#Marocco arricchisce il suo arsenale bellico made in #Israel #áfrica
Industrie di sistemi militari dello Stato ebraico fanno affari d'oro con Rabat.
Sistemi missilistici di ultima generazioni pronti per colpire i "ribelli"
#saharawi
Missili terra-aria made in Israel per le forze armate del Marocco.
Fonti militari di Rabat confermano che è diventato pienamente operativo il
sistema di “difesa” aerea e antimissile BARAK MX prodotto dalla holding
industriale bellica
IAI-https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/01/marocco-arricchisce-il-suo-arsenale.html
Tag - saharawi
#Marocco arricchisce il suo arsenale bellico made in #Israel #áfrica
Industrie di sistemi militari dello Stato ebraico fanno affari d'oro con Rabat.
Sistemi missilistici di ultima generazioni pronti per colpire i "ribelli"
#saharawi
Fonti militari di Rabat confermano che è diventato pienamente operativo il
sistema di “difesa” aerea e antimissile BARAK MX prodotto dalla holding
industriale bellica IAI,,Valore presunto della commessa 540 milioni di dollari.
https://www.africa-express.info/2026/01/09/marocco-arricchisce-il-suo-arsenale-bellico-made-in-israel/
Lun 22 Dicembre – Presentazione Desert To Desert – Carovana solidale col popolo Saharawi
Presentazione del progetto D2D – Carovana solidale col popolo saharawi.
H 20 pizzata benefit
H 21 presentazione
A seguire dj set
Venerdì 5 Dicembre – Speed Test + Bajak / Benefit Desert2Desert
SERATA BENEFIT DESERT2DESERT
UNA CAROVANA IN SOSTEGNO DEL POPOLO SAHARAWI
ore 20 cena benefit
dalle 22 live:
SPEED TEST
(Take death / Napalm that – Roma)
BAJAK
(Trance noise & crudité – Firenze)
Bajak è un progetto di Simone Vassallo / Lampreda (batteria, percussioni, cassa
armonica fai-da-te) e Nanang / Pala Wuni (cordofoni fai-da-te, flauto, cassa
armonica, steel drum, vox). Il cuore di questo lavoro collaborativo nasce dalla
sperimentazione su uno strumento autocostruito.
Bajak significa pirati e aratro. Bajak passa dalla cerimonia trance degli
outsider indonesiani alla scena noise rock. È lofi, economico, crudo, selvaggio
ma allo stesso tempo introspettivo.
https://bajak1.bandcamp.com
+ameno dj-set
———————
D2D (DESERT2DESERT)
è un ponte tra il nostro “deserto” occidentale, fatto di cemento e consumismo, e
il deserto di sabbia e resistenza del popolo Saharawi. Un incontro tra mondi che
si riconoscono nella stessa idea di libertà e solidarietà.
A febbraio 2026 una piccola carovana partirà da Firenze per raggiungere i campi
profughi Saharawi di Tindouf, nel sud-ovest dell’Algeria. Con una jeep e un
camper carichi di materiali e strumenti — ma soprattutto di storie, energie e
desiderio di scambio — attraverseremo il Mediterraneo e il Sahara per incontrare
chi da cinquant’anni vive e resiste all’interno di una delle ultime colonie del
mondo.
Non si tratta di un viaggio “umanitario” né di assistenza, ma di solidarietà
attiva e orizzontale. La consegna di una jeep e del materiale raccolto diventa
un pretesto per stabilire relazioni dirette, costruire spazi di confronto e
immaginare percorsi comuni tra realtà diverse ma connesse dalla stessa tensione
verso l’autodeterminazione e la giustizia.
Durante le settimane nei campi, in coincidenza con il cinquantesimo anniversario
della nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica (27 febbraio 1976), ci
dedicheremo a momenti di incontro, scambio e ascolto reciproco. Organizzeremo
laboratori artistici per bambin3, allenamenti di boxe, attività artigianali e
sessioni di informatica condivisa. Racconteremo e documenteremo ciò che vivremo
— attraverso fotografie, registrazioni e scritture — per riportare in Italia
voci e immagini che spesso vengono soffocate dal silenzio mediatico.
Il viaggio nasce dall’intreccio di reti già attive, come Città Visibili e la
Rete Saharawi Italia, ma vuole anche aprire un nuovo spazio di relazione
autonoma, diretta, internazionalista. Non per “aiutare”, ma per incontrarsi,
riconoscersi e costruire un linguaggio comune tra esperienze di resistenza.
L’obiettivo è che D2D non resti un episodio isolato, ma diventi il primo passo
di uno scambio continuativo, fatto di ritorni, racconti e collaborazioni future.
Per sostenere le spese del viaggio — traghetti, visti, carburante,
assicurazioni, vitto e alloggio — è attiva una campagna di crowdfunding e una
serie di iniziative benefit in diversi spazi sociali. Tutti i fondi raccolti
serviranno a coprire i costi vivi della spedizione e a garantire che questa
esperienza resti indipendente, condivisa e collettiva.
D2D vuole essere un esperienza di attraversamento e di alleanza, un incontro
politico e umano che parte con una jeep, ma arriva — speriamo — molto più
lontano: verso una solidarietà che non si esaurisce nel gesto, ma si costruisce
nel tempo, nel racconto e nella relazione.
Bastioni di Orione a Belem, in Africa Occidentale e nel Saharawi
Questa settimana ci siamo dedicati dapprima alle proteste degli abitanti
dell’Africa occidentale esasperati dalla perpetuazione di regimi autoritari,
rintuzzate da un potere ancora postcoloniale che fa da perno al residuo
controllo francese sui paesi della Françafrique, scatenate dalla rielezione
truffaldina di dinosauri ultranovantenni in Africa occidentale, ponendole a
confronto insieme a Roberto Valussi con la contrapposizione della unione dei
paesi del Sahel, anch’essi messi in crisi dall’avanzata del jihadismo.
