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Palermo, 37° anniversario del crollo allo stadio: morti cinque operai edili
Palermo – Domenica prossima in ricordo delle cinque vittime del 1989 cadute sul lavoro è stata  promossa dal sindacato di categoria Fillea e dalla Cgil-Palermo una giornata di riflessione per commemorare i lavoratori e richiamare – contestualmente – l’attenzione sulle misure di sicurezza  ancora troppo spesso trascurate. Scrivono le suddette organizzazioni: “La sicurezza sul lavoro è un’emergenza che continua ad essere sottovalutata”[accì] Domenica 30 agosto ricade il 37°anniversario del crollo allo stadio. Alle 9.30, nella sala del “Renzo Barbera” dove è esposta la lapide, si terrà la cerimonia organizzata dalla Fillea Cgil Palermo per ricordare Antonino Cusimano, Serafino Tusa, Giovanni Carollo, Giuseppe Rosone e Gaetano Palmeri, i cinque operai edili morti il 30 agosto 1989 durante i lavori di ampliamento dello stadio, per i mondiali di calcio di Italia 90. Saranno presenti la Fillea e la Cgil Palermo, i familiari delle vittime, l’associazione dei familiari delle vittime, la società Palermo Calcio e l’amministrazione comunale. “Partendo dal ricordo doloroso e dalla memoria dei cinque operai morti per il crollo allo stadio, il 30 rilanceremo un tema drammatico di estrema attualità: quello della sicurezza sul lavoro – affermano il segretario generale Fillea Cgil Palermo Piero Ceraulo e il segretario Cgil Palermo Francesco Piastra. Malgrado i 37 anni trascorsi da quell’evento tragico, la sicurezza sul lavoro continua a mantenere una caratteristica di emergenza e pericolosità”. Anche quest’anno il dato è cresciuto: “a fine maggio 2026 abbiamo già superato i 13 casi di incidente con esito mortale in provincia di Palermo, pari al dato dei 13.14 morti di tutto il 2023 e il 2024. E malgrado il trend negativo, le istituzioni continuano a non dare adeguati segnali”. Proseguono i sindacalisti: “Abbiamo rivolto in più occasioni le nostre denunce formali al sindaco, al prefetto e allo Spresal rispetto al mancato rispetto delle ordinanza sul caldo – aggiungono Ceraulo e Piastra – e a Palermo si continua a lavorare non solo nei piccoli cantieri ma anche nelle grandi opere come il ponte Corleone. I sindacati hanno chiesto anche un tavolo prefettizio per affrontare il tema degli infortuni e della sicurezza sul lavoro, partendo dagli indicatori tutti in aumento forniti dall’Inail, che dimostrano che in Sicilia continuano a crescere in modo esponenziale gli infortuni, i morti sul lavoro e le malattie professionali. Un tavolo per creare un coordinamento di tutti gli enti sul tema degli infortuni, previsto dall’articolo 7 del decreto legislativo 81. Anche per la prevenzione, di fatto, la Sicilia continua a restare l’ultima regione d’Italia. Sul punto abbiamo sollecitato anche la Regione. Purtuttavia, affermano dal sindacato: “Al di là delle reazioni emotive, in risposta a ogni tragico avvenimento, non è stata convocata alcuna riunione per prendere in considerazione le nostre proposte”. Infine dichiarano i rappresentanti sindacali: “Se dovesse continuare l’assenza di risposte da parte delle istituzioni, metteremo in piedi presidi davanti alle grandi opere”. Redazione Palermo
August 28, 2026
Pressenza
Vivere su linee di confine, un’intervista a Sergio Bologna
Rilanciamo l’anteprima dell’intervista a Sergio Fontegher Bologna – tradotta e pubblicata da “Officina Primo Maggio” – rilasciata dallo storico del movimento operaio al collega Némec, giornalista di un sito sloveno in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, ““Vivere su linee di confine. I miei primi vent’anni a Trieste” (edito dalla casa editrice Agenzia X, assai “nota ai punk milanesi”). Scrive l’autore: «A Trieste non hai vie di mezzo: o vedi il confine come un muro di protezione e ti crogioli nel paranoico provincialismo o lo vedi come un segnalibro di un unico grande volume della cultura universale». Interessante è la presentazione editoriale del volume, allorquando si scrive che si tratta di un «memoir ricco di valore storico, i primi vent’anni dell’autore che scorrono sotto i nostri occhi come in un film ambientato sui tanti confini di Trieste. La morte sfiorata pochi giorni dopo la nascita, la casa situata tra il quartiere dei ricchi e quello dei lavoratori, poi la guerra, i bombardamenti, i rifugi trasformati in cimiteri, i nazifascisti che scappano, i partigiani, le truppe di Tito e gli americani…  I confini invisibili dell’adolescenza, le ansie e le passioni, i passaggi cruciali sul cammino verso l’età adulta, a partire dall’osservazione delle diverse fasi di costruzione delle grandi navi che hanno portato Sergio a diventare uno dei massimi esperti di logistica e spostamento merci dei porti. Le rigorose analisi sulle prime frontiere da varcare per dare spazio a un pensiero radicale che pochi anni dopo sarà condiviso con un gruppo di intellettuali durante la gestazione dell’operaismo italiano e nella fondazione di molte riviste teoriche di critica sociale, sulle quali ha scritto e continua a