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Social Forum di Cotonou. Agnoletto: “L’Africa costruisce la resistenza al neoliberismo globale”
Dal Benin arriva un messaggio che va ben oltre i confini africani: la pace non può essere separata dalla giustizia sociale, dalla difesa della terra e dalla liberazione dei popoli dalle nuove forme di colonialismo economico. È questa la lezione emersa dal XVII Social Forum Mondiale di Cotonou, un appuntamento che ha riunito centinaia di organizzazioni africane e movimenti internazionali impegnati contro l’estrattivismo, le guerre e il neoliberismo. Tra i protagonisti del Forum c’era Vittorio Agnoletto, storico portavoce del Genoa Social Forum, che racconta come l’Africa sia oggi uno dei laboratori più avanzati di una nuova convergenza tra movimenti contadini, sindacali, ambientalisti, femministi e pacifisti. Una convergenza che, proprio per la sua forza politica, ha incontrato la repressione delle autorità del Benin prima ancora dell’apertura ufficiale dei lavori. La pace nasce dalla terra Il cuore politico del Forum è stato l’appello intitolato “Pace sulla Terra, pace con la Terra”, elaborato dalle carovane partite da undici Paesi dell’Africa occidentale e confluite a Cotonou dopo un lungo percorso di mobilitazione. “L’appello” spiega Agnoletto “nasce dall’assemblea delle carovane che riuniscono gli attivisti impegnati nella difesa della terra e per la tutela della sovranità alimentare. È il risultato di dieci anni di lavoro del Movimento per la Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua dell’Africa occidentale.” Si tratta di una piattaforma politica molto concreta che denuncia il land grabbing, l’accaparramento delle terre da parte delle multinazionali, il peso del debito illegittimo e il modello economico che trasforma acqua, suolo e sementi in merci. “Quando il Forum parla di pace con la Terra” aggiunge Agnoletto “propone una riconciliazione tra esseri umani, specie viventi e ambiente. La difesa dei beni comuni diventa la condizione per fermare sia la devastazione ecologica sia le disuguaglianze prodotte dall’attuale modello di sviluppo.” Per lo storico portavoce del Social Forum di Genova, la grande novità consiste proprio nell’aver saldato ecologia e questione sociale in un’unica battaglia. Il neoliberismo come nuova colonizzazione “A Cotonou” racconta Vittorio Agnoletto “l’impressione è stata quella di assistere all’affermarsi di un movimento panafricano che, richiamando le lotte per l’indipendenza degli anni ’60, oggi rivendica la sua autonomia e la sua irriducibilità nei confronti del neoliberismo che continua a riprodurre rapporti di dipendenza attraverso l’estrazione delle risorse naturali e il controllo finanziario dei territori africani. Non è un caso che il messaggio centrale del Forum sia stata la lotta per la decolonizzazione culturale ed economica, destinata ad entrare in collisione anche con gran parte dei governi africani oggi partner subalterni dei centri economici e finanziari globali. Questa critica non ha risparmiato nemmeno la cooperazione internazionale. Anch’essa deve essere decolonizzata: le scelte, gli obiettivi e le priorità devono essere decise e gestite da chi vive i territori, non da chi arriva dall’esterno e nemmeno dai donatori.” Agnoletto osserva come le guerre, il cambiamento climatico e l’impoverimento delle popolazioni siano fenomeni profondamente intrecciati. “Le guerre aumentano le disuguaglianze globali e diventano uno strumento attraverso il quale si consolidano nuovi rapporti di dominio economico. Lo ha spiegato molto bene Massa Konè – leader carismatico della Convergenza, la rete dei movimenti per la terra attivi ora in tutta l’Africa Occidentale e in prospettiva nell’intero continente, intervenendo nell’assemblea conclusiva “Vogliono imporre come internazionale la loro cultura e chiamarla civilizzazione. La Pace è la base di un vero sviluppo sostenibile. Le guerre oggi in atto in Africa non sono le nostre guerre. Noi vogliamo un continente africano dove non siano necessari dei visti per attraversare i confini, perché solo le relazioni tra popolazioni diverse costruiscono conoscenza e convivenza.” L’Africa non si presenta soltanto come vittima del colonialismo contemporaneo, ma come soggetto capace di elaborare un’alternativa politica fondata sui beni comuni e sulla sovranità dei popoli. Perché il Forum faceva paura al governo del Benin Le autorità del Benin hanno inizialmente vietato l’utilizzo dell’università destinata a ospitare l’evento, bloccato alcune carovane