Rete Scuola Pubblica Genova: Educare all’identità italiana. La scuola in tempi di guerra
PUBBLICHIAMO IL DOCUMENTO DELLA RETE SCUOLA PUBBLICA DI GENOVA IN COLLABORAZIONE
CON USB SCUOLA LIGURIA IN CUI SI CITA L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE
DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ IN RELAZIONE ALLA NECESSITÀ DI CONTINUARE A FARE
RESISTENZA E A COSTITUIRE UNA RETE CAPILLARE DI CONTRASTO, DA ESERCITARSI
ATTRAVERSO LA PROPOSTA DI MOZIONI, INCONTRI E ASSEMBLEE APERTE.
Sabato 21 marzo la Rete per la Scuola Pubblica di Genova ha organizzato una
giornata di autoformazione per discutere ed approfondire alcune tematiche
urgenti implicate nelle ormai regolamentari Nuove Indicazioni Nazionali per il
curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione. Questo
resoconto presenta il dialogo intervenuto tra i partecipanti a uno dei tavoli di
lavoro, formato da docenti di tutti gli ordini e genitori, che si è interrogato
sul nesso tra l’esaltazione dell’identità nazionale, tema preminente nei recenti
documenti ministeriali, e la militarizzazione della scuola.
Sono state messe a disposizione alcune carte contenenti singole parole, immagini
ed estratti tratti dalle Nuove Indicazioni Nazionali e da altri documenti. Ogni
partecipante ha scelto alcune carte per poi condividere le riflessioni che
queste stimolavano, disponendo i materiali su un grande foglio e creando
collegamenti con nuovi concetti emersi dalla discussione.
IC Cuoco-Schipa, Napoli, 8 marzo 2026
Il primo spunto è stato la fotografia di un incontro avvenuto a Napoli tra una
scolaresca e i Carabinieri, in cui si osservano, impegnati nel saluto militare,
proprio i bambini e le bambine, alcuni dei quali esibiscono cartelli con le
parole “patria” e “onore”. A questa immagine è stata associata quella di una
bambina che impugna una pistola sotto la supervisione di un militare.
L’uso delle armi, così come la cultura del conflitto e più in generale un clima
di guerra, sembrano ormai legittimati, istituzionalizzati e normalizzati in un
contesto scolastico che pare indirizzare il suo ruolo educante ai principi della
protezione e della difesa anziché ispirarlo al valore della pace.
Nelle immagini in cui bambini e bambine incontrano le Forze Armate è evidente
l’effetto di fascinazione e ammirazione che divisa, armi e veicoli militari
sono in grado di suscitare; si è osservato che tale leva emotiva è facilmente
strumentalizzabile allo scopo di propagandare un’accettazione acritica delle
iniziative belliche, così come sembra prescrivere la Relazione sull’attuazione
della politica di sicurezza e di difesa comune votata dal Parlamento Europeo il
2 aprile 2025 che invita “l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi
educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a
migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e
l’importanza delle Forze Armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione
delle società alle sfide in materia di sicurezza, consentendo nel contempo un
maggiore controllo e scrutinio pubblico e democratico del settore della difesa
(art. 133).”
Di questo scrutinio democratico in Italia non si osservano segni significativi.
Al contrario, il Ministero dell’Istruzione e del Merito da tempo ha orientato
con energia i propri documenti verso la valorizzazione dei temi della Patria e
dell’identità nazionale, anche rilanciando altre iniziative, come la Festa del
Tricolore e la Giornata dell’unità nazionale e delle Forze Armate[1], riportate
in auge dall’attuale Governo.
