Tag - transizione ecologica

Guerra e nucleare: fermiamo la transizione ecocida di Meloni e UE!
Andiamo incontro ad uno degli eventi climatici più allarmanti della storia, secondo le ultime previsioni del servizio Copernicus: il El Niño – fenomeno oceanico responsabile di variazioni climatiche in tutto il pianeta – sarà responsabile di enormi anomalie climatiche nel periodo 2026-2027 che (secondo il JRC) metteranno in pericolo centinaia […] L'articolo Guerra e nucleare: fermiamo la transizione ecocida di Meloni e UE! su Contropiano.
June 30, 2026
Contropiano
Le prospettive per lo sviluppo di comunità energetiche in Campania
L’incontro pubblico con esperti del settore energetico, professionisti e rappresentanti istituzionali in svolgimento il 26 giugno a Giugliano è promosso da Francesco Macillo e dall’APS Amicitia. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di approfondire il ruolo strategico delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) nel nuovo scenario europeo, alla luce della risoluzione dell’11 marzo 2026 che riconosce la centralità degli investimenti destinati alla transizione ecologica, aprendo nuove prospettive rispetto ai vincoli di bilancio per le spese considerate strategiche per il futuro dell’Unione. Le Comunità Energetiche infatti rappresentano uno degli strumenti più concreti per trasformare gli obiettivi europei in azioni locali: produzione condivisa di energia rinnovabile, riduzione dei costi energetici, maggiore autonomia e benefici ambientali per cittadini, imprese ed enti locali. “Le Comunità Energetiche Rinnovabili sono una grande opportunità per i territori, perché consentono di costruire un modello nel quale sostenibilità, innovazione e comunità diventano elementi di crescita- dichiarano gli organizzatori dell’incontro, Francesco Macillo e il presidente dell’APS Amicitia, Lelio Mancino – La transizione ecologica deve essere accompagnata da progetti concreti e partecipati. Questo appuntamento vuole essere un momento di confronto operativo tra istituzioni, professionisti e cittadini per comprendere come le Comunità Energetiche possano diventare uno dei pilastri della transizione ecologica e della crescita sostenibile del futuro. Un percorso già avviato anche sul territorio regionale grazie all’attenzione del vicepresidente della Regione Campania, Mario Casillo, che ha sostenuto il precedente confronto dedicato alle Comunità Energetiche, confermando l’importanza di una strategia orientata alla sostenibilità, all’innovazione e allo sviluppo dei territori campani”. A sottolineare il valore strategico dell’iniziativa è Maria C. Biglietto, ESG Manager – Sostenibilità ambientale, che evidenzia: “La diffusione delle Comunità Energetiche rappresenti un passaggio fondamentale per accompagnare cittadini, imprese e istituzioni verso un nuovo modello energetico basato su consapevolezza, responsabilità e sostenibilità concreta. La sfida non è soltanto produrre energia pulita, ma creare valore condiviso per i territori”. Nel corso dell’incontro interverrà l’europarlamentare Raffaele Topo, che porterà il contributo del Parlamento europeo sul tema degli investimenti per la transizione ecologica e sulle opportunità offerte dal nuovo quadro comunitario. Saranno presenti inoltre Antonio Zanesco, europrogettista che approfondirà gli strumenti europei a sostegno dei progetti energetici territoriali, e Valentina Russo, Esperta in Gestione dell’Energia (EGE) che analizzerà gli aspetti tecnici e operativi delle Comunità Energetiche. I lavori saranno moderati da Lelio Mancino, presidente dell’APS Amicitia. Redazione Napoli
June 23, 2026
Pressenza
Convegno di Ecoresistenze: l’ambientalismo si organizza contro la guerra dell’Occidente all’ambiente
Si è svolto sabato 20 giugno a Bologna il Convegno Nazionale di Ecoresistenze. Una fitta giornata di dibattito che ha svelato il volto ecocida europeo tra speculazione finanziaria e economia di guerra. Mentre i palazzi della politica e i media mainstream continuano a propinare la narrazione rassicurante e mistificatoria della […] L'articolo Convegno di Ecoresistenze: l’ambientalismo si organizza contro la guerra dell’Occidente all’ambiente su Contropiano.
