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Ceuta, davvero i 50.000 marocchini erano “migranti”?
Spiegare cosa è successo a Ceuta venerdì mattina non è semplice, a differenza di quello che i media mainstream nazionali e internazionali hanno cercato di fare. Ceuta è una miscellanea di storia coloniale, vicende diplomatiche irrisolte tra Spagna e Marocco, rivendicazioni territoriali e soprattutto militarizzazione sistematica di un territorio. Ceuta, insieme a Melilla, è una città autonoma di sovranità spagnola fisicamente situata in Marocco con un 85.000 abitanti e che dista circa 400 chilometri da Melilla. Non sono solo gli unici due possedimenti spagnoli nell’area: appartengono a Madrid anche le altre plazas de soberania, ovvero lacerti di terra peninsulare disabitati, una minuscola area rivierasca che ospita solo un presidio militare e alcune isole nei pressi del territorio marocchino. Negli ultimi decenni, i rapporti tra Rabat e Madrid hanno alternato momenti di collaborazione e periodi di forte tensione, come nel caso dello scontro quasi militare che si innescò nel 2002 intorno all’isola di Perejil (di fatto poco più di uno scoglio), territorio che – pur appartenendo geograficamente al Marocco – la Spagna vuole per sè, sebbene il suo status politico e amministrativo non sia chiaro, in quanto non è né parte della città autonoma di Ceuta né considerata un territorio sovrano (1). Ceuta e Melilla sono ex piazzeforti che fanno parte da secoli del Regno di Spagna e che non sono mai state integrate amministrativamente nel Protettorato spagnolo del Marocco (1912-1956) né nelle altre strutture più propriamente coloniali con cui Madrid occupava porzioni di Nord Africa. Rabat vive con un certo disagio la presenza sulla propria costa di quegli spicchi in cui si parla castigliano che ricordano l’epoca coloniale. Gli immigrati regolari con cittadinanza marocchina sono circa 4.500. Si stima che più del 40% degli abitanti di Ceuta provvisti di cittadinanza spagnola siano di religione musulmana. In più, ci sono una comunità ebraica e una comunità induista che hanno un antico radicamento in città. La posizione di Ceuta e Melilla determina che la pressione migratoria sui loro confini con il Marocco sia intensa e costante. Per questo motivo, fin dal 1990, la Spagna, ha progettato e costruito le Barriere di separazione di Ceuta e Melilla: divisioni parallele, inizialmente, di tre metri di altezza coronate da filo spinato lunghe rispettivamente 8 km e 12 km per le quali l’Unione Europea ha speso 30 milioni di euro. Una successiva opera d’innalzamento della barriera l’ha portata a sei metri d’altezza, con il consenso dell’agenzia europea Frontex. La recinzione è organizzata attraverso sistemi di vigilanza alternati e camminamenti per il passaggio di veicoli adibiti alla sicurezza; cavi posti sul terreno connettono una rete di sensori elettronici acustici e visivi; un’illuminazione ad alta intensità; e un sistema di videocamere di vigilanza a circuito chiuso e strumenti per la visione notturna. Inoltre, come tattiche di controllo e contenimento dei flussi migratori alle frontiere delle enclavi spagnole, vi è l’uso ingente dei proiettili di gomma da parte della Guardia Civil spagnola contro i migranti che tentano di superare le barriere terrestri o di raggiungere le coste a nuoto (2). Il Marocco si oppose fin da subito alla costruzione della barriera poiché considera Ceuta e Melilla un’occupazione del proprio territorio, motivo per il quale dal 1956 – anno della sua indipendenza – le rivendica come proprie e, dal 1975, ne ha richiesto l’annessione. L’esistenza della Barriera ha provocato in questi anni, secondo i dati di organizzazioni umanitarie, la morte di circa 4.000 persone, annegate nel tentativo di attraversare lo stretto di Gibilterra od entrare illegalmente in Spagna. Le Barriere di separazione di Ceuta e Melilla sono a tutti gli effetti dei muri moderni che rientrano nelle 70 barriere e recinzioni di confine che sono nate dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 a oggi. Questa recinzione – con tutto il suo carico politico, istituzionale e militare – è all’origine di molteplici episodi di violenza militare e repressione sistematica. Nel 2005, nel 2014, nel 2018 si sono verificati dei picchi improvvisi in cui centinaia o migliaia di migranti hanno tentato di entrare, via mare o scavalcando le recinzioni, a Ceuta o Melilla. La repressione spagnola non si è mai fatta attendere: si innescarono scontri con le forze dell’ordine, registrando morti e feriti. Nel maggio 2021, circa 10.000 migranti sono entrati illegalmente a Ceuta nel giro di due giorni. Questa ondata rappresentò il culmine di uno screzio diplomatico: in quel caso Rabat non aveva apprezzato che Madrid avesse ospitato sotto falso nome in un ospedale spagnolo il leader del Fronte Polisario, il movimento armato che si batte per la liberazione del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola ora controllata dal Marocco, in quanto territorio marocchino. In quel caso, i migranti furono rimpatriati nel giro di pochi giorni. In questi giorni è avvenuta quella che il clamore mediatico ha definito una delle “più gravi crisi migratorie della storia della Spagna e dell’Europa”. Tra il 30 e il 31 luglio 2026, tra 40mila e 60mila persone hanno raggiunto a nuoto o aggirando il frangiflutti l’enclave spagnola di Ceuta, sul versante nord del Marocco. Secondo le ultime stime del Ministero degli Interni spagnolo, circa 49.000 migranti hanno varcato in circa 24 ore la frontiera di Ceuta. In realtà, tutto si è risolto nel minor tempo possibile. Quella che, venerdì mattina, per la Spagna sembrava essere “l’emergenza più grave degli ultimi 5 anni” – da quando nel 2021 il Marocco allentò i controlli alla frontiera e circa 8.000 persone entrarono nel territorio spagnolo – , venerdì sera era già risolta: su circa 50mila arrivi, i rimpatri sono stati 48.300 per non parlare delle conseguenze della repressione. Ad avere la peggio sono state le 84 persone morte in mare nel tentativo di raggiungere il porto franco: questa è vera e più grande tragedia. Dove risiede l’origine di tutto questo? A tal proposito sono scaturite diverse opinioni – tutte vere e verificabili -, ma credo che si debba fare un’analisi molto più complessa legata alla difficoltà contemporanea di lasciarci alle spalle il tragico, drammatico e vergognoso passato coloniale. Sembra che si voglia fare di tutto per non parlare dell’insensatezza – in termini di creazione di una pace vera – delle enclavi coloniali che le vecchie ex potenze coloniali europee hanno ancora oggi (penso a Inghilterra, Spagna, Francia). Sembra che si voglia tener vivo questo retaggio coloniale e colonialista, trovandogli una liceità nel nostro presente. Ha fatto impressione vedere la nostra stampa nazionale definire i manifestanti marocchini come “migranti”. Nessuno che si sia scandalizzato del fatto che si sia usato il termine “migranti” per definire cittadini marocchini che hanno cercato di entrare, caso vuole, proprio in una città spagnola in territorio marocchino. Quindi non stiamo parlando di “50.000 migranti”, stiamo parlando di 50.000 persone che, normalmente, vivono a 2 centimetri di distanza da questa città spagnola. Stiamo parlando di gente che non migra, ma al massimo rivendica i propri territori (che essi sia convinti o eterodiretti da altri, questo è un altro discorso). A livello di senso, migrerebbero di più gli spagnoli che per arrivare a Ceuta e Melilla devono prendere un’imbarcazione, attraversare lo Stretto di Gibilterra ed arrivare, dopo 2 ore e 30 minuti a Ceuta. Questa la dice lunga sul linguaggio coloniale usato per dare un altro volto agli eventi. Le 50.000 persone che hanno “invaso” Ceuta sono un atto politico ben preciso. Inoltre, Ceuta e Melilla sono roccaforti militarizzate ed è qui che risiede l’origine degli scontri tra Marocco e Spagna sulle due enclavi: nella violenza istituzionalizzata, nel militarismo, nel mantra della “difesa dei confini”, che immancabilmente diventano “muri”. Dal 1989 per ogni chilometro del Muro di Berlino sono sorti, nel “mondo occidentalizzato”, più di 130 km di barriere per separare noi dagli altri. Muri forzati, fuori dal tempo, militarizzati e quindi da difendere che si dividono in muri fisici, come il Muro Cisgiordano tra israeliani e palestinesi; il Muro del Sinai tra Israele ed Egitto; il muro di Tijuana tra Messico e Stati Uniti; il Peace Lines in Irlanda tra la Belfast cattolica e la Belfast protestante; il Muro di Riga che separa Russia; e Lettonia e il Muro tra Ungheria e Serbia. Poi ci sono i muri giuridici, di cui un esempio è il dramma della Rotta Balcanica; e infine i muri culturali che possono essere spiegati solo guardando ai barconi nel Mediterraneo in cerca di accoglienza, senza parlare di quelli che affondano. Dal 1993, con la militarizzazione dei flussi migratori in risposta alla crisi dei rifugiati