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Natalia Litvinova / “Zona” 1986/2026
L’anno in cui esplose il reattore nucleare a Černobyl’ gli abitanti di quel territorio divennero radioattivi insieme a piante e animali e ogni oggetto e manufatto: nel 1986 nasce la protagonista di Lucciola, romanzo memoir in cui le donne – madri, figlie, sorelle – sono esattamente coloro che tentano, e spesso ci riescono, a raccogliere il racconto di quella storia in cui il paese radioattivo riscatta la propria umanità – mentre gli uomini si sgranano in rivoli polverosi e micidiali così come le loro invenzioni, le loro menzogne. I primi anni di vita della bimba coincidono con la fine dell’Unione Sovietica, mentre ogni bene sparisce da case e negozi, mentre le micidiali particelle atomiche diventano parte del paesaggio europeo iniziando il loro viaggio mortale dalla città di Prypjať (“città dei fiori”). E lucciole sono chiamati coloro che furono esposti alle radiazioni. Gli adolescenti pensano di veder uscire dai piedi scalzi la fluorescenza assorbita con la radiazione ionizzante. Natalia Litvinova, poetessa e scrittrice, emigrò a Buenos Aires con la famiglia dieci anni dopo la sua nascita, fece in tempo a trovarsi dov’era l’origine di tutto: a cominciare dal parto indotto da un bisturi poco educato ma unico strumento capace di estrarre una creatura che non voleva “nascere in autunno in un paese radioattivo”. Natalia scrive che con i piedi toccò la tragedia mentre con le mani resisteva attaccata “alle viscere di mia madre”. Con questa scena inizia un libro dove ogni pagina inaugura un frammento di resistenza contro la sconcezza nucleare, contro la stupidità umana, resistenza che nasce dalla dedizione femminile verso tutto ciò che vive e agisce. Tutto questo all’ombra della centrale nucleare, oggetto nero e marrone al centro della “zona di esclusione” – 3000 chilometri quadrati di confine fisico, “cuore di tenebra” che ancora oggi è lì, dopo quarant’anni, con le metamorfosi biologiche, le carcasse di case, edifici pubblici, luna-park, e boschi fuori controllo dove si aggirano cani e altri animali che hanno ripreso la loro libertà selvaggia. Con l’aggiunta dei droni russi che bombardano il “sarcofago” in cui è stato imprigionato il reattore saltato in aria. La radioattività è invisibile ma i missili di Putin no. Litvinova mette allo scoperto, per brevi frammenti, il tesoro umano custodito dalle donne – di famiglia e non di famiglia –, i racconti di chi conosce tutta la storia e di chi nega che ci sia stata una Černobyl’ radioattiva e relativi figli. Adolescente pensava che neve e ghiaccio non potessero farla ammalare, che la neve avrebbe “spento la radiazione”. Bisognava non rovinare la neve, serviva a purificare i tappeti portati dalle case all’aperto. È la stessa Natalia a cui sembra strana la lingua di Buenos Aires una volta atterrata in Sudamerica, e come le sembra strano in inverno non indossare giubbotto e sciarpa. Ha nostalgia del silenzio che avvolgeva il suo paese d’origine mentre ora i clacson e le discussioni accalorate degli uomini non spariscono mai di notte. Ora scrive e sprofonda nel tumulto della memoria. Perché lì sta un fondo che non bisogna scordare. Né lei che ne ha vissuto origini oscure, né noi che forse ancora portiamo nelle nostre cellule qualche traccia “luccicante”. A noi tocca temere il peggio, se esiste un peggio alla notte nucleare, ma siamo ancora qui, ascoltiamo la voce di Natalia che dice: “Narrare è protendere la lingua, allungare il presente”. Natalia ha una madre che ai tempi della sua infanzia non sapeva che avrebbe lasciato il paese e i “libri di Černobyl’ che non dicono ciò che lei ha visto”. Era l’aprile 1986, e quel cielo rossastro presagiva la catastrofe.   L'articolo Natalia Litvinova / “Zona” 1986/2026 proviene da Pulp Magazine.
May 3, 2026
Pulp Magazine
Franck Courtès / Il memoir di un’odissea quotidiana
Come ormai ci ha abituati, Playground estrae dal cilindro un gioiello letterario. È il caso de La mattina scrivo, già celebrato dalla maggior parte della critica, romanzo memoir del francese Franck Courtès, da cui la regista Valérie Donzelli ha tratto il film omonimo uscito quasi in contemporanea con l’edizione italiana. Opera autobiografica potente e amara, ci racconta la storia di Paul, fotografo di successo che decide di abbandonare una carriera sicura per inseguire la vocazione alla scrittura. Le vendite, nonostante le recensioni positive dei critici, non gli permettono entrate sufficienti per vivere decorosamente e anzi, in poco tempo, intacca anche i suoi risparmi. Dopo aver venduto tutte le cose di cui pensa di poter fare a meno – come lo scooter o l’anello del padre – e lasciato la casa dove viveva con la moglie e i figli, tutti e tre trasferitisi in Canada, per vivere in un monolocale buio e disordinato, decide di iscriversi a una piattaforma che offre lavori saltuari: piccoli traslochi, sgombero di cantine, manutenzione di giardini, smontaggio e montaggio mobili. Decide che lavorerà solo il pomeriggio dedicando la mattina alla scrittura. Ma il mondo della gig economy, governato da algoritmi e recensioni dei clienti, è una realtà a perdere: chi chiede di meno avrà il lavoro. Paul si trova di fronte a un capitalismo digitale ben più crudele di quello classico, dove non c’è alcuna persona fisica a cui chiedere conto. Tutti gli iscritti alla piattaforma sono in concorrenza, immigrati e indigenti che lottano per sopravvivere: una realtà di schiavi e poveri che sembra rimanere invisibile per una società che si basa sul consumo. Courtés descrive con precisione quasi chirurgica la discesa sociale di un uomo che, per restare fedele alla propria arte, finisce stritolato da algoritmi che mettono all’asta il suo tempo e la sua fatica fisica e costringendolo a rinunciare alla vita sociale. Nonostante le difficoltà, Paul continua a scrivere non riuscendo a produrre niente che interessi la casa editrice: i diritti d’autore di ciò che ha pubblicato in precedenza gli garantiscono una entrata di appena 250 euro al mese. Il film, presentato all’82esima Mostra di Venezia, è un adattamento fedele del romanzo: la differenza è che nel testo l’autore sottolinea maggiormente la svalutazione del lavoro intellettuale e fisico, la disumanità di un nuovo capitalismo che sfrutta ancor più deliberatamente la povertà e la mancanza di uno stato sociale che consideri gli strati più deboli, mentre nel film l’attenzione è più rivolta verso la passione per l’arte che fa scendere il protagonista a compromessi radicali che affronta con dignità eroica. Entrambe le opere sono dirette e prive di autocommiserazione: i ripetuti tentativi del padre di Paul di convincerlo a tornare alla fotografia o occuparsi di qualcosa di più remunerativo non ottengono risultati e la perplessità di amici e conoscenti per una scelta a loro incomprensibile non condizionano la sua determinazione. Il protagonista è deciso ad affrontare qualsiasi avversità pur di raggiungere il suo scopo. Da sottolineare la prova di Bastien Bouillon che riesce a trasmettere allo spettatore gli stati d’animo di Paul. Un’accoppiata vincente, due opere politicamente taglienti, di spietata critica sociale anche se il romanzo è leggermente superiore al pur godibile film, entrambi comunque di ottima qualità.   L'articolo Franck Courtès / Il memoir di un’odissea quotidiana proviene da Pulp Magazine.
April 15, 2026
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