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Lugo di Ravenna: il collegio docenti ha potere… fino ad un certo punto
Il 2 marzo scorso si è tenuto un incontro pubblico dal titolo “Per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese“, promosso da un gruppo di docenti del Liceo statale “Gregorio Ricci Curbastro” di Lugo, in provincia di Ravenna, con il patrocinio del Comune. Dopo l’iniziativa, un docente dello stesso liceo, delegato sindacale, ha denunciato in forma anonima alcuni fatti avvenuti all’interno dell’istituto nel mese di ottobre. All’inizio dell’anno scolastico un gruppo di docenti chiede di discutere e di inserire all’ordine del giorno del collegio docenti previsto per ottobre la proposta di organizzare una conferenza con il professor Marco Mascia, presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” e titolare della cattedra di Diritti umani, democrazia e pace all’Università di Padova, insieme alla testimonianza di un operatore di Medici Senza Frontiere dal campo. L’obiettivo, anche per volontà di alcuni genitori, era informare gli studenti sulla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza e su cosa prevede il diritto internazionale in situazioni di conflitto. Attraverso una raccolta firme di 69 docenti su 120 viene presentata al dirigente scolastico richiesta formale per integrare l’ordine del giorno del collegio di ottobre, ma viene rigettata.  Il giorno del collegio il dirigente scolastico motiva la sua decisione definendo il tema della conferenza didatticamente irrilevante e divisivo prendendo una decisione al posto del collegio docenti senza neanche permetterne la discussione. Nella prassi scolastica il dirigente può integrare l’ordine del giorno del collegio docenti fino a 24 ore prima della riunione, aggiungendo nuovi punti. In casi di urgenza, inoltre, l’integrazione può essere proposta direttamente in apertura di seduta, chiedendo al collegio di approvarla. In questo caso, a fronte della richiesta presentata con largo anticipo da un gruppo consistente di docenti, l’ordine del giorno avrebbe potuto essere integrato senza particolari difficoltà. L’attacco è dunque al cuore della democrazia della scuola e al potere decisionale di tutti i docenti. Il collegio docenti è l’organo tecnico politico rappresentante della democrazia scolastica e i suoi ruoli sono definiti e tutelati dal DLgs 297/1994. Non ha valore consultivo, ma è un organo deliberante: ciò che si vota in collegio indica la partecipazione collettiva alla vita scolastica e la responsabilità collettiva a ciò che si sceglie di fare. Perciò delegittimare un collegio docenti oltre che gravissimo non rientra neanche nelle prerogative del dirigente scolastico. Eppure, da ciò che si legge e si vive a scuola tutti i giorni, non è così raro. Sotto l’ombra del potere assoluto del dirigente scolastico si trovano docenti censurati e soli, come il docente che ha denunciato l’accaduto e che si è successivamente dimesso da delegato sindacale presso l’Istituto non avendo avuto immediato sostegno dal suo sindacato – che ora dichiara di essere in procinto di procedere ad una denuncia dei fatti all’Ufficio Scolastico Regionale. Ma ci sono anche docenti che hanno paura di esprimere la propria idea o che sottovalutano la quasi certa deriva autoritaria delle gerarchie scolastiche dimenticando l’esistenza di una solida legislazione a sostegno dei diritti, della libertà d’insegnamento e dei poteri deliberativi del collegio docenti.  Nel periodo dell’anno scolastico in cui nelle classi di fine ciclo si affrontano i totalitarismi del Novecento è inevitabile individuare alcune analogie con la fase storica attuale: dalla dimensione sempre più globale dei conflitti fino agli attacchi, spesso più sottili, ai luoghi della democrazia. L’episodio avvenuto al liceo di Lugo viene segnalato come esempio di censura sul tema del genocidio in Palestina e del diritto internazionale, oltre che di delegittimazione del collegio docenti. Quest’ultimo riunisce insegnanti di ruolo e precari con pari diritti decisionali ed è presieduto dal dirigente scolastico con funzioni di coordinamento, non di indirizzo decisionale in senso verticistico. Si tratta di un caso, tra molti segnalati quotidianamente: episodi che descrivono una crescente concentrazione di potere nelle figure dirigenziali, dall’esercizio di un controllo sempre più forte nei collegi docenti