Ci siamo poi spostati di poco verso nord, raggiungendo il Maghreb, in
particolare la situazione nella regione dei Saharawi, da più di mezzo secolo
alle prese di un’altra forma di colonialismo: la monarchia assoluta marocchina
si è sostituita ai francesi, permettendo ancora lo sfruttamento dei fosfati e
della pesca nel territorio del Sahara occidentale, dopo aver colonizzato la
regione da cui ha cacciato il popolo saharawi. Ora all’Onu si è consumato un
nuovo passaggio verso l’annessione marocchina della zona al confine mauritano,
ne abbiamo parlato con il nostro consueto interlocutore in materia, Karim
Metref.
Abbiamo infine iniziato a occuparci della Cop30 in corso a Belem con Alfredo
Somoza, che ha tracciato con chiarezza le modalità, gli intenti e i parziali
risultati di una conferenza delel parti svolta per una volta su un campo che
avrebbe dovuto essere sensibile alle istanze della difesa dell’ambiente e che la
diplomazia internazionale costringe a barcamenarsi cercando di conseguire il
risultato condiviso richiesto; parallelamente si è quindi svolto un
Controvertice e le popolazioni native si sono prese il palcoscenico a più
riprese.
Elezioni africane, presidenti dinosauri e retaggio della Françafrique
Partendo dalle elezioni in Costa d’Avorio che hanno riconfermato il modello
autocratico del terzo mandato con l’elezione di Ouattara, legato mani e piedi
agli interessi economici e strategici di una Francia in ritirata dallo scenario
saheliano, proviamo con Roberto Valussi che scrive per la rivista Nigrizia a
decrittare il risultato dei queste elezioni allargando lo sguardo ad altre aree
del continente africano.
La serie di colpi di stato che ha cambiato gli equilibri in Mali, Burkina Faso e
Niger e la creazione dell’ Alleanza del Sahel (AES) ha spostato il baricentro
degli interessi francesi verso la Costa D’Avorio che si consolida come pivot del
residuo sistema di potere della Francia in Africa, pur aprendosi anche ad altri
interlocutori come gli Stati Uniti e la Cina. Ouattara dopo aver impedito ai
potenziali contendenti, Thiam e Gbabo, di presentarsi alle elezioni con artifici
legali poco attendibili, ha vinto nonostante le proteste contro il suo ennesimo
mandato sulla falsariga di un altro dinosauro africano, Paul Biya, che in
Camerun alla tenera età di 92 anni continua a governare dal 1982 .
Si definiscono in questa fase di mutamenti e fratture sociali tre modelli,
quello dei colpi di stato militari che con tutti i loro limiti, interpretano il
sentimento antifrancese che alberga nella maggioranza demografica dei giovani
insofferenti, la continuità delle finte democrazie autocratiche che con la
repressione e i brogli danno continuità ad un sistema di potere in agonia e la
soluzione elettorale alla senegalese forse non esportabile per le
caratteristiche proprie della storia senegalese che incanala il dissenso e la
protesta verso un progetto di cambiamento.
L’Onu ha scippato l’indipendenza saharawi
Dopo anni di stallo alle Nazioni Unite, la Risoluzione 2797 del Consiglio di
Sicurezza ha ridisegnato il panorama della questione del Sahara Occidentale.
Adottata il 31 ottobre senza veto, segna un importante cambiamento strategico:
il piano di autonomia marocchino è diventato la base del processo ONU, il
Consiglio di sicurezza ha chiaramente sancito l’iniziativa marocchina
dell’autonomia come base esclusiva per i negoziati per l’arrivo di una soluzione
definitiva al conflitto regionale che ha afflitto la regione per mezzo secolo .
Per l’Algeria, la battuta d’arresto diplomatica è tanto più grave in quanto
questa risoluzione è stata adottata mentre il paese era già membro del Consiglio
di Sicurezza. Per il Marocco, la sfida è cambiata: non si tratta più di
convincere gli altri della credibilità del suo piano, ma di dettagliarlo e
attuarlo .
Il termine “referendum” non compare più nella nuova risoluzione. l mandato della
MINURSO, la missione ONU sul campo, sarà rivisto alla luce dei progressi
politici, ponendo così fine al ciclo di proroghe tecniche automatiche. Le
Nazioni Unite continuano a menzionare il principio di autodeterminazione, ma non
lo collegano più a un referendum .
l Polisario ha reagito timidamente alla risoluzione, semplicemente prendendo
nota di alcuni elementi del testo, che costituiscono una deviazione molto
pericolosa e senza precedenti dalla base su cui il Consiglio di Sicurezza
affronta la questione “come questione di decolonizzazione”. Tuttavia, quattro
giorni prima dell’adozione della risoluzione, il Polisario aveva
“categoricamente respinto qualsiasi iniziativa come la bozza di risoluzione
promossa dagli Stati Uniti “mirava a imporre il piano di autonomia marocchino o
a limitare il diritto inalienabile del popolo saharawi di decidere liberamente
il proprio futuro”.
La soluzione proposta dall’ONU sulla spinta degli Stati Uniti e la Francia
elimina qualsisiai riferimento all’autodeterminazione del popolo saharawi
prospettando un’autonomia sotto il controllo del Marocco.
Di questo e della denuncia dell’accordo franco algerino del 1968 ,passata
all’Assemblea nazionale su proposta dei lepenisti parliamo con Karim Metref
giornalista algerino
Cop30. Mitigare il clima, almeno nel suo cambiamento
In un mondo sempre più attraversato da conflitti, dove le nazioni sono sempre
più bellicose, sembra reggere a parole l’impegno di ciascuno sulle grandi linee
della tutela dell’ambiente. Anche perché dietro al carrozzone mediatico si
nascondono anche molte occasioni di business (riconversione, sostenibilità…).
Nel commento di Alfredo Somoza si riscontrano note di parziale ottimismo per
l’impostazione della Cop30 e per i primi risultati che Lula può dichiarare
conseguiti come i 5 miliardi versati per la creazione di un fondo mondiale per
la tutela delle foreste tropicali e dunque Alfredo, che ha partecipato ad alcune
edizioni precedenti, ritiene si possa considerare non fallimentare questa
edizione improntata al pragmatismo fin dal discorso inaugurale del presidente
brasiliano, per quanto sia possibile in simili consessi istituzionali che devono
regolare con il bilancino diplomatico i rapporti e le risoluzioni finali, sempre
sottoposte a veti contrapposti delle molteplici lobbies presenti, pronte a
mettere in stallo obiettivi e finanziamenti – in particolare per il superamento
del fossile e l’abbattimento del CO2.
