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È possibile rendere didattica ed etica una tecnologia aziendale-militare? Riflessione sull’Enciclica “Magnifica Humanitas”
Come docente della scuola media pubblica, formatasi alla fine degli anni Novanta, quando ho ricevuto la notizia della pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas riguardante le tecnologie digitali e l’uso dell’I.A., pur essendo laica (ma con un lungo passato come cattolica attiva nel sociale), ho avuto un moto di speranza che qualcosa, da fonti autorevoli e influenti, anche se non quelle a cui solitamente attingo per approfondire l’attualità, si levasse per porre un freno deciso all’influenza dei poteri guerrafondai nel mondo educativo-formativo, ultima sventura delle tante a cui l’irreversibile processo di aziendalizzazione della scuola pubblica ci ha tristemente condotto. Avevamo appena affrontato un difficile Collegio docenti dove la discussione sull’uso e sulla formazione di questi strumenti era stato oggetto di divisione tra noi; le nostre figure di riferimento come animatori digitali si sono proposte la lettura dell’Enciclica come studio estivo e ci siamo lasciati con l’idea di aggiornare il nostro confronto dopo un’attenta analisi non solo del documento papale, ma anche di altra bibliografia che, nel frattempo, sembra essere esplosa. Luca De Biase, nel suo podcast “Padroni del mondo”, all’episodio numero 37 cita la “magnifica umanità” di cui parla papa Leone XIV come un possibile antidoto al totalitarismo cognitivo che le informazioni sintetiche della I.A. possono alimentare, inquinando le menti e danneggiando le logiche della convivenza. Spiega chiaramente come i social media rafforzino la propaganda di autocrati quali Elon Musk, le cui finalità sembrano essere quelle, ad ascoltare le sue interviste, di migliorare l’umanità in ogni ambito, da quello sanitario a quello lavorativo, creando un universo tecnologico che risolva miracolosamente ogni problema, e lo afferma con spudorata mancanza di senso del limite e ferma convinzione di onnipotenza. Con atteggiamento più cauto Cristopher Olah, cofondatore di Anthropic, si limita ad esporre le sue ricerche sul funzionamento dell’I.A. considerando quest’ultima una macchina espressione delle capacità umane (e non di una tecnologia magica) che è possibile gestire per rendere fruttuosa l’interazione uomo-macchina. L’introduzione all’Enciclica, al punto 4, recita: «La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto ‘fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo’. Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità nell’immaginario collettivo…Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e il bene comune». La visione di una “magnifica umanità” che ne emerge potrebbe risuonare alquanto fideistica, se riflettiamo sul fatto che scoperte scientifiche e innovazione tecnologica non hanno avuto uno sviluppo regolare, lineare e progressivo. A volte, in questo modo, le riassumiamo ai giovanissimi, tramite l’uso del manuale, per rendere accessibili i contenuti a studenti e studentesse ancora inesperti nello studio, ma spesso nel percorso di insegnamento c’è bisogno di lavorare sull’analisi delle fonti, dei punti di vista diversi e fare precisazioni nel merito, considerare dei salti all’indietro e dei regressi, parlare dei margini della società, delle eccezioni, degli insuccessi, della massa informe di chi la Storia non l’ha fatta perché i “Vinti” non glielo hanno permesso, introdurre, insomma, delle riflessioni che poco hanno a che fare con le “magnifiche sorti progressive” e i “significativi miglioramenti delle condizioni di vita” a cui la tecnica ci avrebbe condotti come umanità: «Parte di ciò che la modernità chiama progresso si riferisce a quattro secoli di dispostivi che permettono di non dover prestare attenzione all’alterità, ad altre forme di vita, agli ecosistemi» (Baptiste Morizot, Manieres d’etere vivant, Arles, Actes Sud 2020) Potrebbe apparire riduttivo anche parlare di “volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene”: il “dual use” si potrebbe liquidare così? Come una necessità di mantenere separati due ambiti (civile e militare) del digitale per non arrecare danni o ci sono interferenze tra i due