e rimpatriato attivisti provenienti da Haiti e dall’Europa. “Quella repressione non è stata casuale” riflette Agnoletto. “Oltre l’80% degli incontri era promosso da organizzazioni africane. L’Africa era il soggetto politico del dibattito.” Ed è proprio questa centralità africana ad aver inquietato il potere. “Questi movimenti mettono sotto accusa leadership nazionali spesso totalmente subalterne agli interessi delle multinazionali occidentali e delle grandi potenze.” Il Forum ha prodotto una “doppia convergenza”: da un lato tra movimenti differenti – contadini, sindacati, ambientalisti, reti femministe e pacifiste – dall’altro tra organizzazioni provenienti da numerosi Paesi dell’Africa occidentale e centrale che stanno costruendo lotte comuni ben oltre i confini nazionali “Questa doppia convergenza fa paura ai poteri locali. Il messaggio del governo era chiaro: ricordare ai movimenti da che parte sta la forza. Solo quando la repressione ha provocato critiche internazionali il Forum è stato autorizzato a proseguire.” Il contesto politico del Benin è segnato da una preoccupante involuzione autoritaria, con l’esclusione di numerosi partiti dalle elezioni e la creazione di un Senato nominato, destinato a limitare il ruolo delle istituzioni rappresentative. L’assenza dell’Occidente e il protagonismo dei giovani Un limite è stata la limitata partecipazione dei movimenti occidentali, che hanno sottovalutato l’importanza di quanto si sta muovendo nel continente africano. Per Agnoletto c’è stato anche un altro limite del Forum “Andrebbe studiata molto più a fondo la Generazione Z, che ha animato proteste imponenti in Bangladesh, Indonesia, Filippine, ma anche in Kenya, Madagascar e Marocco. Nel Forum queste esperienze sono rimaste solo sullo sfondo.” Quelle mobilitazioni, osserva, rappresentano un interlocutore naturale nella costruzione di reti internazionali che potrebbero ridare slancio a un movimento globale oggi frammentato.  “Il tempo è breve: dobbiamo tornare a costruire un noi” A venticinque anni da Porto Alegre e Genova, il Social Forum di Cotonou riapre anche una riflessione sul futuro dello stesso movimento altermondialista. Secondo Agnoletto, “il Forum ci manda un messaggio preciso: le risorse umane per cambiare il destino del mondo esistono. Ma non basta incontrarsi ogni due o tre anni: abbiamo bisogno di strategie e mobilitazioni comuni, di vertenze globali.” Il ricordo torna inevitabilmente al 15 febbraio 2003, quando oltre cento milioni di persone manifestarono contro la guerra in Iraq. “Da allora” ricorda Agnoletto “non siamo più riusciti a costruire un movimento mondiale di quella forza, mentre il capitale finanziario ha concentrato sempre più potere nelle mani di pochissimi. Dobbiamo ripensare la nostra organizzazione per coordinare le lotte, perché l’avversario è unico. Raggiungere questo obiettivo oggi coincide con la stessa possibilità di sopravvivenza del pianeta e degli esseri viventi.” Il Social Forum di Cotonou si chiude così con una convinzione condivisa dai movimenti presenti: la costruzione di un nuovo internazionalismo dei popoli passa dalla difesa della pace, della terra e dei beni comuni, contro ogni forma di sfruttamento e di dominio neoliberista, ma anche dal definitivo superamento di ogni eurocentrismo e dalla supponenza, ancora tanto radicata, che la nostra parte del mondo ha qualcosa da insegnare agli altri. Questo è invece il momento dell’ascolto reciproco e della collaborazione paritaria tra i movimenti sociali attivi in ogni continente.       Laura Tussi
August 23, 2026
Pressenza
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: il G8 di Genova nell’ultimo libro di Vittorio Agnoletto
Proseguiamo nella nostra rassegna del ricco calendario di iniziative andando verso il G8-25ale parlando dei libri: ben diciassette le presentazioni previste nell’arco delle prossime due settimane! E non potevamo non inaugurare la serie con l’ultimo libro di Vittorio Agnoletto “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani” (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni). Due presentazioni sono già previste a Roma a partire da domani 7 luglio (h 19 @ Zalib, via della Penitenza 35 – con Fausto Bertinotti, Raffaella Bolini e Mariangela Paone nel ruolo di moderatore) e poi il giorno successivo (h 19.30 @ Monk, Via Giuseppe Mirri 35, insieme a Riccardo Noury in dialogo con il giornalista Tommaso Proverbio); mentre la data di Genova sarà il 9 luglio (h 18, @ Music For Peace, Via Ballaydier) con il PG Enrico Zucca, già PM al processo