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L’istruzione superiore nella filiera bellica: da Ankara a Roma Tre, passando per Israele
*Questo articolo riprende e mette in relazione una serie di inchieste pubblicate da Kritica nelle scorse settimane.* Il vertice NATO di Ankara (7-8 luglio 2026) ha reso esplicito quanto la stampa indipendente denunciava da tempo: la spesa militare non è più una voce di bilancio tra le altre, ma l’asse attorno a cui si riorganizzano economia e alleanze. Il forum industriale che ha preceduto il summit ufficiale ha prodotto contratti e intese tra i governi e l’industria della difesa transatlantica; la dichiarazione finale ha fissato l’obiettivo del 5% del PIL in spesa militare entro il 2035 e ha aperto esplicitamente al finanziamento di capacità spaziali, cibernetiche e di intelligenza artificiale integrate nella rete bellica alleata. Se il vertice è la cornice geopolitica, il sistema dell’istruzione superiore ne è da tempo uno degli ingranaggi meno visibili — e per questo più difficili da contestare. La ricostruzione che segue, basata su inchieste Kritica, mette in fila quattro piani che si tengono insieme: la genealogia del sistema universitario israeliano come infrastruttura del progetto di colonizzazione; la sua istituzionalizzazione post-1948 come pilastro dell’industria degli armamenti; la sua proiezione — tramite accordi di cooperazione, mobilità e finanziamenti condivisi — dentro l’accademia italiana, con il caso di Roma Tre a fare da cartina di tornasole; e infine lo stato, ancora largamente irrisolto, del diritto degli studenti e del personale accademico a sottrarsi a questa filiera. Le tre università israeliane più antiche precedono la nascita dello Stato: l’Università Ebraica di Gerusalemme, il Technion di Haifa e l’Istituto Weizmann di Rehovot. Nacquero tutte nell’orbita del movimento sionista, con una funzione dichiaratamente identitaria e scientifica, funzionale al radicamento di una presenza ebraica nella Palestina storica in vista della costruzione di una maggioranza demografica capace di sostenere uno Stato. Il salto di qualità arriva nel 1946, quando l’Haganah — la principale milizia sionista pre-statale — istituisce il Hemed (חמ”ד), un corpo scientifico d’armata con “basi” in ciascuno dei tre atenei. Docenti e studenti sviluppano e fabbricano esplosivi al plastico, razzi a propellente sintetico, munizioni per mortai e artiglieria, inneschi per napalm; nel 1948 tutti i reparti del Hemed vengono attivati per lo sforzo bellico che accompagna la Nakba. Entro la fine della guerra, l’Istituto Weizmann diventa il fulcro del Corpo di Scienza Militare israeliano insieme al Technion, il centro militare-scientifico del nuovo Stato: da quelle infrastrutture nasceranno poi Rafael e Israel Aerospace Industries, tra i maggiori produttori di armamenti del Paese. Nei decenni successivi la rete universitaria israeliana si espande seguendo la stessa logica dichiarata dallo Stato con il termine “giudaizzazione“: mantenere la superiorità demografica ebraica e distribuire la popolazione in modo da indebolire le rivendicazioni palestinesi sul territorio. È in questo quadro che va letta la vicenda di Roma Tre. Rilevante è quanto emerso dall’accesso civico generalizzato agli atti richiesto dal collettivo Roma Tre Etica: fino a pochi mesi fa l’ateneo aveva in essere un protocollo di mobilità studentesca con la Ben-Gurion University del Naqab — che, secondo il Libro Bianco del collettivo, sosterrebbe economicamente i soldati dell’IDF — e un protocollo di mobilità docenti, per il Dipartimento di Giurisprudenza, con la Reichmann University-IDC Herzliya, che dal 7 ottobre 2023 finanzia programmi di studio per studenti-soldato dell’IDF di stanza a Gaza e ha attivato una “Public Diplomacy Situation Room” per il contrasto alla narrazione filo-palestinese online. A questo si somma la filiera bellica interna: convenzioni per tirocini e progetti di ricerca con Leonardo Spa per il corso di Ingegneria Civile (attive fino a giugno 2026), una borsa di dottorato con la Fondazione MED-OR — il cui comitato scientifico include quattro membri del corpo docente di Roma Tre, tra cui il rettore Fiorucci — e la partecipazione, come tutti gli atenei laziali, alla Fondazione Rome Technopole, il cui consorzio include aziende belliche come Leonardo, Avio e MBDA, e che ha ricevuto un ulteriore impulso di finanziamento dal piano ReArm Europe. Roma Tre Etica definisce questa rete un “accreditamento” progressivo presso il comparto bellico e cybertech — più difficile da individuare e contestare rispetto a rapporti dichiarati apertamente da altri atenei. Roma Tre non è un’eccezione, ma un caso rappresentativo di una rete nazionale. Tre aziende ricorrono sistematicamente negli accordi