che sono comunque inevitabili per la natura stessa dello strumento aziendale-militare o perlomeno per come è stato concepito e sviluppato negli ultimi 70 anni[1]? Noi sospettiamo che, purtroppo, sia la seconda ipotesi quella più vicina a quanto stiamo vivendo: come Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle università abbiamo avuto già modo di soffermarci su questi aspetti: “La vera faccia dell’intelligenza artificiale: il motore del riarmo“. L’Enciclica qualifica, senza mezzi termini, certi usi dell’I.A. come violazione della dignità umana (La normalizzazione della guerra, pag. 32 della Lettera Enciclica) e nelle sue indicazioni etico-morali fa comunque pressione affinché si portino in primo piano iniziative, a tutti i livelli, normativo in primis, per un’adozione tecnologica più riflessiva, quindi più lenta, disarmata e riconducibile a una risorsa che venga gestita come “bene comune”. Se pensiamo a uno di questi beni comuni, su cui la cittadinanza negli ultimi vent’anni si è mossa con maggior forza, l’acqua, agli esaltanti risultati referendari del 2010 e a come tutto ciò non sia comunque servito ad arginare l’accaparramento delle risorse idriche da parte dei colossi aziendali globali, ci viene un certo scoramento e ci chiediamo: accadrà la stessa cosa all’I.A., anche se dovesse essere dichiarata “bene comune”? Chi fermerà, in questo caso, l’avanzata degli interessi strategici che non si fanno scrupoli a scatenare conflitti bellici? Riuscirà l’Europa a difendere il principio di precauzione così come per molto tempo aveva fatto (in passato) nei confronti di un’altra tecnologia, gli O.G.M., applicata, in questo caso, all’agricoltura, per salvaguardare diritti, libertà, ecologia e risorse? Nonostante gli ingenti investimenti che lo sviluppo di questi software sta ricevendo e i brillanti risultati delle quotazioni in borsa delle multinazionali che li controllano, vale la pena citare lo stesso documento papale quando ci ricorda che l’indicatore PIL non misura il “ben-essere” delle popolazioni ma solo l’efficienza del capitale, che, a sua volta, si sposta là dove i margini di profitto aumentano, ovvero i titoli azionari prosperano, anche fra i gruppi di produttori di armi. Ma l’I.A., oltretutto, non sta migliorando le condizioni materiali dei più: il 90% delle imprese non registra aumenti di produttività[2] e, anzi, rischia di accelerare le disuguaglianze e introdurre un’automazione, senza occupazione, che distrugge il lavoro senza aumentare la crescita. Le Big Tech detengono un potere finanziario immenso, tramite il quale riescono a controllare i social media e, con essi, il dibattito politico, definendone l’agenda e condizionando pesantemente l’opinione pubblica. L’interdipendenza stretta tra questi colossi e i governi degli stati sta facendo vacillare le democrazie, sempre più in difficoltà a normare l’uso delle tecnologie digitali in base ai principi su cui si sono fondate, fin ora, le carte costituzionali[3]. Stiamo parlando di tecnologie che, trasferite all’ambito militare, alla logistica e all’intelligence, costituiscono occhi ed orecchie per dati (raccolti nell’ambito civile) che il reparto militare usa come controllo e sorveglianza della cittadinanza. Se uniamo a queste considerazioni il fatto che, negli organismi di rappresentanza degli atenei, rappresentanti di destra operano censure e pressioni per ridurre al minimo le critiche verso la partecipazione a progetti di ricerca “duali” (termine eufemistico, dal momento che l’ambito civile ne rappresenta una parte minoritaria rispetto al militare), capiamo bene come anche la libertà di ricerca nel settore pubblico possa essere pesantemente compromessa. Tale concentrazione di potere tecnologico, che riesce a condizionare ricerca e politica, svuotando di efficacia il diritto di scelta delle popolazioni, sta già conducendo ad una moltiplicazione di guerre e interventi militari. D’altronde gli LLM  (Large Language Model) sono stati sviluppati nell’alveo della ricerca sul machine learning statunitense non per scopi scientifici, umanitari o didattici, ma per migliorare servizi on line basati sull’interazione verbale che non fanno altro che fidelizzare il cliente e creare nuovi bisogni[4]. Hanno come scopo di fare