Infatti il fulcro di questa edizione, a dieci anni dalle promesse disattese
della Cop20 parigina, della conferenza climatica è il capitolo dell’istituzione
di uno stanziamento di 1300 miliardi per l’incremento dei flussi finanziari
verso i paesi vulnerabili (metà della spesa bellica annuale) per mettere sotto
controllo gli aspetti più drammatici del cambiamento climatico. Un terreno che
vede la Cina protagonista – non presente con i vertici politici ma con i tecnici
– è quello inerente all’aspetto tecnologico che prevederebbe secondo precedenti
accordi internazionali la neutralità climatica per il 2050, mentre Pechino ci
può arrivare già nel 2047; mentre invece l’India non ha né capacità tecnologica,
né l’intenzione di rispettare i termini, spostando il traguardo al 2070.
L’Unfcc che organizza l’evento ha fatto uscire proprio in questi giorni il
rapporto sull’impatto economico e climatico della climatizzazione domestica
Intanto si è svolto parallelamente il “Controvertice” Cúpula dos Povos, che ha
dato luogo nell’assemblea conclusiva al Movimento delle Comunità Colpite dalle
Dighe, dalla Crisi Climatica e dai Sistemi Energetici, polemico con un vertice
ufficiale contaminato dalla presenza di molte imprese responsabili di crimini
ambientali e persino emissari di crimini petroliferi. Molti nativi sono giunti
da ogni paese amazzonico e non solo per rivendicare i diritti delle popolazioni
indigene, che peraltro si trovano a casa loro e un migliaio sono anche
accreditate all’ingresso, nonostante la Conferenza delle Parti sia riservata
dall’Onu a discussioni di carattere tecnico (i leader politici partecipano al
vertice preliminare che dovrebbe demarcare i limiti entro i quali negoziare gli
accordi finali) ed è il momento in cui gli stati devono essere inchiodati alle
loro responsabilità. E stanno facendo sentire la voce e il fiato di chi vive più
vicino alla Natura.
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Lunedì 17/11 – Presentazione “L’ ultima colonia” + cena benefit
Ore 19.00 – Presentazione del libro insieme all’autore Mattia Baldini
“L’ultima colonia. Storia della lotta di autodeterminazione del Popolo Saharawi”
A seguire cena benefit per attività di supporto al Popolo Saharawi
Info e prenotazioni: 3201514649
“Terre promesse, terre rubate. Popoli senza pace”: arriva il XVII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli
Due settimane di cinema, incontri e riflessioni sugli scenari internazionali.
Dalla Peace School Mario Paciolla alle giornate dedicate a saharawi, curdi e
palestinesi, fino all’anteprima nazionale del film “Sniper Alley – To My
Brother” per non dimenticare i conflitti balcanici.
Terre che erano promesse e oggi sono rubate. Terre che portano con sé la memoria
di popoli che vedono negata la loro identità, eppure resistono per mostrare che
il futuro del pianeta è di chi saprà resistere all’annientamento e accettare
l’altro, pur difendendo la propria memoria. È intorno a questa idea che prende
forma il XVII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, in programma
dall’11 al 21 novembre 2025, con una serata conclusiva speciale il 29 novembre a
Piazza Forcella dedicata all’anteprima nazionale del film “Sniper Alley – To My
Brother”, coprodotto dal Festival e firmato da Cristiana Lucia
Grilli e Francesco Toscani, con cui saranno celebrati i 20 anni
dell’Associazione Cinema e Diritti.
Il tema scelto per l’edizione 2025, “Terre promesse, terre rubate. Popoli senza
pace”, attraversa le grandi contraddizioni del presente e mette a confronto le
storie di tre popoli perseguitati (saharawi, curdi e palestinesi) che “resistono
ai loro oppressori e dimostrano di saper vivere in promiscuità e in condizioni
anche estreme”.
«I racconti dei popoli senza pace – spiega Maurizio Del Bufalo, coordinatore del
Festival – illustrano la condizione dell’umanità di domani, in cui la
condivisione degli spazi e delle risorse fondamentali, ovvero la convivenza
pacifica tra i popoli, sarà sempre più urgente. La loro capacità di adattamento
è la risorsa più preziosa con cui si preparano a un futuro in cui i nuovi
equilibri sociopolitici metteranno alla prova tutto il genere umano. Per questo,
la Peace School Mario Paciolla, anteprima della XVII edizione del nostro
Festival, è un esempio concreto di come si possa educare alla pace i nostri
giovani, formandoli all’ascolto di queste nuove esperienze e alla collaborazione
tra le comunità del mondo, al rispetto dei diritti universali, preparandosi a un
lavoro altamente professionale e orientandoli verso i centri di formazione più
qualificati».
Come ogni anno, il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, organizzato
dall’Associazione Cinema e Diritti, propone una serie di eventi internazionali,
dibattiti e anteprime che affiancano il concorso cinematografico. Partner
primario, insieme alla Regione Campania e al Comune di Napoli è, da tre anni,
l’Università L’Orientale di Napoli, antico e prestigioso ateneo di fama
internazionale.
Dal 11 al 21 novembre, lo Spazio Comunale Piazza Forcella, il Palazzo Corigliano
sede dell’Università L’Orientale e il Cinema Vittoria accoglieranno testimoni,
studiosi, giornalisti, attivisti e studenti in un percorso che attraversa i
racconti del Cinema dei Diritti Umani e i luoghi simbolo dei conflitti
contemporanei.
Da diciassette anni il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli è un
punto di riferimento per il cinema civile e per la promozione dei diritti umani
nel Mezzogiorno. Promosso dall’Associazione Cinema e Diritti, con il contributo
di Regione Campania, Film Commission Regione Campania, Comune di
Napoli, Università L’Orientale, e il patrocinio della Confederazione Elvetica e
dell’Ambasciata di Svizzera in Italia, il Festival aderisce alla Human Rights
Film Network patrocinata da Amnesty International ed è sostenuto da Banca
Etica, Un Ponte Per, FICC e Assopace Palestina.