Diaz, la giornalista  Monica Di Sisto e Antonio Bruno nel ruolo del moderatore;  infine il 14 luglio a Milano h. 18 @ Arci Bellezza, via Giovanni Bellezza 16) con il PG Enrico Zucca in dialogo con la giornalista Lorenza Ghidini. Tutte le date successive del tour le trovate nel sito di Vittorio Agnoletto. Ecco la recensione del libro realizzata per noi da Laura Tussi. (NdR). Il G8 di Genova: la memoria che non si spegne, tra ferite aperte e domande sul presente A venticinque anni da Genova 2001, il libro di Vittorio Agnoletto Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni) non si limita a rievocare un evento: lo riapre come una ferita ancora pulsante nel corpo della democrazia occidentale. Non è soltanto un libro di memoria. È un atto politico nel senso più pieno del termine: un tentativo di restituire senso a ciò che Amnesty International definì senza mezzi termini «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dal secondo dopoguerra». Dentro queste pagine scorrono immagini che appartengono ormai all’immaginario collettivo e insieme lo inquietano ancora: la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, l’irruzione nella scuola Diaz, le violenze nella caserma di Bolzaneto. Episodi che non si sono mai davvero chiusi, perché continuano a interrogare la tenuta dello Stato di diritto, il rapporto tra ordine pubblico e libertà, tra sicurezza e repressione. Vittorio Agnoletto, che è stato portavoce del Genoa Social Forum, non si sottrae alla complessità del racconto. Il filo che unisce Genova al presente è esplicito e volutamente provocatorio. Dalla globalizzazione alle nuove forme di controllo sociale, dalla repressione del dissenso alle attuali dinamiche di sicurezza pubblica, egli legge continuità più che fratture. E lo fa con una tesi di fondo che attraversa tutto il volume: ciò che accadde nel 2001 non è stato un incidente isolato, ma un laboratorio politico e istituzionale. Sussiste poi una riflessione che attraversa il libro con particolare intensità: quella sulla trasformazione del dissenso e sulla difficoltà dei movimenti contemporanei di trovare una forma capace di incidere davvero nella realtà globale. Il rimpianto per un’occasione storica mancata si intreccia con l’idea che nuove forme di conflitto sociale siano ancora possibili, purché capaci di rielaborare quella stagione senza nostalgia paralizzante. Il risultato è un libro che non chiede soltanto di essere letto, ma di essere discusso. Perché Genova 2001, a distanza di venticinque anni, non è diventata soltanto storia: è ancora un banco di prova politico e morale per comprendere la qualità della democrazia contemporanea. E forse è proprio questo il merito più radicale del volume: ricordare che alcune pagine della storia recente non si archiviano. Continuano a parlare, spesso in modo scomodo, al presente. Entrare nei fatti di Genova del 2001 attraverso la lente del pensiero di Vittorio Agnoletto significa, inevitabilmente, confrontarsi con il cortocircuito tra l’utopia di un modello e la crudezza della sua applicazione storica. La fine del XX secolo si era chiusa sotto il segno di una narrazione messianica: la globalizzazione dei mercati, sorretta dalla dottrina del neoliberismo, veniva presentata non come una scelta politica tra le tante, ma come l’esito naturale e inevitabile dell’evoluzione umana. In questo quadro, la teoria dello “sgocciolamento” (in inglese: trickle-down) non era soltanto una formula economica, ma una promessa etica secolarizzata. Si chiedeva alla società di tollerare l’iper-concentrazione della ricchezza in cambio di una futura, inevitabile redistribuzione per osmosi. La riflessione di Agnoletto, e con essa l’intera impalcatura teorica del Genoa Social Forum, compie un atto di svelamento che è prima di tutto epistemologico: contesta la neutralità scientifica di quell’economia. Genova divenne il catalizzatore di un’intelligenza collettiva che vedeva ciò che la retorica ufficiale cercava di nascondere. Il movimento altermondialista non si opponeva alla globalizzazione in sé, ma alla sua declinazione esclusivamente finanziaria e mercantile. L’errore fatale della teoria dello “sgocciolamento”, oggi evidente nelle analisi sociologiche ed economiche sulla polarizzazione della ricchezza, risiedeva nella cecità di fronte alle strutture di potere. Lasciare che i ricchi accumulassero senza vincoli non ha creato un surplus destinato a esondare verso il basso; ha invece fornito loro le risorse per riscrivere le regole del gioco a proprio vantaggio, privatizzando i beni