Nelle nuove Linee guida per l’educazione civica pubblicate nell’estate del 2024,
, per esempio, si sottolinea il ruolo centrale dell’insegnamento della
Costituzione con evidente attenzione a questi temi, a detrimento di altri
contenuti essenziali quali il rifiuto della guerra e i principi di giustizia
sociale: “L’educazione civica può proficuamente contribuire a formare gli
studenti al significato e al valore dell’appartenenza alla comunità nazionale
che è comunemente definita Patria, concetto che è espressamente richiamato e
valorizzato dalla Costituzione. Rafforzare il nesso tra il senso civico e l’idea
di appartenenza alla comunità nazionale potrà restituire importanza, fra
l’altro, al sentimento dei doveri verso la collettività, come prescritto
dall’articolo 2 della Costituzione, nonché alla coscienza di una comune identità
italiana come parte, peraltro, della civiltà europea ed occidentale e della sua
storia, consapevolezza che favorisce un’autentica integrazione”.
Le Nuove Indicazioni Nazionali sembrano confermare una concezione
dell’educazione che infantilizza e fa leva su emotività e sulla fascinazione:
nella sezione dedicata all’insegnamento della Storia si trova un’impostazione in
completa discontinuità, quanto a impostazione metodologica, con le Indicazioni
precedenti: “anziché mirare all’obiettivo, del tutto irrealistico, di formare
ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi
valutarle criticamente magari alla luce delle diverse interpretazioni
storiografiche, è consigliabile percorrere una via diversa. E cioè un
insegnamento/apprendimento della storia che metta al centro la sua dimensione
narrativa. La dimensione narrativa della storia è di per sé affascinante e tale
deve restare nell’insegnamento, svincolato da qualsiasi nozionismo”.
Riteniamo che privilegiare un approccio narrativo crei l’inevitabile rischio di
un insegnamento basato su percezioni arbitrarie; per far fronte alla complessità
della società odierna e ai pericoli dell’infosfera, sarebbe opportuno puntare
sull’educazione al metodo storico, all’uso delle fonti e sul pensiero critico.
Una didattica della storia descritta come sopra dovrebbe, secondo gli autori
delle Nuove Indicazioni, veicolare principalmente gli eventi della storia
occidentale, e in particolar modo nazionale, su cui viene posta grande enfasi;
oltre a ricordare l’ormai tristemente noto incipit del paragrafo dedicato a
questo insegnamento, che si serve di una citazione decontestualizzata
dall’Apologia della storia di Marc Bloch (“Solo l’Occidente conosce la
storia…”), abbiamo riflettuto sulle implicazioni di questa prospettiva, ribadite
e rivendicate in tutto il documento: “La storia, cioè la conoscenza e il
giudizio sul passato, sono divenuti […] fonte decisiva per il pensiero e
l’educazione politica dei popoli del mondo occidentale e in seguito di tutti i
Paesi della terra. In particolare, anche grazie alla storia e alla politica, i
popoli – dapprima quelli dell’Occidente poi quelli del mondo intero – hanno
potuto prendere coscienza di sé, abituarsi a considerare la propria esistenza
collegata a quella di milioni di propri simili, sono divenuti consapevoli di ciò
che li univa – ad esempio una lingua o un passato comuni, una condizione sociale
comune – e maturare così la volontà di acquisire un più ampio e organico
protagonismo”.
L’intento di focalizzare l’insegnamento su identità e cultura nazionali appare
del tutto discutibile sul piano dell’inclusione di studenti e studentesse
provenienti da altri Paesi. In una società che spinge costantemente a una
condivisione di contenuti multimediali a livello globale, che alimenta mercati e
profitti in tutte le parti del mondo e le cui classi scolastiche sono ormai
composte da alunne e alunni con vicende migratorie di diverso tipo con storie e
culture proprie,, sostenere che l’unica narrazione possibile, o meglio la
principale, sia quella italiana ed europea significa favorire l’integrazione
solo se avviene un processo di omologazione di tutte le culture esistenti
all’interno della scuola: “Nella scuola primaria sembra poi necessario che
l’insegnamento abbia al centro le origini della civiltà occidentale su cui si
fonda anche la nostra storia nazionale e la nostra identità, sia al fine di far
maturare nell’alunno la consapevolezza della propria identità di persona e di
cittadino, sia – vista la sempre maggiore presenza di giovani provenienti da
altre culture – al fine di favorire l’integrazione di questi ultimi,
integrazione che dipende anche, in modo determinante, dalla conoscenza
dell’identità storico-culturale del paese in cui ci si trova a vivere”.
