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Non solo a Ceuta, guerra ibrida alla Spagna di Sanchez
Da una parte, certo la speranza di una vita dignitosa quando nel tuo paese ti viene negata. Ma quando sessantamila persone in un giorno attraversano una frontiera in uno spazio tanto ristretto come l’enclave spagnola di Ceuta in Marocco, non si può trattare di scelte di vita individuali né di una singola organizzazione di trafficanti. Si tratta di una strategia con una pluralità di attori coinvolti a livello internazionale, che utilizza i corpi dei migranti come armi per raggiungere obiettivi politici che non si potrebbero perseguire in altro modo. Non si può certo ritenere che decine di migliaia di persone, per scavalcare la frontiera di Ceuta, abbiano atteso una decisione legittima della Corte suprema spagnola, che ha negato validità alle norme che stabilivano automatismi nei respingimenti collettivi dei migranti irregolari arrivati via mare. Anche perché quella stessa sentenza non bloccava le procedure legali di espulsione e rimpatrio. Ma in Spagna, come in Italia, e negli Stati Uniti, fa comodo attaccare la magistratura quando le sue decisioni non corrispondono alle attese dei governi. Ed il resto lo fanno la disinformazione orchestrata dai media vicini ai governi, ed il popolo invisibile dei troll che influenzano l’opinione pubblica ed i sondaggi elettorali. La cosiddetta “invasione” di Ceuta, mentre stranamente nell’altra enclave spagnola di Mellilla sono arrivate nelle stesse ore appena un migliaio di persone, è un classico esempio di guerra ibrida, che vede coinvolto in prima linea il Marocco, che non poteva ignorare con i suoi efficienti apparati di sicurezza, condivisi con Israele e gli Stati Uniti, quello che stava avvenendo alla frontiera di Ceuta, e che nulla ha fatto, come altre volte in passato, per arrestare la marea umana che si è riversata in territorio spagnolo. Sessantamila persone non si mettono in marcia tutte insieme, mentre la polizia non vede niente, e varcano una frontiera, senza alcun sistema organizzativo radicato a livello istituzionale. Già nel maggio del 2021, a seguito di un incidente diplomatico con Madrid sulla questione del fronte Polisario, il governo marocchino aveva allentato i controlli e circa 8 mila persone erano riuscite a varcare in soli due giorni la frontiera sulla costa di Ceuta. Nessuno ricorda oggi che la maggior parte furono rimpatriate in pochi giorni. Adesso altre recenti iniziative di Sanchez in politica estera, forse una missione in Algeria, e soprattutto il suo posizionamento contro il genocidio ancora in corso a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania, hanno aumentato il numero dei capi di governo che ne aspettano la capitolazione, da Netanyahu a Trump, da tempo sostenitori del Re Mohammed VI del Marocco. Mentre il Mediterraneo si conferma, giorno dopo giorno, come un mare in guerra, soprattutto dopo la nuova crisi nel Mar Rosso, che impatta direttamente sui transiti nel canale di Suez. La guerra degli stretti è più feroce che mai. E Gibilterra costituisce una importante porta di accesso al Mediterraneo, decisiva che il naviglio commerciale che è costretto a circumnavigare l’Africa. Tra le prime vittime di questo esodo di massa dal Marocco diverse decine di persone migranti, annegate in mare, a pochi metri dalla salvezza, altre vittime del fascismo della frontiera, persone con una storia che scompare presto nel nulla, obiettivo delle politiche di contrasto dell’immigrazione “illegale”, ma il vero target che si voleva colpire è l’attuale governo spagnolo, forse anche allo scopo, nel medio termine, di eliminare due postazioni strategiche di un paese europeo sullo stretto di Gibilterra, sul quale gli Stati Uniti ed Israele vogliono esercitare, con la complicità del Marocco, un controllo assoluto. Una politica di guerra che si inquadra nel disegno più ampio di controllare gli ingressi verso l’Unione europea, i passaggi verso Suez e le porte di uscita del continente africano sul Mediterraneo, dal Marocco alla Tunisia, dalla