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Il Medico della Pace. L’Eredità mondiale di Ronald McCoy e la nascita di ICAN /2
continua da Il Medico della Pace. L’Eredità mondiale di Ronald McCoy e la nascita di ICAN /1 La testimonianza di Michele Di Paolantonio Per comprendere il significato di quella esperienza abbiamo raccolto la testimonianza di Michele Di Paolantonio, presidente dell’AIMPGN e protagonista di quella stagione del movimento medico per la pace. Dottor Di Paolantonio, che cosa ricorda della presenza di Ronald McCoy in Italia? Ronald McCoy venne in Italia nel novembre 2003, in occasione del IV World Summit of Nobel Peace Laureates, a Roma. Da molti anni sul nostro sito italiano pubblichiamo una fotografia storica che lo ritrae con Mikhail Gorbaciov insieme agli altri due componenti della delegazione IPPNW che Ron aveva voluto con sé: il presidente dell’AIMPGN, affiliata italiana dell’IPPNW, e il rappresentante mondiale degli studenti dell’IPPNW. In quella occasione donammo a Gorbaciov, direttore dei Summit, il rapporto Collateral Damages, elaborato da David McCoy, figlio di Ronald e medico a Londra, insieme a Oxfam. Ronald lo aveva portato a Roma. Il rapporto descriveva circa 100 mila morti nella seconda guerra del Golfo, dei quali 40 mila civili, vittime di quelli che venivano definiti “danni collaterali”. Ron fu ricevuto anche dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici e guidò l’assemblea dell’AIMPGN nella stessa sede della FNOMCeO. E poi tornò a Roma nel 2004. Che cosa accadde al NATO Defense College? “Ron tornò a Roma nel marzo 2004 e guidò un seminario internazionale storico al NATO Defense College sulle armi di distruzione di massa. Fu un momento straordinario. Alla fine del suo intervento conclusivo, davanti ai membri di circa novanta delegazioni internazionali, sostenne con grande forza che le armi nucleari avrebbero dovuto essere cancellate dalla comunità internazionale, proprio come era stata cancellata la schiavitù. Il suo ragionamento era semplice: ciò che oggi appare impossibile può diventare realtà quando la comunità internazionale assume una decisione comune, scritta e sottoscritta. Fu allora che spiegò alla delegazione IPPNW che il movimento dei medici avrebbe dovuto coinvolgere molte altre categorie professionali e sociali nella battaglia contro le armi nucleari. Era già, in qualche modo, l’idea di ICAN.” Quella intuizione sarebbe diventata realtà pochi anni dopo. Sì. Nel 2007 nacque ICAN. E io non dimenticherò mai il suo sorriso quando venne a Oslo il 10 dicembre 2017, per il nostro secondo Premio Nobel per la Pace: quella volta era il Nobel assegnato a ICAN. Ron era un gigante per la sua famiglia, per il suo Paese, la Malesia, e per tutti noi.” La testimonianza di Di Paolantonio restituisce alla figura di McCoy una dimensione che va oltre la semplice cronologia della nascita di ICAN. Mostra infatti come l’idea dell’abolizione nucleare maturasse dentro una rete internazionale di medici, studenti, associazioni, premi Nobel e rappresentanti della società civile, ma anche attraverso il confronto diretto con le istituzioni della sicurezza internazionale. È significativo che uno dei passaggi ricordati da Di Paolantonio sia avvenuto proprio in un ambiente come ilNATO Defense College. McCoy non cercava soltanto di parlare a chi era già convinto del disarmo. Voleva portare l’argomento nel cuore stesso della discussione strategica, sostenendo che la vera sicurezza non potesse essere costruita sulla possibilità permanente di distruggere l’altro. Dalla medicina alla politica della vita Questa è forse la lezione più importante lasciata da Ronald McCoy. Il medico vede la persona prima ancora di vedere il soldato, il cittadino, l’appartenenza nazionale o l’avversario. Davanti alla guerra nucleare questa prospettiva diventa ancora più radicale: non esiste una vittima “nemica” di una bomba atomica, perché gli effetti della contaminazione, delle radiazioni, della distruzione delle infrastrutture sanitarie e dell’alterazione degli ecosistemi possono estendersi molto oltre il luogo dell’esplosione e molto oltre il tempo del conflitto. La medicina diventa così una forma di diplomazia dal basso. Non sostituisce la politica, ma pone alla politica un limite etico: esistono strumenti di guerra davanti ai quali non è possibile garantire una risposta sanitaria proporzionata. Da qui la forza dell’argomento umanitario che ICAN avrebbe portato nella discussione internazionale. Non si tratta soltanto di stabilire quale Stato possieda più armi, quale arsenale sia più potente o quale strategia di deterrenza sia più efficace. La domanda fondamentale è un’altra: può essere considerato accettabile uno strumento la cui utilizzazione comporterebbe conseguenze catastrofiche per le popolazioni civili e per l’ambiente? Nel 2017 questa impostazione trovò una traduzione concreta nel Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato dalle Nazioni Unite il 7 luglio di quell’anno. Pochi mesi dopo arrivò il riconoscimento del Nobel per la Pace a ICAN. (AIMPGN) Il Premio Nobel non rappresentò, per McCoy e per i suoi compagni di strada, il punto conclusivo di una battaglia. Al contrario, fu la conferma che una prospettiva considerata per lungo tempo marginale era riuscita a entrare nel cuore del diritto internazionale e della coscienza pubblica. Un’eredità ancora attuale Ronald McCoy appartiene a quella generazione di medici che ha trasformato il giuramento professionale in una responsabilità planetaria. La sua esperienza dimostra che la medicina non può limitarsi alla cura degli effetti della violenza quando è chiamata anche a interrogarsi sulle cause che la producono. La sua vicenda parla di Hiroshima e Nagasaki, della Guerra Fredda, delle guerre del Golfo, delle armi di distruzione di massa, ma anche del nostro presente. In un mondo nel quale gli arsenali nucleari continuano a esistere e nel quale il linguaggio della deterrenza torna con forza nel dibattito politico e militare, la domanda posta da McCoy rimane intatta: che cosa significa sicurezza? È sicurezza la possibilità di distruggere l’avversario e contemporaneamente mettere a rischio la propria popolazione? Oppure la sicurezza deve essere ripensata come capacità di prevenire la guerra, ridurre gli arsenali, costruire fiducia e creare strumenti internazionali capaci di impedire la catastrofe? McCoy aveva scelto senza esitazioni la seconda strada. La sua idea di pace non era ingenua. Era profondamente concreta. Partiva dalla medicina, dalla conoscenza scientifica degli effetti delle armi nucleari e dalla consapevolezza che, una volta iniziata una guerra atomica, non sarebbe più possibile controllarne pienamente le conseguenze. Per questo la sua eredità appartiene contemporaneamente alla scienza, alla politica, al diritto internazionale e alla società civile. Ronald McCoy ha lasciato un insegnamento che appare oggi ancora più necessario: la pace non è soltanto l’assenza della guerra, ma la costruzione quotidiana delle condizioni che rendono impossibile la distruzione dell’altro. Il suo percorso, dalla sala operatoria alla mobilitazione internazionale, dimostra che anche un medico può incidere sulla storia quando decide di non considerare la propria professione separata dalla responsabilità verso l’umanità. La nascita di ICAN è la prova concreta di questa intuizione: un’idea nata nel mondo dei medici, trasformata in una campagna globale e infine tradotta in un trattato internazionale. Per questo ricordare McCoy oggi non significa soltanto celebrare un uomo che ha dedicato la propria vita al disarmo. Significa raccogliere una domanda che continua a interpellare la coscienza del mondo: se la medicina sa che non potrà curare una guerra nucleare, perché la politica dovrebbe continuare a considerarla uno strumento legittimo della sicurezza? Il “Medico della Pace” aveva già indicato la risposta. Le armi nucleari non devono essere rese semplicemente più sicure, più moderne o più efficienti. Devono essere abolite. Come la schiavitù, ricordava McCoy, anche l’arma nucleare può sembrare per un tempo un elemento inevitabile della storia. Ma la storia cambia quando l’umanità decide di trasformare ciò che appare inevitabile in ciò che non è più accettabile. È questa la grande eredità di Ronald McCoy. E anche per questo, ogni volta che la comunità internazionale torna a discutere di pace e disarmo, la sua voce continua a essere presente. La parte storica su ICAN e McCoy è stata verificata anche alla luce del ricordo ufficiale pubblicato da ICAN il 1° settembre 2026, che conferma la sua nascita nel 1930, il ruolo nell’IPPNW, la proposta di ICAN a metà degli anni Duemila, la fondazione nel 2007 e il Nobel per la Pace del 2017.   Laura Tussi