«Napoli è una città di frontiera – conclude Del Bufalo – e noi l’abbiamo eletta,
sin dal 2005, Capitale dei Diritti Umani per la sua vocazione di città di mare e
di scambi. Qui si incontrano popoli, lingue e storie che il nostro cinema riesce
a descrivere bene. In un tempo in cui la guerra sembra essere la via d’uscita
obbligata di ogni controversia, noi ribadiamo il valore della nostra
Costituzione e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, indicando
la strada della Pace, dei Diritti e dell’Eguaglianza. Perché il nostro Cinema è
da sempre la voce dei popoli oppressi in cerca di liberazione, popoli a cui
offriamo la nostra solidarietà e di cui ammiriamo la tenace resistenza».
Il programma completo
Martedì 11 novembre è prevista la serata di apertura. La cerimonia di apertura,
in programma alle 18.00 nell’Aula delle Mura Greche di palazzo Corigliano, una
delle sedi dell’Università L’Orientale, sarà dedicata al bilancio della Peace
School Mario Paciolla, progetto formativo nato in seno al Festival e realizzato
in collaborazione con numerose organizzazioni che si occupano di formare i
futuri operatori di Pace. La prima edizione della Peace School, tenuta tra l’8 e
l’11 ottobre scorsi a Napoli, ha coinvolto decine di giovani universitari in un
percorso multidisciplinare sui temi della cooperazione, del disarmo e dei
diritti umani.
A seguire, la proiezione del trailer di animazione che introduce l’edizione del
Festival di quest’anno e la presentazione ufficiale del programma 2025, con la
partecipazione di rappresentanti istituzionali, delle associazioni promotrici e
dei corsisti della Peace School. Ospite d’onore Ivan Grozny Compasso, reporter e
documentarista che ha seguito diversi conflitti in varie regioni del mondo e
componente della Global Sumud Flotilla che ha sfidato pochi mesi fa il blocco
navale israeliano che circonda Gaza. Ivan è anche componente della Giuria
Esperti del XVII Festival. Alle 20.30 cominceranno, nella stessa sala, le prime
proiezioni del concorso cinematografico che si ripeteranno qui per tutte le sere
del Festival, fino al 20 novembre.
Mercoledì 12 novembre alle 19.00, presso Palazzo Corigliano (Università
L’Orientale), continueranno le proiezioni del concorso cinematografico.
Giovedì 13 novembre è la giornata del Premio per la Pace. Alle 19.00, a Palazzo
Corigliano, la serata sarà dedicata all’Assegnazione del Premio per la Pace,
conferito dall’Ambasciata della Svizzera in Italia, che, per l’occasione, sarà
rappresentata da una delegazione guidata dalla Vice Ambasciatrice Anna Russo
Mattei.
L’evento, oltre ad essere un’occasione per consolidare l’amicizia del Festival
con uno dei Paesi simbolicamente più vicini ai diritti umani, offrirà anche un
momento di riflessione sul ruolo della diplomazia culturale e del cinema nella
difesa dei diritti umani.
Venerdì 14 novembre sarà dedicato al Premio Human Rights Youth. La mattina (ore
9.30–12.30, Piazza Forcella) sarà dedicata alla proiezione dei film che
concorrono all’assegnazione del Premio Human Rights Youth, che valorizza i
lavori audiovisivi prodotti da studenti e giovani registi italiani e stranieri.
La platea sarà composta da numerosi studenti napoletani provenienti da istituti
superiori cittadini e da organizzazioni specializzate nell’accoglienza. Il
premio rappresenta da anni uno spazio aperto alle esigenze delle scuole, delle
associazioni di accoglienza di ragazzi stranieri e delle università del
territorio e incoraggia le nuove generazioni a utilizzare il linguaggio del
cinema come strumento di educazione civile. Alle 19.00, presso Palazzo
Corigliano (Università L’Orientale), continueranno le proiezioni del concorso
cinematografico.
Sabato 15 novembre è la giornata “Cinema e Memoria”. Dalle 19.00 alle 23.00, le
proiezioni del concorso a Palazzo Corigliano offriranno una panoramica sulle
lotte per la giustizia ambientale e sociale: film provenienti da Asia, America
Latina e Medio Oriente metteranno a confronto esperienze di resilienza e
comunità in ricostruzione.
Gli studenti tirocinanti de L’Orientale introdurranno i lavori, in dialogo con i
registi presenti o collegati da remoto.
Lunedì 17 novembre è la Giornata dedicata al popolo saharawi. Alle 10.00,
al Cinema Vittoria sito nel quartiere Arenella, si terrà l’incontro “Un popolo
in esilio”, con Fatima Mahfud, rappresentante del Fronte Polisario in
Italia, Mohammed Dihani, ex prigioniero politico, il fotografo Patrizio
Esposito e il regista Mario Fusco Martone.
Sarà proiettato il film Una storia Saharawi di Mario Martone, girato nel 1996
nei campi profughi del Tindouf.
Nel pomeriggio (ore 18.00, Piazza Forcella), l’incontro “Saharawi, vedere
l’occupazione” proporrà un confronto sulla situazione del Sahara Occidentale,
ancora sotto controllo coloniale marocchino, con interventi di artisti e
attivisti impegnati nei territori occupati.
Martedì 18 novembre è la prima delle due giornate dedicate al popolo curdo. La
mattina (ore 10.00, Cinema Vittoria) è previsto il panel “Il popolo delle
montagne”, con il regista Veysi Altay, l’attivista Alfonso Di Vito e il
ricercatore Alessandro Tinti. Proiezione de “La memoria di Sur” di Azad Altay
(TUR, 2025, 36 minuti).
Alle 18.00, a Piazza Forcella, l’incontro “Il genocidio curdo” ripercorrerà gli
esiti del processo aperto dal Tribunale Permanente dei Popoli che ha
riconosciuto il genocidio culturale e politico subito dal popolo curdo. A
guidare la serata, Gianni Tognoni, Segretario generale del Tribunale Permanente,
accompagnato da Alfio Nicotra e Angelica Romano di Un Ponte Per, la giornalista
Emanuela Irace e Yilmaz Orkan, coordinatore del Kurdistan National Congress in
Italia. Proiezione di “La memoria di Sur” di Azad Altay (TUR, 2025, 36 min).