farlo. Un’intera vita a studiare e cercare di capire i significati delle separazioni e delle possibili convergenze tra le classi sociali, quei confini mobili, continuamente riguadagnati e riperduti, quasi un moto perpetuo di salite e discese. Ci vuole coraggio, un po’ di fantasia e un pizzico di beffarda stramberia per non finire vittime del conformismo e “per non restar inchiodati a difendere con le unghie e con i denti la trincea dello status, per non sacrificare tutta la vita al sogno di entrare nel mondo di chi gode il privilegio della narrazione”»[accì] _____________ Némec: Si è deciso a scrivere le Sue memorie, il lettore ritrova molti aspetti del Suo percorso intellettuale e politico già presenti nella Sua adolescenza. S.F.B. Guardi che mi sono tenuto nel cassetto quel testo per più di vent’anni, semmai c’è da chiedersi perché mi sia deciso a pubblicarlo solo ora. Némec: Mi può rispondere solo Lei. S.F.B.: Oggi si parla continuamente di guerra. E se non si parla di guerra si rilancia continuamente il militarismo, in Italia l’esercito fa propaganda nelle scuole, la divisa militare sembra sostituire i modelli di Armani, di Dolce&Gabbana… e allora mi sono detto che forse è utile ricordare cos’è una guerra vera, soprattutto per la popolazione civile, per un ragazzo. Alcuni miei coetanei erano sfollati a quel tempo. Io invece la morte me la son vista in faccia, anzi, i traumi della guerra mi hanno dato la coscienza di me stesso, la mia memoria è nata allora. Némec: In effetti il Suo racconto è una testimonianza storica. Ma non ci sono anche degli intenti letterari nella sua scrittura? S.F.B.: Per tutta la vita ho scritto saggi, articoli, non ho mai scritto poesie o romanzi. Ma anche il saggio è una forma letteraria, anzi, un genere, come ci ricorda il Lukàcs de L’anima e le forme che tradussi in italiano quando avevo vent’anni. Scrivere in un buon italiano, chiaro ed elegante, ho sempre ritenuto mio dovere per rispetto del lettore ma è stato al tempo stesso un piacere enorme, quanto quello, credo, del musicista verso il suo strumento. Che ci sia riuscito non lo so, lo giudicherà il lettore. Némec: Dicevo che il lettore ritrova molti aspetti del Suo percorso intellettuale e politico già presenti nel libro, per esempio l’operaismo. S.F.B.: Beh, qui tocchiamo l’essenza del libro. Chiariamo innanzitutto cosa s’intende per operaismo. È quella teoria, quella metodologia analitica, che consente di capire che cosa è la classe operaia, la forza lavoro in tutte le sue segmentazioni, dal sottoproletariato al lavoro intellettuale. Di capire quale è il ruolo sociale, la posizione che occupa nella società, di chi presta le sue energie materiali e immateriali a terzi, a coloro che se ne appropriano e in cambio gli danno una parte risibile del valore prodotto. Io ho avuto la fortuna di stare negli strati più alti, docente universitario per un certo tempo, ma mio padre era invece un tecnico, doveva timbrare il cartellino, e mio zio Giaci un manovale, un uomo di fatica che ha dovuto andare a guadagnarsi il pane a 11 anni. Noi abitavamo in una dignitosa dimora piccolo borghese, zio Giaci per molto tempo in una casa senza servizi e mia nonna lo stesso. Queste differenze hanno marcato la mia visione del mondo, differenze di comportamento, di linguaggio, di abitudini. È un tema ricorrente nel libro. Ma hanno inciso anche nella mia formazione. Io ho fatto un ottimo liceo, ho fatto l’università, ma mio padre non è mai riuscito a laurearsi, ad avere quel maledetto “pezzo di carta”, e mio zio è arrivato solo alla terza o alla quinta elementare. Perché? Perché non avevano voglia di studiare? Perché dovevano portare soldi a casa. E quando all’oratorio io, liceale, davo lezioni private a ragazzi degli istituti tecnici, il problema delle differenze di classe si ripresentava. Io potevo permettemi lezioni private di tedesco, di pianoforte, oltre a un ottimo liceo. Insomma, è diventato per me un istinto avvertire le differenze di classe. Sin da ragazzo. San Giacomo ha fatto il resto. Chi viveva a San Giacomo allora, quando c’era l’industria, i cantieri, capiva subito di trovarsi in un quartiere diverso dal centro città e che lì c’era la classe operaia. Una classe operaia multietnica, una parte della quale entrò nelle file della resistenza yugoslava, l’Osvobodilna Fronta. Némec: Il tema dei rapporti tra italiani e slavi è presente in maniera massiccia. S.F.B.: Lei è sloveno e ha colto al volo, ma a molti lettori questa centralità è sfuggita. Penso che la mia testimonianza mandi all’aria molti luoghi comuni che su quel tema si sono costruiti e sedimentati. Tutto nasce ancora una volta dalle condizioni di classe. Mio nonno, padre di mia madre, se l’era svignata lasciando la moglie con quattro figli. Mia madre, la maggiore, va a vivere con la nonna paterna nei sobborghi di Trieste a maggioranza slovena. Con la tubercolosi frequenta tanti sanatori, dove la percentuale di pazienti slovene è molto alta. E queste cose le restano dentro anche quando aderisce all’andazzo nazionalista. Ma un ruolo fondamentale nei