September 6, 2026
Pressenza
La scomparsa di un grande uomo
Apprendiamo con dolore la scomparsa, il 1° settembre scorso, di Ronald McCoy, già Co-presidente di IPPNW e ispiratore della Campagna ICAN. Riportiamo un ricordo, trasmesso al figlio David, da Michele Di Paolantonio Presidente di AIMPGN. Caro David, AIMPGN, l’affiliata italiana del nostro IPPNW, piange con te e tutta la tua grande famiglia per la perdita del nostro grande RON. Il Prof. Ronald McCoy venne in Italia nel novembre 2003, al IV Vertice Mondiale dei Premi Nobel per la Pace, a Roma. Sul nostro sito italiano pubblichiamo da molti anni la sua foto storica con Mikhail Gorbaciov con gli altri due membri della delegazione IPPNW che voleva con lui. In quell’occasione donammo a Gorbaciov, direttore dei vertici, il tuo rapporto “Danni collaterali” che hai sviluppato con Oxfam e che tuo padre ha portato a Roma, descrivendo 100.000 morti nella seconda guerra nel Golfo, di cui 40.000 erano civili, morti per “errori” nei cosiddetti “Danni collaterali”. In quell’occasione Ron è stato ricevuto dall’Associazione Medica Italiana (FNOMCeO) e ha guidato l’Assemblea di AIMPGN nel sito di FNOMCeO stesso. È tornato a Roma nel marzo 2004 e ha guidato uno storico seminario globale presso il Collegio NATO di Roma sulle armi di distruzione di massa e ha ottenuto una posizione generale dai membri di circa 90 delegazioni internazionali quando, nel suo grande discorso conclusivo, ha detto che le armi nucleari avrebbero dovuto essere cancellate (così come la schiavitù è stata cancellata!) dalla comunità internazionale, semplicemente, con una decisione internazionale globale scritta e sottoscritta! Proprio in quel momento ha spiegato alla delegazione IPPNW che IPPNW avrebbe dovuto spostare molti altri soggetti professionali e sociali per combattere contro le armi nucleari. Così nel 2007 è stata fondata ICAN. Ora che TPNW è in corso, non dimenticherò mai il suo sorriso quando è venuto a Oslo il 10 dicembre 2017, per il nostro secondo Premio Nobel per la Pace, quella volta per ICAN. Ron, tuo padre, era un gigante gentile per te, la tua famiglia, il tuo paese e tutti noi. Ti preghiamo di accettare la profonda partecipazione al tuo dolore e le sincere condoglianze alla tua famiglia. International Physicians for the Prevention of Nuclear War
September 3, 2026
Pressenza
Dare concretezza al principio di pace sancito dalla Costituzione tedesca
> La Costituzione tedesca fu approvata nel 1949, ancora sotto l’immediata > influenza della Seconda guerra mondiale, iniziata proprio dalla Germania. > Contiene articoli che puniscono le attività militari di aggressione attuati > dalla Germania. La Costituzione tedesca manca però di concretizzazioni che > potrebbero impedire alla Germania una spirale di escalation militare. SUCCESSI E FALLIMENTI NEL DISARMO NUCLEARE Gli autori della Costituzione hanno ignorato l’inconcepibilità degli attacchi nucleari, nonostante Hiroshima e Nagasaki. L’8 luglio 2026 in oltre 8000 città e Comuni di tutto il mondo è stata issata la bandiera dei Mayors for Peace (Sindaci per la pace). In Germania sono quasi 850 le città che inviano questo segnale per la pace. L’organizzazione è stata fondata nel 1982 dal sindaco di Hiroshima e si impegna per l’abolizione delle armi nucleari. In tutto il mondo ci sono oltre 12.000 testate nucleari, di cui circa 9000 sono classificate come pronte all’uso. È stato ricordato anche il parere della Corte internazionale di giustizia (CIG) dell’Aia sulla legalità delle armi nucleari, pubblicato 30 anni fa – l’8 luglio 1996. Secondo la Corte suprema delle Nazioni Unite, la minaccia e l’uso di armi nucleari sono fondamentalmente incompatibili con le regole del diritto internazionale umanitario. Ciò ha comportato l’obbligo per tutti gli Stati di condurre negoziati in buona fede per un completo disarmo nucleare e di concluderli con successo. Gli Stati dotati di armi nucleari non hanno ancora adempiuto a questo obbligo. Al contrario: attualmente, con un enorme dispendio finanziario, i sistemi d’arma nucleari – anche attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale – vengono “modernizzati”, cioè resi sempre più efficaci e pericolosi. “30 anni dopo il parere della Corte Internazionale di Giustizia, non stiamo assistendo ad alcun progresso nel disarmo nucleare, ma ad una nuova fase di riarmo. La Germania non può rassegnarsi. Il governo federale dovrebbe rafforzare il diritto internazionale, impegnarsi per passi concreti verso il disarmo e spianare la strada all’adesione al Trattato delle Nazioni Unite per la proibizione delle armi nucleari “, afferma Juliane Hauschulz, membro del consiglio di amministrazione di ICAN Germania. Il Trattato è stato adottato alle Nazioni Unite nel 2017 da 122 Stati ed è entrato in vigore il 22 gennaio 2021. Nel frattempo, 99 Stati hanno firmato il trattato di divieto, 74 Stati l’hanno ratificato o aderito. “30 anni dopo il parere legale, abbiamo bisogno di una nuova discussione strategica su come continuare il percorso dal divieto all’eliminazione. Mentre gli Stati dotati di armi nucleari continuano ciecamente il loro cammino verso la distruzione finale, il resto del mondo ha bisogno di una nuova tabella di marcia per l’abolizione”, afferma Xanthe Hall, ex Esperta in disarmo dell’IPPNW (Medici per la prevenzione della Guerra Nucleare). Oltre agli Stati dotati di armi nucleari, anche tutti gli Stati della NATO che non possiedono armi nucleari non hanno firmato o ratificato il Trattato. Invece Stati popolosi come Brasile, Malesia, Nigeria, Indonesia, Repubblica Democratica del Congo, Vietnam e Cambogia hanno ratificato il Trattato. IL DISARMO E IL CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI NON SONO PIÙ AL CENTRO DELL’ATTENZIONE Con una maggioranza di 2/3, il parlamento federale tedesco uscente ha approvato il 18 Marzo 2025 l’abolizione del freno all’indebitamento. 513 deputati hanno votato – con 207 voti contrari – a favore di un allentamento del freno all’indebitamento nella Costituzione. È stato deciso un aumento significativo delle spese per la difesa e un patrimonio speciale di 100 miliardi di €, tra l’altro per gli interventi infrastrutturali. Con questa decisione, il freno all’indebitamento può essere facilmente aggirato in futuro ad esempio per ulteriori armamenti con una decisione a maggioranza del Bundestag. Ciò significa che non vi è più alcun limite di spesa per i programmi di potenziamento in Germania. Questo è stato deciso rapidamente nel Bundestag senza la necessaria discussione nell’opinione pubblica tedesca. Il cancelliere Friedrich Merz vuole che la Germania abbia il più forte esercito convenzionale d’Europa. Nel frattempo, il governo federale adotta l’obiettivo di armamento della NATO del 5% del prodotto interno lordo e la Germania è ora al 4° posto nel mondo per quanto riguarda la spesa per gli armamenti. La Germania parteciperà anche con una quota elevata agli 800 miliardi previsti dall’UE per il riarmo europeo entro il 2030. Dopo il ritorno dal vertice della NATO ad Ankara, il Cancelliere ha anche comunicato di aver concordato con