June 22, 2026
Contropiano
La profezia dei fiumi. Intervista a Bertha Zúñiga Cáceres
INCONTRO CON LA COORDINATRICE DEL CONSIGLIO CIVICO DELLE ORGANIZZAZIONI POPOLARI E INDIGENE DELL’HONDURAS (COPINH), BERTHA ZÚÑIGA CÁCERES, SPESSO CHIAMATA AFFETTUOSAMENTE BERTITA, FIGLIA DI BERTA CÁCERES. LA DIFESA DEL POPOLO LENCA, LA MEMORIA DELLA MADRE, IL COLONIALISMO VERDE, LA RESPONSABILITÀ DELLE BANCHE EUROPEE E LA NECESSITÀ DI PASSARE OVUNQUE DALLA RESISTENZA ALLA COSTRUZIONE DI ALTERNATIVE. L’AVVERTIMENTO DEI POPOLI INDIGENI AL MONDO Bertha Zúñiga Cáceres è coordinatrice generale del COPINH, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras. È figlia di Berta Cáceres, indigena Lenca, femminista, ambientalista, fondatrice del COPINH, assassinata il 2 marzo 2016 per la sua opposizione al progetto idroelettrico Agua Zarca sul fiume Gualcarque, sacro per il popolo Lenca. In questa intervista, Bertha parla della propria formazione politica, del rapporto con la madre, delle lotte del COPINH per il riconoscimento dei territori indigeni, della difesa dei fiumi e dei boschi, ma anche della costruzione di esperienze comunitarie alternative. Al centro dell’intervista c’è una critica netta alla cosiddetta transizione ecologica quando diventa una nuova forma di estrattivismo: una transizione “verde” solo nel linguaggio, ma fondata ancora su colonialismo, razzismo e violenza contro le comunità indigene. Sei cresciuta dentro una lotta. In un certo senso non sei diventata difensora dei diritti umani con il tempo ma sei nata in quel mondo, dentro l’esperienza del COPINH, accanto a tua madre. Ti sei mai chiesta se fosse una scelta? Hai mai pensato: “Non voglio più lottare”? Credo che siano vere entrambe le cose. Da una parte non è una scelta, o almeno non la si vive subito come una scelta. È come se fossi nata lì, come se quella fosse la maniera in cui ho imparato a vivere. Quando ero bambina, però, vedevo le situazioni di pericolo che affrontavano le persone del COPINH. A un certo punto ho chiesto a mia madre e alle persone della mia famiglia perché continuassero a fare tutto questo, perché non facessero qualcosa che io allora consideravo più “normale”. Ricordo che mia madre fu molto ferma. Mi disse: “Tu adesso non lo capisci, ma questa è una responsabilità per noi. Le mie figlie non saranno indifferenti alla mia lotta”. Lei aveva conosciuto persone con ruoli di leadership sociale in altri luoghi i cui figli e figlie non volevano sapere nulla di quella lotta. E per questo ci interpellava continuamente. Ci diceva che avremmo dovuto fare ciò che volevamo della nostra vita, ma contribuendo alla libertà del nostro popolo. Lei parlava dell’emancipazione del popolo dalle sue radici. Diceva: “Lavorerete con il vostro popolo”. Era molto forte nel ricordarcelo. Poi la vita stessa ti ritrova, ti riporta sempre al tuo territorio, alla tua lotta. Per me, a un certo punto, questa lotta è diventata anche qualcosa di mio. Fa parte della mia storia, della storia del mio popolo, di ciò che ho imparato da altre persone della mia famiglia, dai compagni e dalle compagne. A un certo punto senti una responsabilità così grande che non hai più davvero la possibilità di scegliere. Diventa anche una necessità personale: essere parte di una storia. Ci sono molte generazioni prima di noi e ce ne saranno altre che continueranno questo cammino. Nelle interviste ti chiedono spesso di tua madre. È inevitabile, ed è giusto, ma tu oggi hai una tua posizione, una tua visione, una tua responsabilità politica. Come vivi questo ritorno continuo alla figura di Berta Cáceres? Quando ero bambina sono cresciuta molto dentro i movimenti sociali. C’erano molti riferimenti alle lotte rivoluzionarie. Per esempio, noi giocavamo a fare le guerrigliere: prendevamo uno zaino, un bastone, e dicevamo che eravamo guerrigliere. Era qualcosa di quotidiano… Nella mia famiglia, soprattutto mia nonna ammirava molto Fidel Castro. Una volta mia madre mi disse: “Non bisogna idealizzare le persone. Tutte le persone hanno molte cose buone, ma hanno anche difetti”. Io le chiesi: “Anche Fidel Castro?”