e al fenomeno dell’immigrazione, la Fortezza Europa ha portato alla morte più di 40mila persone in mare. E questo la dice lunga sulla nostra percezione collettiva di “invasione” da parte dei marocchini. Se l’invasione ha un prezzo così alto in vite evidentemente non è un’invasione, poichè laddove colui che viene chiamato “invasore”, perde in partenza, nasconde una guerra a tutti gli effetti. Nell’ambito di questa ipocrisia, la premier italiana Giorgia Meloni ha dichiarato subito di voler valutare la possibilità di sospendere temporaneamente il Trattato di Schengen con la Spagna (3), qualora la Spagna non avesse risolto il problema ed avesse permesso l’introduzione sproporzionata di migranti nell’area Schengen. Eppure è la stessa Italia che non vuole l’arrivo dei migranti marocchini, ma cerca i soldi marocchini: non a caso siamo il primo paese dell’Unione Europea per l’esportazione di armi verso il Marocco, con oltre 25 milioni di euro autorizzati nel biennio 2023-2024, superando la Francia. Come ha scritto Giorgio Cremaschi su Il Fatto Quotidiano sulla caso Ceuta: “Quindi è chiaro che “l’invasione umana” a Ceuta è frutto di decisioni politiche, ma qui anche c’è tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli Usa, affronta la questione migrante. I paesi europei erigono ovunque muri e barriere contro i migranti, e poi finanziano e sostengono chi fa il lavoro sporco, chi fa l’aguzzino dall’altra parte.”     (1) La maggior parte delle popolazioni spagnola e marocchina non era a conoscenza della sua esistenza fino all’11 luglio 2002, quando un gruppo di sei gendarmi marocchini allestì delle tende su una piccola spianata incastonata tra le ripide pareti rocciose dell’isola, secondo il Marocco, per usarla come posto di osservazione contro l’immigrazione clandestina e il traffico di droga. Questa azione provocò un incidente diplomatico in risposta al quale la Spagna chiese il ritorno allo status quo precedente all’occupazione marocchina. Uno degli argomenti spagnoli a sostegno della loro rivendicazione sull’isola di Perejil si basa sul fatto che la bozza del piano di autonomia per Ceuta del 1987 includeva l’isola di Perejil entro i confini municipali della città. Tuttavia, ciò non è stato incluso nel testo definitivo del 1994 dello Statuto di Autonomia della città. Né il Trattato di Fez del 1912 né il Trattato di Indipendenza del Marocco (Dichiarazione congiunta ispano-marocchina del 7 aprile 1956) menzionano l’isola di Perejil. Insomma, un’isola dimenticata ed ignorata per secoli da marocchini e spagnoli, ma che a risvegliato vecchi sentimenti di riconquista. A seguito dell’arrivo di un gruppo di gendarmi marocchini sull’isolotto nel 2002, successivamente sostituiti dai marines e in seguito sfrattati dalle truppe spagnole, l’isola è stata nuovamente lasciata disabitata (status quo ante), senza alcun trattato bilaterale o multilaterale in vigore riguardante la sovranità sull’isolotto. All’epoca, la rivendicazione del Marocco su Ceuta e Melilla fu indicata come la causa principale dell’incidente . In realtà, diversi analisti sottolinearono in seguito che la forza militare sproporzionata impiegata dalla Spagna per riconquistare l’isolotto costituiva un implicito avvertimento al Marocco riguardo alle sue rivendicazioni sulle due città nordafricane. (2) Amnesty International ha denunciato ripetutamente l’uso illegale e sproporzionato della forza da parte delle autorità spagnole e marocchine alle frontiere di Ceuta e Melilla, compreso l’impiego di proiettili e sfere di gomma, gas lacrimogeni e cariche contro i migranti durante i tentativi di attraversamento. https://www.amnesty.it/marocco-spagna-sei-mesi-dopo-indagini-ferme-e-inadeguate-sulle-37-morti-alla-frontiera-di-melilla/ https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/07/31/ong-scontri-con-lanci-di-pietre-alle-frontiere-di-ceuta-e-melilla_52369e5e-57c9-46b5-8350-15c81af1138d.html (3) L’accordo garantisce la libera circolazione di persone all’interno di 29 Paesi europei, di cui 25 membri dell’Unione Europea e 4 membri esterni, ossia Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Tuttavia, anche in questo caso, si applicano delle norme speciali, secondo cui devono essere effettuati controlli dei documenti al momento della partenza da Ceuta e Melilla verso la Spagna peninsulare o verso altri Paesi dell’area Schengen.   Ulteriori informazioni: https://www.geopop.it/ceuta-melilla-marocco-dove-si-trova-migranti-spagna-exclave-cose/ https://www.ilpost.it/2026/08/01/ceuta-marocco-spagna/ https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/31/migranti-ceuta-europa-colonialismo-notizie/8466090/ Lorenzo Poli
