Una grande marcia a La Paz in risposta alla conferenza stampa del governo
La dirigenza della Central Obrera Boliviana e la Confederacion Obrera de Bolivia
hanno indetto una grande marcia verso la piazza Murillo, sede del governo
boliviano, dopo la conferenza stampa del presidente Rodrigo Paz. Dopo i giorni
passati in aeroporto, sono riuscito a raggiungere a piedi la stazione teleferica
che congiunge Los alto de La Paz con la parte bassa della città, attraversando
strade piene di sassi, barricate e persone con il poncho rosso, donne e uomini
indigeni che presidiavano incroci, piazze e arterie principali. Negozi locali e
piccoli ristoranti improvvisati erano completamente chiusi. Ho seguito la
conferenza stampa del presidente, che almeno apparentemente ha sfoggiato un tono
interlocutorio, calmo e mai minaccioso.
Si è detto disponibile al dialogo e ha annunciato un nuovo gabinetto più
disponibile, più in grado di rispondere ai problemi dei vari settori sociali.
Inoltre nella conferenza stampa ha sottolineato che l’opzione dello stato
d’assedio sarà soltanto l’ultima, che il governo attualmente si rifiuta di
adottare, nonostante i consigli dell’alleato americano che non vede l’ora
sicuramente di soffocare con la repressione le rivolte e di mettere le mani
sulla ricchezza della Bolivia, dopo il Venezuela e forse Cuba.
Viste le decisioni prese dalle organizzazioni sindacali che stanno occupando la
città, la conferenza stampa non ha risposto alle questioni più urgenti – dalla
benzina di scarsa qualità che ha causato enormi problemi ai piccoli
trasportatori, alla svendita del patrimonio naturale dell’industria del gas e
dell’industria mineraria.
È evidente che qui in Bolivia va in scena un conflitto legato a un governo
neoliberista, di destra e conservatore, come anche in Argentina, ma quello che
sta accadendo qui a mio avviso è anche un conflitto etnico e culturale. La
Bolivia è il Paese meno occidentale dell’America Latina per la sua forte
presenza indigena – due terzi della popolazione sono indigeni Aymara, Quechua e
altre etnie minori. Santa Cruz, invece, la parte tropicale della Bolivia, è
abitata prevalentemente da non indigeni e infatti là non c’è nessuna
mobilitazione.
Il presidente Rodrigo Paz è anche espressione di questa parte più legata alla
produzione agricola e al commercio; la parte indigena di Cochabamba, Potosì e La
Paz non si sente rappresentata da questo presidente, che comunque in questi
giorni ha ritirato alcune delle leggi più indigeribili e liberiste, come la
legge sulla parcellizzazione della proprietà agricola, che aveva messo in
allarme le cooperative agricole indigene. Ieri è stata espulsa l’ambasciatrice
colombiana: il presidente colombiano Pedro era intervenuto dicendo che il
governo avrebbe dovuto ascoltare le richieste dei manifestanti e questo ha
irritato il governo. Il presidente brasiliano Lula invece non ha fatto commenti.
In queste ore si stanno concentrando le varie sigle della protesta, dai
minatori, agli agricoltori, agli indigeni, ai maestri rurali e ai campesinos
per rispondere con una grande marcia alle comunicazioni fatte ieri davanti alla
stampa nazionale e internazionale del presidente Paz. Tutto il centro della
capitale boliviana e anche altre zone strategiche sono presidiate da ingenti
forze di polizia.
Manfredo Pavoni Gay