comuni e smantellando i sistemi di protezione sociale. La “goccia” non è mai caduta perché i vasi comunicanti dell’economia globale erano stati deliberatamente sigillati da architetture giuridiche e fiscali pensate per trattenere la ricchezza al vertice. In questo contesto, il pensiero di Agnoletto offre una chiave di lettura profonda sulla natura della violenza di quei giorni. La sospensione dei diritti democratici alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto non può essere derubricata a mero fallimento dell’ordine pubblico. Nella prospettiva del movimento, quella violenza fu l’espressione di un’impotenza discorsiva. Di fronte a una contestazione che non portava avanti dogmi ideologici novecenteschi, ma dati precisi sul debito dei Paesi del Sud del mondo, sulla mercificazione dell’acqua e sulla speculazione finanziaria, il potere non aveva argomenti razionali con cui controbattere. La violenza di Stato divenne così lo scudo necessario per proteggere un dogma economico fragile nella teoria, ma ferreo negli interessi che custodiva. Oggi, a distanza di un quarto di secolo, il bilancio assume i tratti di una profezia tragica e inascoltata. Le crisi sistemiche che hanno caratterizzato i primi decenni del Duemila non sono anomalie del sistema, ma le sue logiche conseguenze. La riflessione accademica attuale non può fare a meno di riconoscere che la frammentazione del tessuto sociale, la precarizzazione del lavoro e il risentimento democratico che alimenta i moderni populismi affondano le radici proprio in quella promessa mancata di “sgocciolamento”. Quello che a Genova veniva liquidato come un massimalismo ingenuo o utopico si è rivelato, alla prova della storia, un realismo lucido e rigoroso. La tragedia profonda di quella vicenda non risiede solo nel sangue versato per le strade, ma nella rimozione politica di un’alternativa possibile, la cui assenza oggi paghiamo in termini di disuguaglianza globale e crisi ecologica. Il pensiero di Agnoletto tocca il cuore delle contraddizioni del nostro tempo, mostrando come la globalizzazione abbia progressivamente svuotato le democrazie per consegnare il potere a grandi aggregati finanziari e tecnologici. Quando parliamo di “imperi dominati dalla finanza”, descriviamo uno slittamento fondamentale: lo Stato-nazione non è più il decisore ultimo della geopolitica. Il capitale finanziario, per sopravvivere e non svalutarsi, esige un’espansione perenne che satura i mercati e cannibalizza le risorse. Questa necessità biologica di crescita genera una competizione feroce per materie prime sempre più scarse, trasformando l’economia globale in un terreno di scontro permanente, dove i conflitti non sono incidenti di percorso, ma conseguenze logiche del sistema. In questo contesto, la tecnologia ha smesso di essere un semplice mezzo di produzione ed è diventata l’infrastruttura stessa del dominio. Gli algoritmi, i flussi di dati e la finanza automatizzata permettono di esercitare una pressione e un controllo che un tempo richiedevano occupazioni militari. Il dramma umano che ne deriva è profondo: le popolazioni che non generano profitto o non servono all’estrazione di valore non vengono più solo sfruttate, ma diventano strutturalmente superflue. La “cancellazione” di cui parla l’autore è l’esito di una razionalità economica fredda, che de-umanizza chiunque si trovi al di fuori dei circuiti del grande capitale. L’aspetto più allarmante di questa transizione è il vuoto politico in cui si consuma. I partiti tradizionali si sono ridotti ad amministratori dell’esistente, accettando i vincoli macroeconomici come dogmi indiscutibili e rinunciando a qualsiasi visione alternativa. Espellendo la critica sistemica dal dibattito istituzionale, la politica si è sterilizzata. Di conseguenza, la lucida comprensione di questi meccanismi rimane confinata nella società civile e nei movimenti sociali. Si crea così una frattura pericolosa: chi ha la sensibilità e gli strumenti per analizzare la crisi è isolato e privo di rappresentanza, mentre chi siede nei luoghi del potere formale ignora deliberatamente le cause profonde del nostro comune declino. Laura Tussi
July 6, 2026
Pressenza
La profezia di Genova
Venticinque anni dopo, il libro che racconta perché il movimento dei movimenti aveva visto il nostro presente prima di tutti. Recensione a “Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora. …
Salute: l’algoritmo del profitto sulla pelle dei cittadini
