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Sciopero per il clima, presidio a Milano
Il 16 ottobre si è tenuto a Milano un bellissimo presidio organizzato da Fridays For Future per rivendicare giustizia climatica e un futuro delle giovani generazioni (e di tutti), che ha visto la partecipazione di almeno 500 persone, nonostante lo spostamento da Piazza Scala a piazza S. Babila, imposto da Comune e Questura 48 ore prima e il permesso già assegnato. Un cambiamento che ha creato seri problemi di informazione e comunicazione. Aspettiamo da Comune e Questura le motivazioni dello spostamento, ma peggio per loro se continueranno ad ignorarci, perché la loro credibilità subirà un forte peggioramento, facendo emergere in modo netto la complicità istituzionale con l’assurdo negazionismo climatico, anche solo alla luce della tremenda estate caldissima che abbiamo vissuto e che gli scienziati climatici definiscono l’estate più bella dei prossimi anni. Tanti erano i/le giovani e i ragazzi, studenti e non, che si sono attivati con noi e che hanno partecipato, anche intervenendo con contributi importanti. Erano presenti anche tanti bambini, adulti e nonni, tutti accumunati dal desiderio di un mondo più giusto. Gli interventi, più  o meno all’unisono, hanno detto che dobbiamo riuscire ad imporre, e presto, al “nostro” e agli altri governi del mondo misure e scelte tendenti a realizzare una vera conversione energetica ed ecologica e tante altre misure finalizzate alla salvaguardia della natura, dell’ecosistema e del pianeta, altrimenti la prospettiva che ci aspetta sarà pesante, se non inimmaginabile. La partecipazione di tante associazioni al presidio di Milano e i tanti interventi che si sono succeduti ci ridanno la forza, la fiducia e la speranza che da qualche anno avevamo dovuto tenere nel cassetto, per l’indebolimento del movimento che lor signori sono riusciti a produrre, col loro attacco negazionista,  intimidatorio e repressivo dopo le grandi mobilitazioni del 2018 e 2019. E’ stato un nuovo inizio, non solo bello e importante per  Milano, ma per tutto il Paese e per il resto del mondo, con i Global Strike che in tante città hanno ripreso a costruire importanti mobilitazioni. Non sono mancate, giustamente, le attenzioni internazionaliste per la Palestina, il Brasile, Cuba e altri Paesi brutalmente attaccati da “lor signori” e contro le guerre ecocide in corso, in Ucraina e altrove. Alla luce del buon risultato partecipativo, Fridays For Future di Milano dà appuntamento a tutte le realtà e agli attivisti presenti al presidio, al Lato B di viale Pasubio 14, lunedì 26 ottobre alle 17, per discutere e decidere come continuare insieme la mobilitazione.   Redazione Milano
October 17, 2026
Pressenza
MILANO: LA QUESTURA VIETA DI MANIFESTARE IN PIAZZA DELLA SCALA. “CHI HA PAURA DELLO SCIOPERO PER IL CLIMA?”
Il 16 ottobre si torna in piazza in tutto il mondo per lo sciopero globale per il clima. Nelle piazze di molte città d’Italia e di centinaia città nel mondo si tornerà a marciare per il clima e la tutela del pianeta, Fridays for Future ha convocato infatti un altro Strike for Climate. Lo sciopero per il clima, che tradizionalmente veniva convocato in questi mesi, quest’anno ha luogo dopo un’estate insopportabile appena trascorsa, e in vista di altri eventi climatici estremi che si potrebbero verificare nell’autunno appena iniziato. A Milano Fridays For Future, insieme ad altre associazioni, promuove il presidio  “Un clima per tutti, tutti per il clima”.  L’appuntamento è stato concordato con la Questura per il pomeriggio di venerdì davanti a Palazzo Marino. Ma per cause sconosciute e nonostante il presidio pacifico fosse già stato autorizzato, la questura ha comunicato che non si potra’ occupare piazza della Scala, dove si svolgono da sempre manifestazioni.  “Chi ha paura dello Sciopero per il Clima? Da dove nasce questo divieto? Chiediamo anche al Comune di Milano di prendere posizione su questo divieto che limita la libertà di manifestare nella piazza simbolo della partecipazione e della democrazia in città. Fridays for future, e tutte le realtà che hanno aderito al presidio, non intendono farsi intimorire da questi ostruzionismi politici che vogliono nascondere il fatto che la crisi climatica è qui, adesso”. Sentiamo Francesco di Fridays For Future Ascolta o scarica
October 15, 2026
Radio Onda d`Urto
«Insieme sulla Via Maestra per un Futuro desiderabile». Questo fine settimana due piazze, una sola crisi