August 3, 2026
Pressenza
Ceuta e Melilla: cosa sta realmente accadendo
NICOLETTA ALESSIO, FEDERICA TONINELLO Le immagini hanno fatto il giro d’Europa in poche ore. Migliaia di persone in mare, con ciambelle salvagenti di fortuna, aggrappate agli scogli, gruppi che corrono lungo la battigia, militari schierati, elicotteri, ambulanze. Nel giro di pochi minuti il racconto era già scritto: “assalto all’Europa, invasione, crisi migratoria“. Ma cosa stiamo realmente guardando? Scriviamo dopo essere state a Ceuta e Melilla, enclavi spagnole in territorio marocchino, a fine aprile. In questi mesi stiamo sviluppando Voices from the border, un progetto che costruisce una rete transnazionale di realtà di base impegnate su migrazioni, antirazzismo e giustizia sociale, con un focus su Ceuta e Melilla quali frontiere simbolo delle politiche migratorie europee: luoghi in cui l’esternalizzazione dei confini si traduce in violenza sistemica, discriminazione e violazioni dei diritti umani. Abbiamo raccolto testimonianze di chi quella violenza la vive e la documenta ogni giorno. È da queste voci che proviamo a leggere ciò che sta accadendo. LA PRIMA DOMANDA: COSA STIAMO GUARDANDO? Il bilancio è ancora provvisorio: sarebbero 84 i morti rinvenuti tra le spiagge di Ceuta e Fnideq e circa 50 mila le persone entrate a Ceuta e Melilla da giovedì scorso. Secondo il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska, sarebbero già 48.300 le persone “rimpatriate” in Marocco, senza che sia ancora chiaro attraverso quali procedure. Numeri destinati a cambiare, ma che si inseriscono in una storia già drammatica. Il 2025 era stato l’anno più letale mai registrato sul litorale di Ceuta, con almeno 47 corpi recuperati in mare. Nessuna statistica, però, riesce a restituire il numero reale delle persone scomparse: molte vengono inghiottite dal mare o muoiono tentando il passaggio via terra, attraverso i boschi che circondano le enclave, su di loro non vi è nessuna stima ufficiale.  > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da No Name Kitchen (@no_name_kitchen) Anche a Melilla, alla frontiera con Beni Ensar, si sono registrati tentativi di attraversamento e violenze. Secondo l’associazione locale Solidary Wheels, decine di persone sono rimaste ferite durante i tentativi di attraversamento a nuoto, alcune con lesioni gravi attribuite all’intervento delle forze di sicurezza spagnole e marocchine. Sebbene le autorità abbiano dichiarato l’ingresso di 130 persone, tra cui 84 minori, molte altre sarebbero state respinte sommariamente verso il Marocco, compresi minorenni, mentre resta ancora poco chiaro quante persone siano effettivamente riuscite a entrare, quante siano state respinte e se abbiano ricevuto assistenza sanitaria e legale. Comunicati stampa e appelli/Confini e frontiere E COSA STA SUCCEDENDO AL CONFINE DI MELILLA? Comunicato di Solidary Wheels - 31 luglio 2026 1 Agosto 2026 In una crisi umanitaria che corre alla velocità dei social network, l’opinione pubblica si trova davanti a immagini virali – la massa di persone in acqua, i corpi ammassati che oltrepassano le reti, i festeggiamenti, ma anche i momenti di tensione – e quasi nessun strumento per contestualizzarle. Proviamo a farlo insieme con quanto abbiamo imparato da chi il territorio lo vive tutto l’anno. DOVE SONO, DAVVERO, QUESTE PERSONE? Ceuta e Melilla sono due città autonome spagnole situate sulla costa nord del continente africano. Pur appartenendo politicamente alla Spagna e all’Unione europea, sono interamente circondate dal territorio marocchino e costituiscono gli unici confini terrestri tra l’Europa e l’Africa. Le persone arrivate “a nuoto a Ceuta” non hanno attraversato il Mediterraneo e non sono approdate sulla Spagna peninsulare: hanno raggiunto pochi metri di territorio europeo situato in Africa. Una precisazione geografica che cambia il significato del racconto: non è un grande sbarco sulle coste europee, ma il superamento di un confine estremamente anomalo, dove pochi metri d’acqua separano due mondi profondamente diseguali.  