in modo che l’utente li usi il più possibile per riuscire a estrapolare dati-linguaggio-parole sui quali basarsi per i propri output. Sono ancora tecnologie estremamente imprecise, per molti versi sovrastimate, sia in senso ottimistico che apocalittico: spesso sono le stesse industrie tecnologiche che illustrano scenari catastrofici per mostrarsi etiche e responsabili, con regolamenti inefficaci, per spostare l’attenzione sugli scenari futuri e distoglierla dal disastro presente[5]. C’è forse bisogno, ancor prima di un codice etico, di allargare la riflessione su una Antropologia per intelligenze artificiali (Filippo Lubrano, 2024): non è una novità, nella storia della ricerca scientifico-tecnologica, l’idea di creare una macchina pensante, come ci hanno insegnato gli scritti di Asimov, Turing, Searle… Il fenomeno mediatico su questi modelli linguistici è esploso ai giorni nostri non in virtù di una nuova scoperta o invenzione, ma perché a un certo punto le aziende si sono ritrovate con la possibilità di avere a disposizione una quantità enorme di dati, come mai prima, che è stata utilizzata con finalità commerciali e di sorveglianza, non per la costruzione del “bene comune”. Rileggiamo le Leggi della Robotica[6]: «0. Un robot non può recar danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno; 1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno; 2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge; 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge» Non ci sembra che oggi ci sia niente di così diverso, a livello etico-morale, rispetto a ciò su cui  anche Asimov si interrogava: alla luce della rilettura di queste leggi fantascientifiche appare forse più macroscopica la distanza tra buone finalità scientifiche, didattiche e di reale progresso umano e il panorama tecnologico, economico e bellicistico attuale, per cui ci domandiamo se, invece di invocare una improbabile o inesistente I.A. etica non sarebbe meglio adottare, almeno per ora, una vera e propria obiezione di coscienza totale. Claudia Giella, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università * [1] D.Tafani, Non senza di noi. Università e docenti che rifiutano i chatbot di sorveglianza,14/04/2026 * [2]Goldman Sachs,Top of Mind, Gen AI: too much spend, too little benefit? * [3] Dario Guarascio, Imperialismo digitale, 2026 * [4] S. Penge, Modelli linguistici opachi e modelli didattici trasparenti, Quaderni della decrescita, ‘26 * [5] Naomi Klein, Shock economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri, 2012 * [6] I.Asimov, Io robot, 1950 -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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[entropia massima] Estrattivismo dei dati
Puntata 31 di EM, settima del ciclo Estrattivismo dei Dati. Affrontiamo il tema dell'intelligenza artificiale da due prospettive diverse e complementari. Nella prima parte abbiamo ospitato Martina Ullasci, ricercatrice del Politecnico di Torino, che ci ha raccontato i risultati di tre esperimenti sui bias nei modelli di IA generativa. Dall'analisi di annunci di lavoro reali sono emersi stereotipi di genere nella costruzione del "candidato ideale"; altri studi hanno mostrato discriminazioni legate alle varietà linguistiche, sia nel caso dell'afroamericano negli Stati Uniti sia dei dialetti italiani, con una particolare penalizzazione delle varietà meridionali. Un'occasione per riflettere sul fatto che questi sistemi non sono neutri, ma tendono a riprodurre e amplificare le disuguaglianze presenti nella società. Nella seconda parte abbiamo dialogato con Giulio De Petra, a partire dal suo intervento Disarmare l'intelligenza artificiale e dalle riflessioni contenute nella recente enciclica di Papa Prevost. Un testo che invita a non considerare l'innovazione tecnologica come inevitabile e che mette al centro temi come il potere, la responsabilità politica e il controllo democratico delle tecnologie. Un intervento che segna una discontinuità nel dibattito interno alla Chiesa e che, allo stesso tempo, lancia una sfida alla narrazione dominante della Silicon Valley: il futuro dell'intelligenza artificiale non può essere lasciato esclusivamente nelle mani dei mercati e delle grandi imprese tecnologiche.