Il 16 ottobre le giovani generazioni dei Fridays for Future torneranno a riempire le piazze per gridare che non si rassegnano. Il giorno dopo, il 17 ottobre, a Roma, oltre cento associazioni, sindacati, comitati e movimenti sfileranno da Piazza della Repubblica a Piazza del Popolo sotto un’unica insegna: Lavoro, Pace, Ambiente, Welfare, Costituzione. Insieme sulla Via Maestra. Due appuntamenti distinti, due linguaggi diversi, ma un’unica crisi da affrontare. Da una parte ragazze e ragazzi che hanno capito prima di molti adulti che il futuro è una questione politica. Dall’altra il lavoro organizzato, l’associazionismo, i comitati territoriali, il pacifismo laico e cattolico. Sarebbe un errore leggere queste due date come eventi separati, ciascuno con il proprio pubblico e la propria agenda. Sono, piuttosto, due tappe dello stesso cammino. Non viviamo tre crisi parallele: la guerra, l’impoverimento e il collasso climatico, ma una sola crisi che si mostra con tre volti. E come scrivono le ragazze e i ragazzi di Fridays for Future, non possiamo più accettare di essere “lasciati soli ad affrontare questa emergenza”. Quelle due frasi si parlano. La prima è una diagnosi; la seconda è una richiesta di compagnia. Chi scende in piazza il 16 chiede che gli adulti, i sindacati, le istituzioni smettano di considerare il clima un tema per giovani idealisti. Chi scende in piazza il 17 ha l’occasione di rispondere: non siete soli, perché la vostra battaglia è anche la nostra. “Lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione”, dice il manifesto, sono cinque parole che non formano un elenco, ma un’unica frase. > VOGLIO CHE AGIATE COME SE LA NOSTRA CASA FOSSE IN FIAMME. PERCHÉ LO È. GRETA > THUNBERG, WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS, (2019) GRETA THUMBERG AL WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS NEL 2019 (CREDIT FOTO AFP) Sono passati quasi otto anni da quelle parole, e la casa brucia ancora: per questo la richiesta dei Fridays di non essere lasciati soli è rivolta a tutti, non solo ai governi. UN CIRCUITO CHIUSO Il manifesto è netto: chi tratta guerra, impoverimento e crisi climatica come emergenze separate, da gestire una alla volta con ministeri diversi e bilanci in competizione, “ha già perso la partita prima di giocarla”. La guerra divora le risorse che servirebbero al welfare e alla transizione ecologica. La crisi economica alimenta la paura, e la paura chiede muri, armi, uomini forti. La crisi climatica moltiplica la scarsità, e la scarsità diventa conflitto per l’acqua, per l’energia, per la terra. È un circuito chiuso: ogni volto della crisi nutre gli altri due. All’origine c’è un modello di sviluppo predatorio ed estrattivo, che tratta il lavoro come costo da comprimere, la natura come miniera da svuotare e la democrazia come intralcio da aggirare. > NON CI SONO DUE CRISI SEPARATE, UNA AMBIENTALE E UN’ALTRA SOCIALE, BENSÌ UNA > SOLA E COMPLESSA CRISI SOCIO-AMBIENTALE. PAPA FRANCESCO, ENCICLICA LAUDATO SI’ CITTÀ DEL VATICANO 2015, PAPA FRANCESCO FIRMA L’ENCICLICA LAUDATO SI’ È la stessa diagnosi del manifesto, pronunciata più di dieci anni prima da una voce che parla ben oltre il mondo cattolico. I Fridays for Future lo ripetono da anni con un linguaggio diverso: non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale. Il manifesto lo conferma con la sua diagnosi. Il riscaldamento globale non colpisce tutti allo stesso modo. Ondate di calore, alluvioni e siccità si abbattono prima sui quartieri densi e senza alberi, sugli anziani soli, sui braccianti nei campi, sui lavoratori dei cantieri. La povertà energetica è la forma quotidiana dell’ingiustizia climatica: chi inquina meno, paga di più. Intanto i salari reali sono fermi da trent’anni, il carrello della spesa, l’affitto e le bollette assorbono quote crescenti di redditi e pensioni e migliaia di giovani scelgono l’emigrazione come unica forma di futuro. Sono gli stessi giovani che il 16 ottobre chiederanno di poter restare, in un Paese vivibile. La loro domanda di futuro è la stessa domanda di chi il 17 rivendica salari dignitosi e servizi pubblici: non due lotte, ma una. LA LEZIONE DI TARANTO Se la crisi è una, anche la risposta deve esserlo. L’unico modo per rompere il circuito è riconoscere che una condizione comune, dipendere dal proprio lavoro e dal proprio territorio per vivere, unisce figure che spesso non si riconoscono tra loro: il lavoro organizzato e quello frammentato, i braccianti migranti e le lavoratrici della cura, le generazioni del clima e i comitati territoriali, il femminismo e i saperi critici, il mondo della pace e del disarmo. Nessuno di questi soggetti, da solo, è abbastanza forte. Il sindacato senza i movimenti rischia di difendere l’esistente; i movimenti senza il lavoro organizzato rischiano di restare minoritari e intermittenti; i comitati senza una visione generale rischiano di chiudersi nella difesa del proprio pezzo di territorio. MANIFESTAZIONE A TARANTO CONTRO L’INQUINAMENTO DELL’ILVA La lezione del conflitto di Taranto, tra lavoro e salute, vale per tutti: quando lavoratori e ambientalisti vengono messi l’uno contro l’altro, vincono