Ci chiediamo se l’integrazione menzionata nelle Nuove Indicazioni non sia
divisiva, invece che inclusiva, quando fomenta il discorso nazionale (che può
facilmente diventare nazionalista) e ribadisce insistentemente la necessità
universale di aggregarsi a un’identità italiana che si riconosce come unica e
data, dimenticando decenni di riflessione sociologica e storica sulla
pericolosità e presunzione di simili assunti.
D’altra parte le istituzioni manifestano il chiaro intento di sviluppare e
accrescere un forte senso di appartenenza allo Stato e di valorizzazione dei
suoi difensori, favorendo progetti e attività che consolidino il mito del
soldato amico dei bambini e della carriera militare come opportunità di lavoro
per i più grandi, in un momento storico in cui i conflitti internazionali vedono
un’accelerazione e le politiche dell’Unione Europea e dei singoli Stati aderenti
sembrano ineluttabilmente indirizzate al riarmo.
Emerge una connessione evidente al dibattito in corso in merito alla
reintroduzione della leva, già formalizzata in altri Paesi europei: anche se in
forme diverse dal passato (forse con “obbligo volontario” o durata breve), sarà
riproposta per rispondere una trasformazione in corso dei conflitti in essere,
sempre più vicini alla forma della guerra simmetrica, che richiede l’impiego di
contingenti più consistenti di soldati.[2]
Come hanno osservato studiosi di questo fenomeno in ambito statunitense e
nordeuropeo, la leva viene recentemente presentata come un’opzione di
orientamento, con incentivi e peculiarità proprie, ma idealmente affine ad altre
possibilità di riscatto e collocazione all’interno della società
neoliberale: “Dal 2017 la Svezia ha modificato il modo in cui presenta la
coscrizione, passando da una concezione tradizionale a una concezione più
individualista. I potenziali coscritti non sono più visti come soggetti
obbligati a servire, ma come individui autonomi e responsabili che possono
trarre vantaggio dal servizio militare”[3],
Il tema dell’orientamento al lavoro è oggi particolarmente attuale e urgente
nella scuola secondaria di secondo grado: il sistema formativo è sempre più
modellato sulle richieste del mercato e gli studenti vengono spinti a formarsi
in funzione di esigenze esterne, interiorizzando uno stress competitivo
crescente. Ne consegue che il tempo dedicato alle discipline si riduce
progressivamente, poiché viene assorbito da attività di percorsi scuola‑lavoro e
costruzione del curriculum. Questo processo rappresenta un’erosione del diritto
a una formazione universale e disinteressata, che costituisce il fondamento
della scuola pubblica. Il precoce avvicinamento degli studenti al mondo
aziendale introduce però un elemento di rischio aggiuntivo: l’esposizione dei
più giovani a settori produttivi legati, direttamente o indirettamente,
all’economia della guerra.
Questa opzione professionale viene proposta come un’alternativa neutra, talvolta
persino nobile, senza considerare le implicazioni etiche che inevitabilmente
porta con sé, soprattutto quando a esservi esposti sono i minori.
A questo proposito vengono inserite all’interno della mappa immagini che
rappresentano giovani in visita alla Fiera delle armi di Verona, invitati ad
impugnare fucili e pistole all’interno di progetti di Orientamento scolastico, e
un articolo de La Stampa che riporta la notizia di un incontro della Polizia
locale in una scuola dell’infanzia di Palermo, dove gli agenti hanno sparato a
salve per simulare un arresto, con tanto di cani aizzati contro il finto ladro,
e i bambini hanno reagito impauriti con urla e pianti.[4] I collegamenti
suggeriscono ulteriori suggestioni: siamo spettatori di un processo di
desensibilizzazione per i più piccoli e di addestramento per i più grandi?
L’infanzia, che nel suo passato recente ha subito traumi e vittimizzazione
durante i conflitti sul territorio nazionale, aspetto indagato da specialisti e
storici, viene oggi invitata a “giocare alla guerra” all’interno di padiglioni
allestiti in tema “campo di battaglia” o “attentato sventato in diretta”, come
riportato in un’immagine degli School Days al parco divertimenti di Magicland a
Valmontone.
