Monteiasi (TA) lezioni con i carabinieri contro il bullismo nelle scuole: strategie didattiche educative o repressive?Bullismo e autismo sono diventati gli ismi più discussi, più frequentemente
individuati come fenomeni sociali e patologici nelle scuole. Com’è noto il
suffisso modifica un vocabolo e ne fa un complesso di idee e aspetti, sia
acuendone il significato spregiativo, sia quello positivo, sempre comunque
indicandone la diffusione e la pervasività linguistica e sociale.
Allora, possiamo azzardare qualche analogia fra i due fenomeni, creare un corto
circuito utile a smontare la vulgata, provare a proporre un’indagine seria, un
indizio per una ricerca più sofisticata. Mi dice una ex collega che nel suo
istituto comprensivo, in un quartiere popolare di Roma, le diagnosi di autismo
aumentano ogni anno. Mi manda uno specchietto con i numeri: nelle future classi
prime di primaria, su 77 bambini di 6 anni, ci sono 12 segnalazioni ex L. 104,
di cui 8 con il codice di autismo.
Certo, un caso, non di rilevanza statisticamente certa, ma l’insistenza in rete
sulla diffusione della sindrome forse rivela un allarme diffuso (registrato e
provocato, come succede, dai social medesimi…). L’autismo ha cause molteplici,
fattori genetici ed educativi si sommano, meglio, si amplificano dando origine a
una qualità emergente che non essendo la semplice somma delle due parti del
problema, rende la sua analisi assai più complessa. Una ricerca condotta a Prato
sulla diffusione delle diagnosi di autismo nei bambini della comunità cinese, ha
smontato parte degli assunti medici, rilevando che la chiusura, la mancanza di
capacità relazionali, l’aggressività e la depressione di molte creature piccole
– anche di seconda, terza generazione – sono di ordine “etnoclinico”, una sorta
di impossibilità di tenere insieme la Lingua Italiana da apprendere e la Lingua
Materna come lessico famigliare. Una speciale nostalgia, unita al senso di
esclusione: l’oblio delle proprie origini (clicca qui per il testo).
Ma vengo all’argomento chiave della segnalazione, una delle tantissime di questo
tenore. Il bullo, ci dicono i dizionari, è parola proveniente dall’alto tedesco,
passata dal veneziano all’italiano per indicare un tipo – adulto, giovane, anche
giovanissimo – prepotente, violento, capace di esercitare comportamenti
aggressivi, spesso una leadership negativa su un gruppo o su un altro soggetto.
Solo al maschile? Il bullo non ha femminile? Pare di no, ma la questione non è
certa. Forse, forme dissonanti di emancipazionismo (altro ismo) nelle giovani
generazioni di donne ha prodotto anche la bulla (clicca qui per un
approfondimento).
Lo scrittore e giornalista Martín Caparrós mantiene in rapporto il bullismo e il
maschilismo, in Sudamerica, nella cultura argentina nello specifico, in quella
spagnola: insomma, se è uno stereotipo, sembra reggere la crasi fra i due
fenomeni, anche raffinando l’analisi (M. Caparrós, Ñamérica, Penguin Random
House, Barcelona, 2021). Seguendo questo filo di ragionamento si arriva al punto
nodale: il bullo come il macho ha bisogno della complicità più o meno esplicita
della sua vittima, spesso del contesto sociale in cui opera. Infatti, gli
insegnanti che sanno fare il loro mestiere – prima o contemporaneamente alla
richiesta di pareri esperti – individuano la vittima, osservano le dinamiche del
gruppo classe, cercano di accrescere l’autostima del bullizzato, vedono anche
nel bullo un soggetto fragile che ha bisogno dell’autorevolezza adulta per
affrontare le insidie dell’età evolutiva.
Nel breve filmato che ci arriva da Monteiasi, piccolo comune in provincia di
Taranto, anche l’oratore di turno a scuola, un Capitano dei Carabinieri, mette
in luce questo aspetto di simmetria. Ma, come accade sempre, le segnalazioni
sono tratte da articoli di stampa, da servizi televisivi e di radio locali che
senza troppi distinguo lodano gli interventi. Ci mancano registrazioni complete
di queste lezioni. Sarebbe interessante ascoltarle interamente, vedere come si
mescolano le argomentazioni (bullismo cyber con altri argomenti scottanti: la
violenza, il genere, le droghe, le dipendenze, e via individuando i pericoli in
agguato fra i giovani), il filo delle decisioni prese nei collegi docenti che
dovrebbero autorizzare la stesura dei protocolli di intesa, che dovrebbero
intercettare le necessità locali, le emergenze, le motivazioni che sostengono le
iniziative (clicca qui per la segnalazione).
Sarebbe interessante sapere come vengono preparati gli alunni a questi ascolti,
cosa succede nelle interazioni (la fonte ci dice veri dialoghi, discussioni,
domande e risposte…), cosa bambini e ragazzi portano con sé come segno ricevuto
da ciò che hanno ascoltato (mai semplici informazioni, data la sostanza
sensibile dei contenuti). Gli amministratori locali che ascoltiamo nel video
sottolineano che il bullismo è una piaga dei piccoli centri, chissà se si
interrogano sul retroterra culturale che lo alimenta, se ragionano sulla
decadenza di certe forme di vita provinciale, sull’emergere di frustrazione, di
disagio, di mancanza di orizzonte come conseguenze dei cambiamenti strutturali
ed economici.
La repressione, come risposta a ogni comportamento giovanile considerato
deviante, è all’ordine del giorno e fa il paio con il paternalismo tipico della
dissuasione bonaria. E non è un caso che siano i corpi di polizia,
dell’esercito, nelle strade e nelle scuole, a farsene carico. Si tratta di
abituare bambini e giovani a famigliarizzare con le divise, ad accettare il
bastone e la carota. In fondo, quando uno Stato mette in campo queste misure,
quando si allea con le famiglie e con gli educatori nel formulare una
orto-pedagogia correttiva, è il corpo sociale stesso che contrae una malattia
autoimmune, attacca i suoi organi sani, i tessuti sensibili, giovani.
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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