Trame d’Europa: dalle rotte migratorie alle nuove cittadinanze trentine
MAJA HUSEJIĆ 1
L’Europa dei nostri giorni vive una profonda contraddizione morale: celebra e si
giova della fluidità delle frontiere interne mentre militarizza i suoi confini
esterni. L’Europa che a Ventotene sognava un continente di pace e solidarietà
oggi alza muri e associa la migrazione alla sicurezza, trasformando la speranza
in minaccia, la solidarietà in contratti con paesi terzi a cui delega azioni di
confinamento e di violazione dei diritti umani. Lungo la frontiera dei Balcani
occidentali, ad esempio, da anni si consuma il tentativo drammatico di persone
migranti, adulte e bambine, che scappano da povertà, guerre e persecuzioni, di
superare barriere fisiche e istituzionali, alla ricerca di protezione per
(ri)costruirsi una vita dignitosa.
Per il Trentino, questa dinamica non è un fatto distante, da diversi punti di
vista. Il nostro territorio custodisce nella memoria storica il significato
della frontiera, delle migrazioni della propria popolazione; al contempo è stato
protagonista della solidarietà attivata negli anni Novanta durante il conflitto
in ex-Jugoslavia e, a partire dal 2011, in occasione della cosiddetta “emergenza
Nord Africa”.
Connettere oggi questa memoria storica alla geopolitica attuale significa dare
sostanza a un’idea di democrazia applicata all’Autonomia: riconoscere che
l’accoglienza delle persone in movimento e l’interculturalità non possono che
essere processi partecipativi, vivi e permanenti, capaci di estendere i diritti
e determinare la reale qualità democratica delle nostre comunità.
Ph: Matteo Coser
È proprio la rigidità di queste dinamiche a generare il dispositivo politico
dell’esternalizzazione delle frontiere. Questo tipo di logica sposta il
controllo giuridico ed etico dell’Unione Europea al di fuori dei suoi limiti
geografici, delegando la gestione del contenimento e del respingimento a Stati
terzi. In questo scenario, la condizione specifica della Bosnia ed Erzegovina
assume una valenza emblematica: mantenuta deliberatamente in una sala d’attesa
permanente ai margini dell’Unione Europea, viene di fatto utilizzata dai paesi
membri come uno “stato-cuscinetto”.
L’esternalizzazione tenta così di allontanare lo sguardo dai percorsi migratori,
disumanizzando le persone prima ancora che tocchino il territorio comunitario.
Le dinamiche escludenti che si consumano ai confini esterni dell’Europa non si
esauriscono lungo la frontiera, ma si riproducono capillarmente all’interno dei
singoli territori di arrivo, trasformandosi in barriere istituzionali, sociali e
burocratiche. Una volta giunti in Italia e in Trentino l’impatto con la realtà
locale svela questa continuità. Per anni, il Trentino è stato un modello
d’eccellenza grazie al sistema dell’accoglienza diffusa, che distribuiva le
persone richiedenti asilo in piccoli nuclei nelle valli, favorendo l’interazione
con la popolazione ed evitando la ghettizzazione.
Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA
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4 Luglio 2024
A partire dalla fine del 2018 però, le strette politiche hanno progressivamente
smantellato questa filiera, piegando la gestione a una logica emergenziale,
securitaria e colpevolizzante. Si assiste sempre più spesso a una sistematica
stigmatizzazione delle persone straniere, utilizzate come capro espiatorio
politico e dipinte unicamente attraverso la lente della minaccia alla sicurezza
e al decoro urbano. Ridurre l’accoglienza all’isolamento e alla precarietà
significa privarla della sua funzione trasformativa, prolungando artificialmente
quella condizione di marginalità iniziata lungo le rotte migratorie. Una
gestione lungimirante dovrebbe invece configurarsi come un esercizio di social
design – una progettazione multidisciplinare e comunitaria capace di generare
spazi pubblici inclusivi e percorsi di autonomia reale attraverso il
coinvolgimento di tutti i soggetti del territorio, a partire dalle comunità
diasporiche.