 E’ questo il baricentro de L’industria della salute. Farmaci, privatizzazioni e affari. Ecco perché un’altra medicina è necessaria, il nuovo saggio di Vittorio Agnoletto con una prefazione di Silvio Garattini (Edizioni Paper First)  Nell’ era del business globale, l’“industria della salute” cerca privatizzazioni e potere economico. La democrazia non si misura solo dal diritto di voto, ma dalla trasparenza con cui uno Stato tutela i corpi e le vite dei propri cittadini. Quando la cura della salute cessa di essere un presidio sociale e si trasforma in un segmento ad altissima resa finanziaria, il patto costituzionale si rompe. L’articolo 3 della Costituzione italiana rappresenta il principio fondamentale dell’uguaglianza, non si limita quindi a proclamare un’uguaglianza formale, ma pone le basi per una società in cui ogni individuo sia tutelato allo stesso modo dall’ordinamento giuridico. L’articolo 32 riguarda invece la tutela della salute, riconosciuta come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Nel loro insieme, gli articoli 3 e 32 sono strettamente collegati: il diritto alla salute può essere effettivamente garantito solo se tutti i cittadini sono posti in condizioni di uguaglianza sostanziale nell’accesso alle cure e ai servizi sanitari. Essi esprimono quindi la visione di uno Stato che tutela la dignità della persona e promuove il benessere collettivo attraverso l’uguaglianza e la solidarietà sociale. In questa prospettiva, un aumento smisurato delle spese militari può essere visto come problematico se sottrae risorse a sanità e politiche sociali. Inoltre, il rischio di escalation nucleare rappresenta una minaccia diretta alla salute, alla vita e alla dignità umana. Per questo, i principi costituzionali richiamano l’importanza di perseguire la pace, la cooperazione internazionale e il disarmo, affinché la sicurezza non sia fondata sulla corsa agli armamenti ma sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone. È da questa faglia profonda che si sviluppa L’industria della salute, il nuovo saggio di Vittorio Agnoletto. Frutto di un lavoro di ricerca e documentazione durato più di due anni, il libro si presenta come un’opera di controinformazione necessaria; un testo che affronta scientemente quei nodi politici ed economici che il giornalismo mainstream tende a derubricare a fatalità o a tecnicismi per addetti ai lavori. Agnoletto, con la lucidità del medico militante e la precisione dell’attivista globale, firma una radiografia spietata del declino del Servizio Sanitario Nazionale, offrendo al lettore una bussola per orientarsi nei complessi meccanismi che operano all’ombra della salute pubblica. Il volume ha il grande pregio della chiarezza divulgativa, una scelta stilistica che non è mai banalizzazione, ma un atto di profondo rispetto per il lettore: spiegare con parole semplici la ragnatela di interessi che determina il nostro destino biologico significa, intrinsecamente, fornire ai cittadini gli strumenti per difendersi. L’impianto del libro si muove costantemente su un doppio binario, connettendo la dimensione locale dei tagli alle strutture territoriali con le dinamiche della geopolitica del farmaco. La tesi di fondo è netta: la distruzione della sanità pubblica non è il frutto di un’inefficienza cronica o del destino cinico e baro, ma il risultato di una precisa strategia di privatizzazione strisciante e di una subalternità culturale e politica della classe dirigente nei confronti dei colossi farmaceutici transnazionali. L’analisi più densa e strutturata del saggio si concentra sul fenomeno del conflitto d’interessi sistemico, un virus invisibile che infetta la neutralità della ricerca scientifica. Agnoletto solleva la pesante cortina che avvolge le società scientifiche, ovvero quegli organismi composti da specialisti a cui è affidata la stesura delle linee guida terapeutiche. Queste linee guida non sono semplici raccomandazioni teoriche, ma vere e proprie indicazioni terapeutiche che stabiliscono quale farmaco debba assumere una persona malata. L’autore documenta come la vicinanza economica tra queste società e le multinazionali farmaceutiche possa alterare la definizione stessa dei parametri di salute. Abbassare la soglia clinica di una patologia cronica, come l’ipertensione o l’ipercolesterolemia, significa convertire istantaneamente milioni di individui sani in malati cronici da sottoporre a terapia. In questo modo, la scienza medica rischia di abdicare alla propria missione per farsi braccio esecutivo di strategie di marketing, capaci di orientare i flussi finanziari globali e di allargare a dismisura i mercati di