Libia all’Egitto. Ancora una volta l’allarme invasione trova facile appiglio nelle immagini che arrivano da Ceuta, Musk le diffonde paragonandole all’invasione degli zombi, la Meloni minaccia l’ennesima sospensione della libera circolazione nello spazio Schengen, dopo i fallimentari risultati di simili misure al confine italo-francese ed a quello italo-sloveno, ma Macron sembra battere tutti sul tempo sotto la spinta delle destre che su questi temi si avviano a spodestarlo alla prossima scadenza elettorale. Secondo la Corte di giustizia dell’Unione europea, la sospensione del sistema Schengen può essere richiesta da uno Stato membro solo a seguito di minaccia grave e non prevedibile alla propria sicurezza, arrivando fino a un massimo di 2 anni solo in caso di circostanze eccezionali e qualora la minaccia riguardi l’intero Spazio Schengen. Chi non rispetta questa regola, come l’Italia al confine con la Slovenia, rischia una procedura di infrazione. Mentre Giorgia Meloni cerca l’incidente diplomatico con Sanchez, il vicepresidente del Consiglio Tajani ne spara un’altra delle sue, dichiarando che Sanchez starebbe concedendo “la cittadinanza” a migliaia di migranti irregolari. Mentre in realtà si tratta di una mera regolarizzazione, che dà diritto soltanto ad un permesso di soggiorno temporaneo. Questa approssimazione rende evidente come il vero obiettivo del governo italiano non sia una improbabile “difesa dei confini”, quanto piuttosto una partecipazione all’attacco concentrico portato dai governi di destra su scala globale a Pedro Sanchez, già oggetto di una vergognosa campagna diffamatoria. Come ha dichiarato il ministro degli esteri spagnolo Albares non si può collegare l’invasione di massa a Ceuta con la recente regolarizzazione avviata dal governo, perché è “falso che chiunque abbia attraversato il confine negli ultimi giorni possa beneficiare di questa procedura, poiché richiede condizioni molto specifiche, come dimostrare la residenza in Spagna prima del 1° gennaio 2026 e aver risieduto in Spagna per cinque mesi consecutivi al momento della domanda”. Nessuno di coloro che sono entrati in questi ultimi giorni a Ceuta o a Melilla potrà essere regolarizzato. Semmai si profilano respingimenti di massa, e su queste procedure dovranno vigilare le organizzazioni non governative e le agenzie delle Nazioni Unite, affinché non vengano cancellati i diritti umani delle persone coinvolte e non venga esclusa la possibilità di accedere ad una procedura di asilo. In realtà le politiche espulsive della Spagna sono molto più rigorose nei risultati di quelle propagandate dal governo italiano, al punto che gli accordi con il Marocco arrivano a prevedere persino il rimpatrio forzato di minori non accompagnati, e le procedure di accompagnamento forzato in frontiera sono più numerose di quelle che riesce a realizzare il governo italiano, vantando grandi successi da un anno all’altro, ma solo in termini percentuali. Il calo degli arrivi in Spagna è tanto rilevante quanto in Italia. Finora nel 2026 a Ceuta non si erano registrati arrivi via mare di migranti irregolari mentre erano stati 2826 quelli arrivati nella stessa enclave per via terrestre. Secondo i dati diffusi dal Viminale l’Italia ha rimpatriato con accompagnamento forzato appena 3.159 persone nel 2025 e 4021 nel 2026 (fino ad oggi). La Spagna invece ha proceduto all’accompagnamento forzato di 3.400 persone nel 2025, mentre i dati per il 2026 saranno influenzati dalle procedure di regolarizzazione in corso. Ma grazie al lavoro degli immigrati regolari la Spagna è all’avanguardia in Europa mentre le altre economie soffrono per la mancanza di manodopera. In ogni caso si conferma come la effettività delle espulsioni non dipende soltanto dalle politiche nazionali, ma soprattutto dai livelli di cooperazione con i paesi di origine e dai finanziamenti che questi incassano. Una speculazione vergognosa contro il governo di Pedro Sanchez per i fatti di Ceuta, quella che rimbomba su tutti i media ormai controllati dal governo, alla quale si aggiunge la minaccia di sospendere Schengen, che se fosse davvero attuata, porterebbe l’Italia davanti alla Corte di giustizia Ue, con danni incalcolabili nei rapporti con gli altri Stati membri e misure ritorsive che ricadrebbero su tutti gli italiani. La “guerra in casa” la portano quei governi che usano le frontiere per schiacciare corpi e sopprimere vite. Ed anche per alimentare le paure collettive e cancellare la democrazia in nome dello Stato di polizia.   Fulvio Vassallo Paleologo