sempre i proprietari. Per anni a Taranto si è chiesto di scegliere tra il salario e i polmoni dei propri figli. È il ricatto più antico, e funziona finché chi lo subisce resta diviso. Per questo il 16 e il 17 ottobre devono parlarsi. Le studentesse e gli studenti dei Fridays for Future non sono un’avanguardia da applaudire e poi lasciare sola; sono una parte essenziale dello stesso blocco sociale che sfila sulla Via Maestra. E i lavoratori non sono un ostacolo alla transizione, ma la sua condizione: senza chi costruisce pannelli, reti, treni e case efficienti, la riconversione resta uno slogan. L’alleanza non è un’aggiunta tattica. È la condizione stessa per vincere. DALLA PIAZZA AL PROGETTO Una manifestazione mostra una forza; solo un’organizzazione la rende durevole. I Fridays for Future lo sanno bene: dopo le grandi ondate di mobilitazione, il rischio è sempre che l’energia si disperda. Dopo il 16 e il 17 ottobre serve un metodo che trasformi la convergenza di due giorni in un’alleanza stabile, plurale e radicata. Dotiamoci di strumenti concreti: 1. Le Case della Via Maestra in ogni città: luoghi aperti, Camere del lavoro, circoli, spazi sociali, biblioteche, dove sindacato, associazioni, comitati e movimenti si incontrano stabilmente. Anche i collettivi studenteschi e i gruppi locali dei Fridays possono trovarvi casa. 2. Le inchieste sociali di quartiere, per ascoltare prima di scrivere programmi: salari, affitti, bollette, servizi, calore, inquinamento. 3. Le vertenze di riconversione, perché ogni crisi industriale o bonifica diventi un tavolo comune tra lavoratori, residenti, ambientalisti ed enti locali, senza mai scegliere tra lavoro e salute. 4. Il mutualismo conflittuale: sportelli per casa, bollette e lavoro, gruppi d’acquisto solidali, comunità energetiche popolari, doposcuola e ambulatori sociali. 5. Gli strumenti di democrazia diretta: leggi di iniziativa popolare, referendum, petizioni, bilanci partecipativi. 6. Una Carta comune sottoposta a tutte le forze politiche, con misure verificabili e tempi certi. Tre regole tengono insieme questo metodo. Autonomia: l’alleanza sociale non è il serbatoio di nessun partito. Pluralità: si decide per consenso sulle priorità comuni, lasciando a ciascuno la propria identità e i Fridays il proprio linguaggio, la propria creatività, la propria radicalità. Continuità: un calendario di mobilitazioni e di appuntamenti territoriali, perché il cambiamento è un processo, non un evento. Il 16 e il 17 ottobre possono essere le prime due date di quel calendario. UN’ALTRA SICUREZZA Mentre si tagliano salari, sanità, scuola e servizi per investire decine di miliardi nel riarmo, con l’obiettivo di portare la spesa militare verso il 5% del Pil; mentre si evoca il nucleare, già bocciato due volte dai cittadini con i referendum; mentre l’autonomia differenziata rischia di spaccare l’Italia in cittadinanze di serie diverse e i decreti sicurezza restringono lo spazio del dissenso, le piazze del 16 e del 17 ottobre chiedono un’altra sicurezza. Sul nucleare vale ancora la risposta di Massimo Scalia: «Fanfaluche quelle del ministro sul basso costo. Sicurezza? Bisognerebbe ripensare la fisica del reattore». La sicurezza vera è un lavoro stabile, una casa accessibile, un ospedale vicino, un territorio messo in sicurezza, un clima vivibile. È la sicurezza di chi non deve emigrare per costruirsi un futuro. È la sicurezza di chi non muore sul lavoro perché la sicurezza è considerata un costo. È la sicurezza di chi respira aria pulita in un quartiere senza alberi, e di chi non vede la propria città finire sott’acqua a ogni autunno. Ogni euro speso in armi è un euro tolto a questa sicurezza. E la guerra è anche il primo fattore di devastazione ambientale, con emissioni che nessun inventario conteggia: pace ed ecologia sono la stessa battaglia. È qui che le ragioni dei Fridays e quelle della Via Maestra coincidono senza residui. La pace non è assenza di guerra, ma costruzione di condizioni di vita dignitose per tutti. E la ricchezza di un Paese non si misura con il Pil, ma con la salute delle persone e dei luoghi. Questo orizzonte ha già un testo: la Costituzione, che ripudia la guerra e, dopo la riforma dell’articolo 9, tutela l’ambiente e la biodiversità «anche nell’interesse delle future generazioni». Le future generazioni, il 16 ottobre, saranno in piazza a ricordarcelo. Il 17 il corteo partirà da Piazza della Repubblica per arrivare a Piazza del Popolo: dalla Repubblica al popolo, e ritorno. Il giorno dopo comincia il lavoro più lungo: portare quelle due piazze in ogni quartiere, in ogni luogo di lavoro, in ogni scuola. Nessuno deve più sentirsi lasciato solo. Insieme, sulla Via Maestra. Aurelio Angelini
October 14, 2026
Pressenza
Sciopero globale per il clima. Dove stanno andando il pianeta e l’umanità?