università-industria della difesa: Leonardo S.p.A., il principale gruppo italiano della difesa e dell’aerospazio erede di Finmeccanica, oggi concentra quasi tutta l’industria pubblica della difesa rimasta in Italia (aerospazio, elettronica per la difesa e sicurezza, veicoli da combattimento, sistemi di artiglieria navale e terrestre). Ha un programma strutturato di collaborazione con scuole e università — decine di accordi quadro e convenzioni per stage, borse di studio e progetti di ricerca — e in alcuni atenei siede direttamente nelle commissioni. MBDA Italia, consorzio europeo leader nei sistemi missilistici, con stabilimenti a Roma, La Spezia e Fusaro, mantiene collaborazioni strutturate con le università di Napoli, Milano, Roma e Firenze e con centri di ricerca come il CIRA, su equipaggiamenti, radar, materiali avanzati ed elettronica, oltre a un’attività di reclutamento mirata sui neolaureati. Fincantieri, leader mondiale nella cantieristica navale e unico segmento della difesa italiana rimasto fuori dal perimetro di Leonardo; la sua divisione militare mantiene rapporti con il Ministero della Difesa e con la rete universitaria tecnica, benché con un profilo pubblico meno documentato rispetto a Leonardo e MBDA. Sapienza, Pisa e Bari sono altri atenei in cui accordi analoghi — con Leonardo, MBDA, Thales Alenia Space, GE Avio — sono stati oggetto di occupazioni e mobilitazioni studentesche negli ultimi anni, segno che la contestazione di Roma Tre Etica si inserisce in un fronte di conflitto più ampio, non locale. Il punto su cui il movimento studentesco si scontra oggi con un vuoto normativo è proprio quello dell’obiezione di coscienza. Non esiste, ad oggi, un diritto codificato che permetta a uno studente o a un ricercatore di rifiutare la partecipazione a un progetto legato all’industria bellica senza conseguenze. Il precedente storico — la legge 772/1972, che riconosceva l’obiezione di coscienza al servizio militare di leva — è di fatto superato dalla sospensione della leva obbligatoria nel 2005, e non è mai stato esteso alla ricerca o alla formazione universitaria. Due iniziative recenti provano a colmare questo vuoto, restando però nel campo della proposta politica, non del diritto acquisito: a Udine, un gruppo di docenti e ricercatori ha sottoscritto nel 2024 un impegno individuale a non svolgere né avviare collaborazioni di ricerca collegate all’industria bellica, chiedendo all’ateneo un inventario trasparente delle ricerche in corso; e nel maggio 2026 l’USB, insieme a un gruppo di legali e con il sostegno pubblico della relatrice ONU Francesca Albanese, ha avanzato una proposta per estendere il principio dell’obiezione di coscienza all’intera filiera delle armi — dai portuali ai ricercatori, dal personale universitario ai tecnici — sul modello di obiezioni già riconosciute in altri ambiti. Finché questa proposta non trova traduzione normativa, la possibilità concreta per uno studente di sottrarsi a un tirocinio o a un programma di ricerca legato al comparto bellico resta affidata alla contrattazione politica interna ai singoli atenei, esattamente il terreno su cui si muovono oggi Cambiare Rotta e Roma Tre Etica. Il confronto tra i piani analizzati — il vertice di Ankara come cornice macro-economica e militare, la genealogia israeliana come modello di integrazione strutturale tra accademia e apparato bellico, il caso Roma Tre come istanza organica della stessa rete in Italia, e l’assenza di uno strumento giuridico di sottrazione per chi in quella rete si trova a studiare o lavorare — mostra come la militarizzazione dell’istruzione superiore non sia un fenomeno isolato o congiunturale. È un processo che si consolida per accumulo di accordi, protocolli e finanziamenti spesso non dichiarati, e che trova nella retorica dell’innovazione e della competitività regionale una copertura difficile da smontare senza il lavoro di accesso civico e inchiesta che collettivi come Roma Tre Etica o Restiamo Umani stanno portando avanti e senza una battaglia politica, ancora tutta da vincere, per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza in ambito accademico e di ricerca. I fatti ricostruiti in queste pagine non riguardano episodi isolati, ma un processo strutturale che investe due articoli della Costituzione italiana nel loro rapporto reciproco. L’art. 11 ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; l’art. 33 garantisce la libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento. Quando un ateneo pubblico stipula protocolli di mobilità con istituzioni che finanziano esplicitamente studenti-soldato impegnati in un’occupazione militare, o quando la ricerca scientifica viene orientata (tramite accordi quadro, borse di dottorato e comitati scientifici condivisi) dalle priorità di aziende