miei rapporti con la comunità slovena lo gioca zio Giacinto, che è un ammiratore di Tito. Tuttavia al liceo mi lascio intruppare nei cortei antititini e per il ritorno di Trieste all’Italia, ma della patria non me ne frega niente, ci vado per far casino. Quanti miei amici erano figli di famiglie miste, all’oratorio per esempio! Qui però quello che scrivo è pesantemente influenzato dalla mia scelta di fare lo storico e in particolare lo storico della Germania nazista. Il mio maestro è stato Enzo Collotti, che ha insegnato a Trieste ed è quello che ha messo a nudo, assieme agli storici dell’Istituto della Resistenza, la vicenda del forno crematorio della Risiera di San Sabba. Una vergogna che Trieste si porterà dietro per sempre. Io comincio a scrivere queste memorie proprio nell’anno in cui viene istituita la sciagurata “giornata del ricordo”, che permette di cambiar le carte in tavola della storia di quelle terre e trasforma le vittime in carnefici. Quello che più m’indigna è che accusa gli storici italiani di aver occultato la storia dell’esodo degli istriani e di aver taciuto sulle foibe. Menzogna! Basta leggere i lavori degli anni ’80 dell’Istituto di storia dell’Università di Trieste diretto da Giovanni Miccoli. Sono tuttora membro del ristretto comitato scientifico di un’importante Fondazione tedesca per la storia del nazismo, nota in tutto il mondo. Trieste dal settembre del ‘43 all’aprile del ‘45 è stata un pezzo di Terzo Reich, non era più Italia, né repubblica di Salò. Era Terzo Reich. Come si spiega altrimenti il forno crematorio? Quindi chi conosce bene la storia degli orrori nazisti capisce meglio alcuni risvolti della storia di Trieste di quel periodo. E capisce quanti meriti abbia la giustizia partigiana ad aver eliminato personaggi come Christian Wirth. Némec: Però Suo padre era fascista e pare che abbia rischiato la pelle all’arrivo dei partigiani. S.F.B.: Sì, ma anche nel suo caso clichés e luoghi comuni saltano. Non ha mai avuto nei miei confronti atteggiamenti autoritari, mi ha lasciato libero sempre, mi ha insegnato la dignità del lavoro e il rispetto per la donna. Ha dedicato l’intera sua vita ad assistere mia madre. Lavorava ai cantieri ed ha preso la tessera del fascio quando sono stati nazionalizzati. Lo hanno messo fuori i comitati di epurazione un mese e mezzo dopo che le truppe di Tito si erano ritirate da Trieste e le autorità yugoslave non contavano più nulla. Ma meritava davvero restare fuori per 14 mesi, con un piccolo sussidio – non riesco a immaginare come abbia sopravissuto la mia famiglia – per aver dato dei ”disfattisti” ai colleghi? Gli hanno offerto il patteggiamento, non ha accettato. Ricordo quando, agli inizi degli anni Settanta, i miei genitori erano venuti a vivere a Montegrotto per stare vicino a me che insegnavo a Padova. Un giorno promisi loro di presentarli a Toni Negri. Erano emozionatissimi, mia madre si provò davanti allo specchio l’abito più adatto che avrebbe indossato. Toni, come al suo solito, dando la mano batté i tacchi e s’inchinò leggermente. Loro ne furono estasiati. Mi chiedo, se fossero vissuti qualche anno di più (morirono uno nel ‘76 e l’altra nel ’77) cosa avrebbero detto quando il nome di Toni Negri apparve sulle prime pagine dei quotidiani nell’aprile del ’79 come quello di un efferato criminale. Sono certo che avrebbero capito, così come zio Giaci capì subito che si trattava di una montatura e che il sistema aveva bisogno di un capro espiatorio. Némec: La figura di questo zio Giacinto sembra sia stata importante per Lei. S.F.B.: Moltissimo, la sua esperienza di vita mi ha insegnato cosa è stato veramente il fascismo, cosa è stata la guerra e l’infamia di Mussolini che ha portato alla distruzione del paese e alla morte di centinaia di migliaia di italiani. Per difendere la patria? No, per spalleggiare Hitler nell’aggressione a tanti paesi che non ci avevano fatto nulla. Oggi invece, con il successo del libro di Scurati, ci vogliono convincere che tutto sommato quella del delitto Matteotti è l’unica cattiva azione che Mussolini avrebbe commesso. Némec: L’altra figura importante è quella di Sua madre, le avete dedicato la copertina. S.F.B.: L’amore che mia madre ha avuto per me potrei definirlo sconfinato. Non ebbe mai un amore morboso, di quelli che opprimono, mi ha lasciato libero in tutto e per tutto, ha rispettato la mia indipendenza in maniera assoluta. Potevo andare e fare quello che volevo, senza chiedere il permesso ai genitori. Ma io ero un ragazzo disciplinato, con un forte “senso del dovere”. La vicenda dell’oratorio lo fa capire molto bene. Némec: Vorrei chiudere questa intervista sul tema del confine. Un tema con moltissime valenze, dal suo punto di vista. S.F.B.: È un tema centrale, forse “il” tema centrale. Perché porta al problema dell’identità. La mia identità è quella di non averne avuta nessuna e questo mi ha dato una libertà di pensiero straordinaria. Nemmeno l’operaismo mi ha dato un’identità. Quando fui espulso dall’Università e dovetti trovare il modo per sopravvivere, scelsi il lavoro autonomo del consulente a partita Iva. La mia nuova identità non era più quella del lavoratore subordinato, figura sulla quale l’operaismo e lo stesso marxismo avevano costruito le loro teorie. Ma a me non interessava portare la divisa dell’operaismo tutta la vita. L’importante era ribadire la necessità per il lavoro, qualunque esso sia, di organizzarsi collettivamente per farsi sfruttare di meno. E da qui è nata la mia adesione a ACTA, il sindacato dei freelance, che poi si è gemellata con l’analogo sindacato americano (che oggi fornisce assessori alla giunta Mamdani). Némec: Grazie per aver accettato questa intervista. Redazione Italia