Questo avviene oggi, mentre prendiamo parte a conflitti lontani, come un tempo
si educava alla guerra: l’infanzia continua a subire le conseguenze di
interventi bellici, sia direttamente sotto i bombardamenti, sia indirettamente
affacciandosi a un futuro di scuole e territori distrutti, laddove popoli e le
loro culture vengono annientati.
La discussione ha approfondito anche quanto il concetto di Patria implicato
dalle Linee guida per l’educazione civica e latente nella sottolineata
dimensione nazionale delle Nuove Indicazioni si presenti controverso, se
decontestualizzato, dal momento che il suo uso non può essere, in nessun caso,
disgiunto dal percorso storico che ha portato alla nascita dello Stato e alla
sua caratterizzazione. All’interno della sua definizione, esisterebbe un destino
condiviso legato alla appartenenza a un contesto che unirebbe le aspirazioni di
parti molto diverse della popolazione. Per la sua peculiarità, in alcuni luoghi
tale concetto può essere considerato ascrivibile direttamente al campo
progressista, laddove come in America Latina, ma anche in Africa e in Asia, la
lotta per la Patria si è legata a quella contro il dominio coloniale. Le lotte
anticoloniali del secolo scorso sono state condotte con lo scopo di liberare uno
Stato dal dominio delle forze occupanti: in tale senso è stata considerata come
essenziale l’unità di tutto il popolo al di là delle differenze sociali ed
economiche, rimandando la lotta per l’uguaglianza sociale a un futuro da
costruire successivamente. Anche all’interno delle lotte anticoloniali,
considerare la Patria come un tutto unico ha influito notevolmente sul processo
stesso di decolonizzazione e di conquista della sovranità statale, pagando un
prezzo con il fallimento parziale di molti progetti di emancipazione, in alcuni
casi degenerati o incompiuti.
Nei Paesi colonialisti, come il nostro, tale concetto è invece privo di tale
valore di emancipazione; ha avuto, infatti, il compito di accompagnare le lotte
per la conquista e il dominio su altri popoli, considerati come inferiori. Nel
percorso storico italiano, l’esperienza risorgimentale e quella resistenziale
hanno sollevato questo ideale in un’ottica di liberazione da potenze straniere,
tuttavia non esaurendone le contraddizioni.
Dobbiamo aver chiaro che l’idea di patria che si vorrebbe veicolare in
ambitscolastico non ha nulla di neutro. Inoltre l’idea di una indifferenziata
unità del popolo è stato il principale alimento del fascismo, esattamente come
lo è stato del nazismo in Germania. Le due dittature, infatti, si costituivano
sulla mitografia della patria tradita dopo la Prima Guerra Mondiale.
L’unità del popolo si realizzava attraverso la negazione del concetto di classe
sociale e trovava un nemico nell’ebreo, nello straniero (slavo, zingaro,
africano), nel bolscevico. Che tali astrazioni possano tornare di moda,
all’interno di una profonda crisi sistemica dell’Occidente neoliberista, non
stupisce affatto; che questo debba essere considerato molto pericoloso non
crediamo sia necessario specificarlo.
Le Nuove Indicazioni Nazionali cercano di evocare, attraverso l’insistenza sulla
dimensione identitaria, un’idea di coesione nazionale dal sapore cameratesco,
apparentemente in contraddizione con le logiche individualiste neoliberali che
permeano la scuola a ogni livello.
Da decenni il mondo dell’istruzione riflette le dinamiche di una società
competitiva, dominata dalla logica del profitto individuale. È sufficiente
soffermarsi su alcune parole chiave come orientamento, curriculum, formazione
scuola lavoro, ormai ricorrenti in particolare nella scuola secondaria di
secondo grado, per osservare come gli studenti siano portati a percepirsi non
come cittadini membri di una collettività, ma come individui impegnati ad
affermarsi (o talvolta semplicemente a sopravvivere) nel mercato del lavoro che
li aspetta.
