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Francesco Guccini / L’ultimo racconto
Francesco Guccini, esistendo ancora la parola, anche se lui il 6 agosto si è offerto ad altro del nostro mondo, racconta una favola salace com’è suo costume, appostandosi da sempre nella novellistica italiana – e più che italiana se le origini stanno dalle parti di Modena, Bologna, Pàvana. Si sa come le voci amino avventurarsi nell’erotismo regionale. E tutti sanno in che modo Guccini ha recuperato sé stesso e tutti noi nelle sue canzoni. Anche questo libro, a ben guardare, è una canzone, appena più estesa di quante ne conosciamo da Folk beat n.1 in qua. Vi si narra di storie e luoghi presenti in un “brogliaccio” ricevuto da un giornalista, autore di cui non si sa niente e misteriosamente scomparso. Intorno al curioso titolo s’imbastiscono varie spiegazioni, dalle più semplici alle più sibilline che non possono mancare, sottolineando Guccini l’aspetto meno casto della questione. Filologia insegna, avendo a che fare con i virtuosismi analogici (vade retro il digitale, per carità) di chi ha creato la mitologia della via Emilia. Ma dai doppi sensi erotici alla figura di una ragazza “eterea, quantomai pura” di nome Lisa o Lisetta, il salto non sembri azzardato. Siamo alla metà degli anni Trenta, e l’autore ci ricorda che a qual tempo si pensava (o meglio, pensava il Regime) ai caschi coloniali e a imbracciare il moschetto. Da qui alle numerose digressioni, offerte da Guccini per nostra gioia, il passo è breve, anzi istantaneo, divertendosi egli stesso a dare voci alla varia umanità non sfuggente a una sana accademia morale non scritta ma colta nei dialoghi anche un po’ boccacceschi dal sapore aspro e arcaico. C’è Lisetta e ci sono le strade folcloriche, le trattorie leggendarie e le “case d’altri”, e gli allestimenti – dopo la guerra – delle prime Feste dell’Unità. In poche pagine di garbata prosa il nostro novellière ci riporta in un mondo di acqua di Vichy, di Acqua di rose, di famiglie disabbigliate in sottovesti e mutande casalinghe e la presenza forte di una grande “personaggio”, il fiume Reno, minore del fratello germanico, poiché qui siamo in mezzo a due sponde: riva toscana a destra, e a sinistra di colpo è tutta Emilia. Guccini è di Modena, non può dimenticarsi nel suo racconto del Panaro (fiume maschio) e il Secchia (fiume ambiguo, il o la? chi lo sa). Ma è a Casalecchio di Reno, sui pedali, che si va la mattina presto portando vettovaglie (mortadella, due etti, “vera prova dell’esistenza di Dio”). Casalècc sur la mèr, un Lido per via della chiusa lì presente, e dunque una piscina balneabile. È lì che Lisetta, in sottoveste, resiste agli abbordaggi e alla fine si distende nell’acqua affrontando la calura che priva di ogni forza – e si lascia andare. Questo è il capitolo più mistico di Calde le pere!, Guccini in poche righe fa riemergere i toni caldi e sognanti delle estati ferragostane della nostra infanzia, perlomeno dei nati negli ultimi anni del ’40 e nei primi del ’50. Il seguito della storia la si lascia al lettore. La brevità di questa fiaba, dove nostalgia, paganesimo, tradizione remota sembrano riunite per stuzzicare sortilegi e avventi, ha un fastoso potere: la tenera fanciulla entra nei sogni, e la sacralità di certe questioni regionali fa tornare a tempi non del tutto scomparsi, anche se l’epoca attuale ha abnormi intenzioni di giocarsi ai dadi sia il futuro che il passato – tutti tempi da sempre creduti non catturabili. L'articolo Francesco Guccini / L’ultimo racconto proviene da Pulp Magazine.
September 6, 2026
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Sophie Elmhirst / 117 giorni alla deriva
Nel 1972 i coniugi Bailey, Maurice e Maralyn, dopo anni di lavori per ultimare e perfezionare la loro nuova barca – battezzata Auralyn, dall’incrocio dei loro nomi – salpano dall’Inghilterra con un obiettivo ben chiaro e definito all’orizzonte: attraversare l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico fino a raggiungere la Nuova Zelanda. Isolando quest’introduzione, senza lasciar presagire nulla dello sviluppo della storia, potrebbe suonare come uno di quei libri che si possono trovare cercando qualcosa da leggere in letteratura di viaggio: una storia vera, un racconto di un’impresa, un libro a lieto fine. Ma Sophie Elmhirst, giornalista del “The Guardian Long Read” e “The Economist”, nelle sue ricerche per un articolo su coloro che vivono in mare, si imbatté in una storia di un naufragio sconcertante. Dalla lettura dei diari di bordo e dei resoconti che ne seguirono, nel 2024 nasce il libro Un matrimonio in mare aperto. La vera storia di Maurice e Maralyn, edito quest’anno da NNE con la traduzione di Alessandra Castellazzi. Maurice e Maralyn da sempre sognano una vita lontana dal Regno Unito. Entrambi appassionati di sport all’aperto e del mondo naturale, stanchi della sonnolenza e del conformismo che offre la vita quotidiana a Derby, dopo qualche anno di matrimonio decidono di vendere la casa di loro proprietà e di costruire una barca. Il progetto è di raggiungere la Nuova Zelanda, secondo i Bailey la quintessenza della libertà e dell’ignoto, attraversando due oceani e le molte terre che si ergeranno al loro passaggio: Spagna, Portogallo, Caraibi, Panama. Attraversato il canale di Panama, infatti, avrebbero poi impiegato circa dieci giorni per raggiungere le Galapagos, primo tratto della traversata dell’Oceano Pacifico. Come scrive Maurice, «può somigliare ad un deserto, questo oceano […] ma negli abissi un paesaggio c’è». Così, mentre la Auralyn procedeva, capitanata da Maurice, all’alba del 4 marzo 1973 una balena emerse dalla vita sottomarina e speronò la barca, danneggiandola irrimediabilmente. In quel deserto fatto d’acqua e vita marina Maurice e Maralyn resistettero 117 giorni con solamente una zattera e un gommone. L’effetto chiarificatore che entrambi cercavano, lasciando l’Inghilterra, arrivò sotto le sembianze di altri eventi, rispetto a ciò che avevano immaginato: l’esplorazione di ricche terre piene di vegetazione si tradusse nell’esplorazione degli abissi dentro loro stessi, dentro la propria solitudine e le proprie paure, dentro il loro matrimonio e il futuro. «Una pace prossima all’annientamento», così descrive Maurice l’essere sopravvissuti quattro mesi nel mezzo dell’oceano, cacciando la fauna marina, accarezzando una lontananza pura e selvaggia dal mondo. Talvolta, però, ci si può sentire meno soli in una zattera di salvataggio con la sola quanto totale presenza di una persona, piuttosto che circondati da migliaia. Per Maralyn e Maurice fu esattamente così, «perché cos’altro è un matrimonio, in fondo, se non essere bloccati su una piccola zattera con qualcuno e provare a sopravvivere?» Alla domanda di Maralyn, oramai vedovo, Maurice risponderà solo molto più tardi: «Stare da solo era come tornare a terra». Il romanzo di Sophie Elmhirst è una sorprendente storia di resilienza, di speranza e di umanità, che ci interroga sul significato di solitudine e sui legami che ci sorreggono e ci spingono ad andare avanti anche quando sembra impossibile.   L'articolo Sophie Elmhirst / 117 giorni alla deriva proviene da Pulp Magazine.
