Gli USA hanno scoperto la (finta) indignazione per i coloni israeliani in PalestinaDa giorni un gruppo di coloni israeliani cinge d’assedio le abitazioni di due
famiglie palestinesi, impedendo a chiunque di entrare o uscire. Solo ieri
l’altro l’esercito israeliano ha annunciato che sarebbe intervenuto e gli Stati
Uniti paiono essersi accorti della vicenda: «Le azioni di coloro che hanno
compiuto questo orribile atto di terrorismo, volto a intimidire e molestare
questa famiglia, sono disgustose», ha dichiarato l’ambasciatore statunitense in
Israele Mike Huckabee.
La presa di posizione americana appare più cosmetica che politica: tra le
famiglie coinvolte vi sarebbero infatti cittadini statunitensi, dettaglio che
suggerisce che Washington stia cercando di contenere le ricadute interne della
vicenda, più che di esercitare una reale pressione su Israele. In una delle
abitazioni erano presenti anche cinque cittadini italiani, che tuttavia, come
confermano fonti della Farnesina a L’Indipendente, sono riusciti ad allontanarsi
dal posto.
La vicenda finita al centro dell’attenzione degli Stati Uniti va avanti da
domenica 9 agosto e coinvolge due famiglie palestinesi di Qusra, piccolo paese
vicino a Nablus, in Cisgiordania. Mesi fa, proprio a Qusra, un gruppo di coloni
israeliani si è insediato in un’abitazione, iniziando a saccheggiare le case e
le coltivazioni degli abitanti e ad attaccarli anche con armi da fuoco.
Domenica, gli stessi coloni hanno eretto un accampamento fuori dalle abitazioni
delle famiglie palestinesi Hassan e Abu Ridi, interrompendo le loro forniture di
elettricità e acqua e impedendo a chiunque di entrare o uscire dall’area. Per
giorni hanno continuato a lanciare sassi contro le abitazioni, presumibilmente
con l’obiettivo di spingere i residenti ad abbandonarle per poi occuparle, una
pratica comune tra i coloni.
L’altro ieri, quattro giorni dopo l’inizio dell’assedio, l’esercito israeliano
ha annunciato di aver mobilitato alcuni soldati per fermare le aggressioni dei
coloni. Parallelamente, Huckabee ha respinto le accuse circolate sui social
secondo cui gli Stati Uniti non starebbero facendo abbastanza per garantire la
sicurezza dei residenti, affermando che «l’ambasciata statunitense è stata molto
coinvolta» e che le Forze di difesa israeliane e la polizia israeliana erano
intervenute su richiesta di Washington per allontanare «i terroristi israeliani»
responsabili dell’assedio. Le sue dichiarazioni sono state poi riprese dalla
stampa internazionale.
Dietro questa apparente presa di posizione, tuttavia, si nasconde un elemento
tutt’altro che secondario: una delle famiglie coinvolte è palestinese-americana.
L’agenzia di stampa Associated Press ha contattato telefonicamente Lou Ridi,
proprietario di una delle abitazioni e residente in Ohio. Ridi ha confermato
che suo fratello e suo nipote si trovavano nella casa al momento dell’assalto e
che erano rimasti chiusi all’interno per giorni, prima di essere evacuati
dall’esercito.
Del resto, una presa di posizione da parte di Huckabee stonerebbe con il
personaggio. Noto in Israele come un «grande eroe del movimento degli
insediamenti in Cisgiordania», nel 2017 dichiarava: «Non esiste alcun
insediamento. Sono comunità, quartieri, città. Non esiste alcuna occupazione».
Più recentemente, in occasione della sua nomina ad ambasciatore statunitense in
Israele, ha risposto a una domanda sulla possibilità di un’annessione israeliana
della Cisgiordania con un netto «certamente».
Alla luce di tutto, le dichiarazioni di Huckabee sembrano avere l’obiettivo
di contenere l’ondata di contestazioni interne mostrando un apparente pugno di
ferro degli Stati Uniti di fronte a palesi violazioni dei diritti umani, specie
quando perpetrate ai danni dei propri cittadini. Effettivamente, Huckabee ha
corretto il tono della propria dichiarazione celermente: «I “coloni” non sono il
problema in Giudea/Samaria [ndr: il nome utilizzato da Israele per la
Cisgiordania]. Lo sono i “non-coloni”». Il termine inglese che Huckabee utilizza
per riferirsi ai coloni che stanno assediando le case dei palestinesi è
«unsettler», derivato dall’aggiunta del prefisso “un-” (corrispondente ai nostri
in-/im- o de-/di-) alla parola “settler”, che significa appunto “colono”.
Huckabee suggerisce, insomma, che gli «unsettler» non siano «veri coloni», ma
rappresentanti di una minoranza di «coloni violenti»
È la medesima retorica utilizzata dall’Unione Europea, che parla proprio di
«coloni violenti» quando si tratta di approvare sanzioni contro lo Stato
israeliano e gli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati: una
distinzione che attribuisce la responsabilità delle violazioni del diritto
internazionale a un gruppo ristretto di coloni israeliani, finendo di fatto
per legittimare le condotte degli altri.
Eppure, il diritto internazionale non fa alcuna distinzione tra presunti “coloni
pacifici” e “coloni violenti”. Posto che un atto di colonizzazione costituisce
di per sé una condotta violenta, le innumerevoli risoluzioni dell’ONU e i
diversi pareri dei tribunali internazionali chiedono a Israele di smantellare
tutti gli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati, non soltanto
quelli legati a un ristretto numero di persone. A tal proposito, vale la pena
ricordare le ultime risoluzioni, come la A/RES/80/72 del 2025 e
la A/ES-10/L.31 del 2024, o il parere consultivo della Corte internazionale di
giustizia del medesimo anno; in generale, la richiesta di ritirarsi dai
territori palestinesi occupati va avanti sin dal 1967, con la risoluzione 242
del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Va rimarcato che se gli Stati Uniti volessero davvero fare qualcosa per fermare
le continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, lo
avrebbero già fatto. Malgrado le sporadiche critiche, Washington continua a
fornire armi allo Stato israeliano: nel 2025 gli aiuti militari statunitensi
hanno raggiunto i 3,8 miliardi di dollari, mentre nel 2026 l’amministrazione ha
continuato ad approvare nuove forniture di armamenti.
Sul piano diplomatico, gli Stati Uniti hanno inoltre utilizzato più volte il
proprio potere di veto al Consiglio di sicurezza per bloccare risoluzioni
sgradite a Israele, come accaduto nel giugno 2025 con una proposta che chiedeva
un cessate il fuoco permanente a Gaza e che aveva ottenuto il sostegno degli
altri 14 membri del Consiglio. Nonostante la forte dipendenza di Tel Aviv da
Washington, gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto le sue richieste sul piano
diplomatico, arrivando persino a stravolgere – o permettere lo stravolgimento di
– accordi che loro stessi avevano contribuito a sottoscrivere, come nel caso del
piano del Board of Peace per Gaza.
L'Indipendente