June 15, 2026
Radio Onda Rossa
Magnifica Humanitas: un’enciclica sull’IA che merita lettura critica
Leone XIV mette l’intelligenza artificiale al centro della Dottrina sociale della Chiesa. Il documento contiene analisi politicamente rilevanti. Ma va letto sapendo da dove viene quella tradizione. Il 15 maggio 2026, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum, Leone XIV ha firmato la Magnifica Humanitas. La data non è casuale e il riferimento non è neutro. Leone XIII, nel 1891, aveva pubblicato il documento che avrebbe fondato la cosiddetta Dottrina sociale della Chiesa: un testo che la narrazione cattolica progressista ha trasformato nel tempo in una sorta di manifesto ante litteram dei diritti dei lavoratori, ma che nacque con tutt’altra funzione. Il movimento operaio organizzato — socialismo scientifico, anarchismo, sindacalismo rivoluzionario — stava conquistando forza e consenso di massa. La Chiesa rischiava di perdere le classi popolari. La Rerum novarum fu anzitutto una risposta difensiva: riconosceva qualcosa — la dignità del lavoro, il salario giusto — per bloccare qualcos’altro, cioè la lotta di classe e l’organizzazione autonoma del proletariato. Difendeva la proprietà privata come diritto naturale contro qualsiasi ipotesi di socializzazione, proponeva la collaborazione tra classi come alternativa allo sciopero, limitava l’intervento dello Stato in nome di un ordine che tutelava strutturalmente i proprietari — inclusa la Chiesa, tra i maggiori latifondisti d’Europa. Partire da qui non è un esercizio di anticlericalismo. È necessario per leggere la Magnifica Humanitas con gli occhi giusti: non come il compimento di un percorso sempre progressivo, ma come un documento che eredita contraddizioni storiche che nessuna buona volontà pontificia cancella per decreto. Detto questo, il testo merita una lettura seria, perché contiene — intrecciata con la teologia — un’analisi politica e istituzionale dell’intelligenza artificiale che pochi documenti laici hanno finora eguagliato per coerenza sistematica. L’ARCHITETTURA DEL DOCUMENTO Il testo si costruisce su due icone bibliche contrapposte. Da un lato Babele: opera grandiosa, concepita sull’orgoglio dell’autosufficienza, destinata alla dispersione. Dall’altro Gerusalemme ricostruita da Neemia: il governatore che ascolta, prega, affida a ciascuna famiglia un tratto di muro, coordina senza imporre, ricostruisce la città pezzo per pezzo attraverso la responsabilità condivisa. La scelta che abbiamo davanti, dice il Papa, non è tra il sì e il no alla tecnologia, ma tra questi due modi di costruire. “Babele” nel testo ha un volto preciso: la concentrazione del potere computazionale in pochi attori privati transnazionali, la logica dell’efficienza come criterio assoluto, il paradigma tecnocratico che riduce la persona a dato da ottimizzare. “Gerusalemme” ha anch’essa un volto preciso: sussidiarietà, trasparenza algoritmica, accountability, accesso universale ai benefici dell’innovazione, protezione dei lavoratori invisibili che alimentano i modelli. Il documento è leggibile come analisi politica indipendentemente dalla fede che lo ispira. I primi due capitoli ripercorrono la Dottrina sociale da Leone XIII a Francesco in modo funzionale, non celebrativo. Servono a collocare l’enciclica in una continuità che legittima l’intervento pontificio su materie che potrebbero sembrare estranee alla teologia. Il risultato è che, quando al capitolo terzo il Papa inizia a parlare di IA, lo fa avendo già alle spalle centotrentacinque anni di riflessione sul rapporto tra capitale, lavoro e dignità umana. Non parte da zero. Parte da lontano. COSA DICE DAVVERO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Il capitolo terzo è il cuore teorico e il più esposto al dibattito. Leone XIV afferma che i sistemi di IA non vivono un’esperienza, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, responsabilità. Il loro apprendimento è “adattamento