August 22, 2026
Pulp Magazine
Florence Noiville / “È tutto nei miei libri”
Sono proprio felice di aver letto questo libro. Premetto che nutro pochissima curiosità per la vita e i fatti personali degli scrittori, e non sono neppure d’accordo con la famosa, e un po’ usurata, citazione da Il giovane Holden di J.D. Salinger che dice “i libri che mi piacciono di più sono quelli che quando li finisci vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti va”. Penso che i libri si possano amare, possano salvare la vita e diventare nostri amici; ma appunto i libri, e non gli autori. Quindi non mi è mai stato difficile capire che un autore voglia lasciar parlare i suoi libri e anche decidere di chiudersi nel silenzio e non andare più in tv, ai festival, alle presentazioni. Perché questo è stato il caso di Milan Kundera, che dalla metà degli anni Ottanta aveva deciso di ritirarsi a vita privata e di continuare a scrivere senza dover dedicare del tempo anche a dire come perché quando e quanto scriveva. Florence Noiville, giornalista e critica letteraria di “Le Monde des livres”, ci aveva provato e gli aveva comunque proposto un’intervista televisiva per il programma letterario che conduceva. Kundera aveva rifiutato ma compensato quel rifiuto con una serie di testi inediti per il supplemento letterario di “Le Monde”. Nasce da lì un’amicizia, che coinvolge anche Vera, la moglie di Kundera, e il marito di Noiville. Un’amicizia normale, fatta di caffè, passeggiate, cene, piccoli viaggi. Un’amicizia normale, come quelle che abbiamo tutti. Ma che attraversa tutto il libro Scrivere, che strana idea! e lo rende leggero e intenso, serio e lieve, appassionante. La vita di Kundera, nato a Brno nel 1929, l’anno prima della pubblicazione de L’uomo senza qualità di Robert Musil, è stata in realtà romanzesca e piena di esperienze meravigliose e orribili. Figlio di un musicista, cresce nella cultura mitteleuropea ma subisce poi l’invasione sovietica e la dittatura comunista. Si trasferisce in Francia, dove passerà la maggior parte della sua vita, scrivendo in francese. Come tutti i fuoriusciti, gli esuli, gli emigrati a vario titolo, vive sospeso tra i due paesi, quello natale e quello adottivo, e tra due lingue. Ma con qualcosa di più e di diverso: il popolo ceco gli ha serbato, finché era una vita, un rancore e un astio non del tutto comprensibili. Che si sono finalmente sciolti nella riconciliazione attuale, che ha trovato la sua forma finale nella creazione della “Biblioteca Milan Kundera” a Brno. Un luogo che raccoglie i libri dello scrittore, i suoi archivi, la sua corrispondenza. Tutto ciò che, come ricorda Noiville nel libro, Kundera aveva deciso che sarebbe rimasto. Perché le lettere private, i manoscritti incompiuti, i diari, le foto, venivano sistematicamente distrutte. Milan Kundera non voleva che, una volta scomparso lui, qualcuno decidesse di dare alle stampe e di rendere pubblico quello che lui stesso aveva deciso non dovesse esserlo. E sappiamo molto bene quanto questo desiderio, che molti scrittori esprimono, non venga rispettato. A volte è stato un bene, abbiamo avuto modo di conoscere qualcosa di più, di leggere qualcosa di bello. Ma il più delle volte saremmo d’accordo con l’autore o autrice, che quello che loro hanno deciso di pubblicare era davvero quello che valeva la pena. Il resto è operazione editoriale quando non sciacallaggio. Dunque anche Noiville fa parlare i libri, di Milan Kundera. E attraverso i libri, la sua visione della scrittura e della letteratura. La necessità dell’ironia come unica chiave di comprensione del mondo che non ci faccia precipitare di fronte all’assurdo, l’assurdo che diventa uno dei modi di raccontare il mondo e l’umano. La necessità della letteratura, “perché nei romanzi c’è tutto il nostro essere contraddittori, questo e quello, sì e no, senza disagio”, perché “non c’è posto per l’odio nell’universo della relatività romanzesca, e perché “la saggezza del romanzo deriva dall’avere una domanda per tutto”. Kafka, Musil, Broch, Gombrowicz, sono i numi tutelari del mondo letterario di Kundera, sono i suoi riferimenti e lo sono perché sono stati capaci di raccontare la dissoluzione di un mondo fondato sull’ordine, la diffidenza verso l’idea dell’avvenire e il mito della Storia, e sopra ogni cosa il riso, il disincanto, l’ironia. Kundera ha ripreso quella nobile tradizione, l’ha arricchita, l’ha resa personale e contemporanea, l’ha usata per portarci dentro storie che ci hanno aiutato a crescere, a capirci, a definirci. Accompagnato da alcune foto e dai bellissimi disegni dello stesso Kundera, questo libro raggiunge meravigliosamente l’intento che si propone: quello di far venire voglia di leggere, o rileggere, i libri dello scrittore. Dal grande successo di L’insostenibile leggerezza dell’essere (il cui titolo è diventato un meme, un modo di dire) a L’ignoranza, La lentezza, L’identità, L’immortalità per citarne solo alcuni, fino all’ultimo La festa dell’insignificanza: tutte letture piene di libertà, di tenerezza, di umanità. Un balsamo prezioso per i tempi cupi in cui viviamo. L'articolo Florence Noiville / “È tutto nei miei libri” proviene da Pulp Magazine.