Big Pharma. Un altro fronte di approfondimento cruciale riguarda i meccanismi di immissione in commercio e di rimborsabilità dei farmaci, gestiti a livello europeo dall’EMA e in Italia dall’AIFA. Agnoletto svela un paradosso regolatorio che rasenta l’assurdo: per essere approvato, un nuovo farmaco deve dimostrare di essere sicuro e superiore a un placebo, ma quasi mai le normative impongono che sia più efficace dei farmaci già presenti sul mercato. Si assiste così all’invasione di farmaci cosiddetti «me-too», prodotti fotocopia leggermente modificati nella molecola o nella modalità di somministrazione, che non portano alcun reale beneficio terapeutico aggiuntivo ma che vengono immessi sul mercato a prezzi astronomici. Il saggio decostruisce le trattative negoziali sul prezzo del farmaco, evidenziando come spesso gli Stati falliscano nel far valere il principio dell’economicità: anziché vincolare il rimborso pubblico alla reale innovazione o alla scelta del prodotto meno costoso a parità di efficacia, il sistema cede alle pressioni industriali, drenando risorse preziose che vengono sottratte ai servizi di base, alla prevenzione e al personale ospedaliero. Le pagine più severe sono indubbiamente quelle dedicate al ruolo dell’Italia all’interno dello scacchiere internazionale. Agnoletto risponde alla domanda scomoda sul perché il nostro Paese sia stato uno dei più proni ai desideri delle multinazionali. L’autore ripercorre le scelte della diplomazia italiana e dei ministeri competenti, in particolare durante la crisi pandemica, quando l’Italia si è allineata alla difesa a oltranza dei diritti di proprietà intellettuale e dei brevetti sui vaccini, rifiutando di sostenere le moratorie internazionali che avrebbero permesso la liberalizzazione della produzione nei paesi del Sud del mondo. Questa sudditanza non è solo geopolitica, ma strutturale: l’Italia è diventata il principale hub manifatturiero farmaceutico d’Europa, con una leadership particolarmente marcata nella produzione per conto terzi (CDMO), che rappresenta uno dei pilastri del settore e che ha finito per creare un ricatto occupazionale ed economico. Il potere di veto esercitato dalle lobby del farmaco sui decisori politici ha paralizzato ogni tentativo di riforma e ha accelerato la privatizzazione del welfare sanitario, spingendo le famiglie verso la spesa privata o verso la rinuncia alle cure. Eppure, L’industria della salute evita le secche del fatalismo e del complottismo sterile. La denuncia, per quanto radicale, è sempre il preludio a una proposta. Nella parte conclusiva del volume, Agnoletto articola una piattaforma di proposte concrete per un modello alternativo di medicina. Si parla della necessità di rifondare una farmaceutica pubblica, di slegare la formazione dei medici e il finanziamento della ricerca dai budget delle aziende private, e di rimettere al centro la prevenzione, la medicina del territorio e i determinanti sociali della salute (l’ambiente, il lavoro, lo stile di vita). Il libro di Vittorio Agnoletto è un testo prezioso e militante, un invito a non rassegnarsi all’idea che la salute sia un bene di lusso. È un saggio che merita di essere letto, discusso e utilizzato come strumento di mobilitazione politica e sociale, perché ci ricorda che difendere la sanità pubblica significa, in ultima analisi, difendere la nostra stessa libertà e la nostra dignità umana. Laura Tussi
June 20, 2026
Pressenza
Genova 2001, 25 anni dopo. La memoria, la democrazia e il ruolo dei movimenti nel mondo globale
A venticinque anni dal G8 di Genova, Vittorio Agnoletto – allora portavoce del Genoa Social Forum, la vasta rete di associazioni, sindacati, ONG e movimenti che coordinò le mobilitazioni in occasione del vertice dei grandi della Terra – ripercorre il significato profondo di quell’esperienza e ne analizza l’eredità politica, sociale e culturale. Il Genoa Social Forum rappresentò un punto di convergenza senza precedenti per il movimento altermondialista, dando voce a istanze diverse ma unite dalla critica al modello neoliberista e dalla richiesta di maggiore giustizia globale. In questa intervista, Agnoletto riflette non solo su ciò che accadde in quei giorni del 2001, ma anche su ciò che quel movimento aveva saputo intuire in anticipo: i rischi della finanziarizzazione dell’economia, l’aumento delle disuguaglianze, il ruolo delle istituzioni internazionali e la crisi della democrazia rappresentativa. Allo stesso tempo, offre una lettura del presente, segnato dall’emergere di nuovi equilibri di potere, dall’intreccio