Donald Trump che la Repubblica federale avrebbe acquistato missili da crociera americani Tomahawk dagli Stati Uniti e che li avrebbe stazionati in Germania. “Stiamo colmando un’importante lacuna strategica nella nostra difesa”, ha detto Merz nella sua dichiarazione governativa. I missili da crociera possono trasportare testate da 450 chilogrammi e combattere obiettivi fortificati come sistemi antiaerei, centri di comando e aeroporti militari. A un’altitudine di volo inferiore a 200 metri, sono difficili da localizzare dai radar avversari e potrebbero raggiungere obiettivi in Russia in pochi minuti distruggendo missili nucleari russi e altre infrastrutture. Si tratta chiaramente di armi offensive che potrebbero indurre la Russia a reagire di conseguenza. Il progetto di armamento è stato concordato senza un’offerta negoziale simultanea alla Russia, come nel caso della doppia decisione della NATO sotto Helmut Schmidt. Inoltre, questa misura di armamento – proprio come il fallito dispiegamento dei missili statunitensi alla fine del 2026 – è avvenuta senza un dibattito pubblico in Germania. Chi pensa ancora al controllo degli armamenti, figuriamoci al disarmo! Il Paese deve diventare “abile alla guerra”, prepararsi alla guerra. La società deve prepararsi a una possibile “guerra difensiva” in tutti gli ambiti della vita. Ciò vale, tra l’altro, per la sanità, l’economia e l’industria, nonché per i settori della comunicazione e della logistica. Sono previste ampie misure di costruzione per bunker e il potenziamento delle linee ferroviarie e dei ponti. La difesa aerea militare deve essere rafforzata per garantire la protezione della società civile e dell’approvvigionamento energetico e idrico. Ciò viene giustificato con l’aggressione russa in Ucraina e dal rischio che la Russia attacchi uno Stato della NATO nel prossimo futuro. Ma questo è piuttosto improbabile, dal momento che la Russia non riesce nemmeno a occupare l’Ucraina da più di quattro anni e l’attacco a uno Stato della NATO innescherebbe la reazione dell’alleanza. La Russia avrebbe quindi a che fare con una netta superiorità militare. Anche la parte europea della NATO – quindi senza gli Stati Uniti – sarebbe significativamente superiore alla Russia in termini di scorte di armi convenzionali e forza militare. LA PACE COME REQUISITO DELLA COSTITUZIONE TEDESCA “Consapevole della sua responsabilità davanti a Dio e agli uomini, animato dalla volontà di servire la pace del mondo come membro a pieno titolo di un’Europa unita, il popolo tedesco si è dato questa Legge fondamentale in virtù del suo potere costituente”, così il preambolo della Legge fondamentale. Carlo Schmidt, il “padre spirituale” di questo testo normativo, ha costruito su un immutato imperativo di pace della Germania nel quadro di un sistema di sicurezza collettiva. Impegnarsi con tutte le forze per la pace. Così hanno fatto gli autori della Costituzione, i sopravvissuti della 2° Guerra mondiale, come imperativo di pace scritto nella Costituzione. L’articolo 26 (1) della Legge fondamentale recita: “Azioni idonee e intraprese con l’intento di turbare la pacifica convivenza dei popoli, in particolare la preparazione di una guerra di aggressione, sono incostituzionali. Devono essere puniti.” Heribert Prantl nel suo libro “Vincere la pace” (2024, 166) afferma: “La Germania e l’Europa non hanno bisogno di capacità belliche, ma di capacità di pace; questa è la lezione della storia europea. La pace non è una formula vuota, una parola di riempimento o un vocabolario di gioielli. È il principio fondamentale della Costituzione”. Tuttavia, fino ad oggi non è stato possibile dare a questo imperativo costituzionale una forma sostenibile, come il principio dello Stato sociale: “La Costituzione include il mandato normativo di mettere l’esistenza di una forza armata in concordanza pratica con il comandamento della pace. Il primato proclamato del riarmo e l’uso eccessivo di fondi pubblici a tal fine spostano questo precario equilibrio nella direzione di un ritorno al militarismo. La Germania ha avuto già due volte eserciti pronti alla guerra. E molto prima dello spargimento di sangue in guerra, inizia la militarizzazione all’interno…Quindi, invece di cercare scuse sul perché la pace sia auspicabile, ma purtroppo impossibile da fare, è necessario difendere la convinzione che la Costituzione dovrebbe servire la pace e non preparare la guerra. Con questo imperativo normativo, i piani per un eccessivo riarmo sono incompatibili. Mettono in pericolo la sicurezza che fingono di servire”, afferma Andreas Engelmann, professore di giurisprudenza presso l’Università del Lavoro di Francoforte e segretario federale dell’Associazione dei giuristi democratici (VDJ). “SICUREZZA COMUNE” COME GUIDA In occasione del vertice straordinario della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione (CSCE), il 21 novembre 1990 è stata approvata e firmata la Carta di Parigi. L’obiettivo del documento era ed è la creazione di un nuovo ordine di pace in Europa dopo la fine della guerra fredda e la divisione dell’Europa. “Decidiamo di creare meccanismi per prevenire i conflitti tra gli Stati partecipanti. Cercheremo non solo modi efficaci per prevenire possibili conflitti con mezzi politici, ma anche meccanismi adeguati per la risoluzione pacifica di eventuali controversie, in conformità con il diritto internazionale. Di conseguenza, ci impegniamo a cercare nuove forme di cooperazione in questo settore “, così recita la Carta di Parigi del 1990. Nel suo libro “Conquistare la pace” (2024), il pubblicista Heribert Prantl continua a sostenere questo approccio alla politica di pace: “La ricerca di un ordine di pace paneuropeo, non può e non deve quindi essere considerata una strada sbagliata, un’impresa inutile – anche perché ogni altra strada è così pericolosa da poter portare a una fine dei tempi”. La Commissione Palme del 1982, alla quale hanno partecipato 19 eminenti politici ed esperti dell’Est e dell’Ovest, del Nord e del Sud, tra cui l’ex ministro federale tedesco ed esperto di disarmo Egon Bahr, ha analizzato approfonditamente le conseguenze pericolose per la vita della dottrina della deterrenza nucleare durante l’apice della guerra fredda e ne ha tratto notevoli conclusioni, che ha riassunto in un concetto alternativo di “sicurezza comune”: “Al giorno d’oggi, la sicurezza non può essere ottenuta unilateralmente. Viviamo in un mondo le cui strutture economiche, politiche, culturali e soprattutto militari sono sempre più interdipendenti. La sicurezza della propria nazione non può essere acquistata a spese di altre nazioni”. Il rapporto Palme sulla “sicurezza comune” è un punto di riferimento nelle sue raccomandazioni, soprattutto in tempi di crisi. Ha chiesto il ritorno ai negoziati sul controllo degli armamenti e sul disarmo. Anche se nella situazione attuale sembra difficile rivitalizzare questo concetto, la “sicurezza condivisa” è un concetto che potrebbe promuovere la pace sostenibile e la giustizia climatica. In particolare, la “sicurezza condivisa” apre opportunità per bilanciare interessi geopolitici opposti e aprire una porta ai negoziati. Se ci sia una reale possibilità di riprendere questa strada è attualmente difficile da immaginare alla luce della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, contraria al diritto internazionale. Ma lo sforzo per la pace in Europa non deve essere abbandonato. Nel suo studio “Conseguenze e prevenzione della guerra” (1971), il fisico e filosofo Carl Friedrich von Weizsäcker ha sollecitato una strategia per prevenire la guerra. Le conseguenze di una guerra nucleare in Europa centrale sarebbero esistenziali. Pertanto, sarebbe importante ridurre al minimo il rischio di guerra attraverso il controllo degli armamenti e il disarmo – così von Weizsäcker: “Non abbiamo una prospettiva sufficiente per sopportare una guerra, anzi solo per sopravvivere; siamo obbligati