July 31, 2026
Pressenza
Tutti pazzi per Sanchez
Divertente notare che plaudono a Sanchez compagne/i che in Italia sono ferocemente contrari alla nostra proposta di fronte per la Costituzione con Schlein, Conte e AVS (e non solo loro). Si dà il caso che dell’Internazionale Progressista di Sanchez faccia parte proprio Elly Schlein che è intervenuta a Barcellona. Un fatto politico positivo perché Renzi, Gentiloni, Letta ecc. avevano come riferimenti Blair e Macron. Chi presenta come un tradimento una desistenza doverosa per cacciare Meloni dimentica che in Spagna il socialista Sanchez è riuscito a fare il governo grazie ai voti del partito comunista e delle altre formazioni della sinistra radicale. Il PSOE, il partito di Sanchez, come il PD e gli altri partiti “socialisti” europei, è stato per molti anni l’avversario principale della sinistra radicale e dei movimenti, una vera schifezza neoliberista con altissimi livelli di corruzione. Ricordo di aver partecipato in Spagna a cortei in cui manifestanti gridavano ‘PSOE – PPE misma mierda’. Lo stesso Sanchez tentò, con un più volte ripetuto ricorso alle urne, di far fuori la sinistra radicale con il voto utile (il sistema elettorale è diverso dal nostro, ma non mi dilungo a spiegarlo). Podemos e Izquierda Unida ebbero l’intelligenza di cambiare tattica e di passare dal “che se ne vadano tutti” alla proposta di governo di sinistra. Mentre l’establishment socialista propendeva per un governo di grande coalizione col centrodestra del PPE fu la sinistra radicale a chiedere il voto come garanzia di un governo della sinistra. Sanchez ebbe anche lui abbastanza intelligenza da smarcarsi dal vecchio establishment che avrebbe sacrificato la sua leadership a un governo con la destra e decise di tentare la carta dell’accordo con Unidas Podemos e poi con Sumar, movimenti indipendentisti e regionali, ecc. Non ne è venuto fuori un governo rivoluzionario, ma sicuramente l’unico governo progressista in Europa. L’agenda neoliberista è stata ridimensionata e sono stati approvati provvedimenti proposti da comunisti e sinistra radicale come l’aumento del salario minimo, l’abolizione di molte norme di precarizzazione del lavoro, l’obbligo per le piattaforme di assumere come dipendenti i rider, ecc. E una politica estera più autonoma da Commissione Europea, NATO e Stati Uniti, più critica verso Israele. Non certo il socialismo, ma concrete conquiste per la classe lavoratrice, le donne, le persone lgbtq+, ecc. Chi obietta che il Pd rimane una schifezza dentro la quale ci sono tanti responsabili di politiche neoliberiste antipopolari o ras di sistemi di potere clientelari e affaristici non dice una cosa sbagliata. Li ho combattuti per una vita e li conosco molto bene, ma questo vale anche di più per il PSOE spagnolo. Eppure le leadership di questi partiti ‘socialisti’ hanno scelto una svolta progressista che li rende oggi, al contrario del passato, interlocutori possibili della sinistra radicale che per anni li ha criticati duramente. In Italia è capitato che il voto popolare nelle primarie abbia sparigliato i giochi e solo dei ciechi possono non vedere che la destra economica e bellicista (chiamarli centristi è esagerato) sta tentando da tempo con i suoi esponenti politici, commentatori e media di delegittimare Elly Schlein, considerata troppo sovversiva. Sono gli stessi ambienti che hanno preferito con Letta (e Draghi) consegnare l’Italia a Meloni piuttosto che dover rischiare di vincere con un alleato come il M5S di Conte contrario all’invio di armi all’Ucraina. Quello che chiamano ‘campo largo’ è carico di