tra politica, economia e tecnologie digitali e da una progressiva riduzione degli spazi democratici. Tra memoria e attualità, il racconto restituisce il valore di Genova come momento spartiacque, ancora oggi fondamentale per comprendere le trasformazioni del mondo globale e le sfide che i movimenti sociali si trovano ad affrontare nel tentativo di difendere diritti, partecipazione e futuro. A 25 anni di distanza, quale pensi sia l’eredità principale del G8 di Genova per la democrazia italiana ed europea? Il senso, a 25 anni di distanza, di quel movimento è l’importanza della difesa di uno spazio pubblico che deve essere inscindibilmente legato al protagonismo delle persone. Genova era inserita dentro un movimento più ampio: una delle tappe del percorso altermondialista iniziato con le contestazioni di Seattle nel 1999 e proseguito con il primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre. In quel movimento vi era la consapevolezza che il mondo fosse uno solo e che realtà, soggetti sociali e movimenti anche molto diversi dovessero lavorare insieme per impedire che continuasse a prevalere un modello di sviluppo neoliberista che, secondo noi, avrebbe portato alla catastrofe. Quali erano le analisi e le proposte di quel movimento? Da un lato contestavamo la finanziarizzazione dell’economia, rivendicando la priorità dell’economia reale e il protagonismo dei movimenti e dei lavoratori; dall’altro proponevamo forme di democrazia partecipata, come il bilancio partecipativo negli enti locali. Avevamo ragione: siamo stati capaci di comprendere i rischi verso cui la globalizzazione neoliberista ci stava trascinando. Le nostre analisi erano estremamente precise e accompagnate da proposte alternative. Contestavamo un mondo fondato sulla legge del più forte, criticavamo la produzione e il mercato delle armi e il ruolo di istituzioni come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, strumenti del capitale internazionale. Il G8 rappresentava la cabina di regia dei governi più influenti del mondo occidentale. Quali limiti ha avuto quel movimento? Non ritengo che abbiamo avuto significativi limiti nell’analisi, ma nella capacità di comunicazione. Non siamo riusciti a spiegare in modo efficace, soprattutto alle classi subalterne, ciò che stava accadendo. Non siamo riusciti a trasformare le nostre analisi in conoscenze capaci di incidere sulla vita quotidiana delle fasce più deboli. Cercavamo di spiegare a piccoli imprenditori, lavoratori e agricoltori che il vero avversario era il capitale globale e le grandi multinazionali, ma questo messaggio è stato sconfitto da narrazioni più semplici, come quella leghista, che individuava nei migranti il nemico. Così i più deboli si sono trovati a combattere contro altri soggetti deboli, mentre i meccanismi della globalizzazione – come delocalizzazione e libero commercio – producevano effetti devastanti. In cosa è cambiato oggi il comportamento delle élite globali rispetto ad allora? All’epoca le élite negavano l’esistenza dei rischi per l’umanità che noi segnalavamo con forza, ma, almeno formalmente, difendevano l’architettura internazionale nata dopo la Seconda guerra mondiale: ONU, diritti internazionali, trattati contro le armi nucleari. Oggi, invece, queste strutture vengono apertamente messe in discussione. Non esiste più nemmeno una difesa formale delle regole: si afferma esplicitamente che deve governare il più forte. Lo vediamo negli Stati Uniti con Trump, ma anche in Europa e in Italia, dove viene messa in discussione la separazione dei poteri: il potere legislativo si indebolisce, quello giudiziario viene attaccato e il sistema mediatico, messo sotto pressione, tende ad adattarsi al potere politico. Quali nuove dinamiche di potere stanno emergendo nel mondo contemporaneo? Oggi emerge con forza l’intreccio tra potere politico, economico e Big Tech. Le grandi aziende tecnologiche, legate anche allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, forniscono servizi ai governi – anche militari – e allo stesso tempo, esercitano un controllo sempre più forte, basato su tecnologie invasive e sulla gestione dei dati. Si afferma una nuova élite tecnocratica che rivendica il diritto di governare in base al merito e alla superiorità tecnologica ed economica. Questo porta a una progressiva riduzione dello spazio democratico, attraverso un pesante controllo sociale, esercitato, in Italia, attraverso i vari decreti sicurezza e una gestione della comunicazione totalmente subalterna al pensiero dominante. Qual è oggi