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Vivere oltre il baratro atomico
Oltre la deterrenza nucleare che è un genocidio totale programmato, l’Umanità vuole vivere e sopravvivere al baratro atomico Le motivazioni per cui è necessario collaborare con Ican la campagna internazionale per la proibizione delle armi nucleari. L’importanza di una collaborazione tra realtà di pace per porre fine all’incubo della deterrenza nucleare come genocidio programmato e per mettere fine alle tensioni geopolitiche che possono condurre all’escalation atomica e all’annientamento della civiltà umana attraverso l’apocalisse nucleare  La collaborazione tra il mondo del pacifismo e ICAN si colloca in una prospettiva etica e politica di grande rilevanza nel contesto contemporaneo. Essa rappresenta l’incontro tra memoria storica e impegno globale per la pace, tra l’eredità della Resistenza e la lotta internazionale contro una delle più gravi minacce alla sopravvivenza dell’umanità: le armi nucleari. Radici comuni: memoria, antifascismo e cultura della pace La nostra esperienza di attivisti nasce dall’esigenza della lotta partigiana contro il nazifascismo, un momento fondativo della democrazia italiana che ha posto al centro valori come la libertà, la dignità umana e il rifiuto della guerra come strumento di oppressione. Questa eredità si traduce ancora oggi in un impegno civile volto a promuovere una cultura della pace e della solidarietà tra i popoli. ICAN, insignita del Premio Nobel per la Pace, si muove nella stessa direzione, portando avanti una campagna globale per l’abolizione delle armi nucleari. Le varie organizzazioni condividono dunque un terreno comune: la convinzione che la sicurezza non possa fondarsi sulla violenza, ma debba poggiare su relazioni giuste, cooperative e rispettose dei diritti umani. La deterrenza nucleare come minaccia permanente Il sistema della deterrenza nucleare viene spesso presentato come garanzia di equilibrio e stabilità. Tuttavia, esso si fonda su una logica intrinsecamente paradossale: mantenere la pace attraverso la minaccia credibile di distruzione totale. Questo implica non solo la disponibilità all’uso di armi di sterminio di massa, ma anche la loro costante preparazione e modernizzazione. In tale prospettiva, la deterrenza assume i contorni di una violenza latente e strutturale, che incombe sull’umanità come una possibilità sempre presente. Il rischio non è soltanto teorico: errori tecnici, incomprensioni politiche o escalation improvvise potrebbero condurre a conseguenze irreversibili. In questo senso, la deterrenza può essere interpretata come una forma di annientamento programmato, sospeso ma continuamente possibile. Il diritto internazionale e il rifiuto della guerra L’azione di ICAN ha trovato una concreta espressione nel Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, che sancisce l’illegittimità di questi armamenti e ne vieta sviluppo, possesso e uso. Questo trattato rappresenta un passaggio fondamentale nel tentativo di costruire un ordine internazionale fondato su norme condivise e sul rispetto della vita umana. Tale prospettiva si armonizza pienamente con i principi della Costituzione Italiana, il cui articolo 11 afferma il ripudio della guerra come mezzo di offesa alla libertà degli altri popoli. L’attivismo pacifista e antifascista, in quanto custode della memoria e dei valori costituzionali, può svolgere un ruolo importante nel promuovere l’adesione a questi principi e nel diffondere una coscienza critica rispetto alle politiche di armamento. Educazione, memoria e mobilitazione civile Uno degli aspetti più significativi di una possibile collaborazione con ICAN riguarda il terreno dell’educazione e della sensibilizzazione. Disponiamo di una rete capillare sul territorio e di una consolidata esperienza nel dialogo con le nuove generazioni. ICAN, dal canto suo, offre una prospettiva internazionale e strumenti di mobilitazione globale. L’incontro tra queste realtà può generare percorsi educativi capaci di collegare la memoria delle tragedie del Novecento, come la guerra e le devastazioni atomiche, con i rischi del presente. In questo modo, la consapevolezza