contraddizioni e per ora non ha un programma. Però non ha più come interlocutore privilegiato la Confindustria, ma la Cgil e non pare avere l’agenda Draghi come priorità, al contrario di Meloni e Giorgetti che applicano i diktat di Bruxelles e della NATO come soldatini. Ci sarebbe molto da dire sull’incontro progressista di Barcellona. Di sicuro propone un asse con i governi di sinistra dell’America Latina, il no al bloqueo di Cuba ed esprime un orientamento verso la pace, il multilateralismo, il dialogo e la cooperazione con la Cina e i Brics, una politica contro la disuguaglianza a partire dalla tassazione delle grandi ricchezze. Forse è troppo entusiasta il manifesto, ma certo siamo lontani dalla “terza via” di Blair. Senza nasconderci gli aspetti contraddittori (accordo UE Mercosur, posizione di Sanchez su guerra in Ucraina ed esercito europeo, politiche europee, video di Hillary Clinton) il messaggio di Barcellona, democratico, antifascista e contro l’imperialismo MAGA e i crimini di Israele è ben diverso dalla piattaforma ordoliberista e di oltranzismo bellicista finora prevalsa in Europa. È naturale l’interlocuzione per noi partiti comunisti e anticapitalisti, ecologisti e femministi della European Left, che contemporaneamente abbiamo tenuto il congresso a Bruxelles con, tra gli invitati, Jeremy Corbyn, i Democratic Socialists of America di Mamdani, palestinesi e cubani. Non siamo la stessa cosa, ma dobbiamo trovare il modo di costruire fronti per sconfiggere l’ondata di fascismo planetaria di cui Trump è protagonista. Le parole preoccupate di Lula sulla necessità di fermare il fascismo, il nazismo e che evocano Hitler non sono propaganda dopo il genocidio a Gaza e vengono da un continente in cui tutti i governi di sinistra – non solo Cuba Venezuela – sono stati apertamente minacciati da Trump. Occorre tenerle a mente mentre discutiamo di tattiche elettorali a casa nostra in vista delle elezioni politiche 2027.       Maurizio Acerbo
April 20, 2026
Pressenza
Bisogna salvare il multilateralismo
di Pedro Sánchez,  Le monde diplomatique di aprile 2026, 16 aprile 2026.   «No alla guerra». Nel concerto delle nazioni, la Spagna ha parlato fuori dal coro. Ancora una volta, dopo l’aggressione statunitense contro il Venezuela, dopo il genocidio di Gaza. Il primo ministro spiega sulle nostre colonne le ragioni per cui il suo paese rifiuta la legge del più forte. Bruce Nauman: Una vasca con cento pesci. (foto Ap) Nessuno cambia il proprio comportamento alla vista di una pila di pezzi di carta. A meno che qualcuno non dica che si tratta di denaro. John Searle, uno dei filosofi più influenti tra quelli che hanno riflettuto sul funzionamento delle istituzioni, ricorreva a questo semplice esempio per illustrare una verità più profonda: l’esistenza di gran parte del mondo sociale si deve solo al nostro riconoscimento collettivo. Una linea su una mappa diventa un confine. Delle parole messe per iscritto in un trattato diventano obblighi vincolanti. E, come si è detto, un pezzo di carta diventa ricchezza. Queste finzioni condivise rendono possibile la vita in società. Il denaro è una di queste. Così come il sistema multilaterale e le norme del diritto internazionale che regolano le relazioni tra gli stati. Eppure molte persone, mentre accettano la prima di queste finzioni senza la minima esitazione, rifiutano prontamente la seconda. Il motivo è semplice: alcune finzioni pongono dei limiti al potere. E rompere con un ordine fondato sulle regole può avvantaggiare qualcuno a scapito di tutti gli altri. Negli ultimi anni, le pressioni esercitate sull’ordine internazionale si sono intensificate su due fronti. Da un lato, alcune grandi potenze o potenze emergenti ritengono di poter indebolire le norme esistenti, rimodellandole a proprio vantaggio. Questa tendenza trova nella guerra la sua espressione più brutale. L’invasione russa dell’Ucraina, il devastante genocidio perpetrato a Gaza, le iniziative unilaterali degli Stati Uniti volte a provocare un regime change in Venezuela e, ora, in Iran – tutte operazioni intraprese