August 15, 2026
Pressenza
Palermo, la Belle Époque non ammette vittime: cronaca dei lavori in via Volturno dell’impresa Utveggio
L’inaugurazione di castello Utveggio dello scorso 24 luglio, alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, è stata l’occasione per rileggere l’opera di Michele Utveggio (1866–1933), imprenditore edile che a partire dalla Belle Époque ha segnato la città di Palermo con la realizzazione di costruzioni destinate a diversi usi, tra cui il «Grande Albergo» merlato sul monte Pellegrino, ultimato negli anni Trenta. Nel 1991 la storia di questa sua ultima, ardita impresa è stata illustrata in modo magistrale, per l’editore Sellerio, da Michele Collura (1920-1987), pronipote di Utveggio e docente di disegno e rilievo nella Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo. All’interno del volume ritroviamo anche un puntuale elenco degli altri fabbricati di Utveggio, a cominciare dal «Palazzo in via XX Settembre angolo via Carducci su progetto proprio e per proprio conto» con  decorazioni sul prospetto di Ernesto Basile, realizzato nel 1899. Infatti, a scopi abitativi e per la borghesia cittadina, oltre a erigere villini unifamiliari nelle aree di espansione della città, l’imprenditore costruì palazzi residenziali in quartieri già urbanizzati come quello tra via Roma e via Ingham o in prossimità del Teatro Massimo, dove intorno al 1915 realizzò la propria dimora e i tre «palazzi in via Volturno sull’area ricavata dalla demolizione del Baluardo (Bastione di San Vito) acquistata dal principe di Baucina e demolito dallo stesso Utveggio». In verità l’abbattimento delle Mura di San Vito era avvenuto dodici anni prima, come testimoniano due fotografie datate 1903 all’interno del volume di Collura, tratte «dall’album che l’impresa Utveggio esponeva nella propria sede a documentazione della propria attività edilizia». Le immagini mostrano l’inizio e la fine dei lavori di smantellamento del Bastione  su via Volturno ma è dai giornali dell’epoca che rinveniamo notizie dettagliate in merito a questa iniziativa imprenditoriale e soprattutto relative ai costi in termini di vite umane che i lavori di demolizione comportarono. Il giornale “L’Ora” del 6-7 di maggio 1903 titolava: «La grave disgrazia di stamane. Due operai sepolti sotto una frana», liquidando l’accaduto come una fatalità e facendo leva, invece, sulla necessità di Utveggio «di trasformare in pochi mesi quell’inutile e sinistro rione delle Mura di San Vito, in un nuovo arioso e bel quartiere di palazzine moderne», secondo le politiche urbanistiche della classe dirigente palermitana e dei Florio, proprietari del quotidiano “L’Ora”. Più dettagliata, invece, la vicenda che si snodava nel lungo articolo del “Giornale di Sicilia” dal titolo: «Il disastro al Bastione di S. Vito. Due operai seppelliti sotto una frana». Il baluardo che si dispiegava lungo la via Volturno «dal Teatro Massimo sino a circa cinquanta metri da Porta Carini» non era –  anche secondo questo giornalista  – un monumento storico e artistico di pregio: «ma là nei pressi del nostro maggior Teatro e in una delle vie esterne più spaziose, più linde, più gaie, rappresentava una di quelle stonature estetiche che […] non s’era trovato modo di sopprimere». L’antica costruzione, era stata acquistata dal «capomastro Utveggio» dai principi di Baucina per 70.000 lire, ma in realtà «alla firma dell’atto di compra» il costruttore aveva dato un anticipo di 40.000 lire e «si era impegnato di pagare le rimanenti lire 30.000 nel prossimo agosto».  La prima idea dell’imprenditore era di «costruire un grande albergo con un café chantant, quasi nel centro del Bastione, poiché l’estremità destra doveva essere acquistata dal Municipio» per aprirvi una strada che, «tagliando la via delle Mura di S. Vito», sarebbe dovuta arrivare nella piazza del Mercato degli Aragonesi e «per l’estremità sinistra, prospiciente alla parte posteriore del Teatro Massimo», aveva intrapreso una trattativa con un privato, il signor Gioacchino Basso.  