storica si trasforma in responsabilità attiva, stimolando l’impegno civico e la partecipazione. Disarmo e superamento delle tensioni geopolitiche Le armi nucleari non sono soltanto strumenti militari, ma anche fattori che alimentano diffidenza, competizione e polarizzazione tra gli Stati. La loro esistenza contribuisce a mantenere un clima di tensione permanente, ostacolando la costruzione di relazioni internazionali basate sulla fiducia e sulla cooperazione. Un’alleanza tra organizzazioni pacifiste e ICAN può rafforzare le richieste di disarmo e sostenere una visione alternativa della sicurezza, fondata sul dialogo, sul multilateralismo e sulla prevenzione dei conflitti. In questo senso, la società civile svolge un ruolo fondamentale nel sollecitare le istituzioni e nell’orientare il dibattito pubblico. Una visione condivisa di futuro Alla base della collaborazione con ICAN vi è una comune idea di futuro: un mondo in cui la sicurezza non sia garantita dalla paura, ma dalla giustizia e dalla solidarietà. Si tratta di una prospettiva che richiede un cambiamento culturale profondo, capace di mettere in discussione paradigmi consolidati e di aprire nuove strade. L’impegno congiunto di queste realtà può contribuire a costruire tale cambiamento, unendo memoria e azione, valori e progettualità. In un’epoca segnata da crisi e incertezze, questa collaborazione rappresenta non solo una risposta necessaria, ma anche una speranza concreta per il futuro dell’umanità.   Laura Tussi
May 16, 2026
Pressenza
A New York la conferenza del Trattato di non proliferazione: l’ora della verità per il disarmo nucleare
Mentre gli arsenali crescono e le potenze nucleari ignorano i propri obblighi, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione si apre in un clima di allarme: solo il TPAN offre un percorso concreto verso il disarmo. Dal 27 aprile al 22 maggio si svolge a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP). Rete Pace Disarmo segue con attenzione questo processo come parte della campagna ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017, e lo fa con un misto di urgenza e lucidità critica: urgenza, perché il momento non potrebbe essere più grave e lucidità, perché occorre guardare in faccia una realtà scomoda. Un trattato che non funziona più Il TNP è entrato in vigore nel 1970 fondato su una promessa reciproca: i Paesi privi di armi nucleari si impegnavano a non svilupparle, i cinque Stati già dotati di arsenali (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) si impegnavano a eliminarli. Cinquantasei anni dopo, una parte ha mantenuto la parola, l’altra no. Come documenta in dettaglio il “Cornerstone Report” di ICAN, le potenze nucleari hanno usato le conferenze di revisione del TNP per simulare il rispetto degli obblighi di disarmo, attraverso un linguaggio diplomatico costruito per oscurare piuttosto che comunicare, attraverso processi che sostituiscono l’attività ai risultati, attraverso un catalogo permanente di giustificazioni per cui il disarmo è sempre necessario ma mai ancora possibile. Il fallimento del pilastro del disarmo del TNP non è accidentale: è il prodotto di scelte deliberate da parte di Stati specifici. Le due precedenti conferenze di revisione (nel 2015 e nel 2022) si sono concluse senza nessun documento d’accordo. La terza fallisce già in partenza? È la domanda che aleggia sui lavori di queste settimane. La corsa al riarmo che non si può ignorare I numeri sono incontrovertibili. La spesa militare globale ha raggiunto nel 2025 la cifra record di 2.887 miliardi di dollari, secondo i dati del SIPRI, una cifra che equivale a oltre tredici volte l’ammontare totale degli aiuti allo sviluppo nel mondo. Per la prima volta in decenni, il numero delle testate nucleari nel mondo è in aumento. Nel solo 2024, i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso oltre 100 miliardi di dollari per i loro arsenali: un record storico, quasi 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Lo ha detto con chiarezza il Segretario Generale dell’ONU António Guterres, aprendo la conferenza il 27 aprile: “Le sciabole nucleari risuonano di nuovo. La sfiducia regna. Le norme conquistate con fatica si stanno erodendo. Il controllo degli armamenti sta morendo.” Un quadro impietoso, pronunciato davanti ai rappresentanti di 191 Stati. “Per troppo tempo il Trattato si è eroso. Gli impegni rimangono inadempiuti. La fiducia e la credibilità si assottigliano,” ha aggiunto Guterres, con un appello diretto: “Dobbiamo infondere nuova vita al Trattato.” E ancora, una domanda retorica rivolta all’intera comunità internazionale: “Abbiamo dimenticato che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere combattuta? Abbiamo dimenticato che le armi nucleari non rendono nessuno più sicuro?”