Il culmine di questa deriva si manifesta nel tentativo di importare sul
territorio logiche detentive, come l’ipotesi di apertura di un CPR (Centro di
Permanenza per il Rimpatrio). Di fronte a questa prospettiva, la società civile
trentina e i movimenti per i diritti umani si sono mobilitati con forza,
esprimendo un “no” collettivo e motivato. I CPR non sono strumenti di gestione
dei flussi, ma veri e propri buchi neri del diritto, dove la privazione della
libertà avviene in condizioni che calpestano la dignità umana senza che sia
stato commesso alcun reato. La storia ventennale di strutture come quella di
Gradisca d’Isonzo – dove le stesse amministrazioni locali e i sindaci che si
sono succeduti ne hanno denunciato la totale inutilità e l’inefficacia rispetto
agli stessi obiettivi di rimpatrio – dimostra che questi centri producono solo
costi altissimi, tensioni sociali e violenze, senza risolvere nulla. Rifiutare i
CPR significa riaffermare che la sicurezza si costruisce con l’inclusione, non
con la reclusione e la criminalizzazione della condizione di migrante. E
soprattutto che la sicurezza va costruita non contro le comunità diasporiche, ma
insieme a loro.
Notizie/CPR, Hotspot, CPA
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Una partecipazione ampia e trasversale: oltre 1.500 persone raccolgono l'appello
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Redazione
18 Maggio 2026
Mentre il dibattito politico rimane ancorato alla gestione degli arrivi, la
realtà sociale del Trentino muove verso la stanzialità. Il volto della nostra
Provincia sta cambiando radicalmente nelle aule scolastiche, nei quartieri, nel
mondo del lavoro, dove le figlie e i figli dell’immigrazione – le cosiddette
“seconde generazioni” – ridefiniscono quotidianamente l’assetto comunitario.
Queste giovani persone non sono ospiti temporanei, ma protagonisti politici e
culturali che abitano il territorio a pieno diritto.
L’idea di una “identità trentina” statica e monoculturale si confronta e scontra
con la ricchezza di identità plurali. Il mancato riconoscimento formale di
questa cittadinanza – evidente negli ostacoli legislativi nazionali, nonostante
le forti mobilitazioni civili che hanno attraversato anche la nostra provincia
per la riforma del diritto di cittadinanza – genera una frattura democratica
rischiosa. Negare lo status di cittadino a chi cresce e progetta il proprio
futuro qui significa lasciare indietro le nuove generazioni e, per questioni
ideologiche, rompere un patto di fiducia con questa parte della cittadinanza,
impoverire il territorio stesso, privandolo di energie vitali in un’epoca
segnata dal declino demografico e dall’isolamento delle aree montane.
La Rotta balcanica, le strutture di Accoglienza locali, i tavoli di discussione
e di coordinamento dei Movimenti dal basso sono nodi della stessa rete. Il
futuro del Trentino dipende dalla capacità di connettere queste dimensioni,
superando la retorica della costante emergenza.
L’Autonomia speciale trentina non deve essere intesa come una trincea
identitaria, ma come una responsabilità: la libertà di sperimentare politiche
sociali innovative. Il territorio si salva dall’inaridimento solo se sa farsi
laboratorio di convivenza, capace di accogliere la complessità del mondo globale
e di trasformarla in risorsa locale. Riconoscere le nuove cittadinanze,
rifiutare le strutture di confinamento e riprogettare l’accoglienza su basi
orizzontali e partecipative – convergendo con il mondo del lavoro senza però
farsi sopraffare dalle logiche di profitto e di sacrificio dei diritti – è
l’unico modo per onorare la nostra comune storia e scrivere un futuro condiviso.
1. Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, vivo attualmente in
Trentino. Impegnata in progetti e iniziative di advocacy, contrasto alle
discriminazioni, diritti umani, sono stata referente provinciale per il
referendum sulla cittadinanza. Faccio parte del Coordinamento regionale No
CPR del Trentino Alto Adige-Süd Tirol. ↩︎