. E lei mi rispose: “Sì, anche Fidel Castro”. Io non riuscivo a crederci… Mia madre mi ha insegnato anche questo: ogni persona ha il proprio modo di lottare. Ogni persona è insostituibile. Lei, per esempio, è una persona insostituibile nella nostra organizzazione. Noi diciamo sempre che è presente, che è viva, ed è così. Però la sua assenza ha lasciato un vuoto enorme. La forma di lotta che aveva lei non è qualcosa che qualcuno possa semplicemente riprodurre. Nessuno è arrivato a fare la stessa cosa. E certamente non io. A un certo punto ho avuto molte insicurezze. Anche se sono sempre stata parte del COPINH, non avevo mai avuto un incarico direttivo. Accettare il coordinamento del COPINH è stato molto difficile per me. Io volevo lottare, ma non volevo avere un incarico dentro l’organizzazione. Era una responsabilità enorme, un peso psicologico molto forte che sento ancora. Però so anche, e lei me lo diceva sempre, che ogni persona è unica, che ognuno avrà il proprio modo di lottare. Io non cercherò mai di rimpiazzarla, né di sostituirla, né di paragonarmi a lei. Lei è stata una persona immensa, con una grande esperienza, una grande intelligenza, una grande saggezza. Io so molto chiaramente di essere una persona diversa da lei. So che ciò che vivrò sarà simile, ma anche molto diverso. E allo stesso tempo mi sentirò sempre molto orgogliosa di lei. Il rapporto che ho con mia madre è un rapporto amoroso. Quando la ricordo, la ricordo con molto affetto. La sento soprattutto dentro quella relazione personale. Certo, per me è difficile dover parlare tanto di lei, vederla in video, vederla in foto, e allo stesso tempo custodire i miei ricordi personali, naturali, quotidiani. Però quello che dico sempre è che lei era la stessa come leader sociale e come madre. Così come chiedeva alla gente di lottare, lo chiedeva anche a noi. Aveva un carattere molto forte, ma era anche molto allegra. Godeva della lotta, rideva molto, faceva battute. Ricordo un episodio del 20 febbraio 2016. Il COPINH fece un’azione forte dentro l’area dell’impresa costruttrice del progetto idroelettrico. Fu una situazione durissima, molto tesa. C’erano poliziotti, militari. Fecero camminare le persone per circa otto ore, con bambini, neonati, anziani, perché non lasciarono passare gli autobus del COPINH. Io stavo monitorando quello che le stava accadendo. A un certo punto lei perse il segnale del telefono e io non seppi più nulla. Quando riprese la linea mi disse: “No, va tutto bene, ci stiamo riportando qui. Sono qui con il comandante Rosquilla”. Era un compagno, e lei lo chiamava così, “comandante Rosquilla”. Stava scherzando. Io pensavo: come si può, in una situazione così tremenda, ridere e raccontare barzellette? Ma era anche questo il mio rapporto con lei. Ed è una delle cose che ho imparato. -------------------------------------------------------------------------------- pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Nel mondo Berta Cáceres è spesso ricordata come martire dell’ecologismo. Ma la sua lotta era anche indigena, femminista, politica. Metteva al centro il popolo Lenca, i diritti collettivi, il ruolo delle donne nei movimenti sociali. Come recuperi oggi questa complessità? Una cosa molto presente nel pensiero del COPINH, e in buona parte questa visione è stata elaborata dalla nostra compagna Berta Cáceres, è che le lotte non si possono fare a pezzi. Non possono essere monotematiche. Non possiamo lottare solo per la terra. Non possiamo lottare solo per il nostro popolo. Nel momento stesso in cui lottiamo per la nostra terra, dobbiamo lottare anche per la Palestina, per il popolo curdo, per le comunità K’iche’ in Guatemala, per tanti altri popoli. Berta diceva sempre, ed è parte dell’analisi dei movimenti in America Latina, che quello che abbiamo davanti è un sistema che ci domina in molti modi. E quindi bisogna combatterlo nel modo più integrale possibile. Parlava del capitalismo, del patriarcato, del razzismo come strutture di dominazione. Per noi questa è anche la maniera di continuare la lotta. Che cosa sta accadendo oggi in Honduras? Quali sono le lotte principali del COPINH? Una lotta molto importante per noi, dentro l’eredità del COPINH, è una lotta che dura da più di trent’anni: il riconoscimento, da parte dello Stato honduregno, della proprietà della terra del popolo indigeno Lenca. Storicamente, da quando esiste come Stato, l’Honduras non ha fatto nulla per avanzare davvero nel riconoscimento dei territori dei popoli indigeni. Parliamo di terre che appartengono storicamente al popolo Lenca, anche se il suo territorio è stato ridotto. Una delle nostre lotte ancora aperte riguarda diverse comunità che chiedono allo Stato l’emissione di titoli comunitari, nei quali venga riconosciuto il possesso collettivo della terra. Questo è l’origine di molte altre violazioni dei diritti umani nei nostri territori. Allo stesso tempo, naturalmente, si è rafforzata la lotta in difesa dei fiumi, dei boschi, del territorio in generale e anche del sottosuolo, minacciato da alcuni progetti minerari. Ma c’è anche un altro elemento su cui riflettiamo molto e che fa parte della visione del COPINH: migliorare la qualità della vita del