a prevenirla”. Invito alla firma: Disarmo ORA! > L’annuncio del presidente degli Stati Uniti di non schierare nuovi missili da > crociera in Germania è l’occasione per un cambiamento di politica che ponga > fine all’attuale fase di escalation degli armamenti. > > Ci aspettiamo che la Germania prenda immediatamente un’iniziativa per i > negoziati internazionali sul disarmo e sul controllo degli armamenti sotto > l’egida delle Nazioni Unite. Tuttavia, il tentativo di sviluppare nuove armi a > medio raggio con i partner europei non è una soluzione. Conduce direttamente > in un’altra spirale di escalation che deve essere fermata. Ciò aumenta anche > il rischio di una guerra nucleare. I missili ipersonici sono armi d’attacco. > Possono colpire siti di armi nucleari in 10 minuti. Al contrario, questo vale > anche per i missili ipersonici russi. Tuttavia, le sedi negli Stati Uniti non > sono raggiungibili per loro, quindi un primo colpo non sarebbe possibile. > > Contratti sul controllo degli armamenti, canali di comunicazione diretta e > accordi affidabili riducono significativamente il rischio di una guerra > nucleare involontaria. (…) > > Link alla firma:  https://c.org/S4Wfr5kvKN NECESSARIA LA DEFINIZIONE DEL PRECETTO DI PACE L’ex giudice della Corte costituzionale federale, Helmut Simon, ha ripetutamente sottolineato che purtroppo non è stato elaborato concretamente il precetto della pace in modo simile al precetto dello Stato sociale e dello Stato di diritto. Sono stati trascurati soprattutto “la gestione civile dei conflitti e la loro preminenza sull’uso della forza militare”. Simon riteneva “insopportabile che per questo compito fosse disponibile solo una parte infinitesimale delle risorse che spendiamo per l’esercito”. (Frankfurter Rundschau del 06.01.2004) Pertanto, sarebbe necessario dare forma al comandamento della pace. La pace è un compito permanente di “azione politica in un mondo in cui la pace è esistenzialmente necessaria e deve essere riorganizzata ogni giorno in caso di discordia. Avvicinarsi all’ideale può anche significare un progresso completo della civiltà nella politica mondiale e nella storia umana”, afferma Hanne-Margret Birckenbach, ricercatrice della pace e vincitrice del premio per la pace di Gottinga 2023, nel suo libro ” Friedenslogik Verstehen” (2026, 197f.). La pace dovrebbe essere intesa come un “quadro di riferimento integrato all’interno del quale vengono perseguiti obiettivi parziali in materia di diritti umani, politica di sviluppo, politica di sicurezza ed ecologici “. Secondo Birckenbach (2026, 197) sarebbero necessari, tra l’altro di: * un titolo di bilancio fisso che renda trasparenti i fondi federali per lo sviluppo della pace in Germania e per compiti internazionali, * un’istituzionalizzazione possibile attraverso l’istituzione di un ministero per la pace o più realisticamente attraverso compiti concreti di costruzione della pace dei singoli dipartimenti della Repubblica federale, * Formazione di personale competente per l’attuazione della pace, * Fondi dal titolo di bilancio per l’impegno per la pace delle ONG e della società civile. Il precetto di pace della Costituzione e la Carta delle Nazioni Unite sono un importante fondamento per una politica di pace che dovrebbe essere la linea guida per la Repubblica Federale Tedesca. Il percorso intrapreso per il riarmo e la militarizzazione della società in Germania difficilmente corrispondono al comandamento di pace della Costituzione. Nel peggiore dei casi, potrebbe sfociare in una guerra condotta anche con armi nucleari. Pertanto, è urgente tornare almeno ad una politica di sicurezza misurata e ragionevole e ad una difesa militare legata alla diplomazia e alla prevenzione delle crisi. “Una politica di sicurezza razionale richiede investimenti mirati nell’equipaggiamento difensivo delle forze armate – con un effetto deterrente, ma senza aggravare ulteriormente il problema della sicurezza. Il prerequisito centrale per questo è una strategia europea il più possibile coordinata e una rifocalizzazione sull’equilibrio degli interessi, la diplomazia, le misure di rafforzamento della fiducia e il controllo degli armamenti”, afferma Johannes Varwick, politologo dell’Università di Halle-Wittenberg, nel suo libro “Strong for Peace” (2026). Chiede di limitare le spese per la difesa a circa il 2 % del PIL e di adeguare di conseguenza la pianificazione di bilancio. CONCLUSIONE Invece di cadere in un ingiustificato allarmismo e di investire le risorse future delle prossime generazioni in sistemi d’arma aggressivi, si dovrebbe rispettare il comandamento di pace della Costituzione. Costruire una capacità di difesa è legittimo secondo la Costituzione. Tuttavia, l’argomento della deterrenza di installare sistemi d’arma sempre più pericolosi porta a una spirale distruttiva degli armamenti e spesso anche a uno scontro armato. Carl Friedrich von Weizsäcker ha chiarito la necessità della politica di pace già nel 1971: “L’opinione pubblica deve capire che la propria sopravvivenza può dipendere dal fatto che il cambiamento strutturale del mondo, che porta alla pace mondiale politicamente garantita, sia la prima priorità della politica del proprio Paese”. Pertanto, la priorità non dev’essere il riarmo, ma iniziative diplomatiche per il disarmo e il controllo degli armamenti coordinati a livello internazionale, anche se questo sembra in contrasto con lo spirito bellicista dei tempi in questo momento. Questo vale sia per i Paesi occidentali della NATO che per la Russia o la Cina.   Fonti BIRCKENBACH, HANNE-MARGRET (2026): FRIEDENSLOGIK VERSTEHEN. BERLIN: WOCHENSCHAU VERLAG. PRANTL, HERIBERT (2024): FRIEDEN GEWINNEN. HEYNE VERLAG MÜNCHEN: HEYNE VERLAG. VARWICK, JOHANNES (2026): STARK FÜR DEN FRIEDEN. NEU-ISENBURG: WESTEND-VERLAG. WEIZSÄCKER, CARL FRIEDRICH VON (HRSG.) (1971): KRIEGSFOLGEN UND KRIEGSVERHÜTUNG. MÜNCHEN: CARL HANSER VERLAG. -------------------------------------------------------------------------------- Gli autori: Rolf Bader, Laureato in Scienze dell’Educazione, ex ufficiale della Bundeswehr, ex amministratore delegato e membro della Sezione tedesca dell’IPPNW, ricercatore e membro del consiglio direttivo dell’ex Istituto di Psicologia e Ricerca sulla Pace. Curatore del libro «Frieden braucht Gestaltung» (in preparazione, Wochenschau Verlag). Klaus Moegling, Prof. Dr., in pensione; ha insegnato in diverse università e istituti di formazione per insegnanti, da ultimo all’Università di Kassel in qualità di professore presso il Dipartimento di Scienze Sociali. Insieme a Josef Mühlbauer ha curato il volume “Wege zum Frieden” (maggio 2026, casa editrice Westfälisches Dampfboot). Website: https://www.klaus-moegling.de/ -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza New York
July 29, 2026
Pressenza
Spese militari nucleari: nel 2025 +19%, record a 118,8 miliardi di dollari e arsenali che crescono
