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Meno disuguaglianze e più sostenibilità. Le proposte del Global Justice Report 2026
  É possibile conciliare l’abitabilità del pianeta e un elevato benessere per tutti, ma solo se la trasformazione si fonda simultaneamente su tre pilastri: una rapida decarbonizzazione dei sistemi energetici, una drastica riduzione delle ore di lavoro e grandi cambiamenti nei modelli di consumo, nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale. Inoltre, né la decarbonizzazione né la sufficienza possono essere finanziate e sostenute politicamente senza una drastica riduzione della disuguaglianza di reddito, ricchezza e potere, sia tra i Paesi che al loro interno. La compressione della disuguaglianza globale non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione, ma è una condizione necessaria per la prosperità condivisa su un pianeta finito. Sono le conclusioni alle quali giunge il Global Justice Report 2026, frutto del lavoro di 200 ricercatori di tutto il mondo, coordinati dal World Inequality Lab, centro studi diretto dagli economisti francesi Thomas Piketty e Lucas Chancel. Un Report che combina quattro dimensioni che i dibattiti odierni spesso trattano separatamente: la redistribuzione su scala mondiale, una profonda riforma dell’ordine finanziario ed economico internazionale, una trasformazione radicale dei sistemi energetici e cambiamenti sostanziali nei modelli di consumo. Rispetto alla maggior parte degli scenari climatici, compresi quelli del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), la principale novità consiste nel modellare congiuntamente tutte e quattro le dimensioni e nel porre la disuguaglianza e la sufficienza al centro dell’analisi. Una delle proposte avanzate dal Report riguarda una forte riduzione dell’orario di lavoro: da circa 2.100 ore a 1.000 ore all’anno per persona occupata, tra il 2025 e il 2100. Oltre alla riduzione dell’orario di lavoro, tutti i Paesi dovrebbero convergere verso la piena parità di genere nel mercato del lavoro, con tassi di occupazione simili per donne e uomini, pari ore di lavoro economico e domestico e pari retribuzione media. La parità di genere è ampiamente condivisa come obiettivo dalle giovani generazioni in tutto il mondo, così come la riduzione dell’orario di lavoro e la salvaguardia dell’abitabilità del pianeta, ma il suo raggiungimento richiede anche un’enorme mobilitazione politica e cambiamenti di vasta portata nelle istituzioni, nelle politiche pubbliche e nelle norme sociali. Il congedo parentale paritario, le norme antidiscriminazione e le quote di genere per le promozioni devono essere sistematizzati e rafforzati; strumenti più radicali, tra cui la parità fiscale dei redditi tra donne e uomini, saranno probabilmente necessari per riequilibrare i rapporti di potere all’interno delle famiglie. Il Rapporto considera poi la necessità di “mantenersi al di sotto dei 2 °C”. E l’unico modo per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, raggiungendo al contempo gli obiettivi di uguaglianza e prosperità condivisa, è quello di combinare la sufficienza con una rapida transizione energetica, con un ampio spostamento dei consumi dai settori materiali a quelli immateriali (istruzione/sanità) e un sostanziale cambiamento delle abitudini alimentari, che consenta un rigoroso divieto di deforestazione e un graduale ritorno della copertura forestale globale ai livelli del 1900. Solo una rapida e urgente decarbonizzazione può portare la quota di combustibili fossili al di sotto del 20% della domanda energetica globale entro il 2050 e a zero entro la fine del secolo. Ciò richiede ingenti investimenti in nuove infrastrutture, pari a circa il 3-4% del PIL mondiale all’anno nei prossimi tre decenni, finanziati principalmente dai Paesi più ricchi del mondo, che hanno beneficiato in modo sproporzionato della crescita economica globale negli ultimi decenni e hanno una grande responsabilità per le emissioni storiche. Il rapporto Global Justice Report 2026 propone il Fondo per la Giustizia Globale (GJF), concepito come una nuova istituzione internazionale dedicata alla convergenza socioeconomica globale e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale. Il suo obiettivo principale è garantire pari opportunità di sviluppo per tutti i Paesi. Al Fondo dovrebbe essere destinato ogni anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del PIL globale: più di venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo monetario e Banca mondiale. Si tratta di risorse provenienti dal fondo sovrano mondiale che il Global Justice dovrebbe gestire. Risorse provenienti soprattutto dalla tassazione globale dei grandi patrimoni, anche con l’obiettivo di ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali in clima, sanità e istruzione. Qui per approfondire: https://globaljusticeproject.wid.world/. Giovanni Caprio