Si trattava di un ottimo affare, tenuto conto che delle 70.000 lire che si era impegnato a pagare, ne pretendeva 30.000 per gli oltre 800 metri quadrati che interessavano il signor  Basso e 30.000 per l’area richiesta dal Municipio, sia per la nuova strada che per rendere più grande lo spiazzale dietro al Massimo. Mentre le trattative con il Comune si erano arenate per le esagerate richieste economiche di Utveggio,  i  lavori di demolizione erano stati avviati e «il terreno, dai tre lati interni del Bastione, era stato tagliato a picco, anziché a piano inclinato, come la più elementare prudenza consigliava». Addirittura, riportava il cronista, uno dei carrettieri assoldati per il trasporto del materiale di risulta del cantiere «osservando il terrapieno posteriore» aveva previsto «il pericolo e dato l’allarme» già il giorno prima della tragedia «ma la sua voce non fu ascoltata, e il disastro […] avvenne, troncando nel fior degli anni la vita di un giovane vigoroso come un toro e privando dell’unico sostegno la famiglia di un altro disgraziato operaio». Ai lavori di scavo da mesi partecipavano giornalmente «una ventina di operai, quasi tutti semplici terrazzieri». Tuttavia la fatica era tanta e il salario così basso che «spesso molti» di loro «dopo pochi giorni, si assentavano rinunciando al lavoro». In merito alla direzione del cantiere, nell’articolo veniva spiegato che «per forma, era stata assunta dal comm. Ernesto Basile; ma di fatto era esercitata dal proprietario del terreno» e dal suo «soprastante», il muratore Nunzio Brusca che abitava proprio in via Volturno. Quella mattina le due vittime – Giovanni Sammarco di anni 20, abitante a Palermo, e Giovanni Lauricella, di 45 anni, di S. Giuseppe Iato –  erano giunti tra i primi: Lauricella, dopo diversi mesi di disoccupazione era stato arruolato quello stesso stesso giorno; il giovane Sammarco era stato assunto il giorno prima.  Avevano appena preso avvio i lavori quando «il garzone carrettiere Andrea Gargano di anni 14» emetteva un grido mentre «parecchie tonnellate di terra cadute dalla sommità del terrapieno, dal centro sino all’estremità sinistra» seppellivano i due operai. Nessuno accorreva «in aiuto dei due disgraziati che soffocavano sotto l’enorme ammasso di terra»,, anzi Utveggio e Brusca «non pensavano che a salvarsi, allontanandosi rapidamente e rendendosi irreperibili»; solo il fratello del soprastante si recava dai pompieri per comunicare la disgrazia. Dopo aver accertato «le cause del disastro, il delegato Capizzi e il maresciallo Delle Foglie», erano andati a cercare Utveggio e Brusca nelle rispettive abitazioni che avevano faticato a trovare «giacché tutti gli operai addetti ai lavori rifiutarono di dare qualsiasi informazione» e così entrambi i responsabili del cantiere «avevano già preso il largo». L’indomani della tragedia, il “Giornale di Sicilia” riportava la dichiarazione del «prof. comm. Ernesto Basile» che teneva a precisare di aver «soltanto disegnato per il signor Utveggio il prospetto d’una casa da pigione» che avrebbe dovuto sorgere nel sito del Bastione Baucina mentre non aveva «assunto né la direzione di questo lavoro di là da venire» e tanto meno le demolizioni, di cui disconosceva «ogni procedimento». Infine dichiarava di non essersi recato «sul sito, né mai alcuna disposizione» in tal senso aveva ricevuto dal titolare dell’impresa.  «Chi (era) dunque l’ingegnere?» Chiedeva Giuseppe Paternostro dalle pagine de “La Battaglia” del 10 maggio 1903, denunciando «una vera e propria infrazione della Legge da parte dell’Ufficio dei Lavori Pubblici per negligenza o per compiacenza». E infatti «nella pratica» i disegni a firma dell’ingegnere sarebbero dovuti passare «all’approvazione della Commissione Edile» e una volta acquisita  l’autorizzazione «il capomastro o impresario o assuntore» avrebbe dovuto chiedere «la licenza di iniziare i lavori», rilasciando all’Ufficio dei Lavori Pubblici «una dichiarazione dell’ingegnere responsabile dell’opera». Utveggio cosa aveva fatto nel merito? Tenuto conto che Basile aveva fornito solo i disegni «della erigenda casa» e che non vi fossero stati altri ingegneri ingaggiati dall’impresa? Il giornalista era portato a pensare che l’appaltatore o non avesse pagato il disegno oppure avesse dato al professore Basile solo «un modesto Fiore»; quindi, confidando sulle proprie capacità e per risparmiare, Utveggio aveva presentato alla Commissione Edile solo «quel tale disegno del Basile». La Commissione Edile dinanzi alla firma prestigiosa non aveva esaminato la pratica, approvando; anche l’Ufficio dei Lavori Pubblici vedendo «la notissima firma dell’illustre architetto» non aveva richiesto «per non incomodarlo – la solita dichiarazione»; così la licenza era stata concessa e Utveggio «applicando i criteri empirici di capomastro» aveva avviato i lavori. Tuttavia non si trattava «delle solite escavazioni di fondamenta o delle solite elevazioni di mura in pietra d’Aspra», questa volta era «un lavoro tutto nuovo per il signor Utveggio» e la sua esperienza non lo aveva assistito: si era verificata una frana in cui avevano perso la vita due operai. Chi era, dunque, «il responsabile voluto dalla legge?» Nessuno! Esclamava Paternostro, che giudicava lo svolgersi dei fatti «mostruoso» e «delittuoso», concludendo con un’ulteriore riflessione che riportiamo per intero: «Se poi noi volessimo anche sentimentalizzare potrei vedere in questo casuale connubio di illustri disegnatori, di