August 19, 2026
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Sara Rattaro / La libertà conquistata
In occasione dell’ottantesimo Anniversario della Liberazione e quindi della nascita della Repubblica nata dalla Resistenza, il dibattito pubblico è stato purtroppo egemonizzato dalle più fantasiose e provocatorie ipotesi revisioniste che attribuivano ai partigiani le colpe più disparate. Vi sono state amministrazioni comunali che hanno impedito anche solo di cantare Bella ciao perché canzone considerata “divisiva” (!) In altri luoghi sono state oscurate targhe in memoria delle azioni di liberazione dello stato e della società italiana in difesa della democrazia. In molte occasioni ha prevalso il silenzio e il disinteresse. In questo modo, non solo la grande storia, ma anche la storia personale degli esseri umani che si sono resi protagonisti di quegli anni formidabili è stata passata un po’ sotto silenzio. Tra questi, una situazione particolare l’hanno vissuta le storie delle donne partigiane. Per decenni relegate nell’oblio delle “staffette” poi lentamente e sporadicamente emerse attraverso figure enormi per statura umana, morale, civile e politica come Carla Capponi, Ada Gobetti, Irma Bandiera, Joyce Lussu, Tina Anselmi, Nilde Jotti, Miriam Mafai e molte altre. Oltre quattrocentomila di cui più di trentacinquemila armate e direttamente combattenti. Mescolate al loro interno per ceto e livello di studi ma tutte animate da un’una convinzione civile oltre che politica. A differenza dei loro compagni maschi, non hanno mai avuto un grandissimo rilievo nella trasmissione della memoria collettiva. Recentemente solo il bel libro di Benedetta Tobagi è riuscito a fare ordine e restituire ragione a questo variegato mondo in La resistenza delle donne (Einaudi, 2026). Oggi un’altra figura di donna, militante partigiana, riesce a conquistarsi una meritata ribalta. È quella di Teresa Mattei, genovese, nata negli anni Venti. Mattei fu la donna più giovane a far parte dell’Assemblea costituente. Insieme a lei altre venti compagne di lotta rappresentarono concretamente la nascente classe dirigente dell’Italia repubblicana. Ce la racconta in un libro ben documentato ma narrato in una chiave romanzata Sara Rattaro con il titolo Il vestito di mia madre. Per comprenderne al meglio la misura è importante sapere che nella narrazione di Rattaro vengono valorizzati alcuni comportamenti della biografia di Teresa Mattei che hanno un valore fortemente evocativo. Come quando a diciassette anni, a scuola, Teresa si alza in piedi per contestare il suo professore che difende le leggi razziali. Per questo verrà espulsa da tutte le scuole del regno. Insieme a questa, seguiranno altre vicende di coraggio e di lotta clandestina. Ma il suo impegno “partigiano” proseguirà anche nella neonata repubblica, soprattutto a favore delle donne, qualche volta lottando contro i pregiudizi dei suoi compagni di partito, perfino i più autorevoli. Dona colta e preparata insistette perché nell’articolo 3 della Costituzione venisse aggiunta l’espressione “di fatto”, per mettere in risalto il dovere della Repubblica di rimuovere concretamente gli ostacoli che limitano uguaglianza e libertà. Inoltre, fu Teresa Mattei a scegliere la mimosa come simbolo dell’8 marzo. Grazie alla sua fioritura a inizio marzo, la mimosa rappresenta la rinascita, la forza e la resilienza femminile. Nel linguaggio dei fiori, i suoi rami gialli simboleggiano anche libertà, autonomia e solidarietà. Nel dopoguerra, in qualità di “militare” testimoniò al processo contro Erich Priebke, responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Lo stesso ufficiale tedesco che pochi anni prima aveva catturato e fatto incarcerare in via Tasso suo fratello Gianfranco Mattei che proprio di quel luogo, dopo poco, si tolse la vita per non collaborare con i nazifascisti. Nonostante tutto questo, Teresa Mattei non viene rappresentata come una figura retorica. Nel racconto di Rattaro. Come nella vita vissuta, Teresa Mattei è una vera e propria testimone di chi erano e come vivevamo il loro impegno le donne partigiane. È lecito domandarsi: perché tra tante biografie (che talvolta, quando vengono raccontate rasentano il grottesco) quella di Teresa Mattei nei nostri istituti superiori non è mai stata tramandata alle nuove generazioni?     L'articolo Sara Rattaro / La libertà conquistata proviene da Pulp Magazine.
August 4, 2026
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Antonio Padellaro / Le amate digressioni
Il passato è una strana bestia, si trasforma fra nostalgia del futuro e visioni modificate della realtà, seguendo e imitando quel miscuglio di onde e particelle di cui tutto – e quindi noi – è fatto. Ne sa qualcosa Ian McEwan che ce lo ha raccontato in Quello che possiamo sapere, opera virtuosa e pensosa dello scrittore inglese. Di fatto Antonio Padellaro ha messo in esergo una frase ricavata da quel libro, là dove penombra, relitti e rottami volano dentro il pozzo senza fondo quando si affronta la storia delle famiglie. Se si pensa di riscriverne vicende personali e comunitarie, bisogna dare spazio anche ai ricordi belli, ai dialoghi proiettati nell’atmosfera terrestre e oltre. Sono le onde create da noi terrestri a restare dentro e fuori le nostre teste – e chissà che in questo campo non si sia già oltre il fascino della fisica per entrare nell’“implacata fame di magia” (secondo la nota osservazione di Manganelli). I ricordi del Padellaro adolescente in Versilia – e siamo negli anni Sessanta – sono il monitor dove osservare lo scontro fra quel periodo e i tempi attuali, quando cronaca e storia erano rappresentati in modo ineguagliato dai film, da quelle pellicole che si proiettavano davanti agli occhi di molti di noi, tra cui l’autore di Quando eravamo felici e la moglie. Per sessant’anni la coppia ha assistito a migliaia di proiezioni, e ora che il tempo del dialogo sta per finire dalla parte femminile l’aria si fa stretta e Padellaro deve fare in fretta se vuole ancora leggere il suo memoir a colei che lo attende con ansia. Deve farlo, e trascrivere il flusso “ininterrotto” di ricordi. Tutte storie dentro la storia. La memoria è una limitazione non da poco, si sa, ma avendo ben presente che la vita cambia in fretta, lo scrittore (e giornalista), affidandosi a figure letterarie come Joan Didion e Paul Auster, prova a sfiorare delicatamente la vita alle spalle e la vita presente in un dialogo che coinvolge la forma terrestre della coscienza umana e familiare. Non si tratta di divagare tra gli affetti e gli effetti, spesso devastanti, della realtà italiana della seconda parte del ’900 e dei primi anni 2000. Si tratta di trovare spazio negli “spazi di bosco”, di far respirare la persona amata, prima che la linea dei ricordi diventi definitivamente retta, priva delle fruttifere digressioni della mente. Tempo ritrovato? Forse. Ma quella generazione di anziani si è scelta Philip Roth, e non Marcel Proust. Per un certo periodo ci sono state altre affiliazioni, e diversi genitori a cui guardare fiduciosi. Questi traffici sono avvenuti nell’Italia del boom, vale non scordarlo, e pochi hanno saputo immaginare cosa sarebbe accaduto fuori dalle mura domestiche. Il mondo “là fuori” è il racconto principale voluto da una moglie morente, e Padellaro si fa largo nella “bruttezza dei nostri tempi”, resiste al disagio, resiste a Trump, alla guerra globale e altre “porcate” – perché le cose della vita non sarebbero state vita senza la prima e unica lettrice di questo libro.   L'articolo Antonio Padellaro / Le amate digressioni proviene da Pulp Magazine.