June 14, 2026
Pressenza
Il conto che il Nord non vuole pagare
Il Global Justice Report propone tasse sui ricchi, ore di lavoro dimezzate e un fondo globale per fermare il collasso climatico. Ma il piano è all’altezza del debito storico che pretende di saldare? Esiste un numero che rende tutto il resto secondario. È il 240% del PIL mondiale: la stima cumulata dei danni, economici, climatici e umani che l’Europa e il Nord America hanno inflitto al resto del pianeta tra il 1800 e il 2025. Dentro ci sono i salari mai pagati agli schiavi delle piantagioni americane, i tributi sistematicamente estorti dall’impero britannico all’India per finanziare le proprie guerre e la propria industrializzazione, la tassa di guerra che la Francia impose ad Haiti nel 1825 come prezzo del riconoscimento dell’indipendenza, un debito che l’isola finì di pagare solo nel 1947, e sessant’anni di emissioni di CO₂ che hanno riscaldato un pianeta le cui conseguenze peggiori ricadranno su chi non le ha prodotte. Lo dice il Global Justice Report, presentato il 4 giugno scorso dal World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinato tra gli altri da Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman. Il documento ha avuto una discreta eco mediatica, concentrata sulle misure più spettacolari: tasse fino al 90% sui redditi più alti, settimana lavorativa dimezzata, un fondo globale venticinque volte più grande degli aiuti internazionali attuali. Ma il punto più interessante non è la proposta in sé. È il quadro analitico in cui viene collocata: per la prima volta un documento di questa autorevolezza mette su carta, con metodologie verificabili, quanto il Nord deve al Sud. E poi misura quanto il proprio piano offre in cambio. La risposta è: meno di un quarto del necessario. Come funziona il piano Il cuore della proposta è il Global Justice Fund, un nuovo organismo internazionale finanziato ogni anno con risorse pari al 10,3% del PIL mondiale fino al 2060. I soldi vengono da una tassa patrimoniale globale progressiva, dall’1% per i milionari al 20% annuo per i miliardari, e da un’imposta globale sul reddito con aliquote fino al 90% in cima alla piramide. Un’aliquota che suona estrema, ma era quella applicata negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra, quando vennero costruiti i sistemi di welfare più solidi del Novecento. I dividendi vengono poi distribuiti a tutti i Paesi del mondo in quote uguali per abitante, da investire in energia pulita, istruzione e sanità. Il meccanismo produce redistribuzione Nord-Sud senza doverla dichiarare come tale. I ricchi del mondo sono concentrati nel Nord: pagano più tasse. I Paesi poveri hanno più abitanti in proporzione alla loro ricchezza: ricevono più dividendi rispetto al PIL. Il risultato è un trasferimento netto pari allo 0,8% del PIL mondiale ogni anno. Non attraverso accordi bilaterali o negoziati politicamente fragili, ma per effetto automatico delle stesse regole applicate a tutti. I numeri concreti: i Paesi dell’Africa subsahariana riceverebbero dividendi pari all’8,8% del loro PIL; quelli europei il 2,5%. Il Nord America contribuirebbe al Fondo col 4,2% del suo PIL; l’Africa subsahariana con l’1,1%. Entro il 2100, l’89% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. Meno del 2% della popolazione mondiale, i più ricchi, subirebbe una perdita. Il trasferimento invisibile: chi finanzia chi Accanto al debito storico c’è un trasferimento che avviene oggi, in silenzio, ogni anno. I Paesi ricchi ottengono sui loro investimenti all’estero rendimenti sistematicamente più alti dei tassi che pagano sul debito estero. Il saldo netto è un flusso finanziario che va dai Paesi poveri ai Paesi ricchi: tra lo 0,6 e lo 0,8% del PIL mondiale ogni anno nel periodo 2000-2025. Per capire la proporzione: circa il doppio degli aiuti internazionali totali nello stesso periodo. Il Sud del mondo finanzia il Nord ogni anno, non per scelta ma per come è costruita l’architettura monetaria internazionale nata a Bretton Woods nel 1944. La risposta proposta dal Report è una Camera di compensazione internazionale, l’idea che John Maynard Keynes