statistico”, non crescita interiore. È una posizione radicata nella tradizione tomista — l’intelligenza senza coscienza non è intelletto in senso proprio — ma che apre questioni legittime quando i sistemi diventano abbastanza complessi da simulare con inquietante precisione proprio ciò che il documento descrive come assente. La questione filosofica rimane aperta e il testo non la risolve: si limita ad assumere una risposta come premessa. La conseguenza pratica che l’enciclica ne trae è però politicamente rilevante indipendentemente dalla premessa filosofica: siccome i sistemi di IA non hanno coscienza morale, la responsabilità ricade interamente sugli esseri umani che li progettano, addestrano, autorizzano, impiegano. La catena della responsabilità deve restare identificabile e verificabile. Affidare a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa produrre ingiustizie ammantate di neutralità tecnica davanti alle quali è impossibile protestare. È una critica che qualsiasi regolatore potrebbe riconoscere come propria. C’è poi la categoria del “disarmare l’IA”, proposta con insistenza al numero 110: non rinunciare alla tecnologia, ma sottrarla alla logica della competizione armata — economica e cognitiva oltre che militare — renderla discutibile, contestabile, “abitabile”, restituirla alla pluralità delle culture umane invece di lasciarla diventare l’infrastruttura invisibile di una sola visione del mondo. Chi scrive il codice etico che governa i sistemi non sta compiendo un atto tecnico: sta compiendo un atto politico. Se quella scrittura resta monopolio di chi possiede dati e infrastrutture, diventa norma senza mai essere discussa. È un’osservazione che vale ben oltre il perimetro ecclesiastico in cui viene formulata. IL LAVORO CHE SCOMPARE E QUELLO CHE RIMANE INVISIBILE Il capitolo quarto è il più denso di implicazioni concrete. Il testo non nega che l’automazione possa liberare gli esseri umani da lavori gravosi, ripetitivi o pericolosi. Ma osserva con lucidità che i “nuovi modi di lavorare” non sono necessariamente migliori: spesso costringono i lavoratori ad adattarsi alla velocità delle macchine piuttosto che l’inverso, li sottopongono a sorveglianza automatizzata, li dequalificano relegandoli a funzioni rigide. Non è il futuro del lavoro che preoccupa il documento: è il presente. E poi c’è ciò che il testo chiama il “lavoro invisibile”: i milioni di persone impiegate nell’etichettatura dei dati, nella moderazione dei contenuti, nell’addestramento dei modelli. Spesso giovani, spesso donne, spesso in contesti di bassa tutela, per compensi minimi. A questo si aggiunge lo sfruttamento minerario per l’estrazione delle terre rare necessarie ai dispositivi su cui l’IA si regge: adolescenti e bambini che lavorano in condizioni pericolose perché il flusso del calcolo non si interrompa. Il documento collega esplicitamente questi due livelli — il lavoro cognitivo invisibile e quello fisico brutale — nella medesima catena di sfruttamento che sostiene l’economia digitale. Non basta invocare l’efficienza né celebrare i benefici dell’innovazione, se entrambi sono costruiti su questa catena deliberatamente tenuta nell’ombra. La mea culpa sulla schiavitù storica, contenuta nello stesso capitolo, è un gesto raro nel lessico istituzionale di qualsiasi organizzazione. Leone XIV chiede perdono a nome della Chiesa per il ritardo con cui la condanna formale arrivò — diciotto secoli di predicazione della dignità umana senza che quella predicazione producesse una condanna ufficiale e assoluta della schiavitù. Il gesto serve anche come argomento: la memoria delle complicità di ieri deve diventare vigilanza nel presente. Le nuove schiavitù digitali — la tratta facilitata dalle piattaforme, il lavoro forzato nelle filiere tecnologiche — non sono metafore. Sono catene di sfruttamento che richiedono la stessa fermezza che ha impiegato troppo tempo ad arrivare. LA GUERRA, L’IA E IL RIFIUTO DELLA DETERRENZA Il