capimastri economi e di uffici municipali compiacenti, un monopolio che condanna alla inezia, alla mancanza di lavoro, alla fame, tanti giovani ingegneri che escono dalle Università pieni di ingegno, di buona volontà e di attitudine e poi vanno a finire (come ne ho conosciuto uno io a Roma) conduttori di tram elettrico! Io posso infine comprendere che l’avidità del lucro e la presunzione di sé possa condurre uno speculatore privato a frodare la legge, ma che gli uffici Municipali che sono creati a tutela degli interessi collettivi si prestino al gioco per compiacenza o per negligenza è enorme, è roba da galera!» Un anno dopo, l’8 maggio 1904, sempre “La Battaglia” riportava la notizia che «la Corte di appello di Palermo, presieduta dal Cav. Sofia e su appello del P.M.» aveva condannato Michele Utveggio e Nunzio Brusca a dieci mesi di detenzione e 1600 lire di multa ciascuno, oltre che ai danni alle parti lese, quali responsabili di doppio omicidio colposo, in seguito al disastro del Bastione di Santo Vito, nel quale erano rimaste vittime i due poveri operai Sammarco Giovanni e Napoli Giovanni inteso Lauricella, per una frana verificatasi in un terrapieno ai piedi del quale i due operai lavoravano alle escavazioni dei fossi, che dovevano servire per buttarvi le fondamenta di una casa che il detto Utveggio per suo conto doveva costruirvi». In prima istanza il Tribunale li aveva assolti «per non provata reità, non ostante che fosse rimasto accertato che lo stesso Utveggio ed il Brusca non soltanto avevano fatto a meno dell’opera dell’ingegnere come i regolamenti municipali» prescrivevano ma «neppure avevano partecipato all’autorità comunale il cominciamento dei lavori per la sorveglianza che questa era tenuta ad esercitare». Inoltre «il disastro era avvenuto per imperizia ed imprudenza dei detti Utveggio e Brusca in quanto al terrapieno non era stata data la necessaria scarpata, e si era pure mancato di provvedere alle opere necessarie di puntellamento e cautele per assicurare il terreno soprastante ai fossi».  Grazie agli avvocati Vittorio Palmeri, Ernesto Savagnone e Luigi Barba, i familiari delle vittime, infine, avevano avuto giustizia e pubblicamente, tramite “La Battaglia – giornale socialista”, ringraziavano i tre giuristi «per l’opera amorosa e disinteressata da loro prestata»; ma la cronaca dell’impresa di Utveggio in via Volturno è, sin qui, rimasta sepolta sotto la polvere dorata della Belle Époque come le due vittime sotto i cumuli di terra del Bastione di San Vito.   Ketty Giannilivigni
August 2, 2026
Pressenza
“Quella notte alla Diaz”. Il fumetto che fa parlare ancora Genova 2001
Christian Mirra si trovava nella scuola quel 21 luglio: è stato picchiato, arrestato e portato in ospedale. Le sue tavole pubblicate da Guanda nel 2009 sono ora liberamente accessibili. Ha deciso infatti di diffonderle gratis sui social. Una fatica bellissima: “Sto riallacciando rapporti con tante persone conosciute anni fa e incontrando giovani attivisti e collettivi che non conoscevo. Dietro il silenzio mediatico esistono ancora moltissime realtà che cercano di cambiare il mondo”_   Christian Mirra è stato il primo a raccontare per immagini la “notte della Diaz” -il 21 luglio 2001- e l’unico a farlo da dentro. Era lì. È stato picchiato, arrestato, portato in ospedale. Il suo fumetto “Quella notte alla Diaz”, uscito per Guanda nel 2009, è ora disponibile gratuitamente. Christian nel luglio 2001, giovane attivista, arrivò a Genova da Benevento, ora vive e lavora come illustratore, scrittore e fumettista in Spagna, a Santander. Genova 2001 gli “parla” ancora. Christian, perché hai deciso di diffondere gratis sui social la nuova edizione del fumetto, anziché pensare a una nuova edizione a stampa? CM Perché voglio che il mio fumetto sia accessibile a tutti. Voglio che il mio lavoro serva come strumento di memoria e denuncia. Il motivo per cui realizzai questo fumetto era raccontare quello che successe alla Diaz senza filtri, mostrando la mia esperienza diretta, per rompere il muro di propaganda con cui per anni sono stati raccontati i fatti di Genova. Quando, nel 2009, Guanda decise di pubblicarlo fui felice: un grande editore mi permetteva di raggiungere un pubblico molto più ampio di quanto sperassi. Recuperati i diritti, però, ho capito che la scelta più coerente era renderlo gratuito e digitale. In questo modo chiunque può leggerlo e diffonderlo liberamente. Ho in programma anche di tradurlo in inglese e spagnolo, perché il movimento colpito a Genova era globale e cosmopolita. E spero di riuscire a fare anche una nuova edizione stampata. Ma quest’obiettivo è secondario: mi interessa soprattutto la diffusione. Che tipo di esperienza sta venendo fuori? CM Qualcosa di molto bello e appassionante. Dopo anni passati a lavorare quasi esclusivamente come fumettista freelance sto riscoprendo il piacere di dedicarmi a un progetto personale in cui credo profondamente. Ma è anche un’impresa faticosa. Pensavo, un po’ ingenuamente, che avere già il fumetto pronto significasse che gran parte del lavoro