. I Paesi dotati di armi nucleari non si stanno limitando a mantenere i loro arsenali: li stanno modernizzando, potenziando, adattando alle nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico introducono nuovi fattori di rischio che il TNP, nella sua architettura originaria, non è attrezzato ad affrontare. Alcuni governi stanno apertamente valutando l’acquisizione di armi nucleari. L’Europa discute di nuove alleanze nucleari e di dottrine modificate e il Canada ha annunciato forniture di uranio all’India, potenza nucleare non firmataria del TNP. Tutte notizie e tendenze che destano grande preoccupazione. Un’amnesia collettiva pericolosa Guterres ha evocato un’immagine potente: quella di un’amnesia collettiva che ha preso possesso del mondo. Non è passato molto tempo da quando i bambini si esercitavano ad accovacciarsi sotto i banchi in caso di attacco missilistico. Da quando la corsa agli armamenti nucleari ci aveva costretti a costruire rifugi antiatomici. Da quando i test nucleari distruggevano ambienti incontaminati e comunità vulnerabili. Da quando l’umanità viveva sotto l’ombra di un potenziale Armageddon nucleare. Eppure oggi quella memoria si è dissolta. Ed è in questo vuoto che prosperano le retoriche della deterrenza, le giustificazioni per nuove spese, i rinvii sine die del disarmo. All’apertura della conferenza, fuori dall’aula assembleare, gli hibakusha (i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki) hanno allestito una mostra per ricordare ai leader le loro responsabilità. Guterres li ha citati con parole di grande intensità morale: “Sono sopravvissuti al peggio che l’umanità aveva da offrire per mostrarci il meglio di essa. Ogni anno sono sempre meno, ma il loro messaggio al mondo non potrebbe essere più attuale e urgente”. E ha concluso con un appello: “Spezziamo l’amnesia collettiva sulle armi nucleari. Rinnoviamo la fiducia in ciò che possiamo raggiungere quando ci uniamo. Agiamo con urgenza per sollevare questa nube che pesa sull’umanità”. La sua sintesi finale risuona come un imperativo politico e morale: “Il disarmo non è la ricompensa della pace. Il disarmo è il fondamento della pace.” Il TPAN: il percorso concreto che esiste già Di fronte allo stallo del TNP, esiste uno strumento che non è interlocutorio e non è schiavo delle retoriche incrociate: il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN), in vigore dal gennaio 2021, di cui quest’anno ricorrono i cinque anni dall’entrata in vigore. Come ICAN documenta, la maggioranza dei Paesi del mondo dispone già di una risposta concreta alla crisi del disarmo nucleare: aderire e ratificare il TPAN, il primo strumento giuridicamente vincolante che mette fuori legge in modo esplicito le armi nucleari in tutte le loro fasi (sviluppo, produzione, stoccaggio, trasferimento, uso e minaccia d’uso). Il TPAN non è in contraddizione con il TNP: ne rappresenta l’adempimento più coerente, la traduzione concreta degli obblighi di disarmo dell’articolo VI che le potenze nucleari non hanno mai onorato. Dove il TNP ha promesso e non mantenuto, il TPAN costruisce norme, stigmatizza gli arsenali, crea pressione economica e politica per il disarmo reale. Rete Pace Disarmo chiede all’Italia (che come Paese ospita le armi nucleari della NATO sul proprio territorio, in virtù degli accordi di “nuclear sharing”) di riconsiderare la propria posizione e di aprire un dibattito pubblico, parlamentare e civile sulla partecipazione al TPAN. Non farlo significa essere complici di un sistema che tutti dichiarano di voler superare, ma