I NUOVI DATI ICAN E SIPRI SULLE SCELTE DEGLI STATI DOTATI DI ARSENALI ATOMICI CONFERMANO LA PIÙ GRAVE CORSA AGLI ARMAMENTI NUCLEARI DALLA FINE DELLA GUERRA FREDDA Il mondo ha speso 118,8 miliardi di dollari in armi nucleari nel 2025, raggiungendo il livello più alto mai registrato e con un aumento del 19% rispetto all’anno precedente (pari a 16,8 miliardi di dollari in più). Il rapporto “Premeditated: Nuclear Weapons Spending in 2025” diffuso oggi dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN – Premio Nobel per la Pace 2017) ricostruisce come le nove potenze nucleari (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) hanno deciso di investire nelle armi più distruttive della storia ben 3.768 dollari al secondo (cioè 226.069 dollari al minuto) senza interruzioni per tutti i 365 giorni dell’anno scorso. Va poi notato come nel solo 2025 la spesa sia aumentata di quasi un quinto rispetto all’anno precedente. In parallelo a queste valutazioni sugli “investimenti nucleari”, i nuovi dati del SIPRI fotografano arsenali nucleari in espansione in tutti Paesi che li possiedono. La Rete Italiana Pace e Disarmo, parte della Campagna ICAN, diffonde queste informazioni con profonda preoccupazione, chiedendo all’Italia e alla comunità internazionale di invertire urgentemente una rotta che potrebbe portare l’Umanità verso un disastro esistenziale. Nell’arco degli ultimi cinque anni, cioè dal 2020 al 2025, le nove potenze nucleari hanno complessivamente investito 471 miliardi di dollari nei loro arsenali. In conseguenza di questa spesa pubblica sempre crescente, il settore privato ha incassato almeno 38 miliardi di dollari in contratti legati alle armi nucleari nel solo 2025, con aziende come Honeywell (5,27 mld), Lockheed Martin (4,51 mld), Fluor (3,84 mld) e Northrop Grumman (3,17 mld) tra le principali beneficiarie. Gli Stati Uniti da soli spendono più di tutti gli altri otto paesi messi insieme: con 69,2 miliardi di dollari e un aumento annuo di 12,4 miliardi (+22%), Washington copre il 58% della spesa nucleare mondiale e ha Washington ha registrato anche il maggiore aumento annuale (+ 12,4 miliardi). La cifra stanziata dagli USA per il nucleare militare nel 2025 sarebbe bastata a coprire 19 volte l’intero bilancio annuale delle Nazioni Unite. La Cina è il secondo Stato per spesa con 13,5 miliardi di dollari, mentre il Regno Unito ha superato la Russia diventando il terzo maggiore spenditore con 12,6 miliardi di dollari, contro i 9,5 miliardi stanziati da Mosca. “In un’epoca in cui il costo della vita sale vertiginosamente e cibo e carburante sono inaccessibili per milioni di persone, è impensabile che questi nove Stati spendano miliardi per una falsa promessa di sicurezza. Le armi nucleari non possono essere usate senza causare una catastrofe, e la falsa logica della deterrenza nucleare ci chiede di affidarci ai nostri nemici per la nostra stessa sopravvivenza”, evidenzia Susi Snyder, Direttrice dei Programmi di ICAN. Per mettere in prospettiva queste cifre, la campagna ICAN ricorda che le stesse risorse potrebbero essere utilizzate per rispondere a bisogni umani urgenti, tra cui: * Un minuto di spesa nucleare globale potrebbe garantire accesso ad acqua potabile e servizi igienici a 3.478 persone * Un giorno di spesa militare nucleare potrebbe sottrarre alla fame 2 milioni di persone * Una settimana di spesa per gli arsenali nucldari potrebbe proteggere oltre 12 miliardi di persone da morbillo, parotite e rosolia * Un anno di spesa militare nucleare potrebbe dotare di energia solare più di 6 milioni di abitazioni Mentre gli Stati nucleari aumentano questo tipo di spese militari, l’ONU e l’intero settore umanitario e dello sviluppo hanno subito tagli drastici ai finanziamenti proprio da parte di quei Paesi che si stanno pesantemente riarmando: una scelta politica che rivela le pericolose priorità reali di chi governa questi arsenali. Alicia Sanders-Zakre, co-autrice del rapporto e responsabile delle politiche di ICAN aggiunge: “La nostra analisi sui costi è annuale, ma la spesa per le armi nucleari non lo è. Questi nove Stati hanno in programma di mantenere e modernizzare le proprie forze nucleari per i decenni a venire, distogliendo miliardi e miliardi di dollari da reali bisogni di sicurezza umana”. Questa spesa sta inoltre alimentando il pericoloso panorama geopolitico odierno: l’espansione e la modernizzazione degli arsenali nucleari intensificano tensioni in un momento in cui il rischio che le armi nucleari vengano utilizzate in un conflitto è già ampiamente riconosciuto come il più alto dalla Guerra Fredda. Sono in corso guerre che vedono l’aggressione di Stati dotati di armi nucleari contro l’Ucraina e l’Iran, persiste una tensione costante tra India e Pakistan (entrambi potenze nucleari) e rimane sempre presente la minaccia di una guerra nucleare nella penisola coreana. E ovviamente l’aumento di spesa per gli arsenali si riflette nel numero delle testate: secondo i nuovi dati del SIPRI Yearbook 2026 a gennaio 2026 si contavano 12.187 testate nucleari totali nel mondo, di cui circa 9.745 nelle scorte militari operative (+130 rispetto all’anno precedente). Di queste, 4.012 sono già schierate su missili e aerei pronti all’uso, e tra le 2.100 e 2.200 sono mantenute in stato di massima allerta operativa, pronte al lancio in pochi minuti. Il dato paradossale è che il totale globale risulta ancora in lieve calo solo perché USA e Russia continuano a smantellare vecchie testate ritirate dal servizio. Ma questa tendenza si invertirà presto: il ritmo degli smantellamenti rallenta, mentre quello dei nuovi dispiegamenti accelera. Tutte e nove le potenze nucleari hanno modernizzato i propri arsenali nel 2025, dispiegando nuovi sistemi d’arma. Anche l’Italia è direttamente coinvolta in questo scenario. Le basi di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia) ospitano bombe nucleari statunitensi B61-12 nell’ambito del programma di “nuclear sharing” della NATO. Secondo le stime SIPRI, tra 100 e 120 bombe B61-12 sono attualmente dislocate in sei o sette basi aeree di sei Paesi europei dell’Alleanza Atlantica tra cui l’Italia. A questa situazione di presenza di testate sul nostro territorio si devono poi aggiungere le risorse destinate dal nostro Paese al programma di acquisto dei caccia F-35A, certificati per il trasporto delle bombe nucleari sopra citate. L’Italia contribuisce dunque, con risorse pubbliche, alla catena della deterrenza nucleare della NATO, in un momento in cui questa catena si sta allungando e si stanno discutendo nuove forme di condivisione nucleare europea. La Rete Italiana Pace e Disarmo ritiene che i dati pubblicati oggi da ICAN e SIPRI non lascino spazio a equivoci: il mondo sta percorrendo la strada sbagliata. La corsa agli armamenti nucleari non rende nessuno più sicuro ma al contrario aumenta il rischio di una catastrofe nucleare per errore di calcolo, per incidente tecnico o per escalation di conflitti convenzionali. Per questo la nostra Rete chiede con urgenza, tra le altre cose, che l’Italia ratifichi il Trattato ONU sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), già firmato da 94 paesi e in vigore dal 2021, unendosi ai 73 stati che lo hanno già ratificato; che il governo italiano avvii una discussione parlamentare trasparente e pubblica sulla presenza di armi nucleari sul territorio nazionale e sui costi (economici, politici e di sicurezza) della partecipazione italiana al “nuclear sharing” della NATO e che il nostro Paese sostenga in tutte le sedi internazionali (ONU, NATO, G7, Unione Europea) una politica attiva di de-escalation nucleare, rifiutando la logica del potenziamento degli arsenali come strumento di falsa sicurezza. Rete Italiana Pace e Disarmo
June 9, 2026
Pressenza
Vivere oltre il baratro atomico