fosse già fatto. Ma la pubblicazione indipendente significa che tutto ricade sull’autore: non solo creare il fumetto ma anche diffonderlo. E a 25 anni dai fatti l’attenzione su Genova si è molto ridotta. Però questa fatica ha anche un lato bellissimo: mi sta permettendo di riallacciare rapporti con tante persone conosciute anni fa e di incontrare giovani attivisti e collettivi che non conoscevo. Dietro il silenzio mediatico esistono ancora moltissime realtà che cercano di cambiare il mondo in meglio. Come nacque “Quella notte alla Diaz”? In che momento? CM L’esigenza di raccontare la Diaz nacque immediatamente. Finché ero in ospedale, in stato di fermo, pensavo solo a sopravvivere. Ma appena tornato a casa vidi come molti media e politici continuassero a raccontare Genova come una manifestazione violenta, cercando di giustificare la repressione della polizia. La cosa che mi colpì di più fu vedere quanto quel racconto funzionasse. C’era gente che aveva davanti un testimone diretto, eppure pensava di potermi spiegare come erano andate le cose perché le aveva sentite raccontare diversamente in televisione. L’idea del fumetto arrivò quasi subito. Nel 2003 abbozzai un primo storyboard ma il lavoro vero e proprio iniziò nel 2008, quando vivevo in Olanda e avevo finalmente una situazione abbastanza stabile da permettermi di affrontare un progetto così impegnativo. DI SEGUITO ALCUNE DELLE TAVOLE DI “QUELLA NOTTE ALLA DIAZ”, RESE DISPONIBILI DALL’AUTORE -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Qual era il tuo stato d’animo nel disegnare? CM Sono passato attraverso emozioni molto diverse. Ricordare e rappresentare quei momenti a volte era doloroso ma il disegno aveva anche un effetto catartico. Lo stato d’animo principale era una specie di trance: tutta la mia concentrazione era sul disegno, quasi come se stessi raccontando qualcosa accaduto a un’altra persona. A volte mi rendevo conto che stavo passando ore sui ricordi peggiori della mia vita. Ed era strano scoprire che, nonostante tutto, mi sentivo in pace. Come se il disegno trasformasse quei ricordi in qualcosa di bello, o almeno di utile. Qual è la traccia principale che la Diaz ha lasciato dentro di te? CM Una rabbia molto profonda per l’ingiustizia. Era un sentimento che avevo già prima di Genova ma dopo la Diaz è diventato qualcosa che non mi ha più lasciato. Mi colpisce ancora vedere l’impunità dei responsabili e il fatto che molte delle questioni contro cui protestavamo allora siano peggiorate: guerre, disuguaglianze, repressione, perdita di diritti. A Genova c’era un movimento che aveva intuito molti dei problemi che oggi sono esplosi in tutta la loro gravità. Ma quel movimento non era solo protesta: portava anche proposte concrete, che furono completamente ignorate e seppellite nel fango della propaganda e nel sangue della repressione. Come persona che non solo ha vissuto quell’esperienza ma ha anche studiato a lungo quei fatti e conosciuto molti dei protagonisti, sento ancora la responsabilità di tenere viva quella memoria. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il tuo fumetto è stato la prima rappresentazione visiva della Diaz, poi è venuto nel 2012 il film di Vicari (“Diaz – Don’t clean up this blood”). Che impressione ti ha fatto? CM Sono stato contento fin dall’inizio che volessero fare un film sulla Diaz. Io ho fatto un fumetto ma se avessi potuto avrei fatto un film. Cinema e fumetto hanno una forza narrativa capace di raggiungere persone che forse non leggerebbero un saggio o guarderebbero un documentario. E un film può raggiungere più persone. Prima di vederlo, però, avevo paura di come sarebbe stata raccontata la Diaz. C’era il rischio di un racconto ambiguo, che lasciasse il dubbio che la scuola fosse davvero un covo di black bloc o che la polizia fosse stata costretta a intervenire. Per fortuna il film fu affidato a Daniele Vicari, che secondo me ha realizzato un capolavoro. Un racconto corale che mostra molti punti di vista, restituendo con grande chiarezza l’atmosfera e l’orrore della repressione, senza cadere nella retorica o nel racconto di parte. L’unico difetto è, dal mio punto di vista, che il film usi pseudonimi e non i nomi reali dei poliziotti responsabili. Nel mio fumetto ho fatto nomi e cognomi e continuo ancora oggi a denunciare l’impunità e le carriere dei dirigenti coinvolti nella repressione della Diaz. -------------------------------------------------------------------------------- Genova 2001 è… CM Uno spartiacque, che segna un prima e un dopo: per me, e per il movimento che voleva un mondo migliore. Per quanto mi riguarda, la mia vita è andata avanti ma non è stata più la stessa. Ancora oggi sento la responsabilità di raccontare cosa accadde. A Genova si incontrarono realtà molto diverse, unite dalla critica a una globalizzazione neoliberista imposta dall’alto e portatrici di proposte concrete per un sistema più giusto, più rispettoso dell’ambiente e dei diritti umani. Genova 2001 mostrò quanto possa essere fragile la democrazia quando interessi economici e politici si sentono minacciati. La repressione e la propaganda riuscirono a spezzare un movimento enorme, che aveva intuito molti problemi che oggi sono esplosi in tutta la loro gravità. Per questo penso che Genova non debba essere dimenticata. Non solo per ricordare la violenza subita ma anche le idee e le possibilità che quel movimento rappresentava. LORENZO GUADAGNUCCI È GIORNALISTA DEL “QUOTIDIANO NAZIONALE”. PER ALTRECONOMIA HA SCRITTO, TRA GLI ALTRI, I LIBRI “NOI DELLA DIAZ”, “PAROLE SPORCHE” E “UN’ALTRA MEMORIA” altreconomia