Melilla si trova circa 400 chilometri più a est e resta spesso fuori dai riflettori. I suoi dodici chilometri quadrati sono circondati da barriere alte diversi metri, dalle quali si vedono le case delle città marocchine di Farkhana e Beni Ensar. Entrambe sorgono nel Rif, regione del nord del Marocco segnata da una lunga storia di marginalizzazione economica, mobilitazioni sociali e repressione politica. Abbiamo attraversato Farkhana, Beni Ensar, Nador, Tétouan, Martil e Fnideq: ovunque era evidente una sensazione diffusa di frustrazione e soffocamento. Inoltre, al contrario di quanto affermato dalle destre, Ceuta e Melilla città sono di fatto fuori dall’area di libera circolazione di Schengen e chi vi arriva o parte è sottoposto a controlli di frontiera.  CHI SONO E PERCHÉ FUGGONO? La maggior parte delle persone che arrivano a Ceuta per mare sono di nazionalità marocchina. Quando eravamo lì abbiamo incontrato due giovani di Tétouan che avevano attraversato Ceuta durante l’ondata del 2021. «La prima volta che ho pensato di emigrare è stato perché sono stato costretto a farlo. Ho capito che i diritti che cercavo in questo Paese non li ho trovati. A Tétouan lavoravamo nel commercio informale: da quando avevo 9 anni aiutavo mio padre. Andavamo a Ceuta con il passaporto, portavamo la merce e riuscivamo a vivere. Non avevo motivo di partire. Poi con il Covid la frontiera si è chiusa e non è più tornata la stessa: serviva un visto per entrare e il Marocco ci ha impedito di vendere per strada. Mio padre è stato costretto a fare il facchino e io a cercare un modo per emigrare, per lasciare il Paese e aiutarlo». L’altro ragazzo ci ha detto: «Abbiamo provato a trovare altri modi di viaggiare, ma non c’è una soluzione che ti porti a destinazione. Per ottenere un visto ti chiedono un lavoro e molti soldi in banca. Per noi è inaccessibile. L’unica soluzione rimasta è via mare o attraverso la montagna, verso il confine». Anche le organizzazioni impegnate nelle zone di frontiera parlano di questi afflussi come “grandi fughe”. Gli stessi organismi marocchini per i diritti umani hanno letto in questa chiave il tentativo collettivo di raggiungere Ceuta. L’Instancia Democrática Marroquí ha espresso “profonda preoccupazione” per la condizione dei giovani nel Paese, parlando di “fallimento politico” del governo marocchino. “Ciò a cui si sta assistendo nella regione settentrionale del Marocco, qualunque siano le ragioni circostanziali che hanno mosso questa migrazione di massa simile a quella che ha avuto luogo due anni fa, è una palese espressione di una profonda crisi strutturale e l’accumulo di decenni di emarginazione sociale ed economica. Il fatto che un gran numero di giovani e minori, donne e uomini di tutte le età, rischino la vita e fuggano dai loro paesi così è un serio indicatore della disperazione pervasiva e della perdita di fiducia nelle istituzioni e nelle politiche pubbliche e nel futuro nel suo insieme.” – Dichiarazione sugli eventi di Ceuta e Melilla del 30 e 31 Luglio 2026 dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani. In Marocco la forbice sociale si è allargata mentre il governo ha speso oltre 16 miliardi di dollari per i grandi eventi sportivi. Ha appena organizzato la Coppa d’Africa e si prepara a ospitare i Mondiali di calcio del 2030. Un paradosso stridente, in quanto la co-organizzerà proprio con Spagna e Portogallo. Un Paese di cui in Europa si racconta poco, ma dove le proteste lo scorso anno, proprio per denunciare la crisi sociale, sono state represse violentemente 1 . Achraf Maimon, presidente della sezione locale dell’Associazione marocchina per i diritti umani e coordinatore della sua Commissione Centrale per la Migrazione e l’Asilo, ci ha spiegato:  «Il Marocco registra un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 13%, secondo i dati ufficiali; tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni, oltre il 50% è senza lavoro, senza istruzione, e non fanno nulla nella loro vita. Cioè non lavorano, non studiano e non fanno nulla. Questi giovani hanno perso la speranza, non ricevono un’istruzione adeguata e non hanno opportunità di lavoro. Inoltre, diversi movimenti sociali sono stati vietati e repressi. Ai loro giovani sono state inflitte condanne severe. La maggior parte dei giovani che non sono riusciti a trovare una via d’uscita è emigrata all’estero, sia con mezzi legali che illegali. Questo è evidente nel movimento del Rif. La maggior parte dei giovani che partecipavano al movimento del Rif ha attraversato il mare da Al Hoceima verso la Spagna in quella che potremmo definire un’emigrazione quasi collettiva, in fuga dalla realtà politica