August 2, 2026
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Stefano Valenti / Genova, luglio 2001-luglio 2026
In quei giorni di luglio 2001 l’asfalto delle strade di Genova si scioglieva. Una vampata mai sentita si stendeva su ardesie e animi, perfino Sottoripa e i vicoli ne erano impestati. Nessuno era immune da quell’inferno, tranne i potenti asserragliati nel palazzo Ducale o nelle suite milionarie. Protetti nei suv raggiungevano le sale potenziate di microfoni mentre all’esterno i residenti non riuscivano a rientrare nei loro appartamenti a causa della foresta di barriere metalliche e container messi in fila e di traverso sulle vie principali e presidiate da forze dell’ordine e militari in assetto antisommossa. Ancora non si sapeva, il primo giorno, che la vampata avrebbe sciolto manti stradali e resistenze umane, e martoriato le carni di ragazzi e ragazze trasportati e rinchiusi in una caserma. A Bolzaneto, 13 chilometri a nord del centrocittà. Militanza e violenze, mondi che diventano cose, dove l’umano è sconfitto, dove solo la voce di Primo Levi si può ancora sentire. Stefano Valenti, valtellinese, traduttore e narratore, s’immerge nella storia selvaggia di Genova, a 25 anni dalle oscure “giornate” del G8. Partendo dalla poesia di Rimbaud del “battello ebbro”, la storia di questo libro è misurata dalle parole del narratore intorno all’amico Francesco, professore universitario adepto di Walter Benjamin che non regge il veleno delle violenze, delle torture. Dopo il suicidio, la testimonianza di quanto accaduto, della realtà a cui – come in Thomas Bernhard – meccanicamente si soccombe, investe il superstite che ora fa risuonare non solo la mente di Francesco (piena di Benjamin, Marcuse, Kafka, Bernhard) ma anche quella di Carlo che detesta la letteratura e che con la stoffa e il talento genovese dell’attivista trovava la morte proprio sui selciati di Genova. Compito arduo dove vocazione, debolezza e qualità di intelligenza s’uniscono in un processo sotterraneo a cui pochi resistono. Come farfalla a luglio è la storia di amicizie, di ragionamenti filosofici di esseri unici al mondo che si scontrano nelle nuvole nere dei lacrimogeni, partendo dal “ventre gravido di vita” delle tende allestite allo stadio Carlini nella Genova blindata, villaggio di anime del Milano social forum e “donne e uomini, adulti e giovani, popoli indigeni, contadini e cittadini, lavoratori e disoccupati, senza casa, anziani, studenti, persone di ogni credo, colore, orientamento sessuale”. Le grate alte cinque metri hanno diviso la città (Don Gallo chiede: “come si fa a dialogare con le sbarre?”), chi ha voluto contrastare pacificamente l’attacco dei black bloc riceve minacce e calci, dal 19 al 22 luglio le camionette vanno veloci come gli scatti dei manganelli, qualcuno racconta che sembra di essere piombati in Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Tutto scritto, nelle pagine di Genova. Il libro bianco. E in molti furono portati alla caserma di Bolzaneto. Un benvenuto di ginocchia a terra, calci e manganellate. Parole irripetibili. E nessuno cada, che è peggio. Poche tracce di umanità dentro qualcosa che niente più assomiglia al “normale”. Mentre Bernhard va a trovare in sogno il narratore, e gli ricorda che i morti ricordano mancanze, errori e fallimenti, nelle pagine del libro di Valenti emerge il terrore delle celle e dei corridoi insanguinati. La paura dello stupro per le donne, crudeltà concrete le cui implicazioni sorpassano il senso comune. Nessuno ne è immune. E il narratore vuole rendere omaggio all’amico che ha sversato l’anima. Più che ricordare i fatti, più che dare spazio e luce a Francesco impiccato e a Carlo steso a terra. Sentiamo ancora, noi che lavoravamo negli ospedali del Centro, gli elicotteri volteggiare dall’alba al tramonto – mentre tutto decadeva, e alla caserma di Bolzaneto accadevano cose in una sospensione dell’agibilità umana. Valenti si chiede: come si improvvisa un tale “montaggio della crudeltà”? La città è sfibrata, nucleo del “tempo devastato e vile” fortemente voluto dai poteri – il gioco duro e sporco trova compimento a Bolzaneto, 13 chilometri a nord del Centro. È scritto. L'articolo Stefano Valenti / Genova, luglio 2001-luglio 2026 proviene da Pulp Magazine.
