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Francesco Guccini / L’ultimo racconto
Francesco Guccini, esistendo ancora la parola, anche se lui il 6 agosto si è offerto ad altro del nostro mondo, racconta una favola salace com’è suo costume, appostandosi da sempre nella novellistica italiana – e più che italiana se le origini stanno dalle parti di Modena, Bologna, Pàvana. Si sa come le voci amino avventurarsi nell’erotismo regionale. E tutti sanno in che modo Guccini ha recuperato sé stesso e tutti noi nelle sue canzoni. Anche questo libro, a ben guardare, è una canzone, appena più estesa di quante ne conosciamo da Folk beat n.1 in qua. Vi si narra di storie e luoghi presenti in un “brogliaccio” ricevuto da un giornalista, autore di cui non si sa niente e misteriosamente scomparso. Intorno al curioso titolo s’imbastiscono varie spiegazioni, dalle più semplici alle più sibilline che non possono mancare, sottolineando Guccini l’aspetto meno casto della questione. Filologia insegna, avendo a che fare con i virtuosismi analogici (vade retro il digitale, per carità) di chi ha creato la mitologia della via Emilia. Ma dai doppi sensi erotici alla figura di una ragazza “eterea, quantomai pura” di nome Lisa o Lisetta, il salto non sembri azzardato. Siamo alla metà degli anni Trenta, e l’autore ci ricorda che a qual tempo si pensava (o meglio, pensava il Regime) ai caschi coloniali e a imbracciare il moschetto. Da qui alle numerose digressioni, offerte da Guccini per nostra gioia, il passo è breve, anzi istantaneo, divertendosi egli stesso a dare voci alla varia umanità non sfuggente a una sana accademia morale non scritta ma colta nei dialoghi anche un po’ boccacceschi dal sapore aspro e arcaico. C’è Lisetta e ci sono le strade folcloriche, le trattorie leggendarie e le “case d’altri”, e gli allestimenti – dopo la guerra – delle prime Feste dell’Unità. In poche pagine di garbata prosa il nostro novellière ci riporta in un mondo di acqua di Vichy, di Acqua di rose, di famiglie disabbigliate in sottovesti e mutande casalinghe e la presenza forte di una grande “personaggio”, il fiume Reno, minore del fratello germanico, poiché qui siamo in mezzo a due sponde: riva toscana a destra, e a sinistra di colpo è tutta Emilia. Guccini è di Modena, non può dimenticarsi nel suo racconto del Panaro (fiume maschio) e il Secchia (fiume ambiguo, il o la? chi lo sa). Ma è a Casalecchio di Reno, sui pedali, che si va la mattina presto portando vettovaglie (mortadella, due etti, “vera prova dell’esistenza di Dio”). Casalècc sur la mèr, un Lido per via della chiusa lì presente, e dunque una piscina balneabile. È lì che Lisetta, in sottoveste, resiste agli abbordaggi e alla fine si distende nell’acqua affrontando la calura che priva di ogni forza – e si lascia andare. Questo è il capitolo più mistico di Calde le pere!, Guccini in poche righe fa riemergere i toni caldi e sognanti delle estati ferragostane della nostra infanzia, perlomeno dei nati negli ultimi anni del ’40 e nei primi del ’50. Il seguito della storia la si lascia al lettore. La brevità di questa fiaba, dove nostalgia, paganesimo, tradizione remota sembrano riunite per stuzzicare sortilegi e avventi, ha un fastoso potere: la tenera fanciulla entra nei sogni, e la sacralità di certe questioni regionali fa tornare a tempi non del tutto scomparsi, anche se l’epoca attuale ha abnormi intenzioni di giocarsi ai dadi sia il futuro che il passato – tutti tempi da sempre creduti non catturabili. L'articolo Francesco Guccini / L’ultimo racconto proviene da Pulp Magazine.