May 13, 2026
Pressenza
Peppino Impastato — 9 maggio 1978
Ci sono morti che lo Stato vorrebbe far sembrare suicidi. Ci sono voci che il potere vorrebbe far sembrare follia. Ci sono uomini che la mafia vorrebbe cancellare dalla memoria come si cancella un nome da un elenco, come si smonta un corpo su un binario e si chiama quella mattanza gesto disperato. Peppino Impastato non si suicidò. Lo ammazzarono. Lo fecero a pezzi letteralmente e poi provarono a ricomporre quei pezzi in una menzogna. Nacque dentro la mafia come si nasce dentro una lingua che non hai scelto. Padre mafioso. Parentele con i boss. Cinisi, provincia di Palermo, dove Cosa Nostra non era un’organizzazione criminale ma l’aria stessa, il confine tra ciò che si può dire e ciò che non si deve. Peppino scelse di respirare diversamente. A vent’anni ruppe con il padre. A ventidue fondò un circolo culturale. A ventisette aprì i microfoni di Radio Aut e cominciò a fare la cosa più pericolosa del mondo in una terra dove il potere si regge sul silenzio: ridere dei mafiosi. Chiamò Gaetano Badalamenti, il capo mandamento, l’intoccabile Tano Seduto. Lo sbeffeggiò, lo smontò, lo ridicolizzò con quella satira feroce e gioiosa che è la forma più alta di coraggio civile, perché chi viene deriso non può più far paura allo stesso modo, non può più camminare con la stessa solennità sacra e criminale. Le sue trasmissioni le ascoltava tutto il paese. Ridevano. E ridendo, capivano. Lo uccisero nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978. Quella stessa mattina, a Roma, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro in via Caetani. L’Italia aveva gli occhi puntati altrove. La storia ufficiale aveva già deciso cosa contava. E Peppino un ragazzo di trentadue anni, comunista, figlio di nessuno e figlio di tutti scivolò per anni nell’ombra di quel giorno enorme, come se anche nella morte qualcuno avesse voluto che non si vedesse, che non si sentisse, che non disturbasse. Prima dissero che si era fatto saltare da solo sui binari. Un suicidio. Un pazzo. Un esaltato. Ci vollero vent’anni, vent’anni di lotta tenace di sua madre Felicia, di suo fratello Giovanni, dei compagni di Cinisi, del Centro Impastato per strappare alla verità quello che le apparteneva: la condanna di Gaetano Badalamenti come mandante, pronunciata definitivamente solo nel 2002. Vent’anni per dire in un’aula di tribunale quello che tutti sapevano dal primo giorno. Ma qui sta la ferita che non rimargina, il punto che non è solo storia ma è politica, ancora, adesso: Peppino non fu ucciso solo dalla mafia. Fu ucciso anche dal depistaggio. Da uomini delle istituzioni che orientarono le indagini verso la pista del suicidio. Da una macchina dello Stato che per omertà, per connivenza, per convenienza scelse di non vedere, o peggio, scelse di guardare dall’altra parte con la consapevolezza di chi sa esattamente dove non guardare. La mafia non esiste nel vuoto. Prospera nell’intreccio. Nell’accordo non scritto tra chi spara e chi poi archivia, tra chi ordina e chi poi insabbia, tra chi uccide e chi poi chiama quell’assassinio con un altro nome. Questo è il nodo che l’Italia non ha mai sciolto davvero. Questo è il motivo per cui Peppino Impastato non è solo un martire della lotta alla mafia, ma è una domanda ancora aperta sulla natura dello Stato, sui suoi confini, sui suoi complici, sui suoi silenzi. Oggi lo ricordiamo. Ma ricordare, senza capire, è solo nostalgia. Ricordare senza rabbia è consolazione. Ricordare senza trarne conseguenze politiche è trasformare un rivoluzionario in un santino, e i santini non fanno paura a nessuno. Peppino faceva paura. Per questo lo ammazzarono. Faceva paura perché usava le parole come strumenti, perché credeva che la cultura fosse un atto politico, perché sapeva — e lo gridava — che la mafia non è un folklore meridionale, non è una patologia locale, è un sistema di potere che ha bisogno di alleati in alto per sopravvivere in basso. Il modo più onesto di onorarlo non è deporre fiori su una lapide. È continuare a nominare i potenti con il loro nome vero. È non smettere di ridere di chi si crede intoccabile. È pretendere che lo Stato faccia fino in fondo quello che invece ha imparato così bene a non fare. È tenere accesi i microfoni anche quando soprattutto quando qualcuno lavora nell’ombra per spegnerli. Peppino Impastato, presente nelle nostre idee e nei nostri cuori. Finché ci sarà qualcuno disposto a dire la verità ad alta voce, tu non sarai mai abbastanza morto per loro. Aurelio Angelini
May 9, 2026
Pressenza