popolo Lenca. Noi viviamo una contraddizione. I popoli originari, e il popolo Lenca come parte di questi popoli, hanno vissuto un abbandono da parte dello Stato honduregno rispetto al compimento dei loro diritti. Lo Stato c’è quando si tratta di privatizzare le terre, quando si tratta di provare a cancellare la nostra identità come popolo Lenca. In quel caso lo Stato c’è. Ma non c’è per l’educazione, non c’è per la salute, non c’è per le strade, non c’è per i bisogni fondamentali delle comunità… Per questo anche noi ci siamo chieste come migliorare la qualità della vita a partire dalla situazione che abbiamo. Rivendichiamo la costruzione di un modello di vita che permetta di vivere in condizioni di maggiore giustizia e minore disuguaglianza, senza dover cedere i nostri diritti fondamentali. Per noi è anche un dovere della lotta storica del COPINH lavorare sull’articolazione dei movimenti. Sappiamo che il COPINH ha un riconoscimento importante in Honduras e anche in altri luoghi del mondo, ma ci sono altre organizzazioni che affrontano situazioni simili, spesso con meno capacità. In questi trent’anni abbiamo sviluppato molti apprendimenti. Sono strumenti che ci hanno permesso, per esempio, di ottenere la carcerazione di otto persone vincolate all’assassinio di mia madre, tra cui il presidente dell’impresa. Ma altre comunità stanno vivendo enormi difficoltà, soprattutto comunità piccole, con grande impegno ma anche con molte fragilità organizzative. Per noi è molto importante condividere questi apprendimenti. Oggi in Honduras siamo in un momento difficile. Ha assunto un nuovo governo da gennaio. Per noi è un governo che prosegue la linea di Juan Orlando Hernández, il narco-presidente, un governo criminale che ha implementato politiche di sicurezza e di persecuzione. Sotto quel governo è stata assassinata mia madre, insieme a molte altre persone in Honduras. C’è stata anche una persecuzione molto forte contro la lotta del COPINH. Noi diciamo sempre che l’intenzione dell’assassinio di mia madre era porre fine alla lotta del popolo Lenca e, in modo specifico, alla lotta del COPINH. È un momento complicato. Ma vogliamo affrontare questa situazione, portare più coscienza in altri luoghi del paese, ad altre persone del popolo honduregno, e far emergere anche quella forza di articolazione che esiste in altri territori fuori dalle frontiere dell’Honduras. Il COPINH non è solo denuncia e resistenza. Costruisce radio comunitarie, fa formazione politica, agroecologia, crea spazi di cura… È attraversato da una ricerca del buen vivir comunitario. Come discutete internamente questo passaggio dalla resistenza alla costruzione di alternative? Questa discussione si è ampliata. Noi partecipiamo a uno spazio che si chiama Reencuentro Mesoamericano de Movimientos en Resistencia. Lì ci siamo sfidate a non limitarci a resistere. Molti popoli hanno mostrato la propria capacità di difendere i territori, di reagire davanti a un attacco, di ottenere alcune vittorie nonostante l’assedio. Però ci siamo anche sfidate a costruire. Diciamo: passiamo dalla resistenza anche alla costruzione. I governi e le imprese non vogliono che costruiamo. Per questo ci attaccano tanto e ci tolgono la possibilità di avere il tempo per pensare. Viviamo tra allarmi, emergenze, allerte permanenti. Questo non ci dà la possibilità di costruire. Eppure questa è parte della nostra consegna come movimento. Abbiamo fatto scambi molto belli per imparare, per esempio, sullo sviluppo delle energie comunitarie o delle ecotecnologie, e su come queste possano rispondere ai bisogni fondamentali delle comunità. Vogliamo costruirle noi, con le nostre risorse, nel modo che riteniamo giusto, senza aspettare che arrivi lo Stato, che spesso non arriva mai nelle comunità, o che arrivi un’impresa a ricattarci.La logica è sempre stata questa: volete una diga? Allora vi diamo salute, strade, ospedali. Però dovete approvare la diga. Questa è la logica dell’estrattivismo. I popoli originari, le comunità rurali, molte comunità contadine sono diventate la spazzatura del sistema capitalista. Siamo il luogo in cui il sistema getta i propri rifiuti. Siamo il luogo dove finisce tutto ciò che di peggio produce il capitalismo. Com’è possibile che in Europa si paghino crediti di carbonio, che ci siano imprese che fanno affari con l’ossigeno prodotto dai boschi delle nostre comunità, quando noi siamo quelli che hanno contaminato meno? In Honduras l’85 per cento dei boschi e delle montagne si trova in comunità indigene. Perché le pressioni dobbiamo pagarle noi, se siamo quelli che hanno contaminato meno? Mi sembra importante che le persone