È dal post-Covid che continuo a prendermi l’appellativo di “catastrofista”, anche da car3 amicizie e compagn3, poiché sostengo che la crisi climatica — ormai arrivata al famoso “punto di non ritorno” — ci porterà a vivere conseguenze inimmaginabili, se non distopiche, in tutto il pianeta, per tutta l’umanità e le altre specie viventi. Un punto di non ritorno, le cui conseguenze abbiamo cominciato a verificare nei caldissimi mesi dell’estate di quest’anno, come previsto dagli scienziati climatici, con fenomeni naturali sconvolgenti destinati ad aggravarsi sempre di più su ogni piano: sulla terra, dal cielo, dai mari e dagli oceani. Sono coinvolti ghiacciai e montagne, quel che resta delle foreste, un ecosistema già sconvolto anche dal grado ormai insopportabile di cementificazione globale, dal surriscaldamento del pianeta, dagli allevamenti intensivi, dal super sfruttamento della terra con le monocolture e dall’utilizzo massiccio di diserbanti velenosi, con conseguenze come siccità e carenza estrema di acqua potabile. Già nei prossimi anni, gli scienziati più attenti al livello di degrado della situazione prevedono anche migrazioni di massa di esseri umani — soprattutto verso l’Occidente — come mai si è visto nella storia, a causa dell’innalzamento delle temperature, che in alcune aree raggiungeranno anche i 50°C, rendendo impossibile lavorare e sopravvivere, in particolare nel Sud del mondo. Alla conferenza sul clima COP21 di Parigi, nel 2015 era stato stabilito che non si dovesse superare la soglia di +1,5°C della temperatura globale. Quella soglia è stata superata già da circa un anno e mezzo. Greta Thunberg, che personalmente definisco “il nostro angelo di salvezza piovuto dal cielo”, negli anni precedenti al Covid (2017-2020) non ha solo riportato l’attenzione sull’emergenza climatica, più volte emersa e poi dimenticata: con la forza e la determinazione di una ragazza, come mai era successo prima, è riuscita a provocare un movimento globale. Scioperando ogni venerdì davanti al Parlamento svedese, ha aggregato migliaia di giovani e contribuito alla nascita di Fridays For Future. Un movimento che ha organizzato una delle più grandi mobilitazioni giovanili della storia, attraverso i Global Strike organizzati ogni 6 mesi, portando con forza al centro dell’attenzione mondiale la questione climatica e rivendicando scelte immediate e concrete da parte dei governi, innanzitutto per una reale conversione ecologica, alternativa alle fonti fossili. Il 27 settembre 2019 si è svolto il Global Strike per il clima più partecipato di sempre: oltre 12 milioni di persone sono scese in piazza in tutto il mondo. A Milano la partecipazione è stata straordinaria: circa 200 mila persone al corteo del mattino e 30 mila alla sera. Una risposta così massiccia e combattiva era del tutto inaspettata. I potenti della Terra non avevano previsto una mobilitazione così ampia contro le conseguenze del saccheggio delle risorse e dell’aumento delle emissioni di CO₂. Da quel momento hanno iniziato a reagire, soprattutto attraverso insidiose campagne negazioniste, greenwashing e repressione, denigrazione diretta contro Greta Thumberg, per indebolire il movimento. Questa offensiva ha prodotto un progressivo e grave arretramento della mobilitazione, con conseguenze pesantissime di riduzione delle politiche ambientali e dirottamento di risorse verso il riarmo e i conflitti, oggi oltre 65 nel mondo, il più grave ed esemplare, non a caso, quello del genocidio palestinese a Gaza! La stessa pandemia ha rallentato questo movimento, aggravandone le conseguenze: oltre 700 milioni di casi e più di 7 milioni di morti a livello globale, e gravi conseguenze economiche e sociali. Dopo il Covid, anche le mobilitazioni si sono indebolite. Fridays For Future ha vissuto una crisi di partecipazione, fino al rischio di quasi scomparire. Il problema climatico, però, non solo resta centrale, ma si è aggravato, avvicinandosi ulteriormente al punto di non ritorno. Non va sottovalutato il legame tra crisi climatica e aumento dei conflitti: le guerre possono diventare strumenti per il controllo delle risorse e dei territori, in uno scenario in cui i poteri dominanti cercano di preservare il proprio potere anche attraverso dinamiche violente e diseguali. In questo contesto si inserisce anche la crescita globale delle destre autoritarie, spesso funzionali a gestire tensioni sociali con strumenti repressivi e a tutela degli interessi economici dominanti. I conflitti in corso — dal Medio Oriente all’Ucraina — mostrano come le dinamiche geopolitiche siano sempre più intrecciate con la competizione per risorse strategiche, territori e influenza globale. Quel che appare evidente è un mondo sempre più instabile, segnato da crisi sovrapposte: ambientali, economiche, sociali e politiche. Per questo, a mio parere, è indispensabile rilanciare esperienze come Fridays For Future, rafforzandole a livello locale e internazionale. È urgente costruire mobilitazioni di massa capaci di incidere, andando oltre le iniziative simboliche, per affermare una transizione ecologica reale e giusta. Serve un impegno collettivo che coinvolga giovani, lavoratori e cittadinanza, con l’obiettivo di superare le energie fossili e costruire un modello diverso di sviluppo. È fondamentale rilanciare convergenze tra movimenti e realtà sociali che, pur tra difficoltà, restano una delle poche possibilità concrete per contrastare la deriva attuale e costruire un futuro più giusto, solidale, egualitario e democratico. Per tutto questo, è importante che il 16 ottobre la partecipazione alle mobilitazioni e iniziative organizzate in tante realtà del Paese, come ad esempio quella del presidio di Milano in piazza della Scala dalle 17 in poi, faccia un nuovo e grande salto positivo, capace di preoccupare ed influire sulle scelte di “lor signori”, come i giovani francesi stanno facendo su altri piani, legati dalla necessità di ripresa della speranza di futuro per tutti, soprattutto per le nuove generazioni! Gino Perri – attivista di Fridays For Future di Milano Redazione Milano