September 6, 2026
Pulp Magazine
Sponz Fest, l’aquilone-sudario: imboscarsi è resistere
A Calitri, nel cuore dell’Alta Irpinia, abbiamo vissuto lo Sponz Fest di Vinicio Capossela camminando nel bosco insieme al corteo “Un sudario per Gaza”. Un lungo lenzuolo con i nomi dei bambini uccisi, portato da tante mani, che il vento ha trasformato in un aquilone: un’esperienza collettiva di memoria, partecipazione e resistenza. Eravamo in Alta Irpinia, camminavamo. Il corteo «Un sudario per Gaza» si è mosso alle 18.00 dal cimitero di Calitri: un lenzuolo bianco portato in braccio dalla gente, in silenzio, lungo un sentiero che ci avrebbe portato nel bosco. È questo il senso di Sponz Im-Bosck, la quattordicesima edizione del festival ideato e diretto da Vinicio Capossela: imboscarsi non come fuga, ma come resistenza. «Imboscarsi è cercare rifugio nella parte non in luce», ha detto Capossela presentando il tema di quest’anno. Il bosco non è un nascondiglio comodo, è il luogo da cui si torna a vedere chiaro, dove ci si fa partigiani di qualcosa. Quest’anno, a Calitri, partigiani della pace. Capossela camminava tra noi, tra la gente, con poche parole e la stessa attenzione di sempre. Per lui è ancora, prima di tutto, una festa. Ma una festa della commemorazione, del ricordo, dell’impegno: la capacità, che sembrava perduta, di stare insieme, di commuoversi, di essere dentro le cose senza il filtro di uno schermo. In serata è arrivata la voce più tagliente della giornata: quella della giornalista Francesca Fornario, con il suo talk-monologo Quando c’è il genocidio e i giornalisti parlano di Belen. Un titolo che non lascia scampo. Le sue parole erano una sintesi di quello che le anime informate già sanno, eppure ci sono arrivate in faccia come una valanga, sotto una luna che quella sera sembrava rossa di vergogna. Sotto il palco, dopo il monologo, il sudario si è disteso a terra, illuminato non da un riflettore ma dai nostri cellulari, alzati uno accanto all’altro. I bambini correvano e lo toccavano, e su quel lenzuolo c’erano scritti dei nomi, tutti nomi: in memoria dei bambini morti a Gaza. Poi il vento lo ha preso, lo ha sollevato, lo ha fatto ondeggiare sopra le teste della gente. Non più un sudario: un aquilone, tenuto teso da tante mani, con addosso il peso e i nomi di chi non c’è più. Forse è proprio nei piccoli borghi che si torna a capire il grande. Lo abbiamo visto anche altrove, quest’estate, come inviati di Pressenza: a Gesualdo, dove Saperi & Sapori ha dedicato l’intera edizione al tema Peace, illuminando l’intero borgo con i colori della bandiera arcobaleno; e ad Aliano, dove La Luna e i Calanchi, il festival della paesologia ideato da Franco Arminio, continua a insegnare che leggere bene un luogo piccolo è il primo passo per leggere il mondo. Bisogna forse ripartire dal piccolo per comprendere il grande. È imboscarsi, per continuare a essere partigiani. di Massimo Varriale e Stefania De Giovanni Non dimenticare un solo nome”, il messaggio che accompagna il corteo a Calitri. Non dimenticare un solo nome”, il messaggio che accompagna il corteo a Calitri. Il corteo attraversa il paesaggio dell’Alta Irpinia durante Sponz Im-Bosck. Fotografie di Massimo Varriale Stefania De Giovanni
August 29, 2026
Pressenza
Quell’incontro con Guccini quando avevo 17 anni
Maestro Francesco Guccini, ricordo che a 17 anni, quando ero studentessa di liceo classico, sono venuta a trovarti in via Paolo Fabbri 43 a Bologna, perché insieme abbiamo organizzato la presentazione di un tuo libro. E ci ha fatto incontrare il mitico preside Antonio Silva, allora presidente del Club Tenco. Così ti voglio ricordare. Grazie e un bell’abbraccio. Laura Ero allora una giovane studentessa, quando, con il liceo che frequentavo e l’ITIS di Desio (Monza e Brianza), tramite il Club Tenco e lo storico presentatore del Premio, dedicato appunto a Luigi Tenco – che si svolge annualmente presso il teatro Ariston di Sanremo – il Preside Antonio Silva, abbiamo organizzato un importante evento con il Maestro Francesco Guccini. In quell’occasione Guccini ha regalato un’esclusiva e davvero molto preziosa e apprezzata anteprima, riservata a noi ragazzi, del suo allora, ultimo libro, ancora in via di produzione, dal titolo Vacca d’un Cane – correva l’anno 1992 – in cui raccontava dei luoghi del dopoguerra che gli sono rimasti nel cuore. All’interno del libro, edito, successivamente, nel 1993, il musico diviene scrittore e descrive le difficoltà di un itinerario praticato attraverso il disastro postbellico, a cui si aggiunge la ritrosia di Francesco, bambino di soli cinque anni, a seguire i genitori, lasciando il famigliare e sicuro nido di Pàvana per un incerto e imprevedibile inurbamento, come lui ama ricordare nella canzone Piccola Città: “cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria: io, la montagna nel cuore, scoprivo l’odore del dopoguerra”. Insomma quando il nostro Guccini canta, con felice sintesi, di questa “piccola città, bastardo posto”, traduce la memoria storica degli eventi ed esplicita un suo malessere personale, un disagio esistenziale, che non si discosta molto dalla realtà sociale di quegli anni. In un quartiere di Modena situato tra “la Via Emilia e il West”, Guccini comincia a conoscere i suoi compagni di avventura musicale e non solo, con i quali si esibisce in modi e ambiti al limite dell’informalità e della trasgressione, in bar, osterie, circoli culturali, carceri, fabbriche occupate o dismesse, teatri e teatrini, prima di approdare alle dimensioni degli stadi e dei palasport. Fino alla sua prima maturità, Guccini si è sempre esibito con modalità artigianali, vicine alla tradizione del cantastorie più che del cantautore, affrontando i sentieri delle osterie, dei cabaret, dell’affabulazione fulminante e coinvolgente, dell’esibizione schietta, essenziale e immediata che denuncia la precarietà dell’esistere, caratterizzata dal sottile spleen di baudelairiana memoria, da una velata malinconia e al contempo agguerrita passione di denuncia sociale. Tutta questa narrazione è raccolta nel nostro libro dal titolo Francesco Guccini in concerto, in cui Giunti Editore vuole rendere un altro omaggio al Maestro, avvalendosi dell’impegno di due straordinari ricercatori e collezionisti, Claudio Sassi e Odoardo Semellini, che hanno raccolto e riesumato una notevole e impressionante quantità di materiali inediti, dal profondo degli archivi, da cui hanno estrapolato manifesti, memorabilia, locandine, ritagli di giornale, interviste e biografie. Alle testimonianze, raccolte appositamente per questo volume, si sono aggiunti i racconti e le memorie dei tanti musicisti che hanno accompagnato il Cantautore nel tempo, da Flaco Biondini a Ellade Bandini, fino alle performance con il Club Tenco e ai duetti con Vecchioni, la Nannini, Ligabue, tramite approfondimenti collegati alla sua attività in studio e alla vita quotidiana, negli anni delle leggendarie notti all’Osteria delle Dame a Bologna e nel paesaggio pittoresco dell’Appennino Tosco Emiliano, intriso del clima triste e dimesso del dopoguerra, che, invece, è diventato, col tempo, una dimensione mitologica e poi storica della prima canzone d’Autore nel nostro Paese. Tutto questo nella straordinaria e sconosciuta trama esistenziale, intrisa di dialoghi, incontri, rapporti, progetti, in seguito a date, eventi, occasioni di un Cantautore che, negli anni, ha saputo intrattenere il suo pubblico, creando un legame empatico, caldo, coinvolgente, raccontato in questo nostro libro biografico che si è trasformato, man mano che veniva composto e prendeva forma, nel racconto pittoresco e avvincente di uno dei personaggi più impegnati e contestatori della canzone italiana, schierato per i significati ultimi della giustizia sociale, dell’uguaglianza dei diritti tra tutti gli esseri umani, con imprescindibile e costante coerenza, attraverso le doti artistiche più alte della semplicità, dell’immediatezza, dell’umanità, dell’impegno sociale, dell’amore per la musica e per il pubblico in un connubio armonioso, nel crescendo entusiastico dei concerti, senza eccessi maldestri di protagonismo, ma sempre al limite del goliardico, nel gusto della trasgressione sagace, nella ricerca dell’ironia, attraverso il piacere della compagnia, dell’avventura, alla luce della sapiente e vissuta sperimentazione artistica e musicale. A proposito del libro di Odoardo Semellini e Brunetto Salvarani “Di questa cosa che chiami vita”, Il Margine edizioni   In questa opera, un grande amore degli Autori per la loro stupenda terra, nella sua semplicità. La Grande Madre dai portici possenti e imponenti come braccia contadine a cullare tutti i “piccoli” nati dalla Fertile Terra Emiliana. Un ringraziamento profondo per quanto hanno ricevuto dalla vita, per l’ambiente nel quale sono cresciuti e per le opportunità offerte. Gli Autori, Brunetto Salvarani e Odoardo Semellini, amano parlare del proprio conterraneo Francesco Guccini perché ne apprezzano le qualità artistiche nell’insieme e l’onestà intellettuale nei confronti di altri cantautori, autori, scrittori e poeti, dai quali attinge spesso anche tutto ciò che ispirano con schiettezza e simpatica ironia. Trattare di Francesco Guccini potrebbe sembrare semplice, se non riduttivo agli occhi di chi lo conosce solo come cantautore. Iniziando la lettura di questo godibilissimo libro “sul Nostro amato conterraneo” i due sensibili Autori hanno quasi scoperto il notevole sapere di cui è permeato l’artista, non solo per la cultura varia e complessa, ma anche per la capacità di porla a servizio della propria arte compositoria, al fine di elargirla al suo amato e appassionato