Oltre la deterrenza nucleare che è un genocidio totale programmato, l’Umanità vuole vivere e sopravvivere al baratro atomico Le motivazioni per cui è necessario collaborare con Ican la campagna internazionale per la proibizione delle armi nucleari. L’importanza di una collaborazione tra realtà di pace per porre fine all’incubo della deterrenza nucleare come genocidio programmato e per mettere fine alle tensioni geopolitiche che possono condurre all’escalation atomica e all’annientamento della civiltà umana attraverso l’apocalisse nucleare  La collaborazione tra il mondo del pacifismo e ICAN si colloca in una prospettiva etica e politica di grande rilevanza nel contesto contemporaneo. Essa rappresenta l’incontro tra memoria storica e impegno globale per la pace, tra l’eredità della Resistenza e la lotta internazionale contro una delle più gravi minacce alla sopravvivenza dell’umanità: le armi nucleari. Radici comuni: memoria, antifascismo e cultura della pace La nostra esperienza di attivisti nasce dall’esigenza della lotta partigiana contro il nazifascismo, un momento fondativo della democrazia italiana che ha posto al centro valori come la libertà, la dignità umana e il rifiuto della guerra come strumento di oppressione. Questa eredità si traduce ancora oggi in un impegno civile volto a promuovere una cultura della pace e della solidarietà tra i popoli. ICAN, insignita del Premio Nobel per la Pace, si muove nella stessa direzione, portando avanti una campagna globale per l’abolizione delle armi nucleari. Le varie organizzazioni condividono dunque un terreno comune: la convinzione che la sicurezza non possa fondarsi sulla violenza, ma debba poggiare su relazioni giuste, cooperative e rispettose dei diritti umani. La deterrenza nucleare come minaccia permanente Il sistema della deterrenza nucleare viene spesso presentato come garanzia di equilibrio e stabilità. Tuttavia, esso si fonda su una logica intrinsecamente paradossale: mantenere la pace attraverso la minaccia credibile di distruzione totale. Questo implica non solo la disponibilità all’uso di armi di sterminio di massa, ma anche la loro costante preparazione e modernizzazione. In tale prospettiva, la deterrenza assume i contorni di una violenza latente e strutturale, che incombe sull’umanità come una possibilità sempre presente. Il rischio non è soltanto teorico: errori tecnici, incomprensioni politiche o escalation improvvise potrebbero condurre a conseguenze irreversibili. In questo senso, la deterrenza può essere interpretata come una forma di annientamento programmato, sospeso ma continuamente possibile. Il diritto internazionale e il rifiuto della guerra L’azione di ICAN ha trovato una concreta espressione nel Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, che sancisce l’illegittimità di questi armamenti e ne vieta sviluppo, possesso e uso. Questo trattato rappresenta un passaggio fondamentale nel tentativo di costruire un ordine internazionale fondato su norme condivise e sul rispetto della vita umana. Tale prospettiva si armonizza pienamente con i principi della Costituzione Italiana, il cui articolo 11 afferma il ripudio della guerra come mezzo di offesa alla libertà degli altri popoli. L’attivismo pacifista e antifascista, in quanto custode della memoria e dei valori costituzionali, può svolgere un ruolo importante nel promuovere l’adesione a questi principi e nel diffondere una coscienza critica rispetto alle politiche di armamento. Educazione, memoria e mobilitazione civile Uno degli aspetti più significativi di una possibile collaborazione con ICAN riguarda il terreno dell’educazione e della sensibilizzazione. Disponiamo di una rete capillare sul territorio e di una consolidata esperienza nel dialogo con le nuove generazioni. ICAN, dal canto suo, offre una prospettiva internazionale e strumenti di mobilitazione globale. L’incontro tra queste realtà può generare percorsi educativi capaci di collegare la memoria delle tragedie del Novecento, come la guerra e le devastazioni atomiche, con i rischi del presente. In questo modo, la consapevolezza storica si trasforma in responsabilità attiva, stimolando l’impegno civico e la partecipazione. Disarmo e superamento delle tensioni geopolitiche Le armi nucleari non sono soltanto strumenti militari, ma anche fattori che alimentano diffidenza, competizione e polarizzazione tra gli Stati. La loro esistenza contribuisce a mantenere un clima di tensione permanente, ostacolando la costruzione di relazioni internazionali basate sulla fiducia e sulla cooperazione. Un’alleanza tra organizzazioni pacifiste e ICAN può rafforzare le richieste di disarmo e sostenere una visione alternativa della sicurezza, fondata sul dialogo, sul multilateralismo e sulla prevenzione dei conflitti. In questo senso, la società civile svolge un ruolo fondamentale nel sollecitare le istituzioni e nell’orientare il dibattito pubblico. Una visione condivisa di futuro Alla base della collaborazione con ICAN vi è una comune idea di futuro: un mondo in cui la sicurezza non sia garantita dalla paura, ma dalla giustizia e dalla solidarietà. Si tratta di una prospettiva che richiede un cambiamento culturale profondo, capace di mettere in discussione paradigmi consolidati e di aprire nuove strade. L’impegno congiunto di queste realtà può contribuire a costruire tale cambiamento, unendo memoria e azione, valori e progettualità. In un’epoca segnata da crisi e incertezze, questa collaborazione rappresenta non solo una risposta necessaria, ma anche una speranza concreta per il futuro dell’umanità.   Laura Tussi
May 16, 2026
Pressenza
A New York la conferenza del Trattato di non proliferazione: l’ora della verità per il disarmo nucleare
Mentre gli arsenali crescono e le potenze nucleari ignorano i propri obblighi, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione si apre in un clima di allarme: solo il TPAN offre un percorso concreto verso il disarmo. Dal 27 aprile al 22 maggio si svolge a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP). Rete Pace Disarmo segue con attenzione questo processo come parte della campagna ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017, e lo fa con un misto di urgenza e lucidità critica: urgenza, perché il momento non potrebbe essere più grave e lucidità, perché occorre guardare in faccia una realtà scomoda. Un trattato che non funziona più Il TNP è entrato in vigore nel 1970 fondato su una promessa reciproca: i Paesi privi di armi nucleari si impegnavano a non svilupparle, i cinque Stati già dotati di arsenali (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) si impegnavano a eliminarli. Cinquantasei anni dopo, una parte ha mantenuto la parola, l’altra no. Come documenta in dettaglio il “Cornerstone Report” di ICAN, le potenze nucleari hanno usato le conferenze di revisione del TNP per simulare il rispetto degli obblighi di disarmo, attraverso un linguaggio diplomatico costruito per oscurare piuttosto che comunicare, attraverso processi che sostituiscono l’attività ai risultati, attraverso un catalogo permanente di giustificazioni per cui il disarmo è sempre necessario ma mai ancora possibile. Il fallimento del pilastro del disarmo del TNP non è accidentale: è il prodotto di scelte deliberate da parte di Stati specifici. Le due precedenti conferenze di revisione (nel 2015 e nel 2022) si sono concluse senza nessun documento d’accordo. La terza fallisce già in partenza? È la domanda che aleggia sui lavori di queste settimane. La corsa al riarmo che non si può ignorare I numeri sono incontrovertibili. La spesa militare globale ha raggiunto nel 2025 la cifra record di 2.887 miliardi di dollari, secondo i dati del SIPRI, una cifra che equivale a oltre tredici volte l’ammontare totale degli aiuti allo sviluppo nel mondo. Per la prima volta in decenni, il numero delle testate nucleari nel mondo è in aumento. Nel solo 2024, i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso oltre 100 miliardi di dollari per i loro arsenali: un record storico, quasi 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Lo ha detto con chiarezza il Segretario Generale dell’ONU António Guterres, aprendo la conferenza il 27 aprile: “Le sciabole nucleari risuonano di nuovo. La sfiducia regna. Le norme conquistate con fatica si stanno erodendo. Il controllo degli armamenti sta morendo.” Un quadro impietoso, pronunciato davanti ai rappresentanti di 191 Stati. “Per troppo tempo il Trattato si è eroso. Gli impegni rimangono inadempiuti. La fiducia e la credibilità si assottigliano,” ha aggiunto Guterres, con un appello diretto: “Dobbiamo infondere nuova vita al Trattato.” E ancora, una domanda retorica rivolta all’intera comunità internazionale: “Abbiamo dimenticato che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere combattuta? Abbiamo dimenticato che le armi nucleari non rendono nessuno più sicuro?”