October 13, 2026
Pressenza
Cesena: le mani sulla città di Conad e Legacoop
«Romagna mia fatti capanna» (*) : ottava puntata della mappa di Davide Fabbri. LE MANI SULLA CITTÀ DI CESENA. DA PARTE DI CONAD E LEGACOOP La “conadizzazione” del territorio romagnolo continua inesorabilmente.Oggi consiglio ai miei assidui 25 (manzoniani) lettori-lettrici nella Bottega del Barbieri la visione di «Le mani sulla città», un film di forte impegno civile, realizzato nel lontano 1963 dal
Poliziotti infiltrati tra attivisti e partiti: il caso italiano ed europeo
Giovani, carini e appena arruolati. Praticamente infiltrati. Dopo la denuncia di Potere al Popolo abbiamo ripercorso due celebri cicli di infiltrazioni nello stato spagnolo e in Gran Bretagna di Checchino Antonini da Diogene Potere al Popolo ha denunciato il 27 maggio che per ben dieci mesi un giovane agente di polizia, fresco di corso, ha partecipato a riunioni, manifestazioni di piazza, assemblee nazionali, volantinaggi e alla vita quotidiana di partito a Napoli. Perché questa operazione? si chiede Pap, e ancora: chi l’ha decisa, pianificata, ordinata? La rivelazione arriva dopo il caso Paragon-Mediterranea emerso quando una comunicazione ufficiale di Meta, proprietaria di Whatsapp ha avvertito Luca Casarini, capomissione di Mediterranea, che il suo telefono era stato violato da una operazione di “spyware” ad alto livello, attraverso l’uso di un software definito “tra i più sofisticati al mondo”. Era il 31 gennaio scorso e Meta consigliava di cambiare subito il cellulare e, quasi contestualmente, testate internazionali davano notizia della violazione dei sistemi di sicurezza di Whatsapp, che coinvolgeva 90 “target” in tutto il mondo, in particolare attivisti della società civile e giornalisti. Il sospetto che il governo Meloni spii partiti di opposizione, ong e giornalisti è fortissimo (una pratica che non disdegnava nemmeno Conte e supponiamo sia bipartisan) e non sembrano convincenti le smentite di rito di Palazzo Chigi tanto su Paragon, sistema di fabbricazione israeliana, tanto su Pap, tanto sul razzismo così diffuso in polizia al punto da inorridire perfino il Consiglio d’Europa. Ma sono legali in Italia le infiltrazioni di poliziotti in organismi che operano alla luce del sole? In qualche modo deve essere autorizzata in un contesto di indagini su droga, armi, terrorismo ma quest’ultimo concetto è così dilatabile che una “funzione di monitoraggio” da parte dell’intelligence è attività nota negli ambiti parlamentari. Vista la smentita maldestra di un’infiltrazione altrettanto maldestra, resta la domanda: chi ha autorizzato quel poliziotto? Forse l’AISI? Forse una polizia parallela di fascisti? Certo i precedenti non mancano, soprattutto di quell’infiltrazione di piazza, ovvero finti manifestanti traditi da particolari del loro outfit oppure dal bozzo del calcio della pistola. Una delle più celebrate infiltrazioni è quella dell’agente immortalato, in borghese, mentre faceva oscillare un cellulare assieme a un gruppo di squadristi che presero d’assalto la sede della Cgil nell’ottobre del 2021. Riavvolgendo il nastro, un altro famoso è Giovanni Santone, fotografato da Tano D’Amico il 12 maggio del 1977, in tenuta settantasettina ma con la pistola d’ordinanza in pugno. Osservatorio Repressione, in un pezzo di qualche anno fa, ricorda che gli infiltrati a volte stanno lì per provocare, altre per uccidere, oltre che per spiare. Certo, l’evoluzione tecnologica, con ogni probabilità ha alleggerito l’esigenza di mimetizzarsi per captare segnali di movimento. Tana per Nieves Giovane e appena arruolato: la vicenda del poliziotto infiltrato ricorda da vicino quello che sta accadendo nello Stato Spagnolo dove già sono stati scoperti almeno tredici casi di infiltrazione di agenti da quando, nel 2022, due media alternativi – La Directa, catalano, e El Salto – hanno avviato un’inchiesta su questo tipo di pratiche di polizia tra gruppi anarchici, occupazioni di case, organizzazioni ambientaliste. La numero 12 è venuta fuori poche settimane fa, il 23 aprile: dietro la falsa identità di Nieves López Medina si nascondeva una funzionaria di polizia che rispondeva alle iniziali di N.M.C.F., diplomata alla 37° corso dell’Accademia di Avila e infiltrata a Madrid, all’interno di gruppi ambientalisti come Rebelión o Extinción e Fridays For Future per circa sei mesi. Il profilo di Nieves coincide con quello della maggior parte dei casi scoperti compreso quello venuto alla luce a Napoli: un’agente appena diplomata alla Scuola Nazionale di Polizia di Avila, che viene introdotta nei movimenti sociali poco dopo il suo giuramento. E’ da notare che l’infiltrazione sotto finta identità di Nieves è avvenuta quando molti di questi casi erano già venuti alla luce; infatti, uno degli agenti scoperti da El Salto, Mavi, è stato scoperto nel marzo 2023, mentre Nieves ha cercato di entrare in questi stessi ambienti nel dicembre dello stesso anno. Di Nieves sappiamo qualcosa di più di quanto si sa dell’infiltrato presunto in Pap: è entrata per la prima volta in contatto con l’ambiente militante quando ha compilato un modulo per partecipare a un’azione di disobbedienza civile contro l’industria dei combustibili fossili organizzata da Rebellion o Extinction (XR). È apparsa per la prima volta in una formazione che si è svolta il 10 dicembre 2023 per preparare questa azione. Il giorno seguente, una trentina di attivisti sono entrati nel recinto di Arganzuela per ancorarsi agli alberi e impedirne l’abbattimento. Sono stati tutti sgomberati con violenza e multati per disobbedienza. Nieves ha partecipato all’azione. Tuttavia, il suo atteggiamento ha presto generato diffidenza tra i suoi nuovi compagni. Da quando la sua collega Mavi si è infiltrata in XR nel 2022, gli attivisti spagnoli sanno che “nei movimenti per il clima ci sono agenti che fanno solo disobbedienza civile, quindi abbiamo imparato a tenerli d’occhio”. Oltre a XR, Nieves partecipava alle assemblee di Fridays For Future. Aveva trent’anni, era arrivata in moto e diceva di essere una magazziniera in un Carrefour. In FFF la maggior parte sono studenti, anche liceali, e nessuno gira in moto. Inoltre non aveva profili social. Fin dall’inizio, Nieves ha mostrato un grande interesse per la disobbedienza civile non violenta e ha chiesto con insistenza di far parte del comitato “relazioni esterne”, cosa insolita per un nuovo membro. Probabilmente il suo obiettivo era quello di avvicinarsi a gruppi più radicali come Futuro Vegetal. Quando è stata multata per “disobbedienza” non ha esitato a inviare la multa a XR affinché la aiutasse a fare ricorso e proprio questo ha permesso al gruppo ambientalista di ottenere una fotocopia della sua carta d’identità farlocca. Con quel documento XR ha richiesto un certificato di nascita all’anagrafe ma non c’era non traccia di lei all’Ufficio del Registro Civile nonostante quella carta d’identità dichiarasse che era nata a Murcia. Tana per Nieves. El Salto ha chiesto chiarimenti al Ministero dell’Interno ricevendo come unica risposta un appello all’articolo 104 della Costituzione spagnola, che stabilisce che “le Forze e i Corpi di Sicurezza dello Stato garantiscono la sicurezza e il libero esercizio dei diritti e delle libertà di tutti i cittadini, e che agiscono in questi termini, con una rigorosa sottomissione all’ordinamento giuridico”. Da parte sua, la Stazione Generale di Polizia di Madrid, dove sarebbe stata assegnata, si è rifiutata di fare qualsiasi tipo di valutazione. Vale la pena ricordare che, in base all’attuale quadro giuridico iberico, questo tipo di infiltrazione può essere effettuata solo su ordine del tribunale, nei casi di terrorismo, criminalità organizzata e traffico di droga. María, infiltrata con la sua vera madre A Girona, in Catalogna, a un anno e mezzo dalla denuncia, il tribunale ha rifiutato di incriminare una poliziotta infiltrata con un’ordinanza di sole quattro pagine, in cui si conclude che l’agente non avrebbe oltrepassato i suoi limiti. L’ordinanza di archiviazione riconosce che María Isern Torres, agente sotto copertura, stabilì la relazione con l’attivista indipendentista Òscar Campos per ordine dei suoi comandanti, ma non ammette che “fu iniziata e mantenuta in condizioni di disparità” né che l’intenzione fosse quella di “danneggiarlo psicologicamente”. La denuncia accredita, attraverso una perizia, i “postumi psicologici sotto forma di disturbo depressivo e sintomi di stress post-traumatico” causati da “una relazione sentimentale fallace, ingannevole e spuria” e dall’“invasione dei diritti fondamentali”. Durante l’infiltrazione, l’agente ha persino coinvolto la sua vera madre nell’operazione, fornendo una copertura per la missione che era stata assegnata alla figlia. L’attivista di Girona ha soggiornato nella casa di famiglia a Palma, dove madre e figlia hanno mentito sull’attività lavorativa dell’infiltrata. Da quel momento in poi, la madre stabilì una stretta relazione telefonica con la persona spiata e il suo entourage a Girona, con cui condivise momenti di intimità. La relazione è avvenuta tra il 2020 e il 2023. Maria Isern Torres, in realtà è un’agente del Cuerpo Nacional de Policía, operante sotto il falso nome di Maria Perelló Amengual. Nel luglio 2023, Campos scoprì la vera identità e denunciò pubblicamente la “torturadora a les ordres de l’Estat espanyol” (“torturatrice agli ordini dello Stato spagnolo”). La Procura di Girona ha giustificato l’operazione sostenendo che l’agente agiva nell’ambito delle sue funzioni per prevenire azioni secessioniste, ritenendo quindi legittima la sua infiltrazione nei movimenti sociali catalani. L’intera vicenda è stata documentata nel reportage “Infiltrats”, prodotto da 3Cat e La Directa, che ha portato all’attenzione pubblica le modalità e le implicazioni delle infiltrazioni della polizia spagnola nei movimenti sociali catalani. Queste infiltrazioni della polizia violano i diritti fondamentali e sono più tipiche di uno Stato di polizia che dello Stato di diritto ma la sentenza del tribunale, pur riconoscendo che la relazione sentimentale, ha facilitato l’accesso dell’agente alla sfera privata di Òscar Campos e ad attività riservate, afferma che non ci sono elementi nella denuncia per ritenere che non ci sia stato consenso. Anche la denuncia per tortura contro Ramon, infiltrato della polizia nei movimenti sociali di Valencia, è stato definitivamente archiviata lo scorso 5 maggio. Ora, ovviamente, di Nieves non si hanno più tracce e gli attivisti ritengono che probabilmente è stata fatta fuori perché non è riuscita a passare inosservata. Ci si interroga sulla relativa facilità con cui è stato possibile smascherare l’infiltrazione: o la Brigata d’Informazione l’ha messa lì apposta per far credere che XR fosse già in grado di individuare gli infiltrati, oppure era semplicemente stupida. Di sicuro i movimenti denunciano la crudeltà di un metodo che genera