fino alla collaborazione con le forze dell’ordine nella gestione di proposte didattiche e della sicurezza dell’ambiente scolastico. Dimostrazione plastica di come la scuola rischi di perdere progressivamente la propria funzione democratica ed educativa trasformandosi in uno spazio di controllo attraverso forme di gestione sempre più esternalizzate. Ritenere il genocidio palestinese e il diritto internazionale divisivo e vietarne la discussione e l’informazione, significa prendere una decisione didattica e indirizzare la conoscenza, compito che non spetta al dirigente scolastico. Definirlo divisivo corrisponde, di fatto, ad una manipolazione cognitiva, tattica militare attraverso cui i nostri cervelli diventano campo di battaglia prima ancora dei nostri corpi. Il controllo dei contenuti rappresenta dunque una forma di militarizzazione della conoscenza. O si è contro il genocidio o no. O si è contro la guerra o no. O si è contro i re o no. È una decisione “partigiana nella misura in cui si insegna agli studenti a collocarsi nella storia dalla parte dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli e di tutti. Il compito della comunità educante è offrire conoscenze per far sì che gli studenti siano capaci di pensare liberamente e possano avere la capacità di dissentire legittimamente alla deriva autoritaria. E se non sono i docenti a dare coraggio e a sostenere la libertà di pensiero e il diritto all’informazione e al dissenso per la tutela dei diritti fondamentali, contro la guerra e l’autoritarismo, da chi prenderanno esempio gli studenti? Gli insegnanti in questo momento devono vigilare e partecipare alla vita scolastica riprendendosi in mano il potere decisionale che nelle scuole spetta a docenti e studenti e non ai dirigenti. Devono aver cura dei ragazzi perché saranno le prime vittime dell’economia di guerra, dai percorsi PCTO presso le industrie belliche come la Leonardo dritti verso il ripristino della leva militare obbligatoria. È questo che fa un insegnante al tempo dei re: non insegna ad obbedire e ad aver paura, ma insegna ad essere liberi. A tal proposito invitiamo tutta la comunità educante a sostenere la campagna dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università contro la leva militare obbligatoria. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Rifiuti pericolosi e sindaci silenziosi
di Vito Totire (*) Dalla Val di Zena alla Valle dell’Idice: campa cavallo…che l’inquinamento cresce ? Ormai l’orfanotrofio (dei “siti orfani”) è sovrappopolato come le carceri … Abbiamo segnalato sabato 7 marzo e mercoledì 11 marzo due smaltimenti abusivi. Il primo lungo la via Idice a Monterenzio (in attesa di verifica al microscopio abbiamo, per ora, parlato di fibrocemento). Il
Ravenna: se i medici non fanno i carcerieri
di Vito Totire (*). Con due immagini del mix odio-bugie contro chi disobbedisce al razzismo di Stato. Basta “caccia alle streghe”… La storia si ripete: pare che il tribunale di Ravenna abbia ritenuto giusto sanzionare i medici dell’ospedale accusati di quello che sappiamo, cioè di aver fatto i medici (primum non nocere), Andiamo per gradi: • Le sanzioni proposte dai
Medici non carcerieri: il 12 marzo iniziano gli…
… «interrogatori» dei medici di Ravenna (*) che sono certamente colpevoli di considerare i migranti come esseri umani. di Vito Totire (**). A seguire alcune sue riflessioni su questa incredibile vicenda. Oggi è l’11 marzo ed è inevitabile parlare di cosa è e cosa dovrebbe essere la medicina. E’ pure l’anniversario della nascita di Franco Basaglia: come abbiamo abbattuto le
Medici indagati a Ravenna, chiesta la sospensione
Nuovo capitolo nella vicenda giudiziaria e nella propaganda mediatica che coinvolge alcuni medici di Ravenna finiti sotto indagine per non aver certificato l’idoneità sanitaria al trattenimento di alcune persone straniere destinate ai Centri di Permanenza per il rimpatrio (CPR). Secondo quanto emerso negli ultimi giorni dalla stampa, oltre alle indagini e alle perquisizioni già rese note, la procura avrebbe chiesto anche la sospensione cautelare dall’esercizio della professione per un anno nei confronti dei sanitari coinvolti. La misura interdittiva, che si aggiungerebbe agli accertamenti investigativi già in corso – comprese intercettazioni ambientali date in pasto ai media – riguarda l’attività di quei medici che avevano certificato l’incompatibilità delle persone di essere trattenute nei CPR. La vicenda, fin dal primo momento, ha suscitato la reazione di associazioni e realtà che si occupano di diritti delle persone migranti e di salute nei contesti di frontiera, con una raccolta firme online tuttora in corso (“La cura non è reato”) e con un partecipato presidio-flash mob che si era svolto il 16 febbraio davanti all’ospedale Santa Maria delle Croci. Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI SOTTO INDAGINE A RAVENNA PER LE NON IDONEITÀ AI CPR. L’APPELLO: «LA CURA NON È UN REATO» In corso un attacco all'autonomia medica, la risposta degli Ordini dei Medici e della Fnomceo Redazione 14 Febbraio 2026 In un comunicato diffuso giovedì, la Rete Mai più lager – No ai CPR evidenzia come questa nuova “caccia alle streghe” rischia nella realtà di incidere sull’autonomia professionale dei medici. Secondo la Rete, i provvedimenti richiesti dalla magistratura rischiano di avere effetti che vanno oltre la singola indagine. «Se la libera valutazione clinica della compatibilità con la detenzione amministrativa diventa oggetto non solo di indagini, ma anche di pesanti provvedimenti cautelari interdittivi», si legge nel comunicato, «ciò determina inevitabilmente un fortissimo condizionamento che rischia di compromettere l’indipendenza di chi opera in quei contesti». L’allarme riguarda soprattutto il clima che potrebbe crearsi tra i professionisti chiamati a valutare le condizioni di salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa. «Il rischio è che il timore di ingiuste conseguenze personali e professionali finisca per condizionare l’autonomia diagnostica», scrive la rete, sottolineando che «il medico risponde solo alla coscienza e alla salute del paziente». Nel testo si richiama anche la campagna per fare luce sulle condizioni della detenzione amministrativa nei CPR, promossa negli ultimi anni da associazioni e operatori sanitari che lavorano nei contesti migratori. Il punto centrale, spiegano, è che certificare l’incompatibilità con la detenzione amministrativa è un atto clinico e non politico. Del resto, è lo stesso governo che con la circolare del 20 gennaio 2026 del Ministero dell’Interno spinge affinché la visita medica di idoneità venga effettuata solo dopo l’ingresso della persona nel CPR. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA LA SALUTE NON È UNA VARIABILE DELL’ORDINE PUBBLICO Appello dei professionisti della salute per la tutela delle persone migranti, in risposta alla Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026 28 Gennaio 2026 «Sospendere un medico dalla professione perché ha rilevato l’incompatibilità di una persona con la detenzione amministrativa è un paradosso pericoloso quanto illegittimo», afferma la Rete. «Non si può “sospendere” la tutela della salute in nome di una gestione securitaria delle frontiere». Secondo gli attivisti e i professionisti coinvolti nella campagna, provvedimenti di questo tipo rischiano di produrre un effetto di medicina difensiva nei luoghi più delicati del sistema migratorio. «Questi provvedimenti finiscono per creare un clima di paura, spingendo i clinici verso una medicina difensiva che ignora la sofferenza e la cura della persona». La presa di posizione collega inoltre la vicenda di Ravenna a una critica più ampia del sistema dei CPR. «La detenzione amministrativa è intrinsecamente patogena», afferma il comunicato, in quanto l’isolamento, l’incertezza e la privazione della libertà senza reato «producono attivamente malattia mentale e fisica». Un giudizio che trova riscontro anche in studi e posizioni istituzionali. Viene citato anche il recente materiale informativo diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e alcune pronunce del Consiglio di Stato che hanno messo in discussione l’adeguatezza delle condizioni sanitarie nei centri. Per questo, sostiene la Rete, quando un medico certifica l’incompatibilità con la detenzione «non sta compiendo un atto ideologico», ma «una diagnosi basata su evidenze scientifiche». «La tutela della vita e della dignità umana non può essere messa sotto inchiesta», conclude la Rete Mai più lager – No ai CPR, avvertendo che la posta in gioco va oltre il singolo procedimento giudiziario: «Se certificare la verità clinica diventa un rischio professionale, è l’intera tenuta democratica del nostro sistema sanitario a essere in pericolo».