Mercoledì 19 novembre si bissa con la seconda giornata dedicata al popolo
curdo. Alle 10.00–12.30, a Palazzo Mediterraneo (sede de L’Orientale), la tavola
rotonda “Oltre il conflitto: le sfide della pace curda” approfondirà, coordinata
dalla prof.ssa Lea Nocera, il tema dell’autogoverno democratico nel Rojava e
delle esperienze di confederalismo comunitario. Partecipano Gianni Tognoni,
Ylmaz Orkan, Alfio Nicotra, il ricercatore Alessandro Tinti e Veysi Altay.
Proiezione de “La memoria di Sur” di Azad Altay (TUR, 2025, 36 min).
Nel pomeriggio, alle 18.00, “Rojava, il Confederalismo Democratico è qui”,
incontro a Piazza Forcella. Sarà proiettato “Naharina – Resistenza comunitaria
nel Kurdistan siriano” di F.D. Tona (51 minuti), seguito da un confronto
con Zilan Diyar, attivista femminile curda, Tiziano Saccucci dell’Ufficio UIKI
di Roma, Alessandro Tinti e Yilmaz Orkan sulla realtà curda del Rojava, dove il
Confederalismo Democratico è orami una realtà.
Giovedì 20 novembre è dedicato alla questione palestinese. L’appuntamento
delle 18.00 a Piazza Forcella vedrà la partecipazione di Luisa
Morgantini, Francesca Albanese (Relatrice ONU per i diritti umani nei Territori
Palestinesi, in collegamento), Luigi de Magistris (già Sindaco di Napoli)
e Luigi Daniele, giurista dell’(Università del Molise).
L’incontro, dal titolo “La crisi dell’ordine mondiale e il futuro della
Palestina”, offrirà una riflessione ampia sul nuovo assetto geopolitico del
Medio Oriente e sulle conseguenze umanitarie delle guerre a Gaza e in
Cisgiordania. Il monologo di Nino Racco, cantastorie calabrese, “Una Storia
palestinese” chiuderà la serata proponendo una storia di amicizia
israelo-palestinese tra due giovani.
Venerdì 21 novembre c’è l’evento conclusivo. Alle 18.00, nello Spazio Comunale
Piazza Forcella, si terrà la cerimonia di chiusura con la presentazione delle
giurie, la proiezione dei trailer dei film vincitori e le interviste ai registi
premiati.
Seguirà la consegna dei riconoscimenti e delle menzioni speciali. La serata si
concluderà alle 20.30 con il concerto “…nostro mare è il mondo intero”
di Alessio Lega, cantautore che unisce poesia e impegno civile, accompagnato da
Federico Marchi al basso e alle percussioni.
Sabato 29 novembre serata speciale di chiusura. A Piazza Forcella, dalle 18.00
alle 21.00, sarà presentato in anteprima nazionale “Sniper Alley – To My
Brother”, coprodotto dal Festival in occasione dei vent’anni dell’Associazione
Cinema e Diritti.
Il film, diretto da Cristiana Lucia Grilli e Francesco Toscani, racconta la
storia di un ragazzo sopravvissuto al massacro dei bambini di Sarajevo e oggi
fondatore di un museo della memoria.
Interverranno gli autori, il protagonista e il fotografo Mario Boccia, che
documentò la guerra nei Balcani. In apertura, una performance musicale di Max
Fuschetto, autore della colonna sonora.
Il concorso cinematografico
Sono 38 i film in competizione, scelti tra oltre 320 candidature provenienti da
più di 50 Paesi. Le proiezioni si terranno dall’11 al 20 novembre, ogni sera
dalle 19.00 alle 23.00, presso la Sala delle Mura Greche dell’Università
L’Orientale – Palazzo Corigliano, e saranno introdotte dagli studenti
tirocinanti del corso di Mediazione Linguistica e Culturale.
Le sezioni del concorso:
* Human Rights Doc – lungometraggi documentari dedicati a diritti, migrazioni e
conflitti;
* Human Rights Short – cortometraggi che raccontano la resistenza civile nel
mondo;
* Human Rights Youth – opere di giovani autori e scuole;
* Premio per la Pace dell’Ambasciata Svizzera in Italia;
* Premio Mario Paciolla per la Pace, istituito in memoria del cooperante
napoletano, assegnato all’opera che meglio rappresenta i valori della
solidarietà internazionale.
Calendario delle proiezioni
Tutte le proiezioni si terranno a Palazzo Corigliano, sede dell’Università
Orientale.