europee impegnate sulle questioni ambientali tengano questo dentro le proprie riflessioni. Altrimenti ci lasciamo avvolgere da cose apparentemente ecologiche o verdi, che in realtà sono affari e nuove forme di colonialismo. In Europa si parla di transizione energetica, energie rinnovabili, progetti per il clima. Ma spesso questi progetti, nei territori del Sud globale, si traducono in sfruttamento, imposizione e violazione dei beni comuni. Come denunciate questo meccanismo? Abbiamo iniziato questa visita nei Paesi Bassi, dove si trova la banca di sviluppo olandese FMO, una delle banche che finanziarono la diga Agua Zarca, che si voleva costruire nella comunità di Río Blanco. Già prima di essere assassinata, mia madre aveva comunicato con questa banca e le aveva detto di non coinvolgersi nel finanziamento del progetto, perché era un progetto che violava i diritti delle comunità. Nel momento in cui la banca si coinvolse, era già stato assassinato il compagno Tomás García, presidente del Consiglio indigeno. Furono persino contrattate imprese per realizzare una specie di audit, o relazioni, sulla situazione nella comunità. Alla fine, in una di queste relazioni si concluse che il 67 per cento dei fondi erogati per la costruzione del progetto era stato deviato per commettere attività illecite. Attività che, sostanzialmente, servivano ad attaccare e neutralizzare la lotta del COPINH, compresa la lotta di mia madre in difesa del sacro fiume Gualcarque. Per noi è chiaro che esiste una nuova offensiva: ciò che viene chiamato colonialismo verde. Le imprese stanno esercitando pressione. Quando parliamo di FMO, non parliamo solo del denaro dato per quel progetto. Mia madre ci disse, prima di morire: “Credo che sarà difficile fermare questo progetto. O si attiva una lotta molto forte a livello comunitario, che renda impossibile la costruzione, oppure l’altra strategia è impedire che il denaro proveniente da quei fondi arrivi all’impresa”. Loro diedero il denaro, ma diedero anche appoggio politico. Per esempio, la banca diceva che lì non c’erano comunità indigene. E noi dicevamo: chi è una banca olandese per dire se esiste o non esiste un popolo originario? La banca ha sempre sostenuto l’impresa. La prima volta che venimmo in Europa, proprio nei Paesi Bassi, fu dieci anni fa. Parlammo con il direttore della banca. Lui disse: “È molto triste tutto quello che mi avete raccontato, però datemi le prove, perché io non vi credo”. Questa è un’attitudine razzista, discriminatoria. Esiste un pregiudizio: siamo noi a dover provare che un’impresa ha esercitato violenza sistematica e che ha assassinato persone. Eppure, fino a poco tempo fa, la banca continuava a dire che il COPINH era un’organizzazione violenta, come se questo giustificasse la violenza vissuta da parte dello Stato e dell’impresa. È una situazione preoccupante. Il 51 per cento delle azioni di FMO appartiene allo Stato olandese, e il 95 per cento delle azioni di Finnfund appartiene allo Stato finlandese. Non c’è soltanto la responsabilità di una banca: c’è anche la responsabilità di Stati che usano denaro del popolo olandese e del popolo finlandese per finanziare violenza. Quali alleanze sono possibili con i movimenti europei? In questi dieci anni di lotta per la giustizia, la solidarietà internazionale è stata decisiva, in molti modi. Una forma importante è stata l’alleanza per fare ricerca. In Honduras, e più in generale in America Latina, il tema della trasparenza diventa sempre più complesso, soprattutto man mano che avanzano governi più autoritari e meno democratici. Indagare su chi c’è dietro lo sviluppo di un progetto che viola i diritti umani è una parte molto importante. È anche grazie a ricerche realizzate da qui che abbiamo scoperto il coinvolgimento di una banca olandese nel progetto. Un’altra parte è la possibilità di realizzare azioni concrete di solidarietà: abbiamo creato brigate per andare in Honduras, osservatori, scambi di comunicazione, abbiamo ricevuto sostegno per le traduzioni, per condividere notizie, perché viviamo anche molti blocchi mediatici. Abbiamo ancora alleanze molto importanti, che ci hanno permesso, per esempio, di avere una rappresentanza legale nei Paesi Bassi e di denunciare la banca FMO, una delle banche coinvolte. Per noi, che veniamo da comunità dove già in Honduras è difficile avere avvocati, avere un avvocato o un’équipe di avvocati a livello internazionale sarebbe quasi impossibile senza gesti di solidarietà e senza la reazione di altri movimenti. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La profezia dei fiumi. Intervista a Bertha Zúñiga Cáceres proviene da Comune-info.