ed economica». Ridurre tutto a una “migrazione economica” significa non vedere la complessità di queste partenze. Disoccupazione, precarietà, assenza di prospettive, repressione politica e perdita di fiducia nelle istituzioni concorrono a spingere un numero crescente di persone a fuggire, anche rischiando la vita. All’emigrazione interna si aggiunge la migrazione internazionale di giovani principalmente da Sudan, Guinea, Mali e Costa d’Avorio ma anche da Yemen e Bangladesh. Loro tentano di solito la via di terra, accampandosi nella foresta di Beliounes per scavalcare i 3 strati di recinzioni alte dai 7 ai 10 metri che la separano a Ceuta. La profilazione razziale li rende infatti soggetti vulnerabili a sequestri e trasferimenti forzati nel deserto e ai confini con l’Algeria. PERCHÉ IL MAROCCO LI HA LASCIATI ENTRARE? Diversi osservatori hanno notato che le misure di sicurezza marocchine sono state, in queste giornate, quasi assenti. Le immagini di questi giorni hanno riportato alla memoria il maggio 2021, quando il Marocco allentò i controlli e migliaia di persone, come i ragazzi che abbiamo conosciuto entrarono a Ceuta 2.  I confini, è ormai noto, sono usati come strumento di pressione diplomatica: la loro “apertura” o “chiusura” risponde a interessi geopolitici legati al Sahara occidentale, ai rapporti tra Spagna, Marocco e Algeria, agli equilibri di potere nella regione. Ma spiegare tutto con la volontà di Rabat di esercitare pressione politica significa ignorare una realtà fondamentale: che la spinta sociale è reale, esiste e preme come non mai alle frontiere.  I tentativi di attraversamento a Ceuta sono costanti. Spesso avvengono in gruppo proprio per le caratteristiche specifiche di questa frontiera: siccome è molto difficile passare, ci provano in tanti affinché almeno qualcuno riesca. Ne abbiamo parlato con Serge Aime Guemou del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco: «È tutto organizzato in modo che i più forti vengano messi dietro, i più deboli davanti, quelli con maggiore resistenza fisica ancora più avanti. Sono dinamiche straordinarie. E riescono a ottenere dei risultati, come dicevo, perché alcune persone riescono a entrare».  Questo vale soprattutto per la via di terra, ma logica è la stessa anche via mare: entrare in gruppo permette più chance di farcela, almeno a qualcuno. La realtà è quindi più complessa di una teoria del complotto. Il Marocco può usare le frontiere come leva politica, ma questo non spiega da solo migliaia di persone che rischiano la vita per attraversarle. Del resto, nel 2022, il Marocco non si fece scrupoli a reprimere il tentativo di migliaia di persone subsahariane di entrare a Melilla dal valico del Barrio Chino. La repressione fu durissima su entrambi i lati del confine: l’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH) e le inchieste indipendenti parlarono di almeno 37 vittime e di circa 70 persone scomparse, mentre la polizia spagnola ne respinse verso il Marocco almeno 470. Fu, con ogni probabilità, la strage più letale mai avvenuta sulla frontiera terrestre tra Unione europea e Marocco 3. QUANTO CONTA LA SENTENZA DEL TRIBUNAL SUPREMO SPAGNOLO? Parte del racconto istituzionale e mediatico ha indicato una recente sentenza del Tribunal Supremo spagnolo come un “incentivo” agli attraversamenti, quasi che avesse aperto la frontiera. In realtà, la decisione nasce da un lavoro di contenzioso strategico portato avanti da Servicio Jesuita a Migrantes, Coordinadora de Barrios e No Name Kitchen e stabilisce che chi raggiunge Ceuta e Melilla via mare non può essere sottoposto al rechazo en frontera, cioè al respingimento sommario. La sentenza è stata pubblicata il 20 luglio 2026 e stabilisce che entrare via mare non equivale a scavalcare una barriera fisica e le persone intercettate devono poter accedere alle procedure ordinarie con le garanzie previste dal diritto internazionale. Non si tratta quindi di una “apertura” della frontiera, ma del riconoscimento di tutele giuridiche fondamentali.  Può davvero una sentenza che impone garanzie giuridiche “causare” un effetto moltiplicatore così immediato? Attribuire a questa decisione l’aumento degli arrivi significa ignorare le cause profonde che spingono migliaia di persone verso la frontiera. Mentre si invocano misure straordinarie – come Giorgia Meloni che ha deciso per la sospensione unilaterale di Schengen per chi proviene dalla Spagna – vale la pena non perdere la memoria.  Nel settembre 2023 a Lampedusa approdarono 6.000 persone in ventiquattro ore, in uno degli anni con più arrivi in Italia degli ultimi dieci anni. Allora il governo italiano chiese il sostegno dell’Unione, che poi nei fatti non arrivò. Stessa cosa, con numeri ancora più elevati, avvenne nelle isole greche del Mar Egeo nel 2015 durante la cosiddetta “crisi dei rifugiati” siriani 4. Anche oggi dovrebbe essere il richiamo alla solidarietà di tutta l’Unione europea il messaggio politico più forte. Non la chiusura reciproca dei confini interni, non la forza militare, non la deportazione di massa la soluzione. QUELLO CHE È URGENTE FARE L’emergenza è anzitutto umanitaria. Il CETI di Ceuta, pensato per 512 persone, è saturo. Quando eravamo lì, fuori dall’emergenza, alcuni giovani già dormivano in sette in una stanza. Anche il centro per minori è al collasso e molti dormono per strada, bambini compresi. I supermercati sono chiusi; quelli aperti non sono accessibili a tutti: No Name Kitchen ha recentemente riportato che è l’esercito che decide chi entra e chi no. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da No Name Kitchen (@no_name_kitchen) La risposta istituzionale è solo repressiva, con esercito e carri armati schierati per incanalare le persone. La Spagna si è apprestata a un accordo-lampo con Rabat per i “ritorni urgenti”, con il ministro spagnolo Marlaska che ha affermato che il governo di Madrid è pronto a rimpatriare tutte le persone considerate irregolari. Il direttore della Comisión Española de Ayuda al Refugiado (CEAR), Mauricio Valiente, ha definito i rimpatri accelerati una “cattiva soluzione“, ricordando che il Marocco non è un Paese sicuro e che la collaborazione tra Stati non può tradursi in una consegna sommaria, senza esaminare la situazione individuale di ciascuno. E inoltre c’è da rispettare la sentenza del Tribunal Supremo. Ma la soluzione non può essere la chiusura dei confini o la deportazione. Nel frattempo alcuni video cominciano a circolare sui social media che riprendono agenti marocchini picchiare persone nero-africane a bordo di bus, la cui destinazione non è nota. A Ceuta in molti si sono rimboccati le maniche per offrire cibo e riparo alle persone sfollate, ma adesso mancano viveri e prodotti per rifornire supermercati ed esercenti. Serve che l’Europa porti sostegno e aiuti materiali a Ceuta e a chi a Ceuta si è già attivato per aiutare. Soprattutto, servono vie sicure di accesso che non costringano le persone a morire per attraversare una linea immaginaria. Quello che accade a Ceuta e Melilla non dimostra una “crisi dell’Europa assediata”. Dimostra il fallimento di un modello che tenta di difendere una frontiera senza affrontare la spinta che vi preme sopra. L’esternalizzazione non protegge davvero nessuno: non protegge le persone che partono, che continuano a rischiare la vita; non protegge chi vive alle frontiere, trasformate in zone permanenti di tensione; e non protegge nemmeno l’Europa, che risponde a una realtà complessa con una politica sempre più violenta e miope. Il compito della rete che stiamo costruendo è proprio questo: riportare al centro le voci di chi vive queste frontiere e impedire che ogni nuova crisi diventi soltanto un pretesto per costruire muri più alti. -------------------------------------------------------------------------------- “Voices from the border. Anti-racist solidarity and advocacy networks” è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) ed è realizzato da Avocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (Rete europea per la formazione giuridica clinica), CLEDU (Clinica legale per i diritti umani), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – École de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. I contenuti del presente articolo sono di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non possono in alcun caso essere considerati rappresentativi della posizione dell’Unione europea. 1. Otto donne morte di parto in ospedali fatiscenti mentre nascono stadi sempre più grandi: il calcio che spacca il Marocco – Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2025 ↩︎ 2. Sui fatti di Ceuta – Meltingpot.org, 24 maggio 2021 ↩︎ 3. 24 J. Il massacro di Melilla. La ricostruzione degli eventi nel rapporto di Caminando Fronteras – Meltingpot.org, 29 marzo 2023 ↩︎ 4. Sull’isola greca di Lesbo è crisi umanitaria – Meltingpot.org, 23 luglio 2015 ↩︎
E cosa sta succedendo al confine di Melilla?
