I saperi e il mercato del lavoro: contro la militarizzazione della conoscenza
L’ultimo rapporto Ocse “Fondamenti della crescita e della competitività”
richiama l’Italia a rafforzare il capitale umano, denunciando l’elevato numero
di giovani Neet e il basso tasso di laureati. L’organizzazione sottolinea come
il debole livello di istruzione e la scarsa qualità dell’insegnamento
compromettano le competenze della forza lavoro, in particolare quelle digitali,
accentuando gli effetti dell’invecchiamento demografico. L’Ocse propone di
migliorare la qualità e la diffusione degli Istituti Tecnici Superiori,
potenziare la ricerca universitaria e rendere la formazione più aderente ai
bisogni del mercato sollecitando maggiori investimenti.
In Italia solo il 22% della popolazione è laureata, contro una media Ue del
33,5%; nella fascia tra i giovani 25-34 anni la quota scende al 31,6%, con forti
divari territoriali e di genere (38,5% donne contro 25% uomini). Negli ultimi
dieci anni circa 100.000 laureati hanno lasciato il Paese, 21.000 solo nel 2023.
Dal 2002 al 2024 quasi un milione di under 35 ha abbandonato il Sud, oltre un
terzo con una laurea. Solo il 66,7% dei 25-65enni possiede un diploma superiore
(media Ue 80,5%) e i Neet tra 15 e 29 anni sono il 15,2%, con incidenza doppia
nel Mezzogiorno. L’Italia è terzultima in Ue per spesa pubblica in istruzione,
pari al 4% del Pil contro il 4,7% europeo.
Nell’attuale fase di sviluppo del capitalismo finanziario e digitale, fondato
sul controllo dell’informazione e sull’estrazione e aggregazione dei dati, le
reti informatiche sono sia uno strumento essenziale che una forza trainante al
servizio della produttività e della trasformazione digitale ed economica.
Le piattaforme Hi-Tech e i grandi Data Center sono diventati strumenti di
controllo sociale e infrastrutture strategiche per la competitività economica,
accelerate e alimentate dal settore militare che investe risorse massicce nella
ricerca e nelle sue applicazioni.
Oggi circa l’80% delle infrastrutture digitali globali fa capo a società USA, e
lo 0,7% degli azionisti detiene l’88% del capitale globale. La profittabilità
maggiore si concentra nel settore militare e Dual-use, sostenuta e trainata da
finanziamenti pubblici e privati che esercitano una forte pressione sui debiti
nazionali, riducendo gli spazi per la spesa sociale, ambientale e
infrastrutturale.
Il capitale umano della conoscenza risulta essenziale per la produttività e la
competitività economica centrata sullo sviluppo delle tecnologie innovative.
Tuttavia l’attuale fase del capitalismo digitale è caratterizzata da una
crescente concentrazione di ricchezza e determina drammaticamente un crescente
ed inedito sistema di disuguaglianze economiche e sociali.
Circa 3.000 individui detengono il 50% della ricchezza globale, mentre la metà
più povera possiede appena l’1%. Dal 2000 al 2024 l’1% più ricco si è
appropriato del 41% della nuova ricchezza mondiale, mentre al 50% più povero è
andato solo l’1%. La ricchezza media dell’élite è aumentata di 1,3 milioni di
dollari contro i soli 585 dollari della metà più povera. La disuguaglianza
alimenta precarietà, genera salari di sussistenza e accresce l’insicurezza
alimentare (2,3 miliardi di persone colpite). Il rapporto Oxfam 2025 rileva che
la ricchezza dei miliardari è cresciuta dell’81% in cinque anni, mentre la metà
della popolazione mondiale vive in condizioni indegne, in contesti di erosione
democratica e rafforzamento di dinamiche autoritarie.
Inoltre, negli ultimi anni la eccezionale capacità di elaborazione di dati, e la
potenza delle infrastrutture tecnologiche dirette dalla piattaforma Palantir, è
stata utilizzata anche per la elaborazione di sistemi di controllo sociale e a
fini di “repressione preventiva” e mostrando una disponibilità di
interconnessione e funzionalità alle attività militari nelle guerre in atto a
livello globale.
Il sistema produttivo tradizionale, privo di autonomia tecnologica, resta ai
margini del processo produttivo.
Le politiche europee oscillano tra l’adesione alla “dottrina tecnocratica”
dettata dagli oligopoli finanziari e il tentativo di differenziarsi dagli Stati
Uniti, oggi in declino per la perdita di supremazia nel mercato globale e con un
forte e crescente debito pubblico, ma con una alta concentrazione di capitale
finanziario privato ancora dominante sul piano economico.
Il Rapporto Draghi sulla competitività europea (2024) punta a un mercato unico
dei paesi UE fondato su sovranità energetica, autonomia digitale e difesa comune
europea, con un investimento previsto di 500 miliardi in dieci anni oltre al 2%
del Pil per la Nato. Tuttavia persistono tensioni geopolitiche e militari con
gli Usa e interessi divergenti tra Paesi membri.
L’Italia, con un debito pubblico tra i più alti dell’area Ocse e una struttura
industriale arretrata e poco competitiva, rimane ancorata e subalterna al
sistema politico-militare degli USA.
Il Paese importa la gran parte dell’energia che consuma, e registra salari reali
tra i più bassi d’Europa. L’occupazione cresce quasi esclusivamente negli over
50 e nei servizi a bassa produttività, in particolare turismo e commercio, dove
i redditi sfiorano la soglia di sussistenza. Aumenta la povertà, soprattutto nel
Mezzogiorno e nelle aree interne, segnate da spopolamento e invecchiamento.