July 5, 2026
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Violetta Bellocchio e la memoria traumatica
Volevo parlare un po’ di Violetta Bellocchio, la mia scrittrice italiana preferita insieme a Melania Mazzucco ed ‘Elena Ferrante’, e del fatto che mi piaccia malgrado il suo genere d’eccellenza sia probabilmente quello che apprezzo di meno fra quelli correnti, il ‘memoir traumatico’ (un termine usato dalla stessa Bellocchio). Dato che non ho le qualifiche necessarie per fare il critico letterario propriamente detto faccio il, come dire, lettore critico e quindi passo attraverso i miei gusti personali, per quel che valgono, per cercare di dire qualcosa di utile. Intanto, qual è il ruolo del ‘memoir traumatico’ nell’ecosistema letterario italiano e occidentale in genere oggi? Tanto per cominciare ecco un fattoide incredibilmente minore, di quelli che conosco solo io. Posseggo un tascabile senza pretese pubblicato nel 1952 da Pocket Books. L’autore è il giornalista Donald B. Robinson e si intitola The 100 most important people in the world today: brevi ritratti dei cento più importanti leader politici, scientifici, artistici etc del mondo a metà secolo. Ci sono Stalin, Truman, Churchill, Mao, Nehru, Eisenhower, etc. Gli italiani sono tre: il Papa, Pio XII, Arturo Toscanini ed Enrico Fermi. C’è, stranamente, anche Albert Speer. Fra gli artisti spicca il muralista messicano Diego Rivera e nel suo capitolo ci viene presentata di sfuggita sua moglie, la ‘pittrice surrealista’ Frida Kahlo. Solo che oggi quella davvero famosa, dei due, è lei, mentre Rivera, una delle 100 persone più importanti del mondo nel 1952, ora è noto solo come il marito (infedele) di Frida Kahlo. Il motivo, mi pare, è semplice e non riguarda il talento: i vasti affreschi di Rivera, affollati di simboli e personaggi, coprono temi vasti, a volte anche troppo, come la storia del Messico, la società industriale o il destino dell’Uomo; gli autoritratti di Kahlo sono, essenzialmente, dei selfie, e noi viviamo nell’epoca dei social, dove chiunque può essere il giornale o telegiornale di sé stesso. La ‘fame di realtà’, che qualcuno ritiene la caratteristica principale del nostro momento letterario (non è vero ma facciamo finta che), sembra garantita solo dall’impegno personale dell’autore. A volte dietro il selfie si distingue distintamente il mondo; a volte il volto copre praticamente tutto. Nel mondo editoriale la situazione, un po’ rozzamente, si può riassumere così: da un lato ci sono i romanzi (soprattutto) di ‘genere’, cioè i libri fatti esclusivamente di altri libri e che non prevedono l’esperienza individuale, se non in forma molto ridotta (cioè, puoi ambientare un giallo o un horror nella tua città e quindi utilizzare la tua esperienza di vita, ma solo entro una rigida cornice degli eventi e dei personaggi); dall’altro ci sono i libri su sé stessi, divisi fra memoir, autobiografie e autofiction. I perdenti sono i romanzi che potremmo definire ‘ottocenteschi’, cioè le storie ambientate nel mondo reale e contemporaneo con personaggi sostanzialmente inventati (e dove i referenti reali sono accuratamente mascherati). Le eccezioni, sia chiaro, sono abbastanza numerose ma le due strade sono chiare. Il ‘genere’ ne può fare a meno (cosa sapete di Dan Brown o James Patterson?), ma la letteratura ‘seria’ è costretta a fare riferimento alla personalità dell’autore, che devi farsi brand per il ‘ceto medio riflessivo’. I tre generi ‘personali’ hanno delle regole interne, più o meno chiare. L’autobiografia è il più rigido, vanno impiegati solo fatti ‘veri’ come nella storia, e non ci devono essere personaggi immaginari o conversazioni ricostruite a memoria. Si possono saltare passaggi o nascondere nomi per motivi legali ma non oltre. Nell’autofiction, entrata nel discorso letterario italiano con Troppi paradisi di Walter Siti’ (2006) e il suo famoso incipit: “Mi chiamo Walter Siti, come tutti”, il protagonista è l’autore, con dati biografici reali, a cui però capitano avventure largamente immaginarie, a volte, come in Troppi paradisi, sostanzialmente realistiche, e a volte, come il Lunar Park di Brett Easton Ellis, nettamente fantastiche. I confini del memoir sono meno definiti: i fatti devono essere ‘veri’ e percepiti come tali ma la scelta, il montaggio, il tono sono decisamente romanzeschi. I nomi e i luoghi possono essere cambiati e nascosti, le conversazioni immaginate, i tempi modificati ma tutto dev’essere al servizio di un’esperienza vera, ‘sincera’, che però non può essere verificata con gli stessi strumenti dell’autobiografia. Come dicevo, un genere di moda, anche alta: in anni recenti libri come quelli di Jonathan Bazzi. Daniele Mencarelli, Teresa Ciabatti e Alcide Pierantozzi sono stati presi decisamente sul serio, anche in area Strega e Campiello. Inserto personale: a me questo tipo di letteratura piace poco (con l’eccezione dei libri di viaggio, uno dei sottogeneri che prevedono l’io  narrante ‘reale’) e tendo a non leggerne. Piace poco anche perché troverei intollerabile scriverla: passare mesi o anni, il tempo che mi ci vorrebbe a scrivere un memoir, chiuso nella mia testa con me stesso sarebbe un inferno. Per non parlare della possibilità di offendere persone care. No, grazie, non fa per me. Questo rende perciò più curioso, almeno per me, il fatto che mi piaccia da morire leggere Violetta Bellocchio. > Mi chiamo Violetta Bellocchio. Ho trentaquattro anni. Sono nata a Milano il > quattro nove settantasette, carta d’identità scaduta, vado in giro col > passaporto. Non sono mai stata sposata, non sono mai stata incinta, e non > riesco più ad abitare da sola. > > Fino allo scorso autunno vivevo in una piccola città vicino al mare. Non ci > torno da ottobre, e lì ci stanno tutti i miei vestiti. Il 90 percento, almeno. > Quelli buoni. > > Gli avanzi, nell’armadio della mia vecchia stanza, mi stanno male. Tutti. Devo > tirare indietro le maniche, raccogliere l’orlo della gonna. > > Ho smesso di lavarmi i denti. > > Lasciavo già la posta in arrivo si accumulasse, senza aprirla; da qualche > mese, non mi ricordo da quando, ho cominciato a farla scivolare sotto il > divano con la punta del piede. > > Ho perso la memoria. > > Gli anni peggiori, dai venticinque ai ventotto: tre anni – non ci sono più. > Non è una bugia e non sto cercando di ricostruire una sola notte. > > Tre anni, click. Andati. > > Della persona che sono stata, a un certo punto, io non ho più nulla. Violetta Bellocchio è figlia della psicanalista Lella Ravasi. Fra i suoi zii ci sono il regista Marco Bellocchio e il critico Piergiorgio Bellocchio, uno dei miei punti di riferimento intellettuali. Insomma, nasce bene. Oltre a diverse centinaia di schede per il Mereghetti, un must nelle librerie colte a cavallo del secolo, ha scritto diverse cose, fra cui voglio segnalare un brillante romanzo distopico, La festa nera (2018). Ormai però è stata identificata (e lei stessa si autoidentifica) col genere del memoir: Il corpo non dimentica (2014), da cui è tratto il brano qui sopra e su cui vorrei concentrarmi, grazie anche alla riedizione di quest’anno per 66thand2nd, Electra (2024) e Studio privato (2025). Nessuno di questi libri è stato preso in