June 19, 2026
Comune-info
Il 20 giugno il convegno di Ecoresistenze per discutere della guerra dell’Occidente all’ambiente
Il prossimo 20 giugno si terrà a Bologna un convegno significativo, organizzato da Ecoresistenze. Al centro del dibattito ci sarà il passaggio che, quasi “naturalmente”, ha fatto l’Unione Europea – e non solo – dalla transizione ecologica a quella bellica: un processo che viene interpretato come una vera e propria […] L'articolo Il 20 giugno il convegno di Ecoresistenze per discutere della guerra dell’Occidente all’ambiente su Contropiano.
June 17, 2026
Contropiano
Male Adriatico: rigassificatori, opacità e democrazia sospesa
Il festival INTO THE BLUE 2026 apre una crepa nel racconto della “transizione energetica” In un pomeriggio affacciato sull’Adriatico, tra il porto e le spiagge romagnole — dove nidificano specie protette come il fratino e le tartarughe marine — si discute di cloro, gas liquefatto e decisioni prese altrove. Non è solo un confronto tecnico: è il tentativo di ricostruire una catena di responsabilità che, secondo ricercatori, giornalisti e attivisti, si interrompe proprio dove dovrebbe farsi più trasparente. L’incontro “Male Adriatico. Onde di cloro, dal tubo alla carcassa”, ospitato il 7 giugno al Club Nautico di Rimini nell’ambito del festival INTO THE BLUE 2026, mette al centro una domanda: com’è stato possibile avviare il rigassificatore di Ravenna senza una Valutazione di Impatto Ambientale completa, invocando l’emergenza energetica? La tesi che emerge è netta: la cosiddetta transizione energetica si muove in una zona grigia in cui interessi industriali e responsabilità pubbliche si sovrappongono. In questo spazio operano due aziende — Eni e Snam — entrambe partecipate pubbliche ma di fatto autonome nelle scelte operative. La “convenienza” del mare Il nodo tecnico riguarda il funzionamento del rigassificatore. Come ricorda Carlo Franzosini (AMP WWF Miramare) il “ciclo aperto” utilizza acqua marina per riscaldare il gas liquefatto, evitando di bruciare combustibile. Il risparmio — circa 40 milioni l’anno — poggia su una variabile instabile: la temperatura del mare. Negli stessi tre anni di ciclo aperto, a Riccione si registrano picchi di tartarughe con DTS e aumento di schiume: tre volte su tre, ricorda Sauro Pari (Fondazione Cetacea ETS). Non è ancora una prova di correlazione, ma abbastanza per chiedersi: siamo sicuri che sia solo una coincidenza? Un beneficio economico privato che si costruisce sull’esternalizzazione dei costi ambientali: clorazione delle acque, alterazioni degli ecosistemi, sottoprodotti potenzialmente tossici. In questo contesto, le compensazioni ambientali ed economiche rischiano di silenziare il dissenso, è qui che nasce quello che molti relatori definiscono un vero e proprio ricatto: o accetti l’infrastruttura, oppure rinunci a lavoro e opportunità promesse per il territorio. Anche la metodologia dei monitoraggi solleva criticità: effettuati quando l’impianto opera sotto capacità, producono dati che tendono a sottostimare gli impatti e vengono poi utilizzati per giustificare l’espansione. Opacità e controllo Sul piano istituzionale emerge una frattura democratica. Sauro Pari denuncia la secretazione dei risultati delle analisi delle acque: “Non abbiamo potuto vedere nessun dato”. Allo stesso tempo, in parole di Antonio Lazzari, esperto di valutazioni ambientali, vi è un eccesso di documentazione tecnica con una forma di “overload informativo” che svuota la trasparenza di significato, di decine di migliaia di documenti tecnici: una mole tale da rendere impraticabile un controllo effettivo. A questo si aggiunge un limite strutturale: ispezioni e verifiche ambientali sono in larga parte programmate e basate anche su dati forniti dagli stessi gestori. Un meccanismo prevedibile che rischia di ridurre tutto a una mera formalità, dentro un circuito locale chiuso. Quando viene meno un’indipendenza sostanziale, si svuota anche la funzione pubblica. Da qui le proposte emerse: introdurre forme di controllo peer review indipendenti, affidate a organismi scientifici esterni a rotazione, per rompere l’autoreferenzialità dei monitoraggi e restituire verificabilità ai dati. E, come ha ricordato Lazzari, sul piano politico la proposta di RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna) di