Ringraziamo tutti di cuore, specialmente coloro che sono venuti per ascoltare, partecipare, contribuire, non arrendersi insieme a noi. C’era anche Ivana e quello che segue è il suo racconto Trappa, 23 agosto 2026 Salgo a piedi con Daniela, camminiamo lentamente raccontandoci di noi, ma presto il discorso passa alla Palestina, a Gaza, al genocidio e alla deriva dell’umanità insensibile a tutto questo orrore. La domanda che ci assilla è cosa si può fare, anche iniziando dalle piccole cose, per fermare l’escalation di guerre e distruzioni che affligge il mondo. Non voglio credere che sia una “missione impossibile”, non voglio credere che si sia giunti ad un “punto di non ritorno”, mi fa male pensare che il popolo palestinese sia ormai condannato alla stessa fine dei nativi americani, chiusi in riserve e vittime di discriminazioni. Non voglio pensare che la gente preferisca chiudere gli occhi, negare l’evidenza e credere alle menzogne, ormai non più credibili, di una narrazione ipocrita che descrive un paese, Israele, come vittima costretta a difendersi. Come posso, pur piangendo gli Ebrei uccisi dalla pazzia di Hitler, credere che Israele sia una democrazia! Inoltre, come può della gente come me, a cui nessuno con la pelle scura ha mai fatto del male, pensare che dei disperati che dopo aver subito inimmaginabili violenze e soprusi, in cerca di salvezza su barconi fatiscenti, sbarchino sulle nostre coste per invaderci! No! Voglio ancora provare a credere all’antica leggenda cinese di Yugong, ripresa da Mao Tse Tung a conclusione del VII Congresso Nazionale del partito Comunista Cinese nel 1945, per definire la forza che scaturisce dalla tenacia e dall’unione. “Yugong era un vecchio “scimunito” che viveva in una casa con davanti due alte montagne, Taihang e WangWu, che ne ostruivano il passaggio verso l’esterno. Perciò decise con l’aiuto dei figli di abbatterle a colpi di zappa. Un vecchio “saggio”, vedendoli all’opera li derise: – Siete degli illusi, voi da soli non riuscirete mai a spostare le montagne! – Il vecchio rispose: – Quando io morirò ci saranno i miei figli e poi i miei nipoti e così via di generazione in generazione all’infinito. Le montagne invece non possono crescere più di così. Perché non dovremmo riuscire a spianarle? – Spaventato dal lavoro di Yugong, il dio della montagna, temendo che non si sarebbe mai fermato, andò a riferire la cosa al supremo dio del cielo il quale, commosso da tanta determinazione, ordinò a due divinità dotate di forza titanica di caricarsi quegli enormi massi sulle spalle e portarli via. Così il vecchio riuscì a spostare le montagne. Come Yugong, simbolo di quella perseveranza e forza di volontà che può far superare ostacoli apparentemente insormontabili, così le Donne in Nero che instancabili ribadiscono un “CESSATE IL FUOCO” stampato a grandi lettere sui loro petti, insieme a tutte le persone che non hanno paura di abbattere muri togliendo un sassolino dopo l’altro, riusciranno a risvegliare le coscienze, scuotere dal torpore i “saggi” che pensano che “tanto non cambia niente”, per diventare tutti insieme un gigante capace di smuovere le montagne. Alla Trappa stendiamo subito i nostri arazzi sul prato fiduciose che non pioverà nonostante l’aria fresca e qualche innocua nuvoletta, che più tardi si allontana lasciando spazio ad una bella giornata di sole. C’è già un bel gruppo di persone venute ad ascoltare il bravo Muin Masri che, con grande empatia, accompagnato dalla chitarra di Martino Cerale, riesce a raccontare i drammi della sua terra parlando di amore, di dialogo, di pace. Confessa di sentirsi quasi in colpa a vivere nelle comodità e avere dei