capitolo quinto è il più politicamente esposto. Il documento descrive una “normalizzazione della guerra” nel discorso contemporaneo: un cambio di paradigma in cui la guerra torna a essere presentata come strumento legittimo di politica internazionale mentre vengono erosi i criteri etici che ne avevano limitato l’uso. In questo quadro, l’IA bellica non è un problema tecnico: è il fattore che abbassa la soglia del ricorso alla forza, rende opache le responsabilità, comprime i tempi decisionali fino a rendere impossibile l’esercizio del giudizio morale. La posizione del Papa è senza ambiguità: non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abituandoci all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata. La deterrenza nucleare viene definita “convinzione errata” che alimenta una corsa agli armamenti difficilmente controllabile. Il superamento della teoria della “guerra giusta” — già avviato in Fratelli tutti — viene ribadito con riferimento esplicito ai sistemi d’arma autonomi. Sono posizioni nette, che mettono il documento in tensione con le dottrine di sicurezza di molti governi e con gli equilibri geopolitici in cui operano anche le Chiese nazionali. Leone XIV ne è evidentemente consapevole. Non arretra. COSA RIMANE DOPO LA LETTURA Magnifica Humanitas non si lascia ridurre a una lista di condanne o di aperture. La sua forza non sta nella novità delle singole proposte regolamentari, ma nella sistematicità con cui i cinque principi della Dottrina sociale — bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale — vengono applicati a ogni ambito: IA, lavoro, guerra, comunicazione, educazione, famiglia. Non c’è un’area lasciata al vago. Il limite più onesto che si può riconoscere al testo è la tensione tra l’universalità delle sue prescrizioni e la disomogeneità dei contesti in cui dovrebbero applicarsi. L’enciclica riconosce che non esiste un modello unico di cambiamento, ma enuncia principi che presuppongono sistemi istituzionali capaci di recepirli — sistemi che, in larga parte del mondo, semplicemente non esistono. Resta però una frase, al numero 109, che vale la pena portare con sé fuori dal testo. Parlare di sussidiarietà nell’era digitale, scrive il Papa, significa proteggere la capacità delle comunità di scegliere e correggere “senza relegare il loro intervento a una vigilanza, dopo che gli standard sono stati scritti altrove”. È una critica puntuale al modo in cui la governance algoritmica funziona oggi: le regole vengono scritte da chi ha i dati, le infrastrutture e il capitale computazionale; le comunità vengono consultate dopo, quando le scelte fondamentali sono già irreversibili. Quella frase non viene dalla teologia. Viene dall’osservazione di ciò che accade. E per questo vale, indipendentemente da tutto il resto — e indipendentemente da chi la pronuncia. Francesco Russo
May 26, 2026
Pressenza
La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV
Vatican News ne ha così annunciato la presentazione: > Magnifica humanitas. Questo il titolo della prima lettera enciclica di Leone > XIV “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza > artificiale”. > Il documento sarà pubblicato il prossimo 25 maggio e reca la firma del > Pontefice in data del 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione > della enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII. > La presentazione di Magnifica humanitas avrà luogo il giorno stesso della > pubblicazione, il 25 maggio, alle ore 11.30, presso l’Aula del Sinodo, alla > presenza dello stesso Leone XIV. > > I relatori saranno i cardinali Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero > per la Dottrina della Fede, e Michael Czerny S.J., prefetto del Dicastero per > il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. > > Poi la professoressa Anna Rowlands, teologa e docente presso la Durham > University nel Regno Unito; Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (USA) > e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’Intelligenza > artificiale; la professoressa Leocadie Lushombo i.t., docente di teologia > politica e pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology / > Santa Clara University, in California. > > La conclusione sarà affidata al cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. > > Seguiranno l’intervento e la benedizione di Papa Leone.   