11 Novembre – ore 20:30
CARPENTER
di Xelîl Sehragerd – Iran, 13’
REFUGIUM
di Valerio Vittorio Garaffa – Italia, 20’
EKSI BIR
di Ömer Ferhat Özmen – Turchia, 15’
12 Novembre – ore 19:00
CODE RED
di Minoo Taheri, Majid Azizi – Iran, 5’
MARTYRION, STORIA DI ISABELLE
di Luca Ciriello, Teresa Antignani – Italia, Malta, 20’
HOME GAME
di Lidija Zelovic – Olanda, 98’
14 Novembre – ore 19:00
THE UNSEEN
di Milou Rientjes, Niek Pennings – Olanda, 74’
HATCH
di Alireza Kazemipour, Panta Mosleh – Canada, 10’
GAZA: A STOLEN CHILDHOOD
di Moamen Ghonem – Qatar, 50’
15 Novembre – ore 19:00
LOST SONGS OF SUNDARI
di Sudarshan Sarjerao Sawant – India, 9’
MARIEM
di Javier Corcuera – Spagna, 16’
FAREWELL PARIS
di Mohammad Ebrahim Shahbazi – Iran, 19’
YALLA PARKOUR
di Areeb Zuaiter – Palestina, Qatar, Arabia Saudita, Svezia, 89’
17 Novembre – ore 19:00
ADAS FALASTEEN
di Hamdi Khalil Elhusseini, Samar Taher Lulu – Palestina, 8’
’48 | RESISTING THE BIG SETTLEMENT
di 218 Film Team – Grecia, 77’
BEYOND THE SKIN
di Alessandra Usai – Italia, 52’
18 Novembre – ore 19:00
TRACE OF EARTH
di Gülben Eşberk, Mert Eşberk – Turchia, 15’
CHOICE
di Marko Crnogorski – Macedonia, 17’
THE ANGEL OF BUENOS AIRES
di Enrico Blatti – Italia, 100’
19 Novembre – ore 19:00
NO WAY OUT
di Shekh AL Mamun – Corea del Sud, 62’
SHOT THE VOICE OF FREEDOM
di Zainab Entezar – Afghanistan, 70’
20 Novembre – ore 19:00
WITH GRACE
di Dina Mwende, Julia Dahr – Kenya, Norvegia, 30’
ELEA – LA RINASCITA
di Luigi Marmo – Italia, 19’
THE FIRST FILM
di Piyush Thakur – India, 20’
MY SEXTORTION DIARY
di Patricia Franquesa – Spagna, 64’
Redazione Napoli
Autonomia de iure, occupazione di fatto
Su iniziativa degli Stati Uniti, il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha votato a
favore del piano marocchino di autonomia del Sahara occidentale, sostenendo che
si tratti della soluzione "più realizzabile" per il territorio conteso,
nonostante l'opposizione dell'Algeria. La risoluzione è stata adottata con 11
voti a favore, nessuno contrario e 3 astensioni mentre l'Algeria ha rifiutato di
partecipare al voto.
Nel testo si ritiene che il piano di Rabat del 2007, che prevede l'autonomia
sotto la sovranità marocchina, "potrebbe rappresentare la soluzione più
realizzabile" e quindi costituire "la base" per futuri negoziati volti a
risolvere questo conflitto che dura da 50 anni.
In comunicazione telefonica con Umberto, giornalista di stampa internazionale,
abbiamo cercato di analizzare gli interessi economici dietro questa resoluzione
e cosa potrebbe veramente significare per il popolo saharawi.
XVII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli: Terre promesse, Terre rubate, Popoli senza Pace
MARTEDÌ 11 NOVEMBRE INIZIA IL XVII FESTIVAL – CURDI, SAHARAWI E PALESTINESI,
POPOLI PERSEGUITATI, CI INDICANO LA STRADA DELLA PACE.
Vent’anni dopo
Quest’anno compie 20 anni l’idea che ponemmo alla base del nostro Festival, ma
nonostante gli sconvolgimenti a cui abbiamo assistito in tutto questo tempo, la
nostra filosofia esistenziale non cambia ed è riconducibile ad una breve
affermazione: guardando agli ultimi della terra, impareremo a riconoscere gli
errori di cui è capace l’umanità e a sopravvivere ad essi. Proveremo a dirlo con
altre parole.
La speranza che le future generazioni potranno vivere in un mondo pacificato non
è un’utopia, ma qualcosa che la realtà già ci mostra e che ci ostiniamo a non
vedere. Per questo è necessario trovare spazi e tempi in cui si possa
riflettere, insieme, sul mondo che ci circonda e sugli orizzonti verso cui
procediamo e, se possibile, correggere la rotta finché si è in tempo. Questa, in
sintesi, è la “missione” del nostro Festival: offrire strumenti di conoscenza,
dialogo e cambiamento per apprendere a convivere pacificamente, salvare il
pianeta e adottare le regole di uno sviluppo che sia umano e non solo economico
e produttivo.
“Terre promesse, Terre rubate, Popoli senza Pace”
La XVII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli cade
nell’anno 2025, caratterizzato da guerre e massacri programmati da molto tempo e
dalla crisi profonda del Diritto Internazionale, del Multilateralismo, del sogno
di Pace universale e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che fu costituita
nel 1948 per dire basta all’orrore della guerra, alle armi nucleari, agli
stermini di massa e ai genocidi. Come si può constatare, nel breve volgere di 3
anni è stata quasi cancellata la lezione del Novecento e del Secondo Conflitto
Mondiale, facendo rivivere nuovi nazionalismi, suprematismi, colonialismi e
“soluzioni definitive” che dovrebbero assicurare il trionfo di alcuni governi
(armati) a spese di altri popoli meno attrezzati militarmente e politicamente.
Tutto questo è avvenuto apparentemente in un baleno, ma a guardar bene ogni
mossa è stata programmata con dovizia di particolari e lungimiranza da chi non
ha mai smesso di fare la guerra per assicurarsi il potere globale. Riproporre a
distanza di 80 anni un progetto egemonico può sembrare assurdo, ma non per
questo meno foriero di pericoli imminenti e futuri.
La comunità mondiale è ancora scossa dal rilancio del progetto di Grande America
(Make American Great Again), stavolta a spese delle economie europee e cinese,
per far fronte allo sfondamento senza precedenti del debito pubblico del gigante
americano e alla crisi del dollaro, a cui tutto il mondo ha sempre guardato come
ad una nuova base aurea. Per sostenere questa idea, gli USA minacciano di
intervenire militarmente in alcuni degli scenari più critici del pianeta,
immaginando persino un controllo interstellare, realizzato con migliaia di
satelliti che ronzano attorno alla terra come stelle di un firmamento privato,
ma tutti questi roboanti annunci hanno qualcosa di paradossale e sembrano
sancire, implacabilmente, la fine del ruolo guida dell’Occidente capitalista.
A tali strategie, ispirate dal collasso di un modello di sviluppo ormai non più
sostenibile, si accompagnano dolorosi colpi di coda, come il genocidio degli
israeliani nei confronti del popolo palestinese, eternamente accusato di
terrorismo, i rigurgiti nazionalisti dei russi in Ucraina, sapientemente
stimolati dalle manovre Nato, e i paradossi di violenza istituzionale,
dall’Argentina all’Iran, dall’Afghanistan alla Turchia, dall’Africa centrale
alla subsahariana, dal Corno d’Africa al Congo e persino alcuni nella inerte
Comunità Europea. Oltre 40 conflitti presenti in tutto il mondo sono il
risultato di trenta anni di dominio incontrastato dell’economia liberista che
oggi si ripiega su sé stessa.