senza nemmeno cercare una parvenza di approvazione internazionale – confermano che alcuni governi stanno apertamente sfidando le fondamenta stesse del sistema internazionale. La medesima logica si può osservare all’opera anche al di fuori del campo di battaglia propriamente detto, nella militarizzazione del commercio, della tecnologia e persino dei flussi migratori, sempre più spesso impiegati come armi per ostacolare i rivali o per perseguire i propri interessi geopolitici. Alcuni dirigenti scelgono il silenzio invece di difendere il diritto internazionale D’altro canto, l’ordine internazionale fondato sulle regole viene gravemente scosso anche quando i dirigenti politici, di fronte a tali aggressioni, scelgono il silenzio e l’ambiguità invece di difendere il diritto internazionale. Nel tentativo di evitare lo scontro, cadono nella trappola dell’appeasement, la convinzione errata che la moderazione possa ammorbidire chi viola le regole. Pensano che le parole incidano molto meno sull’ordine internazionale rispetto alle bombe. Si sbagliano. Quando si tratta di norme, le parole plasmano il mondo. Quando le potenze di medio livello si dimostrano incapaci di difendere il diritto internazionale – o, peggio, lo abbandonano – non fanno altro che accelerarne l’erosione. La loro debolezza non passa inosservata. Gli alleati la notano. Gli stati, grandi e piccoli, la notano. E quando un numero sufficiente di attori giunge alla conclusione che le norme non contano più nulla, il sistema inizia a sgretolarsi. Nel tentativo di proteggersi, queste potenze finiscono per produrre proprio il disordine che temevano. Queste dinamiche si basano su un’idea semplice ma falsa: che in un mondo multipolare, un ritorno alle sfere d’influenza potrebbe al tempo stesso favorire le grandi potenze, creare un equilibrio tra di esse ed essere vantaggioso per i loro cittadini. La storia suggerisce esattamente il contrario. Quando le regole comuni scompaiono, non è la concordia a prevalere ma la rivalità. E questo porta a conflitti e povertà per tutti. O quasi. È importante comprendere che ciò che diamo per acquisito e che rende dignitose le nostre vite – crescita economica, mercati funzionanti, protezione sociale – si fonda sulla stabilità internazionale e sulla pace. Il multilateralismo non è un ideale astratto, è una realtà quotidiana. Un lavoro in una fabbrica di Detroit. Un supermercato ben fornito a Parigi. Uno studente a Londra. Una vacanza in Giappone. La nostra prosperità dipende innanzitutto da qualcosa di tanto fragile quanto essenziale: la preservazione di un ordine basato sulle regole. E se qualcuno ancora ne dubita, non deve fare altro che chiedersi come potremmo tenere in vita i nostri sistemi di welfare in un mondo in cui una guerra prolungata in Medio Oriente facesse schizzare i prezzi del petrolio a 150 dollari al barile. Non si tratta di uno scenario improbabile, con un terzo delle forniture globali di fertilizzanti bloccate a causa del conflitto, con una grave perturbazione delle principali rotte commerciali e con i mercati energetici in preda a una volatilità permanente. È quello che ci attende se dovesse prevalere la legge del più forte. Ed è la prova che l’alternativa non è tra un ordine multilaterale e un nuovo equilibrio, ma tra tale ordine e il disordine, il caos. Checché ne dicano alcuni, il sistema non funziona a scapito delle popolazioni. Al contrario. Negli ultimi settantacinque anni, ha contribuito a creare il periodo più prospero e stabile della storia umana. Il numero di morti nei conflitti armati si è ridotto di circa la metà, anche se in tempi recenti è tornato a crescere. Il reddito mondiale pro capite è quintuplicato. Il commercio internazionale ha conosciuto un’espansione senza precedenti: dal 1950, i volumi scambiati a livello globale sono cresciuti di circa quaranta volte, con un conseguente innalzamento del tenore di vita in ogni continente. Anche le percentuali relative alla povertà estrema su scala globale sono diminuite, passando da circa il 60% a meno del 10%. Questo bilancio è