COMMENTO DI ALFONSO NAVARRA: 1. Un titolo che ci interpella: Magnifica humanitas Che gioia leggere questo titolo. “La grandezza dell’umano” è parola che cura, dopo anni in cui l’umano è stato calpestato a Gaza, in Ucraina, nel Mediterraneo, nei luoghi di lavoro precario. Papa Leone XIV parte dall’alto: non dall’emergenza, ma dalla vocazione. Ci ricorda che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna guerra, nessuna crisi climatica, nessun mercato può cancellare. Per noi nonviolenti è musica: Capitini diceva che “la realtà di tutti è la mia realtà”. Carlo Cassola invitava a preparare la pace attraverso primi gesti coraggiosi di disarmo. Magnifica humanitas sembra dire la stessa cosa con linguaggio evangelico. LINGUAGGIO e gesti disarmati e disarmanti per la pace! 2. Le anticipazioni: pace, clima, lavoro e obiezione algoretica come unico cammino Gli uffici vaticani anticipano che l’enciclica terrà insieme pace, custodia del creato, dignità del lavoro e difesa dell’umano dall’intelligenza artificiale. È esattamente la nonviolenza integrale che pratichiamo da anni: clima-pace-lavoro, e ora anche algoretica. Se davvero Leone XIV indicherà che non c’è ecologia senza disarmo, non c’è lavoro degno nell’economia di guerra, e che ogni sviluppo tecnico deve realizzarsi in condizioni ordinate al bene integrale della persona, avremo un alleato potente. L’obiezione algoretica — il diritto a dire “no” quando l’algoritmo decide sulla vita, sul lavoro, sulla guerra — diventa così nuova frontiera della nonviolenza. Come l’obiezione di coscienza rifiuta il fucile, l’obiezione algoretica rifiuta la delega cieca alla macchina. Aspettiamo con fiducia il passaggio sulla conversione: dalle armi al pane, dalle basi militari alle comunità energetiche, dagli algoritmi di guerra agli algoritmi di cura. Sarebbe il modo più concreto per magnificare l’umano oggi. 3. L’attesa sull’obiezione di coscienza Le prime note stampa parlano di “responsabilità personale davanti alla violenza”. È linguaggio vicino all’obiezione di coscienza. Noi che lavoriamo all’Albo delle Obiettrici e degli Obiettori alla Guerra ci auguriamo che Magnifica humanitas riconosca questa scelta come via profetica per i laici e per i credenti. Sarebbe un segno forte se un Papa all’inizio del nuovo corso digitale indicasse la nonviolenza attiva — di coscienza e algoretica — non come eccezione eroica, ma come spiritualità ordinaria del tempo presente. 4. Le donne e la pace: l’umano è plurale Humanitas non è neutra. È maschile e femminile, è del Nord e del Sud del mondo. Virginia Woolf ci ha insegnato che le donne, escluse per secoli dal potere, hanno uno sguardo diverso sulla guerra. Siamo certi che Leone XIV, nel magnificare l’umano, saprà dare parola a questa differenza. L’obiezione femminile alla guerra è parte della magnifica humanitas che la Chiesa può aiutare a far fiorire. 5. Dal 25 maggio in poi: camminare insieme Noi Disarmisti Esigenti leggeremo l’enciclica il giorno stesso, con la matita in mano e il cuore aperto. Se, come speriamo, Magnifica humanitas sarà bussola per disarmare l’economia, la politica e la tecnica, saremo i primi a portarla nelle piazze, nelle scuole, nei consigli comunali. Perché la nonviolenza non fa sconti alla verità, ma sa anche riconoscere quando una parola autorevole sposta la storia. E se questa enciclica aiuterà una sola fabbrica d’armi a diventare laboratorio di pale eoliche, o un solo algoritmo di sorveglianza a diventare strumento di cura, avrà già magnificato l’umano. Alfonso Navarra
May 19, 2026
Pressenza