considerazione per lo Strega o il Campiello, cosa che me li rende ancor più simpatici. Ma c’è ben altro. In breve: ne Il corpo non dimentica Bellocchio racconta i suoi tre anni perduti, dal 2002 al 2005, all’alcolismo cronico. La struttura non è cronologica e tutto il libro è il racconto di un recupero di ricordi perduti e un tentativo di dare ordine. Bellocchio è uscita dall’alcolismo grazie al meno trendy e più affidabile dei metodi, gli Alcolisti Anonimi e a un semplice imperativo: “Cura: smettere”. Anni dopo, sobria ma anche abbastanza in crisi, Bellocchio si affida a una psicoterapeuta, Meredith, e a un solitario ritiro in campagna per descrivere la sua esperienza con un tema diverso ogni giorno: Inizio, Metodo, Motel, Amore, Immagine, Invidia… Non c’è quindi una trama, o meglio c’è ma, per citare Godard, ci sono un inizio, una parte centrale e una fine, ma non necessariamente in quest’ordine: com’è andata a finire lo sappiamo fin da subito. Caso mai è più incerto l’inizio: non c’è un perché puro e semplice. Bellocchio è di buona famiglia, una famiglia colta e progressista, una famiglia, inoltre, che chiaramente la ama e sostiene, può studiare e porsi degli obbiettivi e, a parte le ovvie maggiori resistenze che devono affrontare le donne (ci sono pagine piuttosto acute sulla differenza nella percezione dell’alcolizzato uomo e dell’alcolizzata donna), non si può nemmeno dare la colpa alla società e difatti Bellocchio non lo fa. C’è il trauma di un’operazione in giovane età ma a parte questo tutte le umiliazioni e degradazioni e vergogne e vomito e cadute per strada che Bellocchio subisce un po’ dappertutto, dall’Italia a New York a Londra (è un libro molto internazionale), sono strettamente individuali, come individuale è la decisione di smettere e guarire, sia pure con l’aiuto degli Alcolisti Anonimi e dei loro 12 passi. A un certo punto, e non te lo aspetti, e soprattutto non te lo aspetti da un autore così apparentemente inserito in dinamiche stilistiche (ci torneremo) e comportamentali così anni Novanta-Zero, per non dire Gen X, così dichiaratamente global e post-whatever, e soprattutto non te lo aspetti da un libro italiano di questi tempi, pubblicato pure da Einaudi Stile Libero, spunta fuori Dio e più in generale il ruolo della fede nella ricerca della salvezza, sia pure terrena. > È una coperta morbida, camminare nella luce di Dio. Può tentare molto una come > me. Ti permette di pensare, e di dire: Non sono morta perché Dio mi ha > protetto. > > Se non lui, qualcuno. Un sacro fantasma, magari. > > C’è solo un piccolo problema, qui. > > Io sono protestante, e noi non ci crediamo, ai santi e ai miracoli.  Anche qui è chiarissimo che il grosso del lavoro lo devi fare te e non ci sono scorciatoie né outsourcing, ma è anche vero che sapere di essere accompagnati lungo la strada, sia dai volontari degli Alcolisti Anonimi, che hanno fatto la stessa strada, sia da Dio in persona, aiuta tantissimo. Ma se questo aspetto mi entusiasma o almeno riscalda il cuore, non è il vero motivo per cui Violetta Bellocchio mi piace così tanto e mi pare diversa da altri fornitori di memoir traumatici. E nemmeno l’assunzione in responsabilità in sé, la cui sincerità è in qualche modo confermata per negazione nel successivo memoir, Electra, dove il male entra interamente dall’esterno, da un aggressione sessuale per strada a Milano, che innesca una crisi paranoica la quale culmina nella decisione, all’epoca del Covid, di sparire interamente dalla circolazione e diventare una scrittrice anglofona con lo pseudonimo di Barbara Genova (e questo è niente, davvero: è una storia incredibile e credibilissima, oggi). Il vero motivo è, ovviamente, lo stile o, meglio ancora, il tono. Un tono estremamente RECITATO. Un ritmo sostenuto e sincopato, molto parlato, ma non nel senso di una confidenza o confessione, ma nel senso del teatro. I momenti più intimi sembrano ‘sussurri di scena’, quando un segreto sussurrato all’orecchio di qualcuno deve sentirsi fino alle ultime file. Confessione, ma nel senso dei primi cristiani, quando la confessione era pubblica, di fronte alla comunità dei fedeli e come in effetti si fa di fronte al piccolo gruppo di pari durante le riunioni degli Alcolisti Anonimi. Il modello è quello del monologo. In Italia si potrebbero citare Marco Paolini o Ascanio Celestini, ma mi pare chiaro che il modello è più americano, qualcosa tipo Spalding Gray o, più indietro ancora, Ruth Draper. Ci sono anche momenti di pura stand up comedy in cui si ride seriamente ma il contesto de ‘Il corpo non dimentica’ è troppo cupo per la comicità sostenuta ed è giusto così. Ora, personalmente sono convinto che nulla abbia fatto male alla narrativa italiana che l’aver scambiato la tradizione letteraria italiana con quella americana in traduzione. Anni fa Bellocchio aveva scritto per il Post un articolo sul ‘doppiese’, cioè la lingua artificiale dei traduttori e, peggio, dei doppiatori (perché la vera influenza nefasta sui nostri giovani narratori degli ultimi cinquant’anni non è nemmeno la letteratura americana ma il cinema e le serie), la lingua dell’”Escono dalle fottute pareti!!!” o il famigerato ‘non girare intorno al cespuglio’ di Faletti, e degli stereotipi della vita americana applicati senza mediazione alla realtà italiana. In Violetta Bellocchio che, come avevamo detto, è bilingue al punto di poter passare credibilmente per una poetessa americana, l’inglese e i suoi ritmi entrano perfettamente dentro l’italiano e non abbiamo mai l’impressione del ‘doppiaggio’. Quindi, armata di una lingua che si rifà alla nostra autentica cultura, cioè quella americana dei media, ma che la italianizza a fondo in un parlato teatrale italiano, Bellocchio finisce per fare quello che tutti le storie ‘personali’ dovrebbero fare: dire la verità attraverso il massimo dell’artificio possibile pur restando essenzialmente la verità. Secondo me, ma quello, lo ammetto, potrei essere solo io, il film per un libro come Il corpo non dimentica dovrebbe essere un musical o un cartone animato, cioè i due generi artificiali per eccellenza e che in quanto tali possono davvero dirci qualcosa sulla Realtà. Per rimanere nel realistico, citiamo giusto un romanzo recente molto più considerato nei giri letterari italiani, tanto da essere candidato allo Strega, cosa che a Bellocchio sono sicuro non accadrà mai (scusa, Violetta), e cioè Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, una storia di malattia mentale. La prosa di Pierantozzi è ovviamente elaborata con cura ma per ottenere un effetto di scabro e autentico, un cri de coeur commovente dove non si ride né si deve ridere mai. Soprattutto, non dobbiamo mai perdere di vista l’eroe che combatte a forza di palestra e psicofarmaci per la sua salute mentale e per la sua arte, di cui Lo sbilico è il trionfale risultato. Invece ‘Il corpo non dimentica’, che pure non risparmia affatto la soggettività di Violetta Bellocchio, che si mette in scena anche lei con cura ‘teatrale’, ha uno scopo diverso dalla semplice autoglorificazione personale, ha lo scopo di lanciare un messaggio utile e necessario: “Cura: smettere”. L'articolo Violetta Bellocchio e la memoria traumatica proviene da Pulp Magazine.