. I Paesi dotati di armi nucleari non si stanno limitando a mantenere i loro arsenali: li stanno modernizzando, potenziando, adattando alle nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico introducono nuovi fattori di rischio che il TNP, nella sua architettura originaria, non è attrezzato ad affrontare. Alcuni governi stanno apertamente valutando l’acquisizione di armi nucleari. L’Europa discute di nuove alleanze nucleari e di dottrine modificate e il Canada ha annunciato forniture di uranio all’India, potenza nucleare non firmataria del TNP. Tutte notizie e tendenze che destano grande preoccupazione. Un’amnesia collettiva pericolosa Guterres ha evocato un’immagine potente: quella di un’amnesia collettiva che ha preso possesso del mondo. Non è passato molto tempo da quando i bambini si esercitavano ad accovacciarsi sotto i banchi in caso di attacco missilistico. Da quando la corsa agli armamenti nucleari ci aveva costretti a costruire rifugi antiatomici. Da quando i test nucleari distruggevano ambienti incontaminati e comunità vulnerabili. Da quando l’umanità viveva sotto l’ombra di un potenziale Armageddon nucleare. Eppure oggi quella memoria si è dissolta. Ed è in questo vuoto che prosperano le retoriche della deterrenza, le giustificazioni per nuove spese, i rinvii sine die del disarmo. All’apertura della conferenza, fuori dall’aula assembleare, gli hibakusha (i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki) hanno allestito una mostra per ricordare ai leader le loro responsabilità. Guterres li ha citati con parole di grande intensità morale: “Sono sopravvissuti al peggio che l’umanità aveva da offrire per mostrarci il meglio di essa. Ogni anno sono sempre meno, ma il loro messaggio al mondo non potrebbe essere più attuale e urgente”. E ha concluso con un appello: “Spezziamo l’amnesia collettiva sulle armi nucleari. Rinnoviamo la fiducia in ciò che possiamo raggiungere quando ci uniamo. Agiamo con urgenza per sollevare questa nube che pesa sull’umanità”. La sua sintesi finale risuona come un imperativo politico e morale: “Il disarmo non è la ricompensa della pace. Il disarmo è il fondamento della pace.” Il TPAN: il percorso concreto che esiste già Di fronte allo stallo del TNP, esiste uno strumento che non è interlocutorio e non è schiavo delle retoriche incrociate: il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN), in vigore dal gennaio 2021, di cui quest’anno ricorrono i cinque anni dall’entrata in vigore. Come ICAN documenta, la maggioranza dei Paesi del mondo dispone già di una risposta concreta alla crisi del disarmo nucleare: aderire e ratificare il TPAN, il primo strumento giuridicamente vincolante che mette fuori legge in modo esplicito le armi nucleari in tutte le loro fasi (sviluppo, produzione, stoccaggio, trasferimento, uso e minaccia d’uso). Il TPAN non è in contraddizione con il TNP: ne rappresenta l’adempimento più coerente, la traduzione concreta degli obblighi di disarmo dell’articolo VI che le potenze nucleari non hanno mai onorato. Dove il TNP ha promesso e non mantenuto, il TPAN costruisce norme, stigmatizza gli arsenali, crea pressione economica e politica per il disarmo reale. Rete Pace Disarmo chiede all’Italia (che come Paese ospita le armi nucleari della NATO sul proprio territorio, in virtù degli accordi di “nuclear sharing”) di riconsiderare la propria posizione e di aprire un dibattito pubblico, parlamentare e civile sulla partecipazione al TPAN. Non farlo significa essere complici di un sistema che tutti dichiarano di voler superare, ma che nessuno tra i potenti ha il coraggio di abbandonare. L’urgenza di agire Questa non è un’altra conferenza diplomatica di routine. Come ha dichiarato il presidente della conferenza, l’ambasciatore Do Hung Viet del Vietnam: “Il pericolo di una guerra nucleare è percepito e sentito in modo molto più concreto in questi giorni. Una corsa agli armamenti nucleari si sta profilando all’orizzonte”. Il rischio non è astratto. È presente, misurabile, crescente. Rete Pace Disarmo continuerà a seguire, denunciare e mobilitare. Perché il disarmo nucleare non è un’utopia: è una necessità e gli strumenti per perseguirla esistono. Basta avere il coraggio politico di usarli. Rete Italiana Pace e Disarmo
April 30, 2026
Pressenza
Nuovo rapporto “Don’t Bank on the Bomb”: in aumento le istituzioni finanziarie che investono nei produttori di armi nucleari
La nuova edizione del Rapporto “Don’t Bank on the Bomb” (promosso da ICAN e PAX e pubblicato ogni anno dal 2014 e dal titolo “Investing in the Arms Race”) mostra che 301 istituzioni finanziarie nel mondo hanno una significativa esposizione finanziaria verso aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari, un aumento del 15% rispetto ai risultati precedenti. Dopo un calo costante a partire dal 2021, per la prima volta il numero di investitori torna a crescere. Sullo sfondo di tensioni globali crescenti e di livelli record di spesa militare, il valore di borsa di molti grandi contractors della difesa è aumentato sensibilmente. Si è inoltre intensificata la pressione dei governi (in particolare europei) sugli investitori affinché abbandonino le restrizioni etiche sugli investimenti nelle aziende del settore militare. Di fronte alla minaccia della Russia e ai timori che gli Stati Uniti non possano più essere considerati un alleato affidabile in un eventuale conflitto con Mosca, alcuni governi hanno sostenuto che investire nel riarmo europeo non debba essere limitato da considerazioni etiche, spingendosi persino ad affermare che si tratti di un dovere morale. I MAGGIORI INVESTITORI GLOBALI I tre maggiori investitori in produzione di armi nucleari per valore di azioni e obbligazioni sono Vanguard, BlackRock e Capital Group. I tre principali erogatori di prestiti sono Bank of America, JPMorgan Chase e Citigroup. Il rapporto identifica 25 aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari: General Dynamics, Honeywell International e Northrop Grumman sono quelle con i contratti attivi di maggior valore, con importi potenziali rispettivamente di almeno 28, 75 e 16 miliardi di dollari. Tra le aziende con contratti miliardari figurano anche BAE Systems, Bechtel, Leonardo, Lockheed Martin e RTX. “Mentre gli esperti avvertono contro una nuova corsa alle armi nucleari, le istituzioni finanziarie di tutto il mondo continuano a investire nelle aziende coinvolte nella modernizzazione o nell’espansione degli arsenali nucleari. Essere legati alla produzione di armi nucleari comporta rischi significativi in termini di diritti umani. Invece di investire in questa industria dannosa, le istituzioni finanziarie dovrebbero esercitare la propria influenza per promuovere comportamenti aziendali responsabili”, evidenzia  Alejandra Muñoz di PAX, autrice principale del Rapporto. “Per la prima volta da anni, il numero di investitori che cercano di trarre profitto da una corsa agli armamenti è in aumento: si tratta di una strategia a breve termine e rischiosa, che contribuisce a una pericolosa escalation. È impossibile trarre profitto da una corsa agli armamenti senza alimentarla. Gli investitori hanno una scelta, e scommettere su una corsa agli armamenti è rischioso sia per i portafogli che per il mondo” aggiunge inoltre Susi Snyder, Direttrice dei Programmi della International Campaing to Abolish Nuclear Weapons (ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017). IL TRATTATO TPNW E IL DISINVESTIMENTO I nove Stati dotati di armi nucleari stanno modernizzando e/o espandendo i propri arsenali, alimentando la domanda per queste armi. Negli anni precedenti, nonostante il generale aumento del valore degli investimenti in aziende del settore armiero dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, il numero totale di istituzioni finanziarie con una significativa esposizione verso i produttori di armi nucleari era in calo. Quest’anno, per la prima volta dal 2021, tale numero è tornato ad aumentare. Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), entrato in vigore oltre cinque anni fa, ha generato una nuova norma internazionale che ha avuto un effetto stigmatizzante sulle armi nucleari, inducendo molte istituzioni attente alle considerazioni ambientali, sociali e di governance (ESG) a voltare le spalle alle armi nucleari – e ad altre armi controverse. Il valore totale degli asset gestiti da istituzioni che evitano di investire nelle aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari supera oggi i 4.000 miliardi di dollari, e molte di queste istituzioni citano esplicitamente il TPNW come ragione di tale scelta. FOCUS ITALIA: NOVE BANCHE PER 5,7 MILIARDI CON UN LEGGERO CALO RISPETTO ALL’ANNO SCORSO Tra gennaio 2023 e settembre 2025, nove istituzioni finanziarie italiane hanno avuto rapporti sostanziali di finanziamento o investimento con aziende produttrici di armi nucleari, erogando complessivamente oltre 5,74 miliardi di dollari in prestiti e sottoscrizioni. Il dato va letto in controluce rispetto a quello dell’edizione precedente: nel rapporto 2024 erano otto gli istituti italiani coinvolti, per un totale di 6,3 miliardi di dollari. Il che significa che, pur aumentando di un unità il numero di banche presenti nella lista, il volume complessivo dei finanziamenti è sceso di circa 560 milioni di dollari. Al vertice della classifica si conferma UniCredit, che rimane di gran lunga il principale finanziatore italiano del settore con 2,84 miliardi di dollari complessivi tra prestiti e sottoscrizioni (cifra comunque in netto calo rispetto ai 4,5 miliardi dell’anno precedente) e rapporti finanziari con un ampio ventaglio di produttori: Honeywell, Leonardo, Lockheed Martin, Northrop Grumman, RTX, Rolls-Royce, Thales e Airbus. Intesa Sanpaolo segue con 718 milioni (contro gli 885 milioni del 2024), con esposizioni verso Bechtel, Boeing, Lockheed Martin e Rolls-Royce. Le altre sette banche – Banco BPM (271 milioni), BPER Banca (200 milioni), Cassa Depositi e Prestiti (110 milioni), Banca Monte dei Paschi di Siena, Banca Passadore & C., Banca Popolare di Sondrio e Mediobanca (88 milioni ciascuna) – risultano coinvolte esclusivamente per i loro rapporti finanziari con Leonardo, unica azienda italiana presente tra le 25 produttrici di armi nucleari identificate nel rapporto. Leonardo detiene infatti una quota del 25% in MBDA, il consorzio europeo che è contraente principale per i missili nucleari ASMPA dell’arsenale francese e che è già al lavoro sul successore ASN4G. L’azienda, il cui azionista di riferimento è il Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha inoltre ricevuto contratti per oltre 4 miliardi di dollari per la fornitura di componenti di propulsione elettrica integrata ai sottomarini nucleari della U.S. Navy della classe Columbia. “I dati di quest’anno confermano una tendenza che non possiamo ignorare: il sistema bancario italiano è tutt’altro che estraneo alla corsa agli armamenti nucleari. Certo, il calo del volume complessivo dei finanziamenti è un segnale che va registrato positivamente, così come la flessione nei portafogli dei due principali istituti coinvolti. Ma il fatto che il numero di banche presenti nella lista sia salito da otto a nove, in un contesto globale in cui gli investitori in armi nucleari tornano ad aumentare per la prima volta dopo anni, ci dice che la rotta non è ancora stata invertita. I risparmiatori italiani hanno il diritto di sapere dove finiscono i loro soldi, e di pretendere che le banche a cui li affidano non li utilizzino per finanziare le armi più distruttive del pianeta”, evidenzia Francesco Vignarca, coordinatore campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo (promotrice nel nostro Paese insieme a Senzatomica della campagna “Italia, ripensaci” per il disarmo nucleare)   __________________ Il Rapporto “Don’t Bank on the Bomb 2025” è disponibile su www.dontbankonthebomb.com Rete Italiana Pace e Disarmo
April 24, 2026
Pressenza
Perugia 2026: l’energia delle nuove generazioni sfida l’inverno nucleare
Perugia non è solo una città che ospita un evento; per quattro giorni all’anno, le sue pietre medievali diventano le pareti di una redazione a cielo aperto. L’edizione 2026 del Festival Internazionale del Giornalismo (#ijf26) ha celebrato il suo ventennale non con una rassegna nostalgica, ma con uno sguardo netto sul presente. Ciò che ha definito questa edizione, più di ogni altra, è stata la presenza massiccia degli under 25. Migliaia di studenti universitari, giovani reporter freelance e volontari provenienti da ogni angolo del globo hanno occupato Corso Vannucci. Non erano lì per “fare numero”: li si trovava in prima fila, taccuino alla mano, a incalzare i direttori delle testate internazionali o a partecipare a workshop tecnici con una competenza spesso sorprendente. È la “Generazione Perugia”: un pubblico che non si accontenta più di consumare notizie, ma vuole capirne i processi e interrogare il potere. Tra i molti temi affrontati, l’incontro del 17 aprile “Cosa devono sapere i giornalisti sulle armi nucleari” ha offerto una delle analisi più dense del programma. Coordinato da Robert K. Elder, il panel ha messo al centro un dato ormai consolidato: l’era della riduzione degli arsenali nucleari è finita. L’intervento di Matt Korda, direttore associato del Nuclear Information Project presso la Federation of American Scientists (FAS) e co-autore del Nuclear Notebook — una delle principali stime indipendenti sulle forze nucleari globali basata su fonti aperte — ha delineato un quadro preciso. Dopo decenni di riduzione post-Guerra Fredda, tutti e nove i Paesi dotati di armi nucleari stanno modernizzando i propri arsenali, con decisioni che incideranno sulla sicurezza globale per i prossimi 75 anni. Parallelamente, la trasparenza diminuisce: sempre più informazioni vengono classificate, rendendo difficile il controllo pubblico. In questo contesto, Korda ha sottolineato il ruolo cruciale dell’OSINT (Open Source Intelligence): oggi, grazie a immagini satellitari e dati accessibili, è possibile ricostruire dinamiche che un tempo erano appannaggio esclusivo delle agenzie di intelligence. Uno strumento fondamentale, soprattutto mentre il sistema nucleare evolve da un equilibrio tra due superpotenze a un quadro più complesso e multipolare, in cui le dinamiche tra Stati producono effetti a catena. Nel dibattito, Beatrice Fihn — direttrice di Lex International Fund ed ex Executive Director della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN), la coalizione vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2017 — ha spostato il focus sulle implicazioni politiche e democratiche. Tre i punti centrali del suo intervento: – Il deficit democratico: la presenza di armi nucleari in Italia (Ghedi e Aviano) senza che il Parlamento sia mai stato informato ufficialmente. – Il paradosso operativo: piloti italiani chiamati a sganciare bombe statunitensi su ordine di un presidente straniero, con implicazioni giuridiche e morali rilevanti. – I limiti della deterrenza: nei conflitti contemporanei, ha sostenuto, le armi nucleari non si sono dimostrate strumenti efficaci di controllo, pur continuando ad assorbire risorse significative. Riprendendo le analisi della Croce Rossa, il panel ha inoltre evidenziato le conseguenze umanitarie di un eventuale uso dell’arma nucleare: in caso di esplosione, non esiste una risposta efficace. Gli operatori umanitari stessi, secondo i protocolli, dovrebbero ritirarsi per proteggere le proprie vite, poiché non vi sarebbe modo di assistere adeguatamente le vittime. Da qui il richiamo al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), indicato come tentativo di riportare il dibattito dal piano strategico-militare a quello della sicurezza umana. L’immagine finale è quella della Sala dei Notari gremita di giovani che, all’uscita, continuano a discutere di arsenali, trattati e responsabilità politica. Se il tema nucleare è stato a lungo confinato negli spazi della strategia militare, a Perugia è tornato al centro del dibattito pubblico.   Tiziana Volta
April 21, 2026
Pressenza