Gli investimenti in R&S restano scarsi e concentrati in progetti legati alla
difesa e alla sicurezza, spesso condizionati da interessi privati e militari
(come nel caso di Leonardo). La formazione secondaria e tecnica è indirizzata a
sostenere un’industria di supporto a basso valore aggiunto, legata soprattutto
alla manifattura del Nord e all’indotto tedesco. Nella formazione la cultura
umanistica è stata progressivamente marginalizzata a favore di competenze
tecniche standardizzate, riducendo la capacità critica e logico-analitica delle
nuove generazioni.
L’Italia, appesantita e resa vulnerabile dal forte debito pubblico, si trova in
una posizione fragile: dipendenza energetica, incapacità di affrontare i
dissesti ambientali, bassa qualità dei servizi sociali, scarsa qualità
dell’istruzione e della ricerca pubblica, bassa capacità di innovazione, una
distribuzione diseguale delle opportunità. Tali fattori costituiscono meccanismi
strutturali profondi che non consentono l’accesso alle nuove frontiere della
geoeconomia, della conoscenza e del potere digitale.
Il sistema politico nazionale non riesce ad individuare alcuna via di uscita.
Impaurito dalla crescente pressione sociale, generata dalla perdita della
capacità di acquisto dei redditi, dalla richiesta di migliori servizi sociali e
sanitari, per le recenti scelte politiche complici delle guerre in atto, sia in
Ucraina come in quelle genocide in Palestina, il Governo risponde con leggi
finanziarie da economie di guerra e provvedimenti securitari e repressivi, senza
riuscire ad affrontare i problemi reali delle persone.
La soluzione di riserva sembra presentarsi nella possibilità di convergere verso
la proposta della ricomposizione degli interessi dei diversi paesi in uno
Stato-Sovrano UE.
Una sovranità economica federata finalizzata alla affermazione di una
geopolitica alternativa agli USA ed alla Cina.
Una riorganizzazione dell’imperialismo europeo che resta ancorato alla
supremazia del capitale finanziario delle Big-Tech e si affida al rilancio
settore bellico come strategia per lo sviluppo tecnologico, con una previsione
di investimento per il riarmo di circa 500 MLD nei primi 10 anni, a gravare
ulteriormente sul debito pubblico degli stati membri e con scarsissima
attenzione verso il sociale
Una proposta alternativa è possibile se si riesce ad organizzare e far crescere
il movimento antagonista al sistema dell’autocrazia finanziaria a partire dalla
ricomposizione degli interessi sociali e di classe. Un movimento che definisca
chiaramente come obiettivi la riduzione del divario sociale e ambientale e che
riesce a fare rete con tutti i movimenti e le popolazioni già in rivolta a
livello globale che rivendicano i propri diritti all’autodeterminazione.
Una rete solidale basata sui diritti civili e sull’eguaglianza economica e
sociale, contro ogni forma di autocrazia politica o religiosa.
In questo contesto, il controllo pubblico e la condivisione delle infrastrutture
digitali a livello globale che combinano innovazione, riduzione dei costi dei
beni di consumo, il potenziamento dei servizi pubblici e l’autonomia energetica
delle comunità locali, possono svolgere un ruolo fondamentale per l’eguaglianza
economica, sociale ed ambientale.
I lavoratori digitali e cognitivi sono i soggetti centrali nell’attuale fase
dell’economia digitale, in quanto attore sociale, in grado di coagulare e dare
sviluppo ai processi di antagonismo sociale, ma soprattutto come soggetto
politico (“proletariato instabile o nomade”) con un ruolo fondamentale per lo
sviluppo delle tecnologie innovative e con un portato di conoscenze e competenze
in grado di avviare un processo per contrastare il dominio delle autocrazie
finanziarie.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E STATISTICI
RAPPORTO OXFAM 2026
RAPPORTO “G20 EXTRAORDINARY COMMITTEE OF INDIPENDENT EXPERTS ON GLOBAL
INEQUALITY”2025
RAPPORTO DRAGHI SUL FUTURO DELLA COMPETITIVITÀ EUROPEA 2024
FONDAZIONE OPENPOLIS
OCSE
EUROSTAT
ISTAT
E,BRANCACCIO, LIBERALCOMUNISMO, FELTRINELLI 2025
ZHAO ZICHEN E LIU HAIJUN, IL PROLETARIATO DIGITALE, RIVISTA CONTROPIANO, GENNAIO
2026
CARLO SIMONETTI È ARCHITETTO, SOCIO FONDATORE E COLLABORATORE DAL 1994
DELL’ISTITUTO DI RICERCA AMBIENTE ITALIA. IN QUALITÀ DI RICERCATORE SENIOR HA
COORDINANDO ATTIVITÀ DI REPORTING AMBIENTALE, AGENDA 21 LOCALE, PIANI DI AZIONE
LOCALE E ORGANIZZAZIONE E GESTIONE DI LABORATORI PARTECIPATI. HA COORDINATO
NUMEROSI PROGETTI FINANZIATI DALLA COMMISSIONE EUROPEA FINALIZZATI ALLA GESTIONE
INTEGRATA E SOSTENIBILE DELL’AMBIENTE URBANO E TERRITORIALE, CON PARTICOLARE
RIFERIMENTO ALLA PROMOZIONE DELLO SVILUPPO LOCALE E SOSTENIBILE DELLE AREE
RURALI DEL MEDITERRANEO.
Redazione Italia