pubblico. Si ringraziano i due Autori per questa vasta e ricca panoramica sul Guccini che tutti accogliamo prevalentemente e sovente come cantautore con la chitarra a tracolla e l’aspetto dolce e burbero, quale personaggio artistico caratterizzato dalla peculiare e attenta ricerca di un sapere dotto, ma semplice e di tanta sensibilità. L’artista dimostra un’encomiabile considerazione che attribuisce e accorda agli amici, particolarmente quelli incontrati, conosciuti e vissuti all’ombra delle “osterie di fuori porta” e dei portici della bella e opulenta Bologna, grande madre, “donna emiliana di zigomo forte, capace d’amore e di morte”. E’ il suo vivere in quel mondo di notte, procrastinando una lunghissima età giovanile, “con Sartre che pontificava e Baudelaire” che cantava tra l’assenzio, un’esistenza, all’insegna dello spleen, dalla quale si impara tanto e tanto si rende. L’amore di amici “tanti quanti i denti in bocca a certi vecchi” ha determinato un sentito apprezzamento per la convivialità. Di amici ne ha avuti tanti di cui rimpiange la dipartita e che gli fanno vivere quel senso di solitudine avvertibile solo ora, quando l’età lo costringe a far di conto. Spera comunque che qualcosa di loro permanga in quelli futuri. Sicuramente di Guccini rimane e rimarrà anche l’ammirazione infinita per la costante coerenza con ciò che dice e pensa, che accompagnerà altre generazioni di giovani e artisti che dalla sua produzione potranno attingere l’amore, la solidarietà, l’ironia. (Laura Tussi in collaborazione con il suo papà Giulio)   Laura Tussi
August 8, 2026
Pressenza
A canzoni non si fan rivoluzioni. Si, ma…
Ricordo perfettamente la serata del 6 maggio 1976. Ero al Palalido di Milano, a un concerto di Francesco Guccini. Tutti avvertimmo, per qualche secondo, una strana vibrazione del pavimento. Ma l’attribuimmo a un errore dell’amplificazione, lanciata troppo forte. Solo al rientro a casa prendemmo coscienza che si era trattato del […] L'articolo A canzoni non si fan rivoluzioni. Si, ma… su Contropiano.
August 8, 2026
Contropiano
Tre ricordi diversi per Francesco Guccini
Ieri ci ha lasciato, all’età di ottantasei anni, Francesco Guccini. Musicista e scrittore, Guccini è stato uno dei massimi esponenti del cantautorato “impegnato” e politico italiano. Di seguito proponiamo tre brevi scritti di compagni, che ne hanno voluto tracciare un ricordo ciascuno a modo proprio. ******** Ci lascia Francesco Guccini. […] L'articolo Tre ricordi diversi per Francesco Guccini su Contropiano.
August 7, 2026
Contropiano
È morto Francesco Guccini: il nostro ricordo del cantastorie
Da Eskimo a Piazza Alimonda, senza essere un militante in senso stretto ma rimanendo sempre nel solco dei veri cantastorie, Francesco Guccini ha raccontato un’Italia che non si omologava. Per questo il nostro tributo al cantautore e scrittore emiliano è profondo e sentito. Un tempo i cantastorie andavano di paese in paese, di quartiere in quartiere: accompagnati dalla musica, raccontavano le storie popolari ed erano la coscienza profonda delle persone, spesso anche di chi non sapeva né leggere né scrivere. Nell’era delle case discografiche e della scuola di massa, Francesco è riuscito a mantenere intatta questa cifra identitaria, a non vendersi mai. Come cantava ne L’Avvelenata. A lui dobbiamo la trasmissione costante di contenuti e posizioni libertarie e anticlericali, mantenute vive anche dopo che il vento del ’68 — che fu alla base del successo della canzone d’autore e della riscoperta del folk — si è progressivamente esaurito. Senza dimenticare il profondo afflato pacifista di brani universali come Auschwitz. Lo vogliamo ricordare con la forza fiera delle sue parole, come quelle della sua celebre Cyrano: “Venite gente vuota, facciamola finita voi preti che vendete a tutti un’altra vita se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito guardatevi nel cuore, l’avete già tradito. E voi materialisti col vostro chiodo fisso che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso le verità cercate per terra da maiali tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali. Tornate a casa nani, levatevi davanti per la mia rabbia enorme mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco! Io non perdono, non perdono e tocco!” Che le tue ali ci portino ancora lontano dalle ghiande. Ciao Francesco.     Redazione Italia
August 6, 2026
Pressenza
«Non siam scappati più»
di Bruno Lai 29 aprile 1945: nasce Paolo Pietrangeli. In un certo senso, potremmo considerare Paolo Pietrangeli un “figlio d’arte”. I genitori, infatti, sono il regista Antonio Pietrangeli e la montatrice cinematografica Margherita Ferrone. Paolo Pietrangeli è un intellettuale poliedrico, che svolge un ruolo fondamentale per la cultura italiana del secondo Novecento. Pietrangeli è, prima di tutto, un uomo di