L’idea di Meloni: i migranti fuori dalla razza umana
Link al rapporto del «Tavolo asilo e Immigrazione». Articoli di Franco Astengo e di Maurizio Fantoni Minnella. Sul caso Ippocrate-Ravenna tre testi rabbiosi di Vito Totire e un appello in solidarietà con i medici “sotto inquisizione”. Notizie da Verona (con un video-choc diffuso da Ilaria Cucchi) e dalla nave Humanity 1.   CPR d’Italia: istituzioni totali Il report del Tavolo
February 15, 2026
La Bottega del Barbieri
Medici sotto indagine a Ravenna per le non idoneità ai CPR. L’appello: “La cura non è un reato”
Perquisizioni, personale medico posto sotto indagine e già esposto alla gogna politica e mediatica della destra per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR. Succede a Ravenna, dove il reparto di Malattie infettive dell’ospedale cittadino è stato perquisito per l’intera giornata del 12 febbraio. Sono sei, al momento, i medici indagati nell’inchiesta aperta dalla Procura di Ravenna, che – secondo quanto riporta l’Ansa – è inerente ai certificati di idoneità sanitaria necessari per il trattenimento delle persone straniere prive di titolo di soggiorno nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR). L’obiettivo degli inquirenti – prosegue l’agenzia di stampa – è verificare se le attestazioni di non idoneità al trattenimento, e quindi ad un possibile rimpatrio, fossero incomplete o del tutto arbitrarie.  Una contestazione che ha immediatamente sollevato una reazione compatta degli Ordini dei medici e della Federazione nazionale, che parlano di un attacco all’autonomia dell’atto medico e alla sua funzione esclusivamente clinica. LA PETIZIONE: “LA CURA NON È UN REATO” Per sollecitare una presa di posizione generale, è stata immediatamente lanciata una petizione online su Change.org dal titolo «Appello urgente: la cura non è un reato», indirizzata ai Presidenti degli Ordini dei Medici, alla Fnomceo, al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, alle società scientifiche e all’opinione pubblica. Nel testo si parla di «punto di rottura inaccettabile tra l’esercizio della medicina e le logiche di pubblica sicurezza» dopo la perquisizione prima dell’alba del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna il 12 febbraio 2026. Il testo, a firma del promotore Dott. Nicola Cocco, denuncia il grave l’episodio come «un attacco all’autonomia e alla deontologia medica» e invita medici, infermieri, psicologi e operatori sanitari a firmare e a trasformare il caso di Ravenna in una mobilitazione nazionale sull’autonomia della professione medica e sul diritto alla salute. «Sindacare una valutazione clinica di inidoneità al trasferimento in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) (…) attraverso strumenti repressivi significa trasformare un atto medico in un atto burocratico di polizia. Ribadiamo che la decisione clinica non può essere subordinata a esigenze di ordine pubblico o di gestione migratoria». Nel secondo punto si richiama anche un recente documento dell’World Health Organization (Policy Brief, gennaio 2026), sostenendo che «la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi» e che certificare l’inidoneità «significa prevenire un danno certo alla salute, in pieno adempimento del principio di non maleficenza». L’appello parla inoltre di «modus operandi lesivo della dignità ospedaliera», denunciando uno spiegamento di forze «tipico delle operazioni contro organizzazioni criminali» e affermando che tale condotta «si configura concretamente come interruzione di un pubblico servizio (Art. 340 c.p.), mettendo a rischio la continuità assistenziale». Infine, il richiamo all’articolo 32 della Costituzione: «La salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Questo diritto non decade con lo status giuridico di una persona». La petizione esprime «piena solidarietà ai colleghi indagati» e richiede «una presa di posizione ferma della FNOMCeO e degli Ordini provinciali per difendere l’inviolabilità dell’atto medico», nonché «l’intervento del Garante Nazionale per arginare lo sviluppo di un clima inquisitorio». «Quando la cura diventa un reato, è la democrazia stessa a essere in pericolo». La reazione compatta è arrivata nel corso della giornata di ieri da parte degli Ordini dei medici dell’Emilia-Romagna e della Federazione nazionale. LA NOTA UNITARIA DEGLI ORDINI In una presa di posizione firmata dalla presidente dell’Omceo di Ravenna, Gaia Saini, dal presidente dell’Omceo di Rimini, Maurizio Grossi, e dal presidente dell’Omceo di Forlì-Cesena, Michele Gaudio, i tre Ordini provinciali richiamano i principi fondanti della professione. «Il medico fonda la propria attività su valori irrinunciabili: rispetto della dignità della persona, tutela della salute, equità, indipendenza e responsabilità professionale. Ogni paziente viene visitato e assistito senza alcuna discriminazione legata a età, sesso, religione, orientamento politico, condizione