privilegi, come quello di aprire il rubinetto e veder sempre scorrere l’acqua, mentre nella sua casa in Palestina l’acqua veniva concessa solo un giorno la settimana: solo il giovedì. Ne segue un dibattito sulla necessità di dialogo tra Israeliani e Palestinesi, ma anche sull’impossibilità di un confronto tra chi considera gli altri dei “cani palestinesi”, delle “non persone” da eliminare e chi vorrebbe solo vivere in pace sulla sua terra, anche se la difficoltà di dimenticare gli orrori di un genocidio che si protrae da oltre settant’anni di colonialismo appare insormontabile. Anche condividere una polenta e altre squisitezze che la cucina della Trappa ci offre, seduti attorno ai grandi tavoli di legno sul prato di fronte all’antico convento aiuta ad avere una visione più ottimista e a provare ad immaginare un futuro di sostenibilità ecologica, giustizia sociale e libertà per tutti i popoli. Gli occhi catturano i colori della natura e dipingono nei nostri pensieri una grande bandiera della pace che avvolge il mondo, scacciando il grigio tenebroso delle armi. Nel pomeriggio il dibattito prosegue, preceduto dal racconto di Jack appena tornato dalla Palestina. La situazione purtroppo è quella che conosciamo, anche se ci dice che fortunatamente lui non si è trovato al centro di attacchi da parte di coloni o in situazioni di pericolo. Però sappiamo che gli attacchi continuano e vengono continuamente presi di mira giornalisti, operatori sanitari, Ong e soprattutto bambini. Quando saluto tutti (o quasi, perché qualcuno fra tanta gente mi è sfuggito) mi sento più ricca e, anche se la consapevolezza di una situazione disperata mi rattrista, so che oggi abbiamo spostato un altro granello di sabbia dalla montagna Ivana Foto di Giovanni Ozino Calligaris Redazione Piemonte Orientale
August 26, 2026
Pressenza
Camminata della Pace: “La pace non è una parola. È una strada da fare a piedi”
Tre giorni, dal 10 al 12 settembre, dedicati a tre dimensioni della pace: con noi stessi, con l’ambiente e con gli altri. Un percorso di passeggiate a piedi tra borghi e comunità del biellese. Vitto e alloggio gratuiti. Massimo 25 partecipanti tra 15 e 34 anni. Perché la pace può anche diventare qualcosa da attraversare concretamente: camminando, ascoltando, incontrando altre persone, entrando in relazione con i luoghi e mettendo in discussione il nostro modo di stare nel mondo. CAMMINATA DELLA PACE Il cammino si intreccerà con attività formative, testimonianze, pratiche lente, momenti di confronto e proiezioni cinematografiche grazie al Give Peace a Screen short film festival organizzato con il Centro Sereno Regis di Torino (proiezioni gratuite aperte anche a chi non partecipa all’intero cammino). La partecipazione è riservata a 25 ragazze e ragazzi ed è gratuita, fino a esaurimento dei posti. Vitto e alloggio sono coperti per tutta la durata del cammino. Per il pernottamento è necessario portare con sé sacco lenzuolo o sacco a pelo e asciugamani. PROGRAMMA * 10 settembre alle 13 : ritrovo alla stazione ferroviaria Biella San Paolo e trasferimento al Santuario di Graglia * 10 settembre – La pace con noi stessi : dal Santuario di Graglia alla Trappa di Sordevolo con Marco Bo e Richiamo del Bosco / Una giornata dedicata all’ascolto, alla consapevolezza e alla relazione con il proprio mondo interiore. * 11 settembre – La pace con l’ambiente : dalla Trappa alla Cittadellarte con Alberto Conte e Movimento Lento / Il cammino diventa occasione per riflettere sul nostro modo di abitare il pianeta e sulla cura dei luoghi che attraversiamo. * 12 settembre – La pace con gli altri : dalla Cittadellarte a Villa Piazzo con Andrea Trivero e Mira Schifano di Pacefuturo / Una tappa dedicata alle relazioni, al dialogo e alla costruzione di comunità, a partire dal concetto di Pace Preventiva di Michelangelo Pistoletto. ISCRIZIONE: modulo online Italia che Cambia