portò alla conferenza di Bretton Woods nel 1943 e che le delegazioni americane bloccarono per preservare il privilegio del dollaro. Il meccanismo penalizzerebbe i surplus e i deficit commerciali persistenti, incentivando il riequilibrio degli scambi globali. Non è una proposta nuova: la Bridgetown Initiative di Barbados nel 2022, le presidenze brasiliana e sudafricana del G20 e decenni di letteratura critica sul sistema monetario internazionale hanno battuto questa strada. Il Report la integra per la prima volta in un modello quantitativo con proiezioni fino al 2100. Il problema del clima non è tecnologico Il Report costruisce tre scenari climatici al 2100. Con la piattaforma di giustizia globale pienamente attuata: 1,8°C di riscaldamento. Con crescita globale senza redistribuzione: 3,3°C. Con le politiche attuali invariate: oltre 4,8°C. La differenza tra 1,8 e 4,8 gradi non si misura in termini lineari: è la distanza tra catastrofi frequenti ma gestibili e processi di retroazione che sfuggono al controllo. La geometria del danno è quella già nota: i Paesi che hanno contribuito meno alle emissioni storiche sono quelli che subiranno le conseguenze peggiori in tutti gli scenari. La tesi del Report è che non basteranno le rinnovabili e le auto elettriche: senza ridurre il peso economico e politico dell’ultra-ricchezza globale, senza redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi, la stabilità climatica rimane fuori portata. È su questo punto che il documento si distacca dal mainstream della letteratura sul clima: non nega l’importanza della transizione tecnologica, ma la dichiara insufficiente senza una parallela transizione distributiva. Il piano è all’altezza del debito? Qui il documento mostra la sua crepa più onesta. I trasferimenti netti generati dalla piattaforma, 0,8% del PIL mondiale annuo, sono «significativamente inferiori», scrivono gli stessi autori, a quanto servirebbe per compensare i danni storici quantificati. Per coprire il debito coloniale e climatico nel periodo 2026-2100 sarebbero necessari trasferimenti pari al 3,2% annuo: quattro volte di più. Il Report lo dichiara e ne trae la conseguenza che la piattaforma andrebbe scalata verso l’alto. Non è un’ammissione di sconfitta; è una misura dell’enormità del debito. C’è poi la questione della governance. Oggi l’Europa e il Nord America hanno al FMI una quota di voto quattro volte superiore alla loro quota di popolazione. Il Report propone un sistema di doppia maggioranza, 55% dei Paesi che rappresentino il 60% della popolazione, che spezzerebbe questo legame. Ma avverte che lasciare ai Paesi ricchi il controllo del Fondo nei suoi anni iniziali è un rischio concreto: storicamente, le riforme politiche vengono istituzionalizzate prima della redistribuzione economica, non dopo. Chi controlla le regole decide quanto redistribuire. Una proposta del Nord sul futuro del Sud Il Global Justice Report cita la Bridgetown Initiative di Barbados, le proposte del G20 brasiliano e sudafricano, i movimenti per la giustizia climatica in Africa e in India come cornice entro cui la proposta si inscrive. L’adesione intellettuale sembra genuina. Ma rimane una distanza tra il riconoscimento formale e la co-costruzione effettiva. Il documento è elaborato prevalentemente da ricercatori europei e americani. E c’è una tensione che il Report affronta senza scioglierla del tutto: il piano chiede ai Paesi del Sud di crescere, ma anche di adottare la «sufficienza», ridurre l’impronta materiale, trasformare i modelli di consumo, lavorare meno. Per i Paesi del Nord, che hanno già consumato molto più di quanto il pianeta possa sopportare, la sufficienza è una restrizione necessaria. Per i Paesi del Sud, che non hanno ancora raggiunto livelli adeguati di prosperità, rischia di suonare come un limite imposto dall’esterno: voi non potete fare quello che abbiamo fatto noi. Gli autori concludono che «ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica». È la frase più onesta del documento. Significa che le risorse ci sono, i meccanismi sono stati progettati, i numeri tornano. Quello che manca non è la soluzione: è la volontà di chi dovrebbe rinunciare a qualcosa per renderla possibile. Non è una conclusione rassicurante. Ma almeno è precisa. Fonti Global Justice Report 2026 World Inequality Lab Paris School of Economics Bridgetown Initiative Callahan e Mankin, Nature Climate Change, 2022 Fanning e Hickel, 2023 World Historical Balance of Payment Database Francesco Russo
June 5, 2026
Pressenza