June 23, 2026
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Marina Abramović / In tutte le Venezie del mondo
Marina Abramović a Venezia, una mostra inaugurata di recente in occasione della Biennale, alle Gallerie dell’Accademia, dunque Marina esiste qui nella città lagunare, esistendo l’artista ovunque nel mondo e ovunque la libertà unita a curiosità e desiderio l’abbiano spinta verso la gente, quel particolare tipo di gente in grado d’essere sfiorata – e colpita – in modo leggendario. Mentre si passeggia nei percorsi mistici delle isole si può leggere (o rileggere), durante una sosta, il memoir che torna in mezzo a noi “attraversando i muri”, ancora e sempre capaci di commuoverci come si commuove l’artista uscendo dalla stazione di Santa Lucia – di colpo immersa in un sogno totale, immersi neuroni e coscienza in un profondo di incredulità e meraviglia. E in effetti è davvero accaduto. In anni così lontani così vicini. Il viaggio sublime di Abramović inizia dalla ex Jugoslavia, sempre in compagnia di qualcuno, perché i muri non si attraversano da soli, quel loro spessore non dà modo di conoscere la vita. Dalla carenza di ogni cosa, nel luogo oscuro della Jugoslavia postbellica, però con genitori che avevano combattuto i nazisti, la ragazza Marina si presenta come viaggiatrice con pensieri dominanti di libertà, e prime prove pittoriche che bramano soltanto d’ispirarsi a tutt’altro. Ora lo sappiamo, ora la biografia evoca e fa tornare indietro nel tempo in un via vai di avvenimenti e circostanze, amori pressoché eterni (come quello con Ulay), entrando e uscendo dai deserti mondiali fino alla Grande Muraglia cinese. Dentro alla storia, performance centrate su The Artist Is Present, il dolore in primo piano, il sangue originale e indotto, la marcia personale che costringe alla marcia sia i visitatori che raggiungono la sacerdotessa balcanica sia i lettori di Attraversare i muri – e sempre, in primo piano, la carne, ma mai privata dalla concentrazione che, al dunque, salva la vita. Per questo, e con molti altri luoghi di stupori, Abramović accoglie col proprio corpo anche attraverso le pagine del memoir. È il suo ordine vivente, che parla con la stella incisa sulla sua pancia, con la volontà resistente sui blocchi di ghiaccio di un’altra performance. Gli anni sono passati, continuano a passare mentre il mondo è mutato in un kaos che disprezza gli artisti e le Venezie, nonostante artisti e Venezie non smettano di amare coloro che ne percorrono sentieri e calli, inseguendo “guarigioni”. Poiché ferite sono ben presenti, cosa resta se non richiamare il senso di chi lo ha avuto – per nostra cara fortuna – e resiste sintonizzando bellezze carnali e petrose? Leggere questa Abramović, oggi, consente d’essere guaritori di un naufragio, da lei sospinti e influenzati, testimoni di un’arte estrema che ha sempre avuto sotto gli occhi le estreme architetture mondiali, come le pietre della Grande Muraglia e, più di tutte, le Pietre di Venezia.   L'articolo Marina Abramović / In tutte le Venezie del mondo proviene da Pulp Magazine.
June 21, 2026
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Bebetta Campeti / Il potere che cura
La guaritrice ferita. L’iniziazione sciamanica di una donna occidentale è un viaggio che si presenta ai lettori come un memoir, ma che accoglie nelle sue pagine le molte vite e le molteplici strade della sua autrice, Bebetta Campeti, quasi fosse un romanzo di finzione. Quello che si snoda nel libro è un racconto infuso di sincerità, scritto a cuore aperto da chi non teme di rintracciare nelle proprie fragilità i nodi focali delle proprie trasformazioni, per raccontarle e tramandarle; per ispirare gli altri, senza pretese né superiorità, anzi: facendoci entrare negli abissi di una vita per riuscire a vedere meglio le stelle nel buio. Il viaggio per diventare la guaritrice sciamanica che è oggi Campeti inizia nel 1982 nella Montagna di Sorte, in Venezuela. Bebetta è lì per girare un documentario sulla reina María Lionza, quando la violenza di una banda locale la colpisce, spingendola in un buco nero che segnerà la sua vita. Il disturbo da stress post-traumatico che la segue nei decenni successivi è sempre lì, in sottofondo, mentre Bebetta vive gli anni della sua giovinezza tra l’Europa e l’America. Qui inizia la sua esplorazione della realtà, dei mondi che coesistono al mondo fisico in cui viviamo, degli strati della coscienza umana. Sperimenta psichedelici, pasticche di LSD che le offrono uno sguardo nella vacuità e nelle interconnessioni che permeano il mondo fisico. Si addentra nell’esoterismo leggendo l’I Ching. Libro dei mutamenti e il Tao Te Ching. Scopre gli effetti positivi della meditazione e dello yoga nei viaggi in Oriente, dove sposa il buddismo tibetano che, come un salvagente, la tiene in superficie mentre influenze karmiche, di vite passate, fanno breccia nel presente, minacciando l’equilibrio della sua famiglia. Sperimenta l’ayahuasca in Perù. Viene iniziata allo shivaismo kashmiro, dove perfeziona l’arte della meditazione per calmare la mente e lasciar andare. Durante l’iniziazione del Kalachakra dal Dalai Lama, a Graz nel 2002, Bebetta sogna un mandala: da lì nasce Aurora, un centro in Toscana, circondato dalla natura della val d’Orcia, che negli anni successivi sarà un punto d’incontro, un luogo di equilibrio e di dialogo tra le diverse discipline che l’hanno aiutata a ritrovarsi. Il mondo invisibile, oltre quello fisico in cui viviamo, è popolato di spiriti, che Campeti negli anni ha imparato ad esplorare, a conoscere, a canalizzare dentro di sé. Attraverso i viaggi sciamanici, guidata dai suoi maestri e maestre, muovendo il corpo energetico per uscire dal corpo fisico, Bebetta ha fatto conoscenza di molteplici animali di potere e Spirit Teacher che, accogliendola nel mondo di sotto, l’hanno guidata, protetta, consigliata. Ognuno di loro è portatore di una relazione specifica con il praticante, “dando forma a energie invisibili” dove l’immaginazione diventa “una porta per entrare in altre dimensioni”, connettendola al mondo naturale e ispirandola ad aiutare gli altri. I viaggi sciamanici le aprono l’orizzonte sul tema dei traumi intergenerazionali, che riversiamo da una vita all’altra in un ciclo infinito, dove la morte è solo una porta a una nuova reincarnazione. I nodi delle vite passate vanno sciolti per arrivare alla guarigione, e Bebetta ci riesce. La maternità è un tema che permea il memoir, personificazione di un nodo da sciogliere per raggiungere il perdono e la guarigione. Da un lato c’è il rapporto difficile con la madre, dall’altro le sfide dell’essere una buona madre per i propri figli, cercando di bloccare quelle influenze karmiche che pesano sull’anima e che tramandiamo al nostro sangue. L’autrice scrive a cuore aperto di come le due tipologie di maternità – essere madre lei stessa e al contempo essere figlia di una madre – siano parte dello stesso insieme e di come curandone una, abbia guarito anche l’altra, accogliendo la pace anche dentro sé stessa. Campeti possiede una scrittura limpida, riuscendo a narrare con una chiarezza disarmante le molte strade che ha incontrato nel suo cammino di guarigione, trovando nelle fragilità dell’esistenza un punto da cui partire per esplorare la realtà, fuori e dentro di sé, curando non solo le proprie ferite, ma anche quelle degli altri: “Qual è il potere che cura? […] il potere che cura è l’intenzione del guaritore”. L'articolo Bebetta Campeti / Il potere che cura proviene da Pulp Magazine.