produttrici di armamenti, i due principi entrano in tensione diretta: la libertà della scienza smette di essere fine a sé stessa e diventa funzionale a un apparato che l’art. 11 vorrebbe, nelle intenzioni dei costituenti, tenere separato dalla vita istituzionale del Paese. Questa tensione non si risolve da sola. Come mostra il caso di Roma Tre, l’amministrazione accademica tende a gestirla per omissione — tacendo la matrice degli attacchi contro gli spazi studenteschi, rinviando la rescissione di accordi già dichiarati incompatibili con i propri stessi principi, distribuendo la propria presenza nel comparto bellico in forme meno visibili di quelle di altri atenei. È una dinamica che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha già documentato in contesti diversi — dalla censura di eventi culturali nelle scuole superiori alla delega dell’educazione civica a corpi in uniforme, dalla toponomastica dei parchi militari alla retorica della “sicurezza” nei protocolli PCTO — e che qui si ripresenta su scala universitaria, con lo stesso tratto ricorrente: la militarizzazione avanza non per dichiarazione esplicita, ma per accumulo silenzioso di prassi amministrative. In questa cornice, la questione dell’obiezione di coscienza, oggi priva di qualunque base normativa in ambito accademico, è il punto in cui la contraddizione tra i due articoli costituzionali diventa visibile e negoziabile: senza uno strumento che permetta a chi studia o fa ricerca di sottrarsi legittimamente alla filiera bellica, la libertà scientifica sancita dall’art. 33 resta, in questa materia, una libertà solo formale. È la stessa premessa da cui muove la campagna “La Conoscenza Non Marcia” e un’istituzione che ripudia la guerra sulla carta ha l’obbligo di renderlo verificabile nei propri bilanci, nei propri accordi e nei propri programmi di ricerca. Stemma del Hemed. Il Hemed era un reparto militare dell’organizzazione Haganah e successivamente delle IDF composto da scienziati e ingegneri. L’unità fu istituita con il sostegno attivo di David Ben-Gurion, il quale condivideva l’idea che le guerre di Israele sarebbero state decise dal “genio ebraico”. Il reparto è considerato l’inizio dell’ampio sviluppo della tecnologia militare in Israele, che portò alla creazione di fabbriche come la Rafael, la Israel Aerospace Industries e la IMI Systems. I laureati dell’unità divennero figure di spicco nello sviluppo della scienza in Israele. [fonte: wikipedia in ebraico] Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
TURCHIA: IL PARLAMENTO DISCUTE LA “LEGGE QUADRO” DEL PROCESSO DI PACE, IL CHP SI SPACCA IN DUE E NASCE “NUOVO PARTITO”. IL PUNTO CON MURAT CINAR
L’Assemblea nazionale della Turchia sta discutendo la “legge quadro” che dovrà fare da cornice giuridica alle iniziative che verranno intraprese dallo stato turco nell’ambito del processo di pace in corso da oltre un anno tra Ankara e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. L’esistenza di nuovi negoziati tra il governo turco e la guerriglia rivoluzionaria curda era stata annunciata il 27 febbraio 2025 dal leader e cofondatore del Pkk Abdullah Öcalan, detenuto sull’isola-carcere di Imrali da 27 anni. Da allora, il movimento di liberazione curdo ha intrapreso alcuni passi per dimostrare la propria serietà: tra il 5 e il 7 maggio 2025, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan ha raccolto l’invito del proprio leader convocando un congresso straordinario nel corso del quale ha deciso di sciogliere le proprie strutture organizzative e abbandonare la lotta armata; l’11 luglio 2025, trenta guerriglieri e guerrigliere del Pkk sono scesi dalle montagne del nord Iraq e, vicino alla città curda di Sulaymaniyya, hanno bruciato le proprie armi per ribadire la propria opposizione alla guerra e rivendicare “pace, uguaglianza e democrazia”; il 27 ottobre 2025, la guerriglia ha abbandonato le proprie posizioni sulle montagne del Kurdistan all’interno dello stato turco riposizionandosi su quelle del Kurdistan iracheno. Da parte dello stato turco, però, non ci sono stati passi in avanti di questa portata. A livello pubblico il passaggio più significativo è stata la costituzione di una commissione ad hoc del parlamento turco – la Commissione parlamentare per la “Solidarietà nazionale, la fratellanza e la democrazia” – i cui lavori hanno preparato il terreno per la legge quadro ora in discussione all’Assemblea nazionale. “Questa legge dovrebbe riguardare una serie di militanti del Pkk, probabilmente quelli che non hanno partecipato a combattimenti e non hanno grosse complicazioni giudiziarie in Turchia, che saranno reintrodotti nella società turca per dimostrare che lo stato fa un passo avanti”, spiega il giornalista Murat Cinar sulle frequenze di Radio Onda d’Urto. “Alcune fonti giornalistiche sostengono che questa legge quadro sarà portata in parlamento prima della chiusura estiva, quindi tra pochissimi giorni, con l’intenzione di discuterla nel mese di settembre”, aggiunge Cinar. A questo proposito, il parlamento turco ha prorogato i propri lavori fino al 6 agosto. Mentre, secondo l’appello di Abdullah Öcalan, il processo di pace dovrebbe portare a una democratizzazione complessiva della società turca, nell’ultimo anno il regime turco di Erdogan ha spostato il mirino della repressione sul principale partito di opposizione, il Chp. Negli ultimi mesi sono stati numerosi i sindaci di questa forza politica sollevati dal proprio incarico e sostituiti dai cosiddetti “fiduciari” di Ankara, mentre diversi esponenti di primo piano del partito – come il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu – sono stati arrestati e si trovano tuttora in carcere. Non solo, i giudici di Ankara hanno anche deciso di annullare i risultati del congresso 2024 del Chp, invalidando l’elezione a segretario di Özgür Özel e disponendo il ritorno alla guida del partito di Kemal Kilicdaroglu, uscito sconfitto (seppure di poco e con i soliti dubbi sul regolare svolgimento del voto) dalle elezioni presidenziali 2023. Kilicdaroglu, però, non sembra intenzionato a convocare un nuovo congresso. Per questo Özgür Özel ha deciso di guidare una scissione e fondare un nuovo partito di opposizione… Il “Nuovo Partito” (YENİ Parti). 90 deputati del Chp lo hanno già seguito. “Il partito fondatore della Repubblica (il Chp), che tra l’altro è uno dei partiti più antichi del mondo tra quelli esistenti, rischia di diventare il terzo, quarto, forse quinto partito di opposizione. Forse non entrerà nemmeno in parlamento e dunque vive una fase di grande difficoltà”, commenta Murat Cinar. Di tutto questo parleremo alla Festa di Radio Onda d’Urto, a Brescia, lunedì 10 agosto 2026, all’interno del dibattito “Il processo di pace in Turchia: prospettive e aspettative” insieme al giornalista Murat Cinar (che co-organizza e modera l’incontro), a İdris Baluken, ex deputato del parlamento turco con l’HDP, Şerife Ceren Uysal, avvocata del Foro di Istanbul specializzata in diritti umani, e Rosida Koyoncu, giornalista, documentarista e attivista per i diritti delle persone LGBTQIA+ L’intervista di Radio Onda d’Urto al giornalista Murat Cinar, con il quale abbiamo fatto il punto sulla situazione politica in Turchia e presentato del dibattito del 10 agosto 2026 alla Festa di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Un’arma non è un regalo
Dal revolver donato dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ai leader della NATO nasce la lettera aperta del cardinale Domenico Battaglia, un invito ai “potenti della terra” a riflettere sul significato delle armi, dei simboli e della pace La diplomazia parla anche attraverso i doni. Al termine dei grandi vertici internazionali è consuetudine che il Paese ospitante consegni ai capi di Stato e di governo un oggetto simbolico, scelto per rappresentare la propria identità culturale e lasciare il ricordo dell’incontro. È una tradizione consolidata che, attraverso opere d’arte, manufatti, libri e altri oggetti rappresentativi, racconta la storia e la cultura di una nazione. Al termine del vertice NATO svoltosi ad Ankara il 7 e l’8 luglio, quella consuetudine ha assunto però un significato diverso. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha consegnato ai leader dell’Alleanza Atlantica un revolver personalizzato con il nome del destinatario. Il gesto ha suscitato un dibattito che è andato ben oltre il protocollo diplomatico. Un dono istituzionale non è soltanto un ricordo dell’incontro: è un simbolo. E i simboli raccontano il modo in cui un Paese sceglie di presentarsi al mondo. Da questo episodio prende origine la lunga lettera che il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli, ha rivolto ai “potenti della terra”. Più che commentare un fatto di cronaca, l’arcivescovo invita a riflettere sul significato che alcuni gesti assumono quando vengono compiuti da chi esercita responsabilità di governo. L’apertura della lettera colpisce per la sua forza evocativa. Il male, osserva Battaglia, non sempre si manifesta con la violenza più evidente. Talvolta si presenta in forme rassicuranti, si veste di eleganza e rischia di essere accolto senza che ci si interroghi davvero sul messaggio che porta con sé. Da qui si sviluppa il cuore della sua riflessione. Il problema non è soltanto il dono di un’arma, ma il rischio di trasformare la morte in una forma di cortesia, facendo di uno strumento costruito per togliere la vita un oggetto di rappresentanza tra i governanti. Per Battaglia, i simboli contribuiscono a educare lo sguardo di una società. Definiscono ciò che viene percepito come normale, autorevole, perfino degno di essere celebrato. Per questo denuncia il rischio di aver “addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare”: una frase che riassume l’intero significato della sua lettera. Uno dei passaggi più intensi riguarda il nome inciso sulla pistola. Accanto a quello del leader che riceve il dono, l’arcivescovo invita a immaginarne un altro, invisibile: il nome della persona contro cui quell’arma potrebbe essere puntata. È un’immagine che sposta immediatamente l’attenzione dall’oggetto alle conseguenze della guerra, ricordando che dietro ogni arma ci sono sempre vite umane, famiglie e destini. La riflessione si apre poi alla prospettiva evangelica. Battaglia richiama il gesto di Cristo durante l’Ultima Cena: invece di consegnare un’arma ai discepoli, si cinge un asciugatoio e lava loro i piedi. Da una parte il potere che si afferma attraverso la forza, dall’altra quello che sceglie il servizio. Due modi profondamente diversi di intendere l’autorità. Nella parte conclusiva della lettera, il cardinale rivolge un appello ai responsabili delle nazioni. Li invita a rifiutare l’idea che un’arma possa diventare un omaggio tra popoli e propone un gesto semplice quanto eloquente: lasciare una sedia vuota al prossimo vertice internazionale. Non una sedia riservata a un presidente o a un generale, ma all’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle guerre. A chi non partecipa ai negoziati, non compare nelle fotografie ufficiali e non firma trattati, ma resta sotto le macerie quando la diplomazia fallisce. La lettera di Battaglia nasce da un episodio preciso, ma supera i confini della cronaca. Invita a interrogarsi sul linguaggio con cui il potere sceglie di rappresentarsi e sul valore dei simboli che accompagnano le relazioni internazionali. Perché un dono diplomatico non è mai soltanto un oggetto. È anche un messaggio. È questa la domanda che il revolver di Ankara consegna al dibattito pubblico: quale idea di sicurezza e quale idea di pace vengono trasmesse quando un’arma diventa il simbolo di un incontro tra nazioni? Per il cardinale, la risposta passa attraverso un cambiamento di sguardo. La pace non è una debolezza né un segno di ingenuità, ma una responsabilità che interpella chiunque eserciti il potere e chiunque sia chiamato a costruire relazioni tra i popoli. Fonti * Avvenire – “Mai una pistola in dono! È la morte trasformata in souvenir”, di Domenico Battaglia * Reuters – Turkey’s Erdogan gives NATO leaders revolver conundrum after summit * Associated Press – NATO leaders came to Turkey to discuss security. Erdogan gave them each an engraved revolver * RaiNews – Erdogan regala pistole con munizioni ai leader dopo il vertice NATO Lucia Montanaro
July 11, 2026
Pressenza
Summit NATO ad Ankara: affari per le imprese e aumento della spesa pubblica
L’ultimo aggiornamento relativo alle spese militari conferma che Canada e Paesi UE hanno accresciuto oltre ogni previsione i propri investimenti, portando alcune nazioni ad attestarsi, nell’anno corrente, sul 3,5% del PIL.[1] Nei due giorni di summit ad Ankara non sono state superate le divisioni interne all’Alleanza Atlantica e conseguentemente il compromesso raggiunto si limita in sostanza all’aumento delle spese militari, dando vita a un insieme di commissioni per le imprese della guerra che farà lievitare gli investimenti in armi. In altri termini potremmo asserire che tale compromesso si materializzerà in un’ondata di appalti, «che aumenteranno la produzione e l’innovazione nella difesa in tutta l’Alleanza e forniranno nuove capacità per rafforzare la deterrenza e la difesa della NATO»[2]. Il Segretario Generale dell’Alleanza, Mark Rutte, annuncia l’acquisto congiunto di aerei con e senza pilota e la modernizzazione degli apparecchi oggi in dotazione, per un giro di affari considerevole. E infatti ad Ankara non erano presenti solo alti funzionari della NATO, ministri e membri dei Governi aderenti: erano circa 100 le aziende partecipanti, a conferma che dietro ogni Riarmo si celano interessi materiali. Non per caso «governi e industria hanno annunciato nuovi importanti impegni, tra cui nuovi contratti di acquisizione per un valore superiore a 50 miliardi di euro»[3]. Il summit appena terminato pare destinato a fare storia per il carattere pragmatico che l’ha caratterizzato, se pensiamo che i colloqui si sono indirizzati prevalentemente verso la capacità produttiva dell’industria della guerra e la capacità di attrarre nuovi investimenti. A tal proposito sono significativi i 27 miliardi di € previsti per il rafforzamento delle filiere, in particolar modo quelle dell’approvvigionamento energetico. Questa scelta rappresenta l’ulteriore conferma di come sia ormai difficile, nei Paesi NATO e altrove, discernere tra civile e militare, e questo per via del collegamento sempre più stretto tra le filiere produttive e logistiche dell’industria civile e quelle del complesso militare. Del resto, anche quando parliamo di spazio, sorveglianza, automotive, aeronautica, di cantieristica navale o perfino delle banchine portuali e via dicendo, non facciamo più riferimento soltanto alle tecnologie a uso civile che sono loro proprie, bensì anche a sistemi d’arma di difesa e offesa oppure alla logistica militare. Passando oltre, la guerra in Ucraina fortemente voluta dagli USA per consumare l’economia russa in un conflitto lungo e dispendioso (e gli ultimi dati del FMI confermano il peggioramento dello stato di salute dell’economia moscovita) è comunque servita a testare le capacità di risposta della NATO e a permettere di individuare le criticità del sistema produttivo e, in particolar modo, quelle del sistema di approvvigionamento. L’UE, del resto, negli ultimi due anni ha adottato politiche atte a stimolare la produzione militare e a semplificare le procedure per il rifornimento delle scorte. Il tema russo-ucraino è stato affrontato anche nel summit e a proposito segnaliamo sia il rinnovato sostegno di Erdogan al Paese aggredito, sia l’impegno «a fornire almeno 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento all’Ucraina quest’anno e di nuovo il prossimo»[4]. Non vi sono novità rispetto agli impegni presi al summit precedente, quello de L’Aja, nel quale l’Italia aveva dichiarato di voler aumentare le proprie spese militari fino a «raggiungere il 5 per cento del PIL entro il 2035»[5]. Rispetto invece al Documento Programmatico di Finanza Pubblica del 2025, in cui il Governo programmava «un incremento della spesa per la difesa in rapporto al PIL fino a 0,5 punti percentuali su base cumulata entro il 2028»[6], va (relativamente) meglio: nel summit Meloni ha pattuito un + 0,4%, a fronte di una crescita economica assai contenuta e al di sotto delle meno rosee previsioni. Una nuova conferma, questa, di come gli investimenti nel settore della Difesa in Italia siano difficili e rendano poco. Meglio così, ma nel frattempo l’economia di guerra indirizza sempre più risorse agli investimenti indispensabili per il salto tecnologico dei prodotti e delle infrastrutture militari: enormi capitali destinati alla “sicurezza”, che non viene declinata sotto forma di spese sociali e welfare ma attraverso sistemi di controllo e repressivi. F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] Comunicato stampa, NATO, Defence Investment of NATO Countries (2014-2026), https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/finance/def-exp-2026-en.pdf. [2] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/07/tens-of-billions-in-new-procurements-revealed-at-the-nato-summit-defence-industry-forum-in-ankara. [3] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers. [4] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers.[5] Documento di Finanza Pubblica 2026, 27 Aprile 2026, p. 108. [6] Ibidem. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Vertice Nato, più affaristi che guerrieri
Il vertice NATO ad Ankara appena conclusosi, ha messo nero su bianco soprattutto gli impegni economici, in particolare il finanziamento da 140 miliardi di euro per l’Ucraina nel biennio 2026-2027, di cui 60 a carico del prestito europeo, gli altri 80 da reperire su base bilaterale dai singoli alleati, ma con […] L'articolo Vertice Nato, più affaristi che guerrieri su Contropiano.
July 10, 2026
Contropiano
SI CHIUDE IL VERTICE NATO IN TURCHIA: ARMI, ARMI E ANCORA ARMI. L’ITALIA CONFERMA LA SPESA BELLICA DEL 5% DEL PIL
Ad Ankara, Turchia, si è concluso il Vertice Nato. Nelle stesse ore in cui Trump ordinava i nuovi bombardamenti sull’Iran, il segretario dell’Alleanza Atlantica Rutte annuiva pedissequamente a ogni mossa statunitense, che ha parlato di “risposta necessaria” all’Iran. Trump intanto ha confermato stizzito di voler mantenere gli Usa nella Nato, in occasione dell’incontro a porte chiuse dei leader. Dalla dichiarazione finale del vertice si legge che la Russia “rappresenta una minaccia a lungo termine per la Nato”; che l’Ucraina “contribuisce alla sicurezza transatlantica e gli alleati sono uniti nel loro incrollabile sostegno a Kiev”. Tutto questo si traduce in decine e decine di miliardi di euro in armi promesse dai vari Stati, compresa la licenza statunitense a produrre Patriot per l’Ucraina, durante il vertice dell’Alleanza Atlantica, in occasione del quale il sultano Erdogan prova a rimuovere le sanzioni imposte alla Turchia dalla prima amministrazione Trump, consentendo la vendita di componenti di F-35 ad Ankara. Un terremoto diplomatico e militare che scuote Israele. Qui il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth ha cancellato una visita in programma per oggi. All’inizio di questa settimana, il genocida Netanyahu aveva avvertito che fornire l’aereo stealth avanzato ad Ankara avrebbe “distrutto gli equilibri di potere in Medio Oriente” erodendo il vantaggio militare di Israele. Un vantaggio militare che è quello dell’occupazione illegale, che ha impedito al nuovo segretario generale della Lega Araba, Nabil Fahmy, di incontrare oggi a Ramallah il presidente palestinese Abu Mazen. Qui le autorità occupanti israeliane gli hanno negato l’autorizzazione. Nel frattempo nella capitale turca, per il terzo giorno consecutivo, migliaia in piazza contro il vertice Nato. Corteo anche a Istanbul, organizzato dai principali partiti di opposizione al sultano Erdogan. I partecipanti hanno contestato le politiche dell’Alleanza, il ruolo della Turchia in perpetua crisi economica, e la presenza statunitense. E poi c’è l’Italia. In questo calderone di affari bellici sulla pelle di milioni di persone, Meloni conferma l’obiettivo del 5% del pil dedicato al riarmo sigliato anche da Roma nel precedente summit Nato all’Aia, così come l’adesione al programma europeo Safe. L’obiettivo di far salire le spese militari al 5% entro il 2035 costerebbe all’Italia 500 miliardi di euro, denuncia oggi pomeriggio l’Osservatorio Milex. Intanto sono 19 i miliardi annunciati da Crosetto nella prossima manovra, da investire – ancora una volta – in armi. Soldi che vengono prelevati dallo stato sociale, defraudato da anni di politiche di privatizzazione e tagli, come conferma oggi il nuovo rapporto Ocse per i salari europei: i redditi reali italiani sono tra i peggiori dei 27 paesi dell’Ue, ancora sotto di oltre 6 punti percentuale rispetto al 2021, mentre la media dei Paesi Ocse è tornata sopra quei livelli. La stessa Organizzazione di studi economici prevede poi un’ulteriore contrazione entro fine anno, -1%, a fronte di un’inflazione al 3%, a un tasso d’occupazione del 9% sotto la media Ocse, in particolare per le difficoltà a trovare un lavoro degno e pagato di giovani e donne. Il commento, su Radio Onda d’Urto, di Fulvio Scaglione, giornalista e direttore di InsideOver. Ascolta o scarica.
July 8, 2026
Radio Onda d`Urto
#Nato 3.0: l'ascesa dei signori della #Guerra #donaldtrump Ad #Ankara il vincolo transatlantico cambia forma. Non più una strategia per la difesa comune, ma impegni di miliardi di dollari per rafforzare e ampliare la "base industriale" dell'apparato bellico dell'Alleanza. Nella NATO 3.0 non ci sono più alleati, ma ci sono produttori, soci e clienti. Questa nuova configurazione di forze ed equilibri penalizzerà l'Italia? https://www.youtube.com/watch?v=5JMZ6NfzOLU
July 8, 2026
Antonio Mazzeo
Vertice NATO ad Ankara: rinforzo della Difesa Europea e della spesa militare
Proprio in questi giorni si sta riunendo ad Ankara il vertice NATO, pochi giorni dopo la visita del Segretario Generale della Alleanza in Germania per colloqui urgenti, nel corso dei quali è arrivato un attestato di stima per il riarmo intrapreso da Berlino. Il merito tedesco sarebbe quello di avere mantenuto gli impegni assunti con la NATO, aumentando la spesa per la Difesa, accrescendo le risorse (economiche e militari) destinate all’Ucraina e fornendo un forte impulso alla riconversione a fini militari di parte del tessuto manifatturiero nazionale. Rutte ha parlato di «un risultato straordinario» invitando le industrie della Difesa europee – e non solo – ad «aprire nuove linee di produzione, espandere le catene di approvvigionamento e fornire rapidamente ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra sicurezza». Durante il summit in Turchia la NATO farà i conti con la necessità di un salto di qualità nella ricerca e nella produzione di sistemi d’arma tecnologicamente sempre più evoluti, nell’ottica di acquisire in maniera sinergica e collaborativa armi, veicoli e tutte le attrezzature più importanti, in maniera tale da sfruttare le economie di scala e  favorire l’integrazione tra sistemi produttivi nazionali differenti.[1] Non si parlerà, dunque, solo dell’Ucraina e dell’ammontare effettivo delle spese militari: la riunione NATO sarà assai attenta allo sviluppo del complesso industrial-militare, alla ricerca accademica a fini bellici, alla interazione tra soggetti pubblici e privati. Forti pressioni arrivano dall’industria militare turca, che recentemente ha concluso accordi con importanti aziende del settore di vari paesi, europei e non. Preoccupa invece la capacità europea di garantire un costante e crescente rifornimento bellico da qui ai prossimi anni. Sono trascorsi oltre dieci anni da quando, nel 2014, i paesi della Alleanza si impegnarono a portare al 2% del PIL la spesa per la Difesa, destinando almeno il 20% di queste somme all’acquisto di equipaggiamenti bellici e a sostegno delle attività di ricerca e sviluppo. Nel 2023, al vertice di Vilnius, fu preso un accordo per lo sviluppo di una maggiore sinergia tra aziende militari e acquisti collaborativi, nel tentativo di costituire una dotazione bellica composta da sistemi d’arma fra loro compatibili (interoperabilità). Nel vertice 2024, tenutosi negli States, l’attenzione venne focalizzata su come espandere la capacità industriale. Nel giugno del 2025, infine, i Paesi NATO si impegnarono a destinare alla Difesa il 5% del PIL.[2] La gran parte dei documenti prodotti dalla Nato in questi ultimi anni analizza i pericoli per l’Alleanza pensando che arrivino in prevalenza dalla Russia. Da qui il sostegno alla produzione di armi in alcune fabbriche ucraine e al potenziamento della spesa per la Difesa nei paesi geograficamente più vicini a Mosca: «Gli Alleati si sono impegnati a sostenere l’Ucraina e la sua base industriale della difesa, promuovendo ed espandendo al massimo la cooperazione in materia di difesa con l’industria ucraina».[3]  In generale, la percezione di un nemico esterno favorisce l’adozione dell’obiettivo strategico di incrementare la spesa militare, gli investimenti in intelligence e la stessa capacità produttiva del settore bellico. Allo stesso tempo, il tentativo in corso è quello di modificare la legislazione vigente per favorire il riarmo e la concentrazione di capitali – rivedendo, ove necessario, l’agenda delle priorità dei singoli paesi – e accelerare processi di ricerca e tempistiche di approvvigionamento, nonché  ampliare e ammodernare la produzione di armi  – anche attraverso processi di riconversione militare della manifattura. E i maggiori investimenti diretti vanno a favore degli aerei da combattimento multiruolo, degli elicotteri, dei sistemi aerei senza equipaggio e della ricerca sulle armi tecnologiche, specie per quanto riguarda l’equipaggiamento di fanteria. Dal punto di vista amministrativo si va costruendo un’infrastruttura adatta allo sviluppo di una filiera militare continentale: normative ad hoc, anche in deroga alle leggi vigenti, accordi bilaterali di cooperazione in materia di Difesa, abbattimento delle barriere commerciali, acquisti collaborativi (sia di prodotti finiti, come armi e munizioni, sia di semi-lavorati) per favorire produzioni in grande scala. La NATO, insomma, si candida a ricoprire un ruolo da «promotore di iniziative, ente normatore, organismo che definisce i requisiti, aggregatore e facilitatore dell’attuazione, al fine di espandere la capacità industriale nel settore della Difesa».[4] Del resto esiste un cronoprogramma[5] della NATO per lo sviluppo di filiere di approvvigionamento resistenti agli shock economici o “geo-politici”. Vedremo nei prossimi giorni se e come questi ambiziosi obiettivi siano stati raggiunti e quali saranno le iniziative intraprese, con i relativi effetti immediati e a medio termine sui Bilanci comunitari e nazionali. F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- [1] Cfr. https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/natos-role-in-defence-industry-production. [2] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2025/02/13/nato-defence-ministers-conclude-meeting-focus-on-defence-spending-and-support-for-ukraine. [3] Cfr. https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2025/02/13/updated-defence-production-action-plan. Traduzione nostra dall’originale: « Allies also pledged to support Ukraine and its defence industrial base by fostering and expanding defence cooperation with the Ukrainian defence industry to the fullest extent, and committed to enhancing defence industrial cooperation with NATO partners». [4] https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2024/07/10/nato-industrial-capacity-expansion-pledge. Traduzione nostra dall’originale: «We will leverage the Alliance’s role as convenor, standard setter, requirements setter and aggregator, and delivery enabler to expand defence industrial capacity». [5] Cfr. https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/factsheets/240712-Factsheet-Defence-Supply-Chain-Roadmap-en.pdf. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
#nato LA FIERA DELLE #ARMI LEVANTE - Casa del Sole Tv - 7 lug 2026 con Margherita Furlan, Antonio Mazzeo e Gianmarco Pisa. 🔥 Nello stesso giorno: ad #Ankara la NATO apre il vertice con la fiera dell’industria delle armi e proietta su uno schermo decine di miliardi in contratti; a Qom centinaia di migliaia di persone accompagnano il feretro di Khamenei; nello Stretto di Hormuz bruciano due petroliere. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. https://www.youtube.com/watch?v=lfaePBmS1is
July 8, 2026
Antonio Mazzeo