sociale o provenienza. Questo principio è il presupposto essenziale della relazione di cura: il medico non giudica, non seleziona, non esclude, ma si prende cura». Gli Ordini ricordano che «l’art. 24 del Codice di deontologia medica impone al medico l’obbligo di rilasciare certificazioni sanitarie veritiere, precise e diligenti, basate su rilievi clinici diretti o documentati» e che, nel caso delle certificazioni per l’idoneità al trattenimento nei Cpr, «la visita è svolta secondo criteri rigorosamente clinici», includendo anamnesi, valutazione delle condizioni fisiche e psichiche, eventuali patologie, disturbi psichiatrici e condizioni di vulnerabilità. Un passaggio è centrale: «Il medico non “autorizza” il trattenimento: attesta esclusivamente se, in base alle condizioni cliniche rilevate al momento della visita, sussistano o meno elementi di incompatibilità sanitaria». E ancora: «Le indicazioni fornite dal medico non devono essere utilizzate come strumento di legittimazione o di responsabilità politica. Il parere clinico esprime un giudizio tecnico, circoscritto all’ambito sanitario, e non può né deve diventare un avallo di scelte amministrative che esulano dalla competenza medica». «Strumentalizzare l’atto medico per attribuirgli una funzione di garanzia dell’ordine pubblico o di giustificazione politica significa snaturarne il senso e compromettere l’autonomia e la responsabilità professionale. Difendere questa distinzione significa tutelare sia l’etica della professione sia i diritti fondamentali delle persone assistite». L’INTERVENTO DELLA FNOMCEO Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, dopo le polemiche innescate sui social da un post del vicepremier Matteo Salvini, che aveva invocato, in caso di conferma delle accuse, «licenziamento, radiazione e arresto» per i medici coinvolti. «Alle sentenze sommarie sui social rispondiamo con le parole del nostro Codice deontologico: doveri del medico sono la tutela della vita, della salute psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera». E prosegue: «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità. Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica». Il Dott. Anelli esprime «piena fiducia nell’azione della Magistratura», ma anche «solidarietà con questi colleghi, che hanno subito il trauma della perquisizione alle prime luci dell’alba; che hanno visto interrompere la loro attività lavorativa, la loro vita familiare, per rendersi disponibili. E che sono ora indagati a motivo dell’assistenza prestata attraverso una visita medica e la relativa certificazione». «Utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore: è contrario al nostro ordinamento, è contrario alla nostra deontologia. Soprattutto, non è funzionale a garantire quel diritto fondamentale alla tutela della Salute che la nostra Carta Costituzionale pone in capo a ogni individuo, per il solo fatto di essere persona umana. Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici, che raccolgono la fiducia dell’86% degli italiani, affidiamo la cura delle persone».
Ravenna, abbattimenti di alberi a carte coperte
Il gruppo Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna è stato informato qualche tempo fa da un piccolo gruppo di cittadini in merito al possibile abbattimento di un bellissimo albero pluridecennale presente in via Doberdo’ a Ravenna, di proprietà condominiale. I cittadini desideravano saperne di più, in quanto l’albero, un pino domestico dalla foltissima chioma, dal fusto di oltre due metri di circonferenza e dall’elevato valore ornamentale, appare in ottima salute. Erano stati segnalati alcuni problemi di interferenza di radici, e si chiedevano se la distruzione dell’albero, ovvero la perdita di servizi ecosistemici gratuiti per migliaia di euro e il depauperamento della proprietà immobiliare, fosse l’unica soluzione praticabile.  Prontamente sono stati richiesti gli atti all’ufficio del verde del Comune tramite Lista per Ravenna. Era il 27 novembre dello scorso anno. Ebbene, dopo quasi tre mesi, e dopo numerosi solleciti da parte del consigliere Ancisi, ad oggi nessuna informazione è stata fornita dagli uffici, che hanno finora omesso gli atti richiesti. Nel frattempo, i cittadini disperati segnalano che l’albero sarà in abbattimento venerdì 13 febbraio. Pare anche che la decisione non sia nemmeno stata posta ai voti nell’assemblea condominiale, nonostante, a quanto sembra, qualcuno non approvasse. Amministratori di condominio ed amministratori pubblici procedono uniti nel liberare la città dagli sgraditi ospiti, gli alberi sani, saltando tutti i doverosi passaggi, compreso quello della trasparenza nel fornire le informazioni richieste? Abbiamo inviato diffida all’abbattimento all’amministratore del condomino e promettiamo di andare a fondo sullo sconcertante episodio.   Il gruppo Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna Redazione Romagna
February 12, 2026
Pressenza