In questo contesto di forte frammentazione sociale, l’idea di un esercito in cui
arruolarsi, o di una Patria per la quale sacrificarsi, appare profondamente
contraddittoria, ma può sembrare anche un modo per reagire alle logiche in un
sistema.
È importante non cadere in questa falsa dicotomia, in questo gioco di opposti
che suggerisce che una risposta sia la soluzione all’altra, quando in realtà
sono due facce della stessa medaglia: si possono respingere sia l’isolamento e
l’individualismo competitivo, sia il cameratismo nazionalista e guerrafondaio.
Per farlo, però, è necessario ricostruire una coesione sociale autentica,
riattivando forme di aggregazione collettiva e un reale senso di solidarietà.
La scuola può e deve essere uno dei luoghi in cui questo processo prende forma,
a partire dalla costruzione di un’opposizione consapevole alla deriva
bellicista, in aperta solidarietà con i popoli vittime della guerra.
Prima della condivisione in plenaria con gli altri gruppi impegnati nei tavoli
di autoformazione, il laboratorio si è chiuso con la definizione di alcune
proposte:
* una risposta del mondo della scuola, da declinarsi per via associativa o il
più possibile strutturale, alle descritte derive identitarie e individualiste
attraverso la valorizzazione di una dimensione collettiva, solidale, di
emancipazione democratica;
* la vigilanza attiva dei comitati genitori e dei collegi dei docenti, da
condividere con l’intera cittadinanza, rispetto all’ingresso nella scuola
delle Forze Armate e alla loro integrazione spinta nei processi di
orientamento; occorre, infatti, che sui processi ben documentati
dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
si continui a fare resistenza e costituire una rete capillare di contrasto,
da esercitarsi attraverso la proposta di mozioni, incontri e assemblee aperte
come quella che ha permesso l’elaborazione di questo documento. Questa
vigilanza deve essere estesa anche agli inviti a eventi che, sotto
un’apparenza di festa o incontro istituzionale, nascondono un intento di
propaganda e fascinazione militarista.
* il coinvolgimento critico dei docenti universitari responsabili della
formazione dei nuovi docenti, nell’auspicio che non si adottino e veicolino
in modo indiscriminato i nuovi documenti, ma si pongano in maniera dialettica
a confronto con il nostro presente, con la realtà scolastica che viviamo e
con il mondo diverso che, attraverso la scuola, vogliamo costruire.
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[1] Legge 1 marzo 2024, n. 27. Art 2, 1 “Per celebrare la Giornata [dell’Unità
nazionale e delle Forze armate] di cui all’articolo 1, le istituzioni nazionali,
regionali e locali e gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, nel
rispetto dell’autonomia scolastica, possono promuovere e organizzare cerimonie,
eventi, incontri, conferenze storiche, mostre fotografiche e testimonianze sui
temi dell’Unità nazionale, della difesa della Patria, nonché sul ruolo delle
Forze armate nell’ordinamento della Repubblica, anche con riferimento alle
specificità storiche e territoriali.”
[2] Si veda in merito Serena Tusini, La forma della guerra e l’anello che non
tiene. L’ideologia della difesa e la militarizzazione delle scuole e della
società, in
https://www.dallapartedeltorto.it/2026/03/07/la-forma-della-guerra-e-lanello-che-non-tiene-lideologia-della-difesa-e-la
-militarizzazione-delle-scuole-e-della-societa-di-serena-tusini
[3] Sanna Strand, Reimmaginare la leva, in “La Ricerca Loescher”, n. 27, p. 36.
Si vedano anche, nello stesso numero, gli articoli di Francesca Nicola, Il
marketing militare negli USA (pp. 24-29) e di Maria Stern e Sanna Strand, Qual è
la tua chiamata? (pp. 30-34), disponibili anche online all’indirizzo
<https://laricerca.loescher.it/la-ricerca-27/>
[4] La Stampa, edizione online, 15 novembre 2024,
https://www.lastampa.it/cronaca/2024/11/15/news/palermo_simulazione_arresto_spari_scuola-14809279
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