paranoia, sfiducia, indignazione e paura tra gli attivisti. L’infiltrazione come forma di tortura Pau Pérez-Sales, psichiatra e direttore del SIRA, un centro di assistenza alle vittime di tortura e maltrattamenti, ha spiegato a El Salto che l’infiltrazione è una tortura perché “per essere considerata tale, devono essere presenti quattro elementi: devono esserci gravi sofferenze, deve esserci intenzionalità, deve esserci uno scopo, come ottenere informazioni, punire, umiliare, reprimere o discriminare e, infine, deve essere eseguita da un funzionario statale”. L’eco di queste vicende nello stato spagnolo ha stimolato il progetto militante di pubblicazione, lo scorso febbraio, di un “Manual para destapar a un infiltrado”, operazione che ha infastidito sia la polizia sia i politici che la fiancheggiano. Sabato 24 maggio il Comune di Malaga ha cercato di impedire la presentazione del manuale comunicando agli organizzatori che era necessario avere un permesso speciale in base alla legge sugli spettacoli pubblici, una norma che non può essere applicata a proposte no-profit e a eventi pubblici come la presentazione di un libro, attività peraltro garantite dall’articolo 20 della Costituzione spagnola sulla libertà di espressione e di cultura, e dall’articolo 21 che tutela la libertà di riunione pacifica in spazi privati. A proposito di Nieves è stato detto che almeno, a differenza di Mavi (un altro finto ecologista, vero sbirro) non è andata a letto con nessuno. Non possono dire altrettanto le decine di donne britanniche vittime di altrettanti agenti infiltrati per decenni nelle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, ecologista del Regno Unito. Lo scandalo Spycops Per oltre quarant’anni, la polizia britannica ha condotto un’operazione segreta di spionaggio su migliaia di cittadini. L’opinione pubblica non aveva alcun sentore di questa operazione segreta e solo un ristretto numero di ufficiali di polizia ne era a conoscenza. La polizia ha inviato 140 agenti sotto copertura per spiare più di 1.000 gruppi politici e compilare file riservati sulle attività politiche degli attivisti. La storia, partita nel 1968, è venuta alla luce nell’autunno 2010 quando cominciarono a emergere notizie su Mark Kennedy, un agente di polizia sotto copertura, noto come Mark Stone, che si era infiltrato nei gruppi di protesta ambientalisti provocando molti arresti. Stone viveva tra gli attivisti ed era riuscito ad assumere un ruolo di primo piano in molte azioni, stringendo relazioni intime a lungo termine e relazioni sessuali più brevi con molte donne. In generale era visto come un membro fidato del movimento. E’ attiva una campagna – Police Spies Out of Lives – a sostegno delle donne colpite da relazioni intime con agenti di polizia sotto copertura della SDS, Special Demonstration Squad della Metropolitan Police Special Branch e della National Public Order Intelligence Unit (NPIOU) controllata dall’Association of Chief Police Officers (ACPO). Negli anni sono stati svelati sempre più dettagli, grazie soprattutto al lavoro investigativo degli attivisti e dei giornalisti. Rivelazioni che hanno costretto Theresa May, quando era ministro degli Interni, a commissionare un’inchiesta pubblica guidata da un giudice in pensione, Sir John Mitting partita nell’estate del 2020, con sei anni di ritardo. C’è da capire come gli agenti sotto copertura abbiano ingannato le donne in relazioni intime a lungo termine, alcune durate molti anni e “allietate” dalla nascita di figli. L’inchiesta ha recentemente ammesso per la prima volta che il monitoraggio dei sindacalisti da parte di agenti sotto copertura dell’SDS può essere stato utilizzato dai datori di lavoro a fini di blacklist. Nel 2009, si legge sul Guardian, i membri di un sindacato che erano stati presi di mira dai datori di lavoro per essere licenziati a causa delle loro attività sindacali sono stati riconosciuti come vittime di uno scandalo decennale di liste nere. Un’incursione nella Consulting Association, un’organizzazione segreta che gestiva la lista nera, ha portato alla luce migliaia di file sui lavoratori edili, utilizzati dalle principali imprese edili per “vagliare” l’appartenenza al sindacato dei candidati al momento dell’assunzione. Gli agenti sotto copertura hanno adottato misure elaborate per sviluppare i loro falsi personaggi. Rubavano l’identità di bambini morti, dopo aver setacciato pagine di certificati di morte per trovare una corrispondenza adeguata. Le spie ricevevano documenti ufficiali come patenti di guida e passaporti con nomi falsi, in modo che i loro travestimenti apparissero credibili alla cerchia di manifestanti in cui si infiltravano. Durante le missioni, che in genere duravano quattro anni, gli agenti sotto copertura fingevano di essere manifestanti impegnati. Ma per tutto questo tempo hanno fornito ai loro superiori informazioni sui piani e sui movimenti dei manifestanti. I loro rapporti includevano anche valutazioni delle figure chiave all’interno dei gruppi. L’elenco completo dei gruppi politici presi di mira dal 1968 non è stato pubblicato dall’inchiesta pubblica. Tuttavia, un’analisi dei gruppi pubblicati suggerisce che le spie della polizia hanno monitorato soprattutto gruppi di sinistra e progressisti che sfidavano lo status quo, mentre solo tre gruppi di estrema destra sono stati infiltrati: il British National Party, Combat 18 e la United British Alliance. Un gruppo trotzkista in particolare – il Socialist Workers Party (SWP) – è stato pesantemente infiltrato con più di 20 agenti, molto più di qualsiasi altro gruppo. Con cinismo e vigliaccheria Dopo che l’esistenza dell’operazione segreta è stata resa nota