che nessuno tra i potenti ha il coraggio di abbandonare. L’urgenza di agire Questa non è un’altra conferenza diplomatica di routine. Come ha dichiarato il presidente della conferenza, l’ambasciatore Do Hung Viet del Vietnam: “Il pericolo di una guerra nucleare è percepito e sentito in modo molto più concreto in questi giorni. Una corsa agli armamenti nucleari si sta profilando all’orizzonte”. Il rischio non è astratto. È presente, misurabile, crescente. Rete Pace Disarmo continuerà a seguire, denunciare e mobilitare. Perché il disarmo nucleare non è un’utopia: è una necessità e gli strumenti per perseguirla esistono. Basta avere il coraggio politico di usarli. Rete Italiana Pace e Disarmo
April 30, 2026
Pressenza
Nuovo rapporto “Don’t Bank on the Bomb”: in aumento le istituzioni finanziarie che investono nei produttori di armi nucleari
La nuova edizione del Rapporto “Don’t Bank on the Bomb” (promosso da ICAN e PAX e pubblicato ogni anno dal 2014 e dal titolo “Investing in the Arms Race”) mostra che 301 istituzioni finanziarie nel mondo hanno una significativa esposizione finanziaria verso aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari, un aumento del 15% rispetto ai risultati precedenti. Dopo un calo costante a partire dal 2021, per la prima volta il numero di investitori torna a crescere. Sullo sfondo di tensioni globali crescenti e di livelli record di spesa militare, il valore di borsa di molti grandi contractors della difesa è aumentato sensibilmente. Si è inoltre intensificata la pressione dei governi (in particolare europei) sugli investitori affinché abbandonino le restrizioni etiche sugli investimenti nelle aziende del settore militare. Di fronte alla minaccia della Russia e ai timori che gli Stati Uniti non possano più essere considerati un alleato affidabile in un eventuale conflitto con Mosca, alcuni governi hanno sostenuto che investire nel riarmo europeo non debba essere limitato da considerazioni etiche, spingendosi persino ad affermare che si tratti di un dovere morale. I MAGGIORI INVESTITORI GLOBALI I tre maggiori investitori in produzione di armi nucleari per valore di azioni e obbligazioni sono Vanguard, BlackRock e Capital Group. I tre principali erogatori di prestiti sono Bank of America, JPMorgan Chase e Citigroup. Il rapporto identifica 25 aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari: General Dynamics, Honeywell International e Northrop Grumman sono quelle con i contratti attivi di maggior valore, con importi potenziali rispettivamente di almeno 28, 75 e 16 miliardi di dollari. Tra le aziende con contratti miliardari figurano anche BAE Systems, Bechtel, Leonardo, Lockheed Martin e RTX. “Mentre gli esperti avvertono contro una nuova corsa alle armi nucleari, le istituzioni finanziarie di tutto il mondo continuano a investire nelle aziende coinvolte nella modernizzazione o nell’espansione degli arsenali nucleari. Essere legati alla produzione di armi nucleari comporta rischi significativi in termini di diritti umani. Invece di investire in questa industria dannosa, le istituzioni finanziarie dovrebbero esercitare la propria influenza per promuovere comportamenti aziendali responsabili”, evidenzia  Alejandra Muñoz di PAX, autrice principale del Rapporto. “Per la prima volta da anni, il numero di investitori che cercano di trarre profitto da una corsa agli armamenti è in aumento: si tratta di una strategia a breve termine e rischiosa, che contribuisce a una pericolosa escalation. È impossibile trarre profitto da una corsa agli armamenti senza alimentarla. Gli investitori hanno una scelta, e scommettere su una corsa agli armamenti è rischioso sia per i portafogli che per il mondo” aggiunge inoltre Susi Snyder, Direttrice dei Programmi della International Campaing to Abolish Nuclear Weapons (ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017). IL TRATTATO TPNW E IL DISINVESTIMENTO I nove Stati dotati di armi nucleari stanno modernizzando e/o espandendo i propri arsenali, alimentando la domanda per queste armi. Negli anni precedenti, nonostante il generale aumento del valore degli investimenti in aziende del settore armiero dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, il numero totale di istituzioni finanziarie con una significativa esposizione verso i produttori di armi nucleari era in calo. Quest’anno, per la prima volta dal 2021, tale numero è tornato ad aumentare. Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), entrato in vigore oltre cinque anni fa, ha generato una nuova norma internazionale che ha avuto un effetto stigmatizzante sulle armi nucleari, inducendo molte istituzioni attente alle considerazioni ambientali, sociali e di governance (ESG) a voltare le spalle alle armi nucleari – e ad altre armi controverse. Il valore totale degli asset gestiti da istituzioni che evitano di investire nelle aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari supera oggi i 4.000 miliardi di dollari, e molte di queste istituzioni citano esplicitamente il TPNW come ragione di tale scelta. FOCUS ITALIA: NOVE BANCHE PER 5,7 MILIARDI CON UN LEGGERO CALO RISPETTO ALL’ANNO SCORSO Tra gennaio 2023 e settembre 2025, nove istituzioni finanziarie italiane hanno avuto rapporti sostanziali di finanziamento o investimento con aziende produttrici di armi nucleari, erogando complessivamente oltre 5,74 miliardi di dollari in prestiti e sottoscrizioni. Il dato va letto in controluce rispetto a quello dell’edizione precedente: nel rapporto 2024 erano otto gli istituti italiani coinvolti, per un totale di 6,3 miliardi di dollari. Il che significa che, pur aumentando di un unità il numero di banche presenti nella lista, il volume complessivo dei finanziamenti è sceso di circa 560 milioni di dollari. Al vertice della classifica si conferma UniCredit, che rimane di gran lunga il principale finanziatore italiano del settore con 2,84 miliardi di dollari complessivi tra prestiti e sottoscrizioni (cifra comunque in netto calo rispetto ai 4,5 miliardi dell’anno precedente) e rapporti finanziari con un ampio ventaglio di produttori: Honeywell, Leonardo, Lockheed Martin, Northrop Grumman, RTX, Rolls-Royce, Thales e Airbus. Intesa Sanpaolo segue con 718 milioni (contro gli 885 milioni del 2024), con esposizioni verso Bechtel, Boeing, Lockheed Martin e Rolls-Royce. Le altre sette banche – Banco BPM (271 milioni), BPER Banca (200 milioni), Cassa Depositi e Prestiti (110 milioni), Banca Monte dei Paschi di Siena, Banca Passadore & C., Banca Popolare di Sondrio e Mediobanca (88 milioni ciascuna) – risultano coinvolte esclusivamente per i loro rapporti finanziari con Leonardo, unica azienda italiana presente tra le 25 produttrici di armi nucleari identificate nel rapporto. Leonardo detiene infatti una quota del 25% in MBDA, il consorzio europeo che è contraente principale per i missili nucleari ASMPA dell’arsenale francese e che è già al lavoro sul successore ASN4G. L’azienda, il cui azionista di riferimento è il Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha inoltre ricevuto contratti per oltre 4 miliardi di dollari per la fornitura di componenti di propulsione elettrica integrata ai sottomarini nucleari della U.S. Navy della classe Columbia. “I dati di quest’anno confermano una tendenza che non possiamo ignorare: il sistema bancario italiano è tutt’altro che estraneo alla corsa agli armamenti nucleari. Certo, il calo del volume complessivo dei finanziamenti è un segnale che va registrato positivamente, così come la flessione nei portafogli dei due principali istituti coinvolti. Ma il fatto che il numero di banche presenti nella lista sia salito da otto a nove, in un contesto globale in cui gli investitori in armi nucleari tornano ad aumentare per la prima volta dopo anni, ci dice che la rotta non è ancora stata invertita. I risparmiatori italiani hanno il diritto di sapere dove finiscono i loro soldi, e di pretendere che le banche a cui li affidano non li utilizzino per finanziare le armi più distruttive del pianeta”, evidenzia Francesco Vignarca, coordinatore campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo (promotrice nel nostro Paese insieme a Senzatomica della campagna “Italia, ripensaci” per il disarmo nucleare)   __________________ Il Rapporto “Don’t Bank on the Bomb 2025” è disponibile su www.dontbankonthebomb.com Rete Italiana Pace e Disarmo