riconoscere l’energia come bene comune, per sottrarre le scelte strategiche a una gestione opaca in mano al mondo finanziario e speculativo, e riportarle sotto responsabilità collettiva. In Italia, criteri e priorità dei monitoraggi sono definiti da ISPRA e attuati dalle ARPA, dentro un sistema formalmente regolato ma che seleziona cosa rendere visibile e cosa lasciare nell’ombra. È in questa discrezionalità che si incrina la funzione pubblica del controllo e si apre una frattura tra responsabilità dichiarate e presenza reale delle istituzioni, frattura che si prolunga anche a livello europeo, dove le deroghe convivono con una trasparenza carente. Stato presente, Stato assente È in questo cortocircuito che si colloca l’intervento di Elena Gerebizza di Re:Common: “Lo Stato è dentro e lo Stato è fuori, eppure lo Stato non c’è”. Lazzari lo traduce in una domanda brutale: se è l’amministratore delegato di Eni a sedere ai tavoli internazionali del gas accanto ai Presidenti del Consiglio, anche nei paesi più autoritari, chi è davvero al comando? Circa il 30% di Eni e Snam è sotto controllo statale: lo Stato è insieme regolatore e azionista. Una sovrapposizione che indebolisce il controllo pubblico e solleva un nodo essenziale: chi gestisce davvero risorse pubbliche, e a vantaggio di chi? Ne deriva una frammentazione dei progetti, valutati per parti e non nel loro impatto complessivo, spesso approvati in urgenza con evidenti criticità giuridiche. Questo schema si riflette nella promozione di tecnologie “green” come il CCS, imposte dall’alto come soluzioni climatiche senza un dibattito pubblico e senza un riscontro consolidato su larga scala: la retorica della transizione precede la verifica empirica. È in questo scarto tra beneficio economico e costo ambientale che si incrina l’impianto della cosiddetta transizione energetica. Non è secondario che tutto converga su Ravenna, già hub storico del fossile e oggi candidata a diventare uno dei principali poli europei per lo stoccaggio della CO₂ (progetto Agnes), con l’ambizione di attrarre flussi anche dall’estero. Una concentrazione che solleva interrogativi evidenti: più che ridurre il rischio, lo stiamo intensificando nel nostro stesso territorio. Il MASE qualifica queste infrastrutture come “monopoli naturali”, categoria storicamente riservata a beni essenziali come l’acqua. La transizione assume così i tratti di un dispositivo economico più che ambientale: si accentua la distanza tra chi cura realmente l’ambiente e chi, sotto etichetta green, ne trae vantaggio speculativo. A questo si aggiunge un elemento ricorrente denunciato da vari relatori: la difficoltà, quando non l’impossibilità, di accesso agli atti a livello regionale, nazionale ed europeo. Più che decarbonizzazione, emerge un riconfigurazione del profitto e dell’autoritarismo in chiave green. Alcune di queste infrastrutture vengono classificate come strategiche per la sicurezza energetica nazionale. Questo comporta regimi autorizzativi accelerati e, in alcuni casi, misure di sicurezza rafforzate attorno ai siti, un inquadramento che può limitare trasparenza e partecipazione pubblica. Nel territorio, oggi e domani, restano rischi concreti: infrastrutture ad alta pressione che attraversano aree abitate (a rischio esplosione), ecosistemi fragili sottoposti a stress chimico e termico, fenomeni visibili come l’aumento di schiume marine con ricadute anche sul turismo. Le valutazioni parlano di “rischio minimo”, ma non esplicitano gli scenari in caso di incidente. Il quadro che emerge è quello di una governance in cui benefici e responsabilità non coincidono: i vantaggi economici sono immediati e concentrati in mani private (per i primi 20 anni); i rischi e i costi ambientali e sociali sono diffusi, pubblici e “permanenti”. Una asimmetria che sposta il peso sulle comunità locali e le generazioni future. Co-esistenze: un invito alla vigilanza È in questo contesto che il festival INTO THE BLUE 2026 assume un significato che va oltre la dimensione culturale. Il tema di questa edizione, “Co-esistenze”, propone una riflessione sul rapporto tra esseri umani e ambiente marino, con particolare attenzione alla biodiversità e alla salvaguardia dell’ecosistema adriatico. Marta Abbà, giornalista investigativa e fisica dell’ambiente, ha guidato