nel 2010, le donne si sono raggruppate e hanno intrapreso con successo un’azione legale contro la polizia ottenendo decine di risarcimenti. Quando le donne hanno iniziato a fornire i loro resoconti e a condividere le loro storie, è emerso chiaramente che il comportamento degli uomini nelle relazioni, i loro retroscena e i metodi per sparire discretamente presentavano notevoli somiglianze che suggerivano metodi sistematici di infiltrazione e minavano il mito dell’agente disonesto. Raccontano i legali che è stato evidente che tutte le donne hanno subito un notevole impatto emotivo e psicologico dalla scoperta dell’inganno e della violazione personale. In particolare, il loro senso di sicurezza nel mondo in cui vivevano e la capacità di fidarsi degli altri erano stati gravemente danneggiati. Tuttavia, poiché le loro esperienze erano insolite ma simili, e poiché provenivano tutte da ambienti politicamente impegnati, hanno rapidamente sviluppato un approccio di sostegno reciproco e collettivo per lavorare insieme al loro caso legale. Ci sono ancora troppi agenti, secondo Police Spies Out of Lives, la cui identità reale e fittizia rimane segreta. Sono stati scoperti altri comportamenti scorretti. In casi giudiziari che riguardavano l’incriminazione di attivisti, gli agenti sotto copertura e i loro supervisori hanno nascosto prove vitali che avrebbero potuto portare alla loro assoluzione. Finora si sa che almeno 50 manifestanti sono stati condannati o perseguiti ingiustamente perché le prove relative alle attività delle spie della polizia sono state ingiustamente insabbiate nei procedimenti giudiziari. Solo uno degli agenti sotto copertura è diventato un informatore. Peter Francis, che è stato inviato a spiare i manifestanti antirazzisti per quattro anni negli anni Novanta, ha rivelato come funzionava la sua ex unità, la Squadra speciale per le dimostrazioni. Ha anche rivelato che la squadra aveva raccolto informazioni sui genitori di Stephen Lawrence nel momento in cui stavano conducendo una campagna per convincere la polizia a condurre un’indagine adeguata sull’omicidio razzista del figlio. Lawrence, studente di origine giamaicana, fu ucciso il 22 aprile 1993 a Eltham, nel sud-est di Londra da un branco di ragazzi bianchi mentre aspettava l’autobus con un amico. Il rapporto Macpherson del 1999 concluse che la Metropolitan Police era “istituzionalmente razzista”. La polizia è stata costretta ad ammettere che i suoi agenti sotto copertura avevano spiato almeno 18 famiglie in lutto che si battevano per ottenere giustizia dalla polizia. Tra queste c’erano anche famiglie i cui parenti erano stati uccisi o erano morti sotto la custodia della polizia. L’inchiesta pubblica sull’uso di agenti sotto copertura nel Regno Unito, nota come Spycops Inquiry o Undercover Policing Inquiry, è attualmente in corso ma sta affrontando numerose difficoltà operative, ritardi e critiche da parte delle vittime e dei partecipanti. L’inchiesta, spiega Campaign Opposing Police Surveillance, è suddivisa in “tranche” tematiche. Le udienze della Tranche 2 (1983–1992) si sono svolte tra luglio 2024 e febbraio 2025. La Tranche 3 (1993–2007), inizialmente prevista per aprile 2025, è stata posticipata a ottobre 2025. È probabile che anche la Tranche 4, dedicata alla National Public Order Intelligence Unit (NPOIU), subisca ritardi. Più di 100 vittime e gruppi coinvolti hanno firmato una lettera aperta rifiutandosi di fornire prove entro le scadenze imposte, considerate irragionevoli. Il sito Freedom News riferisce che, nonostante il rinvio delle udienze, i termini per la presentazione delle testimonianze non sono stati estesi, suscitando accuse di trattamento iniquo. Inoltre l’inchiesta sta procedendo in modo squilibrato, favorendo le forze dell’ordine: mancanza di trasparenza, distruzione intenzionale di documenti da parte della polizia e pressione esercitata per rispettare una scadenza finale arbitraria fissata per dicembre 2026, che potrebbe compromettere la credibilità dell’intero processo che dovrebbe essere cruciale nel dibattito sul controllo democratico delle forze di polizia nel Regno Unito. Solo nel luglio 2024, la Metropolitan Police ha pubblicamente condannato le operazioni della Special Demonstration Squad (SDS), ammettendo gravi violazioni, tra cui relazioni sessuali ingannevoli con attiviste e infiltrazioni in gruppi per la giustizia razziale. Tre mesi più tardi, nuove prove hanno suggerito che Bob Lambert, ex agente sotto copertura e figura chiave dell’inchiesta, avrebbe partecipato a un incendio doloso in un negozio Debenhams nel 1987 mentre si fingeva attivista per i diritti degli animali. Della brutalità e della spregiudicatezza della polizia francese s’è letto molto anche in Italia in questi anni, segno che questa ondata di malapolizia è sintomo delle tendenze più ampie di regimi ormai post-democratici tuttavia oltralpe è stata registrata un’infiltrazione al contrario: nel settembre 2020, la pubblicazione del libro Flic di Valentin Gendrot ha fatto scalpore. Dopo aver trascorso due anni sotto copertura nella polizia di Parigi, dove era stato assunto come dipendente a contratto (tra gli “assistenti di sicurezza”, poi ribattezzati “assistenti di polizia”), il giornalista ha descritto una quotidianità mediocre, la miseria sociale e la mancanza di rispetto per gli utenti. Soprattutto, ha accusato diversi suoi colleghi, di stanza nel 19° arrondissement di Parigi, di aver commesso atti di violenza e di averli coperti con false denunce. Le sue rivelazioni hanno indotto la magistratura ad aprire un’inchiesta. Ma questa è un’altra storia. > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp