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Il 2 agosto e il genocidio culturale che nessuno vuole vedere
Il 2 agosto l’Europa ricorda il Porrajmos, il genocidio dei rom e dei sinti. Ricorda la notte tra il 2 e il 3 agosto 1944, quando lo Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau fu liquidato e 4.300 donne, uomini e bambini vennero assassinati nelle camere a gas nel corso di una sola notte. Il Porrajmos costò la vita a oltre mezzo milione di rom e sinti in Europa. Quest’anno quella ricorrenza cade mentre la città di Milano sta di fatto sgomberando il Villaggio delle Rose di via Chiesa Rossa 351, la comunità che ha costruito il primo monumento italiano dedicato al Porrajmos. La coincidenza impone una domanda che la politica continua a evitare: che cosa significa, oggi, garantire a un popolo, a una minoranza, il diritto di continuare a esistere come popolo? Gli abitanti del Villaggio delle Rose sono discendenti di rom croati deportati dai fascisti durante la Seconda Guerra Mondiale e internati nei campi della Sardegna. Tra i loro familiari ci furono partigiani, come Tzigari della Brigata Osoppo, padre, nonno e bisnonno di alcuni degli abitanti del villaggio. Altri finirono nei lager nazisti, tra cui Dachau. Dopo la guerra attraversarono l’Italia inseguendo ciò che per chiunque altro rappresenta un diritto elementare: un luogo da chiamare casa. Arrivarono a Milano negli anni Sessanta, lavorarono alla costruzione della Montagnetta di San Siro e vennero spostati da un quartiere all’altro per decenni. Nel 2000 il Comune di Milano assegnò loro un’area con un regolamento a tempo indeterminato. Ogni famiglia costruì la propria casa. Non baracche abusive, ma abitazioni prefabbricate autorizzate, acquistate con il lavoro e con i risparmi di una vita. In questi ventisei anni, pur tra difficoltà e contraddizioni, quella comunità ha costruito qualcosa che qualsiasi amministrazione dovrebbe considerare un patrimonio della città. Ha costruito memoria pubblica, partecipazione politica, relazioni con il quartiere. Ha aperto il villaggio alle scuole, all’ANPI, alle associazioni, agli artisti che vi hanno realizzato opere, documentari e installazioni. Ha ospitato dibattiti pubblici e politici, incontri con parlamentari, candidati sindaci e rappresentanti delle istituzioni. Ha partecipato alle elezioni. Ha scelto di essere parte della città senza rinunciare a essere rom. Ed è probabilmente proprio questo il punto. Nel dicembre 2024 la giunta comunale di centrosinistra ha deliberato la chiusura del villaggio. Gli abitanti, pur disperati davanti all’unica prospettiva loro offerta – gli alloggi SAT per l’emergenza abitativa e poi l’accesso alle graduatorie delle case popolari, un percorso che loro non hanno mai desiderato – hanno reagito in modo propositivo. Hanno presentato il progetto di una cooperativa di abitanti a proprietà indivisa, sulla base di un progetto elaborato dall’architetto Giovanni La Varra. Il villaggio sarebbe diventato un piccolo quartiere cooperativo. Le case sarebbero rimaste patrimonio della comunità. Milano avrebbe sperimentato una forma innovativa di abitare, senza nuovo consumo di suolo, senza gravare sull’edilizia pubblica e senza sottrarre alloggi alle migliaia di persone che attendono una casa popolare. Per oltre un anno quel progetto è stato definito interessante dagli assessori milanesi, senza però costruire il percorso necessario per realizzarlo. Poi è arrivata la scoperta dell’inquinamento del sottosuolo del villaggio che, con ogni probabilità, deriva proprio dai riporti di macerie utilizzati quando il Comune realizzò l’area. Da quel momento, invece di cercare il modo di rendere comunque possibile quel progetto, pianificando una bonifica adeguata e non frettolosa, quella circostanza è stata utilizzata per cancellarlo. L’unica decisione politica rimasta ferma è stata la chiusura del campo, cioè lo sgombero. Settanta famiglie vengono indirizzate verso gli alloggi SAT, già drammaticamente insufficienti per affrontare l’emergenza abitativa milanese. I bambini vedono scomparire il mondo nel quale sono cresciuti. Gli anziani perdono il luogo che consideravano finalmente definitivo dopo una vita di espulsioni. I legami della vita comunitaria vengono spezzati. Vale allora la pena fermarsi sulla parola con cui questa operazione viene raccontata: inclusione. La cultura politica progressista parla continuamente di diritti civili. Difende il diritto delle persone omosessuali a vivere apertamente la propria identità. Nessuno penserebbe di chiamare “integrazione” la chiusura delle associazioni LGBT, la scomparsa dei loro luoghi di aggregazione o la richiesta che la loro identità diventi invisibile nello spazio pubblico. Riconosce agli ebrei il diritto di mantenere sinagoghe, scuole, associazioni culturali e reti comunitarie. Nessuno sostiene che la piena cittadinanza richieda di rinunciare a quelle istituzioni. Riconosce alle minoranze linguistiche il diritto di conservare la propria lingua, le proprie scuole e le proprie tradizioni. Quando il soggetto diventa una comunità rom, il linguaggio cambia improvvisamente. L’identità collettiva viene trasformata in un problema urbanistico, l’abitare diventa un problema sociale, la comunità diventa un’anomalia da superare. La soluzione prende il nome di integrazione. Ma quale integrazione? L’integrazione proposta consiste nell’annullamento dell’identità rom come esperienza collettiva. L’essere rom viene accettato soltanto come fatto privato, invisibile, confinato nella sfera individuale. La cultura può essere ricordata il 2 agosto, celebrata davanti a un monumento, raccontata nei convegni e nelle commemorazioni. Diventa improvvisamente un problema quando pretende di organizzare concretamente la vita quotidiana: l’abitare, la famiglia allargata, la solidarietà reciproca, la continuità di una comunità. È qui che si apre la questione del genocidio culturale. Per genocidio culturale intendo la distruzione delle condizioni che permettono a un popolo di continuare a esistere come popolo. La cancellazione non passa necessariamente attraverso la violenza fisica. Può passare attraverso l’assimilazione. Ed è proprio questo il concetto che il centrosinistra rifiuta di vedere. L’idea implicita che guida questa operazione sembra semplice: il rom emancipato è il rom che smette di vivere come rom. Può conservare il ricordo delle proprie origini, partecipare alle celebrazioni del 2 agosto, deporre una corona davanti a un monumento. Quello che non gli viene riconosciuto è il diritto di praticare la propria diversità come forma di vita. Qui emerge la contraddizione politica più profonda. Il Partito Democratico rivendica i diritti civili come tratto distintivo della propria identità. Eppure, davanti a una comunità che rivendica il diritto di restare se stessa, sostituisce il linguaggio dei diritti con quello dell’inclusione sociale. Perché? Perché negare a una comunità che è stata perseguitata e genocidata, come quella ebraica, il diritto fondamentale a continuare a esistere come comunità? Qual è il beneficio pubblico di questa operazione? Quale interesse della città giustifica una violenza così profonda? Quale vantaggio produce assegnare settanta alloggi SAT a famiglie che non li avevano richiesti, sottraendoli a un patrimonio già insufficiente per chi vive una reale emergenza abitativa? Quale idea di progresso impone di disperdere bambini, anziani, famiglie allargate e reti di solidarietà costruite in ventisei anni? Fatico a trovare una risposta diversa da questa: esiste una convinzione profondamente radicata nella cultura politica del centrosinistra secondo cui l’emancipazione coincide con l’assimilazione. La differenza viene celebrata finché rimane simbolica; diventa un problema quando prende la forma concreta di una comunità che chiede di continuare a vivere secondo la propria organizzazione sociale. Il campo deve scomparire perché deve scomparire quella forma di vita, quella identità vissuta ogni giorno e non soltanto dichiarata nelle ricorrenze. Una comunità rom può essere ricordata, studiata e commemorata. Una comunità rom che rivendica il diritto di continuare a vivere insieme diventa invece un ostacolo da rimuovere. È questa, a mio giudizio, la contraddizione politica e morale che il 2 agosto dovrebbe costringere a guardare soprattutto chi fa della questione dei diritti la propria bandiera. Farebbe bene ai rom, ma anche a loro stessi e alla loro credibilità politica. Redazione Milano
August 1, 2026
Pressenza
Aggiornamento dal Villaggio delle Rose. Il Comune di Milano ci fa o ci è?
Il Comune di Milano si è arroccato nella posizione di padre padrone. Non dà segno di ascoltare le ragioni dei propri cittadini e sembra intenzionato a tirare diritto per la sua strada: sul Villaggio delle Rose passeranno le ruspe. Di fronte alla chiusura istituzionale mercoledì 1° luglio i residenti hanno organizzato una “festa” allo scopo di raccontare la loro storia e chiedere aiuto e protezione alla società civile. L’evento si è svolto in un’atmosfera di serenità e bellezza che non vedevo da tempo. Potrei raccontarvi dei discorsi pieni di pathos e amore di Dijana Pavlovic e Tony Deragna su un luogo che negli anni è diventato un simbolo di cultura e un esempio di comunità virtuosa; dell’antenato Tzigari che si unì alla Brigata Osoppo e partecipò alla Resistenza; di sua moglie Wilma che, rapita con l’inganno dai fascisti, sopravvisse a Dachau; del loro amore alla maniera “zingara” che fa sognare e trasuda libertà; o del monumento al porraimos, il divoramento, in memoria del genocidio subito dal popolo rom e sinti – una ruota circondata da tre steli posizionata all’ingresso del villaggio che è una delle tappe di commemorazione dell’annuale “partigiano in ogni quartiere”. O potrei riferirvi il discorso riconoscente di Michela Fiori, rappresentante di Anpi Stradera-Gratosoglio, a Tzigari e ai suoi discendenti (attivi antifascisti del Villaggio delle Rose); o parlarvi di Isabella May, docente dell’Accademia di Brera, che con altri artisti ha abbellito la recinzione dell’opera “Vietato strappare le rose” (!) e dato vita a un vivace laboratorio molto apprezzato dai più piccoli. Oltre a pitture e stencil, fili rosso-fuoco si sono dipanati dal cancello agli alberi toccando con delicatezza il monumento.  Rappresentano l’intrepido e lungo viaggio che nei secoli ha portato il gruppo rom a un luogo dove gli è piaciuto radicarsi. Potrei parlare della musica dal ritmo italo-balcanico offerta dallo storico gruppo milanese degli “Ottoni a Scoppio”– a cui è stato difficile resistere dal saltare in pista e di quando tutti insieme abbiamo cantato “Bella Ciao”. Alle prime battute ho visto accorrere bambini con visi e mani sporchi di pittura per unirsi ai cantori; sapevano che quello era un momento sacro della comunità; al termine sono tornati all’attività artistica. Potrei dirvi che persino il cielo, di questi tempi così bizzarro ed elettrico, si era rasserenato colorandosi di nuvole rosa e di come la frescura avesse avvolto la piccola corte, o riferirvi una nota di costume sui componenti a quattro zampe del villaggio, di come anche loro partecipassero alla festa. Uno in particolare, di nome Orso, è stato molto impegnato a vezzeggiare la giovane consigliera Francesca Cucchiara, di AVS (insieme con un collega, l’unica ad aver accettato di partecipare all’evento e a esprimersi in favore dei rom), che, potrei giurarci, stava dando il suo contributo alla causa, avendo ben capito il pericolo che incombe sulla famiglia. Orso è uno di quei cagnolini piccoli e buffi, dotati di occhi dolcissimi a cui è impossibile resistere. Per ognuno di loro si potrebbe scrivere un pezzo, ma purtroppo a tanta bellezza si oppone una stupidità (burocratica? Espressione del male?) su cui occorre ragionare. Riassumo la vicenda: il Comune di Milano concesse a tempo indeterminato un’area nella campagna a sud della città e lì le famiglie rom hanno costruito il loro villaggio. Poco più di un anno fa il Comune, sulla base di un’ideologia definita “superamento del campo”, ha proposto agli abitanti di traslocare nelle case popolari. Tale soluzione non rispetta minimamente il loro diritto a essere una comunità culturale specifica – verrebbero infatti smembrati – e poi loro le case ce le hanno. E, detto tra noi, promuovere l’integrazione definendola “superamento del campo” ricorda le boarding school americane con cui, per buona parte del secolo scorso si è dato il colpo di grazia alla cultura nativa. Il governo, non l’attuale, recentemente ha chiesto scusa, ma quando la frittata è fatta non si torna indietro. Il sopruso culturale è stato però superato dall’emergenza ecologica. E qui arriviamo agli ultimi eventi occorsi tra le due parti. L’istituzione, dopo aver abbandonato il tavolo delle trattative civili, comunica attraverso burocratiche pec con le quali ha concesso trenta giorni per lasciare le case. La nuova motivazione addotta è: “necessaria bonifica del terreno”. Ben più cogente e meno attaccabile, almeno in apparenza, dell’ideologico “superamento del campo”. Ma poniamoci una semplice domanda. Chi ha inquinato l’area? Il problema sembrerebbe trovarsi a circa due metri sotto terra tra i detriti che furono buttati da chi pavimentò il terreno a suo tempo, cioè il Comune. In linea di principio sarebbe giusto che chi ha fatto il danno rimediasse, ma non a scapito della vita delle ignare vittime. Il Comune infatti non solo non considera la proposta di bonificare e poi ricostruire appaltando ad una cooperativa edile rom, rifiuta anche di stanziare un giusto risarcimento a chi perderà la casa. Per l’istituzione pubblica c’è solo una soluzione: casa popolare in un futuro non meglio definito, oppure cittadino arrangiati. A ripensarci mi ribolle il sangue; accendo Radio Popolare per distrarmi. Guarda caso sta andando in onda un servizio sulle case popolari di Milano. Un rappresentante dei quartieri Calvairate e Molise racconta che i topi sono talmente tanti che bisogna stare attenti a camminare nei cortili perché aggrediscono e mordono. I bambini sono terrorizzati. È una vera e propria emergenza sanitaria che coinvolge migliaia di cittadini ma l’Aler (ufficio del Comune!) è assente. Gli abitanti hanno appena concluso un rumoroso sit-in di fronte alla sede principale, ma almeno per ora hanno ottenuto poco e niente; le risposte vanno verso la brutta china dello scaricabarile (ad aziende private appaltatrici). Tra me e me penso: il Comune è troppo impegnato in un gravissima operazione di bonifica ambientale a sud di Milano, non può perdere tempo con un caso di infestazione da topi… che avrebbe poi da guadagnarci? Nulla; solo da spenderci. Al contrario, tutti ci chiediamo quali sono i piani del post-bonifica. Un nuovo smart quartiere a due passi dai Navigli circondato da ameni boschetti? Un ramo del megadatacenter per incrementare l’IA che si vuole costruire giustappunto tra Milano e Pavia? Caro sindaco e cari assessor, vogliamo saperlo! Foto di Antonietta Lo Bosco e Marina Serina Marina Serina
July 2, 2026
Pressenza
Il caso del Villaggio delle rose: appello per un progetto di abitare comunitario
Effimera condivide e sottoscrive l'appello contro lo sgombero del Villaggio delle Rose, realtà urbana presente da oltre 25 anni nel contesto metropolitano milanese. Mercoledì 1° luglio si terranno una serie di iniziative in sostegno. Siete tutte e tutti invitati/e in Via Chiesa Rossa 351, a Milano, a partire dalle ore 18.00.   *****   [...]
June 29, 2026
Effimera
Il villaggio delle rose non si sgombra
Ci sarà un incontro e una festa popolare a Milano in Via Chiesa Rossa 351, Mercoledì 1 luglio, dalle ore 18, in difesa del Villaggio delle rose: Il Villaggio delle Rose apre le sue porte alla città Il Villaggio delle Rose è una comunità viva, fatta di persone, famiglie, relazioni e storie che oggi rischiano di perdere la propria casa. Una comunità che ha risposto a questo pericolo non chiedendo assistenza, ma proponendo una cooperativa di abitanti: un modo innovativo, comunitario e sostenibile di abitare. Programma della serata: Testimonianze degli abitanti • storia del quartiere • proiezione del documentario su Tzigari, partigiano della Brigata Osoppo, da cui discende tutta la comunità • racconti • musica dal vivo • installazione artistica • murales a cura degli artisti aderenti • momenti di confronto e proposta • cena condivisa. APPELLO DA FIRMARE:  Il Villaggio delle rose: appello per un progetto di abitare comunitario. Milano, la città dei molti mondi, vive la crisi dell’abitare, tra speculazione, edilizia popolare inadeguata, aumento degli affitti e fuga di chi non ce la fa più. Tra questi mondi c è il Villaggio delle Rose di via Chiesa Rossa, una realtà urbana presente da oltre venticinque anni, una comunità rom che ha costruito nel tempo case, relazioni, reti di solidarietà e forme di convivenza stabile, investendo risorse proprie e trasformando un’area marginale in uno spazio vissuto, curato e abitato. La comunità è composta da cittadini italiani. Molte di queste famiglie sono arrivate in Italia dopo essere state deportate dall’Istria durante la Seconda guerra mondiale e internate nei campi di concentramento fascisti. Oggi nel Villaggio vivono figli, nipoti e pronipoti di sopravvissuti alla persecuzione, alla deportazione e alla guerra. Nel Villaggio delle Rose la stessa comunità ha costruito il primo monumento in Italia dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti, luogo di memoria e commemorazione che ogni anno ricorda le vittime della persecuzione nazifascista e i rom e sinti che parteciparono alla lotta partigiana. Nel Villaggio convivono memoria, lingua, legami familiari e partecipazione alla vita cittadina. Qui i bambini crescono parlando romanès e italiano, gli anziani trovano sostegno nella comunità, le famiglie condividono responsabilità quotidiane, cura reciproca e presenza sociale. Oggi questa esperienza rischia di essere smantellata attraverso procedure amministrative che prevedono il “superamento” del campo e la dispersione delle famiglie in diverse parti della città. Gli abitanti hanno avanzato una proposta concreta e innovativa partendo dal valore del loro vivere insieme in famiglia allargata che è un tratto socio-culturale (anche economico), un modo di essere e di ‘abitare’ che ha attraversato la storia della minoranza rom e sinta, costituendone l’ossatura e che ha consentito di mantenere viva, in secoli di persecuzione e segregazione, una identità culturale fondata su una visione del mondo, su valori identitari profondi come la lingua e la memoria. Il progetto di cooperativa di abitanti a proprietà indivisa, elaborato con un eminente studio di architettura, assume direttamente la gestione e la riqualificazione del Villaggio, insieme al percorso di regolarizzazione e miglioramento degli spazi, un progetto che rappresenta una vera e grande innovazione anche dal punto di vista socio-urbanistico nell’affrontare il superamento dei campi rom. La proposta nasce come ricerca di un modello di abitare a basso costo e nello stesso tempo coerente con le esigenze di una comunità particolare, solitamente esclusa e marginale. L’impiego della prefabbricazione interviene anche sul tema dei tempi e dell’adattamento progressivo dell’alloggio-base realizzato con l’obiettivo di garantire un modello abitativo di qualità, sostenibile dal punto di vista economico e ambientale, a basso impatto e senza consumo ulteriore di suolo, compatibile con l’ambiente naturale circostante, capace di essere sufficientemente flessibile per potersi adattare nel tempo senza compromettersi e snaturarsi. Il progetto rappresenta un’esperienza importante di cittadinanza attiva, partecipazione e assunzione di responsabilità. Può diventare un laboratorio sociale e urbano capace di offrire un contributo prezioso alla città, in un tempo segnato dalla crisi abitativa, dall’isolamento sociale e dalla crescente espulsione delle persone dai centri urbani. Pone una domanda: è possibile riconoscere forme diverse dell’abitare urbano, della vita comunitaria e della solidarietà tra generazioni? È possibile immaginare una città che sappia accogliere esperienze collettive fondate sulla prossimità, sulla responsabilità condivisa e sulla continuità delle relazioni umane? Milano ha oggi l’occasione di sostenere un’esperienza che parla di dignità, convivenza, memoria, autonomia e partecipazione civile. L’amministrazione non perda questa opportunità: sospenda ogni procedura di sgombero e porti fino in fondo la disponibilità, che pure ha dichiarato, di condividere il progetto con un confronto serio e concreto con gli abitanti del Villaggio delle Rose. Primi firmatari: Tommaso Bertazzo, ricercatore università di Padova Santa Borello, pensionata Sara Bottino, giornalista Marco Brando, giornalista, presidente Anei Milano Paolo Cagna Ninchi, aps Upre Roma Ida Castiglioni, Università Bicocca Marco Cavina, ANPI Stadera Gratosoglio Giuliana Costa, docente universitaria Politecnico Maurizio De Caro, architetto, urbanista Milton Fernandez, editore e scrittore Sofia Ferrazzi, Architettura Senza Frontiere Raffaele Fiengo, giornalista Michela Fiore, presidente ANPI Stadera Gratosoglio, Lia Foresta Domenico Fumagalli, presidente ANPI Rogoredo, Monica Gargatagli, cittadina milanese Eliana Gintoli, associazione Akana Gianni Giovanelli, avvocato Hannah Heilborn, regista Francesco Lattuada, presidente ANPI Scala Giovanni La Varra, architetto Paolo Limonta, maestro, ex-assessore Omar Lonati, musicista della Scala Isabella Maj, docente accademia di Brera, Neri Marcoré, attore Primo Minelli, presidente ANPI provinciale Milano Silvia Mornati, docente accademia di Brera Jacopo Muzio, architetto Moni Ovadia, attore, scrittore, regista Dijana Pavlovic, Movimento Kethane Alberta Pierobon, giornalista Pino Polistena, filosofo Gabriele Pugliese, giornalista Radio Polis, Chiara Pracchi, cittadina Gabriele Rabaiotti, ex-assessore Teresa Ristori Vincenzo Romania, professore associato di sociologia, università di Padova Paolo Rossi, attore Giada Salerno, docente LAS di Brera Franco Trimboli, ANPI Vigentina Giovanni Tristano, docente Norina Vitali, NAGA Volkswriters Redazione Milano
June 27, 2026
Pressenza
Sgombero o autogestione? A Milano i rom di Chiesa Rossa portano la loro proposta in piazza
Lunedì 15 giugno 2026, ore 17 Presidio in piazza Scala, Milano Le famiglie rom del Villaggio delle Rose di via Chiesa Rossa 351 lanciano un appello alla città con un presidio in Piazza della Scala lunedì 15 giugno alle ore 17.  Con loro saranno in piazza le associazioni Upre Roma, Khetane, Akana, l’ANPI Stadera Gratosoglio e tra gli altri l’artista e attivista Moni Ovadia. Gli abitanti del villaggio  — insediati da 26 anni nell’area in modo regolare dal Comune — denunciano il rischio imminente di sgombero. L’amministrazione ha annunciato il “superamento del campo” attraverso il trasferimento delle famiglie in alloggi temporanei, ma a questa soluzione gli abitanti rispondono: “Non vogliamo perdere le nostre case costruite con anni di sacrifici,  non vogliamo perdere i nostri legami, la nostra lingua, la nostra comunità. Nelle case popolari ci dovrebbero andare quelli che le desiderano e le aspettano da anni.” La comunità non si è limitata a protestare: ha elaborato e presentato all’amministrazione una proposta alternativa concreta, un progetto di cooperativa di abitanti che trasformerebbe l’area da campo in villaggio autogestito. Il Comune aveva aperto un tavolo di confronto, ma il percorso si è bloccato al primo ostacolo tecnico. La scadenza si avvicina senza che sia arrivata alcuna risposta definitiva e queste famiglie rischiano di trovarsi sulla strada. Famiglie che si aggiungerebbero alle altre, circa cinquecento donne uomini e bambini, che dovranno a breve abbandonare gli alloggi temporanei assegnati loro dal Comune dopo lo sgombero delle loro comunità – come i rom di  Vaiano Valle, che saranno presenti con una delegazione  – con progetti che rimangono senza esito, se non aggiungendo problema sociale a problema sociale. L’appello è rivolto alla Milano civile e solidale, a chi ha frequentato il villaggio, ha commemorato con la comunità il Porrajmos, il genocidio di rom e sinti, ha condiviso percorsi culturali e politici. “Abbiamo costruito ponti, non muri”, scrivono le famiglie. “Oggi abbiamo bisogno di sostegno e di amicizia.” Per informazioni: Aps Upre Roma tel. 3397608728 Redazione Milano
June 12, 2026
Pressenza
Milano, Villaggio delle Rose: una resistenza urbana tra burocrazia e identità
La vicenda del Villaggio delle Rose, campo rom attrezzato, al civico 351 di via Chiesa Rossa a Milano, rappresenta un nodo intricato e simbolico della gestione dell’abitare marginale nella metropoli contemporanea. Non ci troviamo di fronte a un’occupazione recente, né a un insediamento spontaneo. Via Chiesa Rossa è un pezzo di città consolidato da oltre 25 anni, nato da una scelta amministrativa che oggi, paradossalmente, la stessa amministrazione fatica a riconoscere nella sua mutata natura sociale e strutturale. Quello che sulla carta viene ancora catalogato come “campo rom” è diventato un quartiere di fatto: un esperimento di edilizia autoprodotta e di coesione comunitaria che oggi si scontra con la macchina burocratica del cosiddetto “superamento dei campi “. Per comprendere la tensione che si respira tra i vialetti dell’insediamento, è necessario ripercorrerne la genesi. Alla fine degli anni 90 il Comune assegnò alla comunità di rom harvati questa area dotata di piazzole con una concessione che, da regolamento, non prevedeva una scadenza. L’amministrazione forniva il suolo e le infrastrutture primarie, le famiglie avevano l’autorizzazione a installare strutture abitative mobili. Con il tempo la natura di queste strutture è mutata: investendo i risparmi di una vita, i residenti hanno sostituito roulotte e vecchi moduli con prefabbricati di qualità, strutture in legno coibentate e abitazioni stabili, dotate di impianti e finiture civili. Questo investimento privato ha trasformato radicalmente il valore dell’area: il Villaggio non è più una somma di abitazioni provvisorie, ma un patrimonio immobiliare interamente finanziato dai cittadini che lo abitano. Oggi la politica del “superamento dei campi” si abbatte su questa realtà con la forza di una procedura standardizzata che sembra non ammettere deroghe. La strategia del Comune si articola in tre fasi: chiusura amministrativa dell’area, trasferimento delle famiglie in Soluzioni Abitative Temporanee e il successivo inserimento nelle graduatorie per l’Edilizia Residenziale Pubblica. Questo percorso potrebbe apparire come un’operazione di welfare virtuosa, un passaggio verso la legalità abitativa. Per chi vive nel Villaggio, invece, rappresenta lo smantellamento di una vita intera, un processo che ignora la realtà materiale e relazionale costruita in un quarto di secolo. Il conflitto tocca corde politiche e antropologiche. La comunità del Villaggio delle Rose è organizzata secondo logiche di prossimità e mutuo soccorso che la vita atomizzata di un condominio popolare distrugge. La cura degli anziani, la gestione dei minori, la sicurezza e la pulizia del quartiere sono garantite da una struttura sociale di “famiglia allargata” che ha dimostrato una tenuta straordinaria nel tempo. La dispersione forzata di questi nuclei in diversi quartieri della città è una minaccia esistenziale fatta di isolamento sociale, ostilità dei vicini, perdita di riferimenti culturali e una percezione di nuova marginalità, invisibile e solitaria. Per evitare questa fine gli abitanti hanno elaborato una proposta innovativa per una comunità rom: lasciate le case popolari a chi ne ha bisogno, noi costituiamo in Chiesa Rossa una cooperativa a proprietà indivisa. Un tentativo audace di “superare il campo” attraverso l’autonormazione e la responsabilità civile. La cooperativa prende in gestione l’intera area, regolarizza la posizione giuridica dei residenti e si assume l’onere della manutenzione e dell’adeguamento degli impianti. È un modello che ribalta il paradigma dell’assistenzialismo: l’utente del campo smette di essere un soggetto passivo in attesa di una casa popolare e diventa un socio attivo, custode del proprio spazio vitale. La proposta è capace di rispettare il modo tradizionale di abitare della comunità rom, incentrato sulla famiglia allargata e sulla vita comunitaria ed è in grado di dare dignità ad un’esperienza di convivenza urbana tra comunità rom e popolazione locale che spesso risulta difficile. Vivere in famiglie allargate è un tratto socio-culturale ed economico, un modo di essere e di abitare