In questo scenario disegnato dalla crisi dell’Occidente, il nostro Festival
prova a rallentare l’onda delle emozioni e a spostare l’attenzione verso il
basso, ascoltando le voci dei popoli perseguitati, quelli a cui vengono negati e
sottratti da decenni la terra, le risorse materiali, l’identità, la cultura e la
memoria per dare spazio al nuovo colonialismo e al furto di materie prime,
accampando motivazioni storiche, religiose, filosofiche che, ad essere sinceri,
appaiono quantomeno miserabili.
La nostra tesi è che la sofferenza di queste comunità, spesso costrette con la
forza al nomadismo e alla diaspora, mostra quanta capacità di tolleranza e
disponibilità alla pacifica convivenza ci sia in esse e che solo osservando il
loro calvario si possa capire quanto assurde siano le strategie di espansione di
cui sono vittime. Nel loro comportamento, nelle loro resistenze c’è già scritto
il futuro del pianeta che non ha più le risorse naturali sufficienti alla
sopravvivenza di tutto il genere umano e avrebbe bisogno di una filosofia di
sviluppo meno consumistica e più aperta alla convivenza di culture diverse, per
evitare il ripetersi di queste aggressioni.
Per questo abbiamo scelto di guardare alla storia passata e recente di tre
popoli, i curdi, i saharawi e i palestinesi, per ritrovare le ragioni che
potrebbero frenare gli spiriti irrazionali del capitalismo e del colonialismo,
dell’espansionismo imperialista e della guerra continua, per indicare una strada
di crescita più adatta ai tempi che viviamo e che dovrebbero auspicabilmente
preparare una Pace durevole.
Un Festival di speranza in un anno di guerra
Cercheremo quindi, nelle giornate del XVII Festival, di segnalare esperienze in
grado di dare risposte credibili ai bisogni del pianeta e dell’ambiente e al
fabbisogno di cooperazione tra i popoli che potrebbe sostituirsi alla corsa
cieca alla competizione, dettata dai principi più aggressivi del mercato e del
monetarismo.
È ormai chiaro a tutti, come evidenziato nelle precedenti edizioni del nostro
Festival, che non sarà facile riformare l’Organizzazione delle Nazioni Unite,
sabotata da molti decenni dalla politica di globalizzazione degli Stati Uniti e
dall’espansione della Nato, politica perseguita anche dopo che l’imperialismo
russo aveva ceduto le armi e si era reso disponibile, per manifesta inferiorità,
a fermare la corsa nucleare agli armamenti. E per questo sosteniamo convinti il
disegno di Costituzione della Terra, promosso dal giurista italiano Luigi
Ferrajoli, che postula la Pace, ipotizzando le garanzie che la Dichiarazione
Universale del 1948 non ha saputo assicurare. Siamo consci che il processo di
revisione dell’ordine mondiale sarà lungo perché contrastato dalle strategie dei
blocchi di potere che usano armi poderose per far valere le loro ragioni. Una
nuova guerra fredda è in corso e la nascita dei BRICS, l’organizzazione dei
Paesi non Usa-centrici, offre spazi alternativi all’emergere di Paesi come Cina
e Russia ed anche India e Brasile. Il nuovo equilibrio mondiale è in corso di
definizione, ma nessuno può sapere quanto tempo e sangue serviranno per
affermarlo.
I curdi e la proposta di disarmo di Abdullah Ocalan
Nel frattempo, abbiamo deciso di narrare, col nostro Cinema e i nostri eventi
internazionali, quali strade impervie hanno scelto i curdi che, vivendo da
sempre in diaspora, stanno sperimentando il Confederalismo democratico nel
Rojava, nel nord della Siria, dove hanno mostrato di saper resistere da soli
all’avanzata dell’integralismo islamico, salvando, con le armi in pugno, anche
l’Europa da un imminente conflitto.
E proprio ad Abdullah Ocalan, indiscusso leader curdo, recluso da 26 anni nella
prigione turca dell’isola di Imre, abbiamo voluto dedicare il Festival di
quest’anno, perché la sua dichiarazione di disarmo e scioglimento del PKK, il
Partito dei Lavoratori Curdi, apre le porte ad una nuova era che potrebbe
segnare la fine di una catena di violenze, persecuzioni e guerre nel vicino
Oriente e avviare un delicato dialogo col mondo arabo, che dalla fine della
Seconda Guerra Mondiale non è mai stato tentato. E questo potrebbe essere il
preludio a un nuovo periodo di pace.
Partiremo dunque dall’esame dell’appello lanciato da Ocalan il 25 febbraio 2025
per cercare nel senso delle sue parole di pace la via d’uscita di molti
conflitti che hanno insanguinato l’ultimo secolo. E lo faremo discutendone con
gli studenti delle scuole medie superiori di Napoli, gli universitari de
L’Orientale, i loro docenti e tutti coloro che in questi ultimi mesi sono scesi
in piazza per rifiutare la guerra e difendere le conquiste del Diritto
internazionale davanti agli orrori compiuti dal governo israeliano,
fiancheggiato dalla Casa Bianca, e alla strage voluta dai gruppi filoislamici di
Hamas.
La proposta di Ocalan fa riferimento a un modello sociopolitico innovativo, il
Confederalismo Democratico, che, consapevole dei limiti storici del socialismo,
risponde alle più moderne sfide poste dal capitalismo occidentale, approda ai
principi democratici europei: un approccio concretamente realizzato nel nord
della Siria, in quella regione del Kurdistan che conosciamo con il nome di
Rojava. E di questa rivoluzione silenziosa il nostro cinema darà alcuni esempi
nelle giornate del 18 e 19 novembre. Nell’indicare la strada del domani, quindi,
Ocalan offre a tutta la regione orientale una mediazione tra l’estremismo
radicale arabo e il sionismo dilagante, proponendo innanzitutto il disarmo e poi
rilanciando il modello democratico e partecipativo e l’organizzazione dal basso
delle piccole comunità che le politiche europee hanno sempre sostenuto e mai
realizzato.
La fermezza del popolo del deserto, i saharawi
Non poteva mancare, nella nostra analisi, l’esame del caso saharawi, un popolo
che da decenni lotta contro il furto della propria terra e del proprio mare a
opera del governo marocchino. Un popolo diviso, anche fisicamente, dal muro più
lungo del mondo dopo la Muraglia cinese e da un campo minato che conta milioni
di ordigni disseminati sotto la sabbia del Sahara. Anche per i saharawi, il
popolo del Sahara occidentale, la filosofia di pace è il motore primo della
richiesta del riconoscimento della loro terra e delle loro tradizioni. Un modo
diverso di affrontare l’apartheid imposto e sostenuto da Paesi come la Spagna e
il Marocco, ha fatto sì che anche le loro carceri e i loro sistemi istituzionali
fossero orientati a un’umanità diversa da quella dei loro invasori. Ben lo sanno
tutti i comitati italiani di sostegno che sono fioriti nelle nostre regioni e
offrono periodicamente ospitalità ai bambini saharawi, agli studenti e alle
famiglie. La loro sopravvivenza è segnata profondamente dalla civiltà e dalla
cultura di popolo antico che ha resistito alle invasioni coloniali
dell’Ottocento e Novecento senza farsi sconvolgere, che ha tentato la scelta
della resistenza pacifica e ha saputo maturare una saggezza che merita il nostro
rispetto e il riconoscimento di un’identità forte e maestra che attende
giustizia dagli altri popoli della terra e dall’Onu, che annuncia da decenni un
referendum di autodeterminazione che non arriverà mai.
Palestina libera!
Infine come dimenticare i palestinesi, lo scippo della loro terra, la Nakba,
l’apartheid imposto dall’occupazione israeliana dal 1967, l’Intifada degli anni
80 e del Duemila, il genocidio di questi ultimi anni che ha trucidato quasi
centomila persone in 24 mesi, lasciandole insepolte sotto le macerie di Gaza,
umiliando vivi e morti con sadiche procedure diffuse mediaticamente, uccidendo
migliaia di civili indifesi, bombardando ospedali, schernendo e torturando i
prigionieri politici, occultando i cadaveri per impedire il riconoscimento delle
crudeltà loro inferte e, ultima beffa, l’aggressione sistematica ai contadini
della Cisgiordania.
A loro va il riconoscimento di essere le vittime più recenti di nazionalismi
resuscitati dalla follia suprematista e l’ammirazione per avere resistito a mani
nude nell’affermare che quella “terra promessa” pretesa dagli israeliani è
soltanto una terra rubata che non fu mai negata a nessuno, ma andava condivisa e
non doveva essere espropriata in nome di un dio pagano che avrebbe chiesto
centinaia di migliaia di sacrifici umani.
Anche per i palestinesi vale quello che è stato detto per i curdi e i saharawi:
la loro strenua resistenza ci indica che nessun popolo lascerà seppellire la
propria cultura, la memoria della propria civiltà, ma resisterà a oltranza
all’invasione, al massacro e alle deportazioni, persino al genocidio che è in
corso mentre scriviamo.
Epilogo
A nostro avviso, è tempo di riconoscere in queste resistenze umane il seme del
domani, il valore immortale della dignità espressa dai più deboli in decenni di
lotte, per affermare davanti alla Storia la solidarietà e il diritto alla vita
negato da chi impone il proprio potere con arroganza e forza.
È questa la strada tracciata dal nome della XVII edizione “Terre promesse, terre
rubate, Popoli senza Pace”, perché l’impegno di creare una nuova Cultura di Pace
passa da qui, ovvero dal riconoscimento a tutti i costi dei Diritti dell’altro,
amico o nemico che sia.
P.S. Cogliamo l’occasione per dire grazie ad alcune persone che ci hanno aiutato
nella preparazione delle giornate di eventi internazionali di questo XVII
Festival che si profila più complesso delle precedenti edizioni. Grazie pertanto
a Patrizio Esposito, fotografo e intellettuale napoletano, a Mario Martone jr,
filmaker da sempre vicino alle lotte dei saharawi, ad Alfio Nicotra, già
copresidente della ong Un Ponte per, a Gianni Tognoni, storico segretario del
Tribunale Permanente dei Popoli e a Ylmaz Orkan, dirigente dell’Ufficio
Informazioni del Kurdistan in Italia per averci aiutato pazientemente a
costruire percorsi di memoria e di elaborazione politica a conforto della nostra
tesi. E grazie all’instancabile relatrice speciale delle Nazioni Unite per la
Palestina e i territori occupati Francesca Albanese, che non ci lesina mai un
consiglio e un suggerimento cinematografico, nonostante le terribili tensioni a
cui è sottoposta dall’attacco di smisurata violenza, di cui è obiettivo da anni,
ad opera del movimento sionista internazionale e del governo degli Stati Uniti.
Il XVII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli comincerà l’11 novembre
e si concluderà il 21 dello stesso mese e avrà come sedi principali lo Spazio
Comunale Piazza Forcella in via della Vicaria Vecchia, 23, Napoli e l’Aula delle
Mura Greche di palazzo Corigliano, sede dell’Università L’Orientale, in piazza
San Domenico Maggiore, Napoli. Il programma della manifestazione sarà
disponibile, a partire dal 5 novembre 2025, sul sito ufficiale della
manifestazione www.cinenapolidiritti.it e sulle pagine social dello stesso
Festival. Tutti gli eventi del Festival sono a ingresso libero e gratuito.
Redazione Napoli
Lunedì 4/10 h 20.30 – Presentazione nuovo dossier di “Sanitari per Gaza”
“Sanitari Per Gaza” presentano il loro ultimo dossier: “La deliberata
distruzione del sistema sanitario a Gaza”.
Il nuovo dossier di Sanitari per Gaza, sarà sempre sulla distruzione del sistema
sanitario ma con un focus sulla salute delle donne, sulle malattie croniche e
l’uso della fame come arma di guerra.
h 20.30 Cena benefit popolo Saharawi
A seguire presentazione dossier