tutt’altro che perfetto, ma resta nettamente migliore di quello di qualsiasi altro modello che l’umanità abbia mai conosciuto. Questi successi non devono in alcun modo impedirci di riconoscere le imperfezioni del multilateralismo. Tale sistema non è sufficientemente rappresentativo, come dimostra il caso del Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni unite (ONU), che riflette ancora i rapporti di forza del 1945 anziché quelli del XXI secolo. Le norme internazionali, è evidente, sono talvolta applicate in modo selettivo. E quando vengono violate, spesso le istituzioni non hanno l’autorità o le risorse per farle rispettare. Riconoscere che l’edificio presenta delle crepe non deve però indurci a demolirlo per poi andare a dormire all’addiaccio. Perché un mondo senza un ordine fondato su delle regole è un mondo in cui prevale la forza bruta, in cui la coercizione si impone più facilmente ed è più difficile coordinare gli sforzi per risolvere i problemi dell’umanità. E non possiamo permettercelo. Non ora. Oggi più che mai abbiamo bisogno di strumenti di coordinamento globale: gli stati-nazione restano gli attori centrali nella politica internazionale; molte delle sfide odierne, tuttavia, trascendono i confini nazionali e non possono essere affrontate isolatamente dai singoli paesi. Inoltre, le sfide attuali sono più complesse e urgenti di quelle che le società avevano di fronte quando l’architettura multilaterale è stata concepita. Il cambiamento climatico minaccia di sconvolgere la vita in vaste regioni del pianeta. Le migrazioni rivelano profondi squilibri globali e stanno diventando una questione politica di primaria importanza in molte società. Il controllo dell’intelligenza artificiale e il ritmo sempre più accelerato del cambiamento tecnologico comportano nuovi rischi che non conoscono confini. Queste sfide richiedono una cooperazione globale che solo il sistema multilaterale rende possibile. Per conseguire i risultati desiderati, tuttavia, saranno necessarie delle riforme. Delle riforme strutturali e urgenti. In primo luogo, dobbiamo liberarci dell’illusione che il sistema multilaterale possa prescindere dall’effettiva distribuzione del potere nel mondo. Se vuole sopravvivere, deve riflettere i rapporti di forza del XXI secolo. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite è l’esempio più lampante del suo anacronismo: la sua composizione, la sua struttura e il sistema di veto contraddicono i principi stessi su cui si fonda l’ordine multilaterale. L’impressione che quest’ultimo non sia in grado di rispondere alle attuali crisi di sicurezza globali deriva, in larga misura, dal suo non essere stato capace di adattarsi. In secondo luogo, il sistema deve diventare più democratico, più diversificato e più inclusivo. I paesi del Sud globale non possono rimanere meri beneficiari passivi di risorse. Devono diventare artefici del proprio futuro, con una voce, un voto e un’influenza reale nelle istituzioni multilaterali. Le grandi democrazie del Sud globale devono trovare posto nelle sedi in cui si prendono le decisioni più importanti a livello mondiale. Infine, dobbiamo rafforzare le capacità di controllo e di coercizione delle istituzioni responsabili della sicurezza mondiale. Le norme hanno valore solo se ci si può assicurare che vengano rispettate, difese e applicate. Da troppo tempo, chi viola le regole comuni ha dormito sonni tranquilli, mentre chi le rispetta si limita a rilasciare dichiarazioni di «profonda preoccupazione». Questa situazione non può andare avanti: la «preoccupazione» deve cambiare campo. È tempo che chi viola le regole sia sottoposto a una pressione internazionale. E che chi le rispetta agisca con la determinazione che il momento esige. La riforma deve quindi concentrarsi sull’efficacia e sulla rappresentatività. Occorrono processi decisionali più rapidi, mandati più chiari e meccanismi di attuazione delle decisioni collettive più solidi. Allo stesso tempo, dobbiamo rendere le istituzioni internazionali più efficienti, meno burocratiche, e rafforzare la loro