August 18, 2026
Pressenza
Più passi, meno Parkinson
IL CAMMINO E L’ARTE COME TERAPIA COLLETTIVA Si è svolta dal 9 all’11 giugno 2026 la seconda camminata di più giorni “Senza Tremori”, organizzata dall’associazione Amici Parkinsoniani Biellesi. L’iniziativa, che pratica e promuove il camminare come vero e proprio antidoto alla progressione della malattia di Parkinson, ha visto una quindicina di partecipanti inerpicarsi lungo i sentieri tra la Serra Morenica d’Ivrea e la Valle Elvo. Il gruppo, affiatato e misto, era composto da persone affette da Parkinson, dai loro familiari e da amici. Il progetto è stato realizzato anche grazie al prezioso supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, da sempre attenta alle iniziative di valore sociale e terapeutico sul territorio. Come nella prima edizione, il cammino è stato affiancato da un percorso espressivo sotto la guida attenta dell’arteterapista Sophie Bourkab. Se l’anno scorso l’attenzione si era concentrata sul disegno, quest’anno i partecipanti si sono messi alla prova con una sfida completamente nuova: una scultura in legno collettiva. IL LABORATORIO A BAGNERI E L’ARTIGIANATO INCLUSIVO L’opera ha preso vita grazie alla disponibilità dell’associazione Amici di Bagneri, che ha ospitato i novelli intagliatori nel proprio laboratorio attrezzato nella splendida frazione del comune di Muzzano. A supportare questa delicata fase di creazione e manipolazione del legno si è messo in gioco in prima persona Ettore Macchieraldo, uno dei partecipanti alla camminata stessa. Ettore ha messo a disposizione del gruppo la sua esperienza sul campo, dimostrando concretamente come l’artigianato possa diventare uno straordinario strumento di inclusione, stimolo cognitivo e benessere psicofisico. IL SIGNIFICATO DELL’OPERA: “PIÙ PASSI, MENO PARKINSON” Ogni partecipante ha intagliato il proprio “passo” su un parallelepipedo di legno di cirmolo, lasciando impresso il segno che più lo rappresentava. I singoli blocchi sono stati poi assemblati in un’unica figura durante la tappa successiva alla Trappa di Sordevolo. > La forma del destino: una “G” di speranza La scultura finale rappresenta il > cammino non lineare della vita di ciascuno e di tutti insieme. Quasi per un > gioco del destino, l’unione dei pezzi ha svelato una forma che ricorda la > lettera G. Che sia la G di guarigione? Un auspicio profondo, per ora purtroppo > non realizzabile per questa malattia neurodegenerativa, che sta registrando un > aumento globale dei casi e un abbassamento dell’età d’insorgenza. Di sicuro, è > una G che racconta la forza del Gruppo, la Grinta e la Generosità di chi ha > scelto di non arrendersi. DOVE VEDERE LA SCULTURA È possibile ammirare l’opera finita presso la sede dell’Ecomuseo della Tradizione Costruttiva in Valle Elvo. Il manufatto è stato simbolicamente collocato nell’infermeria dell’ex monastero trappista e rimarrà visitabile fino a ottobre 2026. * Per approfondire il progetto espositivo: Trovi tutti i dettagli sui laboratori di intaglio alla pagina ufficiale dell’Ecomuseo: Sgorbi e Sgorbie. * Sito ufficiale dell’associazione: Amici Parkinsoniani Biellesi ODV Nota sui crediti: Le emozionanti fotografie finali che arricchiscono il video racconto dell’iniziativa sono state realizzate dal fotografo Giovanni Ozino Caligaris. La versione di Mano a farfalla di Bruno Lauzi è di Alessandro Centolanza Redazione Piemonte Orientale
June 15, 2026
Pressenza