A Melilla si è vissuta una notte di grande tensione al confine, con un imponente dispiegamento di forze di polizia e la chiusura del valico di frontiera di Beni Enzar. Durante la notte si sono uditi spari ed esplosioni, mentre circolavano numerosi video con scene di violenza lungo il perimetro di frontiera. Tra le 3 e le 4 del mattino del 31 luglio il pronto soccorso dell’ospedale di Melilla ha prestato assistenza a una ventina di persone di età compresa tra i 16 e i 27 anni con ferite causate dal tentativo di attraversamento a nuoto e da presunte aggressioni da parte delle forze di sicurezza spagnole e marocchine, tra cui fratture ossee, ustioni da sfregamento e ferite che hanno richiesto cure urgenti, oltre ad altre lesioni di minore gravità. Secondo le dichiarazioni della Delegata del Governo a Melilla, un totale di 60 persone ha richiesto assistenza sanitaria d’urgenza e alcune di loro sono ancora ricoverate. Al momento non si conosce né il numero esatto di persone che sono riuscite ad accedere a Melilla né il bilancio definitivo dei feriti e dei dispersi. Sebbene inizialmente fosse stato comunicato che circa 400 persone avessero tentato di entrare in città, la maggior parte di loro è stata respinta automaticamente, compresi i minori, in violazione delle disposizioni della Convenzione sui diritti dell’infanzia di cui la Spagna è parte, nonché della normativa nazionale in materia di infanzia. Delle poco più di 80 persone che sono riuscite a entrare senza essere respinte, sembra che circa 38 siano trattenute nei locali della polizia e che le altre siano di cui non si conosce l’ubicazione; non è dato sapere se siano state respinte né se stiano ricevendo assistenza legale e sanitaria. Le autorità di Melilla sono intervenute oggi per precisare che è stato registrato l’ingresso di 130 persone, di cui 84 minorenni. Tuttavia, in nessun comunicato ufficiale è stata fornita alcuna informazione sullo stato di benessere di queste persone e di quelle rimpatriate in Marocco. Non è stato nemmeno chiarito il protocollo seguito per garantire il rispetto dei loro diritti. Da Solidary Wheels, esigiamo che alle persone giunte sia a Ceuta che a Melilla venga garantito il diritto di accedere immediatamente al CETI e ai rispettivi centri per minori. Sul versante marocchino, l’AMDH di Nador ha segnalato un’escalation sproporzionata della violenza da parte delle forze di sicurezza, che hanno messo in atto una risposta brutalmente coercitiva utilizzando materiale antisommossa, tra cui proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Si sono registrati numerosi feriti, sia tra i giovani che tra gli agenti, e molti hanno dovuto essere ricoverati all’ospedale El Hassani. Le persecuzioni sono iniziate a Beni Enzar e successivamente si sono estese a Farkhana e al Quartiere Cinese. Durante la notte sono stati effettuati, come minimo, circa 100 rimpatri, che le autorità hanno filmato e diffuso pubblicamente per far sapere che stavano effettuando questi rimpatri con un’apparente intenzione dissuasiva. A questa situazione si aggiunge oggi l’inizio di uno sciopero degli avvocati in Marocco, che potrebbe rendere difficile l’assistenza legale alle persone arrestate e compromettere la difesa dei loro diritti. Va sottolineato che l’operato delle autorità marocchine sta assumendo una dinamica diversa rispetto a quanto avvenuto a Fnideq (Castillejos, al confine tra Ceuta e il Marocco), specialmente durante le prime fasi degli arrivi a Ceuta, dove si è registrata una presunta collaborazione che ha favorito lo svolgersi degli eventi. In questo momento destano preoccupazione la durezza della risposta delle forze dell’ordine e l’uso della forza contro persone in condizioni di estrema vulnerabilità. Questi fatti mettono ancora una volta in evidenza che le politiche migratorie non mettono al centro la vita delle persone, ma al contrario consentono che le persone vengano strumentalizzate come merce di scambio per fini politici. L’esternalizzazione delle frontiere continua a causare morti e violenza alle porte dell’Unione Europea. Noi di Solidary Wheels esigiamo la fine delle politiche migratorie di securitizzazione, volte a controllare, criminalizzare e violare i diritti dei migranti e dei rifugiati. Esigiamo la tutela dei diritti delle persone che si trovano in territorio spagnolo, garantendo loro sicurezza fisica e giuridica. Chiediamo ai governi di Spagna e Marocco di assumersi la propria responsabilità politica e giuridica per gli interventi delle forze dell’ordine che hanno comportato un uso sproporzionato della forza. Sia per quanto accaduto a Melilla che a Ceuta, esortiamo entrambi gli Stati a dare priorità alla protezione assoluta delle persone, garantendo in particolare l’interesse superiore dei minori che si trovano in situazione di mobilità. Infine, chiediamo un chiarimento pubblico, trasparente e immediato dei fatti avvenuti lungo il perimetro di frontiera.
E quando gli invisibili
di Mauro Armanino Tra frontiere, stanze senza finestre e vite cancellate dal potere, gli invisibili continuano a costruire mondi alternativi: quando prenderanno coscienza della propria forza, la storia cambierà finalmente …