che attraversa la storia della minoranza rom e sinta, costituendone l’ossatura. Questo ha consentito di mantenere viva, in secoli di persecuzione e segregazione, un’identità culturale fondata su una visione del mondo, su valori identitari come la lingua e la memoria. Nel Villaggio delle Rose ne sono testimonianza i bambini, che parlano la lingua madre, il romanès, e l’italiano, la lingua dell’incontro con la società che li accoglie e il primo monumento in Italia dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti, costruito dalla stessa comunità e che ogni anno è il luogo della commemorazione di chi ha combattuto da partigiano, è stato vittima di persecuzioni, è stato deportato nei campi di concentramento. La famiglia allargata è il luogo della trasmissione di questi valori e della solidarietà, della reciprocità, del confronto e dell’incontro con la società maggioritaria. Una cooperativa di abitanti (la prima in Italia e forse in Europa), costituita da famiglie rom e sinti opportunamente affiancate, rappresenta un passaggio culturale sfidante per la nostra città e per l’intero Paese. Supera il concetto di “campo” inteso come luogo precario, della segregazione, dell’assistenza pubblica e della deresponsabilizzazione. Valorizza gli investimenti economici e sociali che le famiglie hanno effettuato e con la raccolta di nuove risorse sistema e riorganizza le nuove unità abitative all’interno di un nuova configurazione con l’obiettivo di dare vita a un ambiente accogliente e dignitoso. Una volta avviata la realizzazione l’amministrazione non sarà più tenuta a farsi carico dei costi attuali o comunque di altre tipologie di risposta abitativa, che comporterebbero ulteriori costi in carico al bilancio comunale. Mentre  si risolve un serio limite delle possibilità economiche delle famiglie in un situazione drammatica dei costi delle abitazioni, che ha provocato l’esodo dalla città di 400.000 persone in pochi anni. La proposta ha portato all’apertura di un tavolo tecnico con tre assessori, ma il comportamento del Comune appare schizofrenico: da un lato loda l’innovazione della proposta, dall’altro non arresta la macchina burocratica degli sgomberi, lasciando le famiglie in un limbo logorante che impedisce ogni pianificazione futura. A complicare il quadro poi c’è il nodo dell’inquinamento. Recenti analisi del suolo hanno evidenziato la presenza di idrocarburi e materiali di riporto a circa 2 metri di profondità. Questo rischia di diventare la pietra tombale sul progetto se usato dal Comune come un vincolo. Le origini della contaminazione sono chiare: quando l’area fu urbanizzata il terreno paludoso venne livellato con macerie edilizie e scarti industriali. L’inquinamento è l’eredità di una gestione pubblica del passato. Gli abitanti denunciano il rischio che questa emergenza venga ora utilizzata come alibi per sradicare la comunità. Chiedono, invece, che la necessaria bonifica venga integrata in un piano di riqualificazione che preveda la permanenza dei residenti, magari attraverso lotti alternati, evitando che la salute del terreno diventi la scusa per l’espulsione delle persone. In definitiva, la battaglia di Chiesa Rossa pone interrogativi che riguardano l’intera città. È ancora possibile un modello di inclusione che non preveda la distruzione delle identità comunitarie? O la città “inclusiva” è destinata a essere un luogo dove la regolarità formale conta più della dignità umana e della storia vissuta? Il Villaggio delle Rose vuole smettere di essere un’eccezione urbanistica per diventare un esperimento di cittadinanza attiva. Se l’unica risposta delle istituzioni sarà il decreto di sgombero, Milano non avrà risolto un problema di degrado, che peraltro non c’è, avrà semplicemente cancellato una risposta coraggiosa per sostituirla con una nuova forma di disperazione urbana. Redazione Milano
June 11, 2026
Pressenza
Villaggio delle Rose: cronaca di una resistenza urbana tra fango, burocrazia e identità – di Dijana Pavlovic e Paolo Cagna Ninchi
Milano, da un po' di tempo a questa parte, è usata spesso come esempio negativo della gentrificazione urbana, quasi fosse il "faro" della speculazione edilizia. Ma Milano, ovviamente, non è solo questo: è anche specchio di creazione, invenzione e resistenza della marginalità urbana. È questo il caso del Villaggio delle Rose, nella periferia Sud [...]
April 9, 2026
Effimera