June 15, 2026
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Roger Corman / Manuale di cinema indipendente
C’è qualcosa di straordinariamente americano nel titolo di questo libro: una vanteria formulata con la precisione di un bilancio contabile. Roger Corman, il più prolifico e longevo cineasta indipendente della storia di Hollywood, non si presenta ai lettori con l’umiltà del memorialista malinconico, ma con la sicurezza dell’imprenditore che conosce i propri numeri a memoria. Il titolo è già un manifesto, e il libro, scritto a quattro mani con il giornalista Jim Jerome e pubblicato per la prima volta nel 1990, mantiene coraggiosamente quella promessa. Breve e diretto come la produzione di uno dei suoi film, il volume è una raccolta di aneddoti sull’arte del fare cinema che si legge con piacere autentico. La critica statunitense lo ha accolto con affetto cinefilo e con la consapevolezza crescente – maturata nel tempo – che Corman vada letto non nonostante il genere, ma attraverso di esso. Il cinema di serie B non era per lui un rifugio di necessità: era una poetica. Un uomo che negli stessi anni distribuiva negli Stati Uniti i film di Bergman, Fellini e Truffaut – pellicole che avrebbero poi vinto l’Oscar come miglior film straniero – e che sceglieva comunque di produrre film di mostri giganti e motociclisti fuorilegge, stava compiendo una scelta estetica e culturale deliberata, non accettando un limite. Quello che emerge con chiarezza nel memoir di Corman, e che ha indotto alcuni critici americani a definire il libro lettura obbligatoria per gli studenti delle scuole di cinema, non è tanto la riflessione teorica sul linguaggio cinematografico quanto il pragmatismo tecnico del manuale pratico di sopravvivenza creativa: come essere frugali e ingegnosi quando si fa un film con pochissimi mezzi. Ma la frugalità, nel caso di Corman, non era impoverimento bensì disciplina formale. I budget risicati, le riprese lampo, i copioni scritti in pochi giorni e i set smontati prima ancora che gli attori avessero memorizzato le battute, diventavano nel suo cinema un vincolo produttivo che stimolava l’invenzione, esattamente come la forma sonetto costringe il poeta a trovare soluzioni che la prosa libera non avrebbe mai cercato. Dai primissimi film degli anni Cinquanta come It Conquered the World e Not of this Earth fino alle produzioni New World degli anni Settanta come Death Race 2000 e Piranha, il libro percorre una carriera in cui il genere funzionava come linguaggio popolare capace di veicolare istanze culturali tutt’altro che banali. The Wild Angels e The Trip erano cinema politico mascherato da exploitation; il ciclo di film da Poe con Vincent Price era un’incursione nel gotico letterario che molti registi “seri” non avrebbero saputo girare con altrettanta efficacia. Il volume include i ricordi di alcuni dei più importanti cineasti e attori che devono a Corman i loro esordi: John Sayles, Martin Scorsese, Jack Nicholson, Francis Ford Coppola, Peter Bogdanovich, Joe Dante e Jonathan Demme, tra gli altri. Queste testimonianze restituiscono la dimensione più preziosa del personaggio: quella del maestro. Scorsese ha ammesso di essersi aspettato in Corman un tipo alla Harry Cohn, grezzo e volgare, e la sorpresa di trovare invece un uomo di vasta e raffinata cultura, cinematografica e non, e dalla curiosità intellettuale autentica, è rivelatrice. Non si tratta di un’anomalia: si tratta della chiave per capire tutto. Corman sapeva perfettamente cosa stesse facendo e perché. Come osservato da più recensori americani, il libro riesce a trasmettere l’entusiasmo, l’ingegnosità e la strategia spericolata dell’autore con una verve che nessuna biografia più oggettiva e meno compiaciuta potrebbe eguagliare. È un memoir scritto dalla parte giusta della barricata, ai margini del mainstream cinematografico, e va letto come tale: non come documento neutro ma come atto di poetica, la dichiarazione di un autore che ha scelto consapevolmente il proprio territorio e lo ha coltivato con rigore. Il posto di Corman nella storia del cinema è al sicuro, data la sua influenza sui cineasti della controcultura degli anni Settanta e il suo ruolo di mentore per molti dei futuri grandi nomi di Hollywood. Ha trascorso decenni a combattere il sistema, raramente fallendo, e ha spianato la strada a moltissimi giovani cineasti, essendo determinante nel dare forma ad un cinema che ha plasmato mezzo secolo di cultura popolare americana. In questo senso il libro è anche un documento storico: la testimonianza di come Hollywood sia stata salvata non dai grandi studi, ma da figure di geniali outsider come Corman, capace di operare ai loro margini con intelligenza, ironia e una visione del cinema popolare che non aveva nulla da invidiare all’autorialità europea da lui stesso distribuita e fatta conoscere al pubblico americano. Come ho fatto cento film a Hollywood è un libro fatto esattamente come i film che descrive: rapido, efficace, costruito per funzionare. Non ha la pompa di certi paludati memoir cinematografici, ma ha qualcosa di più raro: la coerenza totale tra chi scrive e ciò che viene scritto. Indispensabile per chi studia produzione cinematografica, godibilissimo per chiunque ami il cinema come fatto culturale prima ancora che artistico.   L'articolo Roger Corman / Manuale di cinema indipendente proviene da Pulp Magazine.
June 11, 2026
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