il dibattito forte delle sue inchieste sull’Adriatico (“Mare nostrum: pescatori croati e italiani alla ricerca di un futuro sostenibile” e l’approfondimento “Mare Adriatico, culla incustodita di biodiversità”), dove documenta l’impatto delle attività umane sulla costa e la fragilità dell’ecosistema marino. L’incontro ha mostrato quanto questo equilibrio sia oggi compromesso. Tra i momenti chiave del festival, spicca l’appuntamento di domenica 14 giugno a Rimini (al mattino), dedicato ai diritti della natura: una prospettiva che propone di riconoscere agli ecosistemi uno statuto giuridico, superando l’idea che siano semplici risorse. In contemporanea sul territorio regionale, un’iniziativa di pari rilevanza emerge dalla “Carovana Diritti e Rovesci” promossa da RECA e AMAS-ER, che si conclude con il Convegno di Bologna del 13-14 giugno, in cui si mettono al centro vari temi: l’energia come bene comune, gli strumenti di partecipazione civica e il punto sulle quattro leggi regionali di iniziativa popolare (riguardanti acqua, energia, ambiente e rifiuti). Partecipare a questi incontri significa esercitare una forma di vigilanza civile. In un tempo in cui aumentano vulnus giuridici e autoritarismo, con decisioni sempre più accelerate a scapito della trasparenza, la partecipazione cittadina e la conoscenza condivisa sono gli strumenti più efficaci per riequilibrare il rapporto tra interesse collettivo e interessi economici privati, speculativi e finanziari. L’Emilia-Romagna e l’Adriatico, da Ravenna a Riccione, con le proprie fragilità e ricchezze, si configurano oggi come il laboratorio di questa tensione. E forse anche il luogo da cui può partire una nuova consapevolezza civile. Approfondimenti: * Conferenza “Male Adriatico”: Guarda il video della diretta , 7 giugno, Rimini – Rete No RIGASS No GNL. * Festival “Into the Blue” 2026 Co.Esistenze: programma completo (PDF), 5–14 giugno, Rimini/Riccione – Fondazione Cetacea ETS * Carovana “Diritti e Rovesci”: programma convegno, 13–14 giugno, Bologna – RECA, AMAS-ER Articoli correlati: * Dalla finta transizione ecologica alla vera transizione bellica: l’Occidente dichiara guerra all’ambiente! Inquadramento del convegno di Ecoresistenze che si svolgerà a Bologna il 20 di giugno 2026 > Dalla finta transizione ecologica alla vera transizione bellica: l’Occidente > dichiara guerra all’ambiente!   Redazione Romagna
June 8, 2026
Pressenza
L’UE approva lo sforamento di bilancio per l’energia, e in Italia passa il dl sul nucleare
Due giorni fa (4 giugno, ndr), a esattamente 15 anni dal giugno 2011 in cui la popolazione italiana si espresse per la seconda volta contro la costruzione delle centrali a fissione in Italia, la Legge Delega sul “nucleare sostenibile” è stata approvata alla Camera dei deputati. Un testo di legge […] L'articolo L’UE approva lo sforamento di bilancio per l’energia, e in Italia passa il dl sul nucleare su Contropiano.
June 7, 2026
Contropiano
Una storia di acciaierie, diossine, lavoro schiavo e campi di grano
Ripubblichiamo volentieri questo scritto di Nicoletta Dosio che ripercorre la storia e le conseguenze che ha avuto l’acciaieria sul nostro territorio, per prepararci all’ assemblea che si terrà domani al […] The post Una storia di acciaierie, diossine, lavoro schiavo e campi di grano first appeared on notav.info.
May 28, 2026
notav.info
Per un’ecologia della liberazione e dell’abbondanza. Una riflessione su “Sfruttare i viventi” – di Alessandro Lombardo
Pubblicato in francese nel 2023 e in italiano nel 2025 (traduzione per Ombre Corte di Gianfranco Morosato, con il sottotitolo "un'ecologia politica del lavoro"), Exploiter les vivants di Paul Guillibert è un breve saggio che ha l’obiettivo di inquadrare una prospettiva che sia in grado di orientare l’azione per uscire dalla crisi ecologica. Seguendo [...]
May 25, 2026
Effimera
La sinistra francese verso le presidenziali 2027
Tra meno di un anno, i francesi torneranno alle urne per eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. Dopo dieci anni al potere, Emmanuel Macron lascerà dietro di sé una Francia con profonde fratture. Colui che nel 2017 prometteva di superare le vecchie divisioni e di riconciliare il Paese con sé […] L'articolo La sinistra francese verso le presidenziali 2027 su Contropiano.
May 18, 2026
Contropiano