capacità di rispondere alle crisi urgenti. In mancanza di ciò, la credibilità del sistema multilaterale continuerà a erodersi. In nessun altro luogo la logica del multilateralismo è più evidente che in Europa. L’Unione Europea è nata da una dura lezione: rivalità a cui non si è riusciti a porre dei limiti sono sfociate per ben due volte in una catastrofe, portando alla rovina popoli, economie e stati. Diritto internazionale, istituzioni comuni, sovranità condivisa: non si trattava di aspirazioni idealistiche, ma di condizioni necessarie in un primo tempo per la sopravvivenza e in seguito per la prosperità. Il progetto europeo illustra cosa accade quando l’interdipendenza viene organizzata e gestita, anziché temuta. Grazie a regole e a istituzioni comuni, gli stati hanno trasformato un continente un tempo segnato da guerre incessanti in un territorio definito da cooperazione, integrazione e sviluppo. Oggi i paesi europei sono tra i primi al mondo per benessere, aspettativa di vita, sviluppo sociale e democrazia. Soprattutto, hanno preservato la pace in un continente che per secoli era stato l’epicentro dei conflitti mondiali. Per l’Europa, quindi, il multilateralismo non è soltanto un dovere morale. È anche una necessità strutturale. In un mondo regolato da norme e istituzioni, il Vecchio Continente esercita un’influenza ben maggiore di quanto la sua popolazione o il suo prodotto interno lordo (PIL) lascerebbero supporre. L’Unione amplifica la potenza dei propri membri radicandola in un sistema di leggi, regole e cooperazione. Vale anche il contrario. In un mondo dominato dalle sfere di influenza e dalla forza bruta, la posizione strutturale dell’Europa è destinata a declinare. Una politica tra potenze favorisce gli attori più grandi e brutali. L’interdipendenza economica diventa uno strumento di pressione anziché una fonte di prosperità. Le alleanze pensate in vista della sicurezza collettiva si indeboliscono. E l’apertura dell’Europa – uno dei suoi maggiori punti di forza – si trasforma in una debolezza. Le conseguenze di questa erosione sono già visibili. Con l’indebolimento dell’ordine fondato sulle regole, la competizione geopolitica, i vincoli economici e le pressioni esterne mettono sempre più a dura prova la coesione del progetto europeo. In un mondo più frammentato, la tentazione di tornare a calcoli strettamente nazionali non fa che crescere. Questa opzione, tuttavia, offre solo una sicurezza illusoria. Per l’Europa, l’abbandono del multilateralismo non porterà a una restaurazione della sovranità, ma solo a una perdita di influenza. Il progetto europeo stesso dimostra che la cooperazione può attenuare le rivalità e che le regole possono rendere l’interdipendenza una fonte di stabilità e di prosperità, invece che di vulnerabilità. L’ordine internazionale si fonda su una convinzione condivisa: che il potere possa essere limitato dalla legge, che gli impegni possano andare al di là degli interessi immediati e che la cooperazione possa mitigare le rivalità. Alcuni diranno che tali convinzioni sono pura fantasia. Ma è proprio questa fantasia che permette a miliardi di persone di cooperare, commerciare, prosperare e sperimentare un livello di pace senza precedenti nella storia. Dobbiamo quindi considerare la crisi attuale non come un inevitabile declino del multilateralismo, ma come una prova che ci permette di testare la nostra determinazione a rinnovarlo. Abbiamo l’occasione – di quelle che si presentano una sola volta per generazione – di riformare, anziché abbandonare, le regole, le norme e le istituzioni comuni che rendono possibile la cooperazione mondiale. Senza di esse, quello che viene fatto passare per realismo si trasforma rapidamente in qualcosa di ben più brutale: la legge del più forte. https://mondoweiss.net/2026/04/the-israel-lobby-is-fracturing-as-young-jews-abandon-zionism/?ml_recipient=184910661715756876&ml_link=184910599714506086&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=2026-04-16&utm_campaign=Daily+Headlines+RSS+Automation+-+8am
April 17, 2026
Assopace Palestina