April 24, 2026
Pressenza
Perugia 2026: l’energia delle nuove generazioni sfida l’inverno nucleare
Perugia non è solo una città che ospita un evento; per quattro giorni all’anno, le sue pietre medievali diventano le pareti di una redazione a cielo aperto. L’edizione 2026 del Festival Internazionale del Giornalismo (#ijf26) ha celebrato il suo ventennale non con una rassegna nostalgica, ma con uno sguardo netto sul presente. Ciò che ha definito questa edizione, più di ogni altra, è stata la presenza massiccia degli under 25. Migliaia di studenti universitari, giovani reporter freelance e volontari provenienti da ogni angolo del globo hanno occupato Corso Vannucci. Non erano lì per “fare numero”: li si trovava in prima fila, taccuino alla mano, a incalzare i direttori delle testate internazionali o a partecipare a workshop tecnici con una competenza spesso sorprendente. È la “Generazione Perugia”: un pubblico che non si accontenta più di consumare notizie, ma vuole capirne i processi e interrogare il potere. Tra i molti temi affrontati, l’incontro del 17 aprile “Cosa devono sapere i giornalisti sulle armi nucleari” ha offerto una delle analisi più dense del programma. Coordinato da Robert K. Elder, il panel ha messo al centro un dato ormai consolidato: l’era della riduzione degli arsenali nucleari è finita. L’intervento di Matt Korda, direttore associato del Nuclear Information Project presso la Federation of American Scientists (FAS) e co-autore del Nuclear Notebook — una delle principali stime indipendenti sulle forze nucleari globali basata su fonti aperte — ha delineato un quadro preciso. Dopo decenni di riduzione post-Guerra Fredda, tutti e nove i Paesi dotati di armi nucleari stanno modernizzando i propri arsenali, con decisioni che incideranno sulla sicurezza globale per i prossimi 75 anni. Parallelamente, la trasparenza diminuisce: sempre più informazioni vengono classificate, rendendo difficile il controllo pubblico. In questo contesto, Korda ha sottolineato il ruolo cruciale dell’OSINT (Open Source Intelligence): oggi, grazie a immagini satellitari e dati accessibili, è possibile ricostruire dinamiche che un tempo erano appannaggio esclusivo delle agenzie di intelligence. Uno strumento fondamentale, soprattutto mentre il sistema nucleare evolve da un equilibrio tra due superpotenze a un quadro più complesso e multipolare, in cui le dinamiche tra Stati producono effetti a catena. Nel dibattito, Beatrice Fihn — direttrice di Lex International Fund ed ex Executive Director della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN), la coalizione vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2017 — ha spostato il focus sulle implicazioni politiche e democratiche. Tre i punti centrali del suo intervento: – Il deficit democratico: la presenza di armi nucleari in Italia (Ghedi e Aviano) senza che il Parlamento sia mai stato informato ufficialmente. – Il paradosso operativo: piloti italiani chiamati a sganciare bombe statunitensi su ordine di un presidente straniero, con implicazioni giuridiche e morali rilevanti. – I limiti della deterrenza: nei conflitti contemporanei, ha sostenuto, le armi nucleari non si sono dimostrate strumenti efficaci di controllo, pur continuando ad assorbire risorse significative. Riprendendo le analisi della Croce Rossa, il panel ha inoltre evidenziato le conseguenze umanitarie di un eventuale uso dell’arma nucleare: in caso di esplosione, non esiste una risposta efficace. Gli operatori umanitari stessi, secondo i protocolli, dovrebbero ritirarsi per proteggere le proprie vite, poiché non vi sarebbe modo di assistere adeguatamente le vittime. Da qui il richiamo al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), indicato come tentativo di riportare il dibattito dal piano strategico-militare a quello della sicurezza umana. L’immagine finale è quella della Sala dei Notari gremita di giovani che, all’uscita, continuano a discutere di arsenali, trattati e responsabilità politica. Se il tema nucleare è stato a lungo confinato negli spazi della strategia militare, a Perugia è tornato al centro del dibattito pubblico.   Tiziana Volta
April 21, 2026
Pressenza