il ruolo dei movimenti sociali e quali sono le sfide future? In questo contesto, i movimenti sociali rappresentano l’unica alternativa possibile. Difendono lo spazio pubblico come luogo di incontro, organizzazione e conflitto culturale e politico. Oggi non si tratta più solo di spostare l’asse politico, ma di obiettivi più radicali: la sopravvivenza del pianeta e il futuro dell’umanità. Siamo dentro una deriva autoritaria in cui il potere politico, economico e tecnologico si intrecciano cancellando gli spazi democratici mettendo in discussione perfino la possibilità di fare politica che, ricordiamolo, altro non è che il diritto/dovere di occuparsi della res publica. I movimenti devono agire sia a livello locale sia globale: le vertenze territoriali devono collegarsi a reti transnazionali, perché le sfide – dal clima alla distribuzione della ricchezza, dalla finanziarizzazione ai paradisi fiscali – sono globali. Allo stesso tempo devono confrontarsi con la rete: da un lato influenzare gli strumenti dominanti, dall’altro costruire spazi digitali alternativi. Come aveva previsto Naomi Klein, ogni crisi – dalla pandemia alle guerre – diventa un’opportunità di profitto per le élite. Le tragedie collettive producono arricchimento per pochi, attraverso industria farmaceutica, bellica e processi di ricostruzione speculativa. Questa è una contraddizione centrale del nostro tempo: ciò che è tragedia per la maggioranza diventa opportunità per chi detiene il potere. Il cambiamento può venire solo dai movimenti e dalla società civile. intervista comparsa su Unimondo. Atlante delle guerre Laura Tussi
June 13, 2026
Pressenza
“L’industria della salute. Farmaci, privatizzazione e affari. Ecco perché un’altra medicina è necessaria”, il nuovo libro di Vittorio Agnoletto
La nostra Costituzione riconosce la tutela della salute come diritto universale e garantisce le cure agli indigenti, ma oggi la possibilità di curarsi appare sempre più dipendente dalla dimensione del singolo portafoglio. Quotidianamente vengono riportate notizie di lunghe liste d’attesa e di cittadini che rinunciano a curarsi, ma raramente si va oltre la cronaca, alla ricerca delle cause e delle responsabilità di tale situazione. La sanità, dalla cura, all’assistenza e ai farmaci, costituisce oggi uno dei principali mercati mondiali che coinvolge grandi realtà industriali e fondi finanziari. Un ristretto gruppo di aziende farmaceutiche, Big Pharma, ha il monopolio, in Occidente, nella produzione dei farmaci; gli accordi TRIPs sui brevetti impediscono a milioni di persone di accedere alle cure. Il tentativo di costruire un’azienda farmaceutica pubblica a dimensione europea è stato immediatamente contrastato. La prevenzione è ridotta ai minimi termini. In Italia il peso della sanità privata è in continua crescita, ma pubblico e privato in sanità hanno obiettivi opposti: il primo cresce sulla salute, il secondo sulla malattia. Negli ultimi decenni, la sanità italiana ha subito una trasformazione profonda e silenziosa: smantellamento progressivo del Servizio Sanitario Nazionale, avanzata del privato nella medicina pubblica, logiche di mercato applicate alla salute come bene comune. L’industria della salute. Farmaci, privatizzazioni e affari. Ecco perché un’altra medicina è necessaria, di Vittorio Agnoletto, offre uno sguardo lucido e documentato su questi meccanismi, intrecciando la dimensione locale e quella globale. Il libro affronta diversi piani: dalle conseguenze dello smantellamento del SSN e della penetrazione del privato nella sanità pubblica alle forme di attivismo possibili e alle strategie necessarie per riconquistare il diritto alla salute. Un’analisi che non si ferma alla denuncia, ma interroga le radici strutturali di un sistema in cui farmaci, appalti e privatizzazioni si intrecciano con interessi economici spesso lontani dal benessere collettivo. A emergere è un quadro in cui la salute rischia di diventare merce e in cui la resistenza passa dalla conoscenza, dalla mobilitazione e da una visione alternativa di medicina e cura. Un libro che riapre il confronto su universalità, accesso e giustizia sanitaria. Prezzo: 18,00 euro ISBN: 979-12-5543-130-5 Paper First (SEIF S.p.A.) – www.paperfirst.it Dal 26 maggio in libreria e in tutti gli store online. Vittorio Agnoletto. Medico, insegna all’Università degli Studi di Milano, conduce 37e2 la trasmissione sulla salute di Radio Popolare, è membro di Medicina Democratica e dell’associazione Costituzione Beni Comuni, dove pubblica la newsletter Diritti in Salute. È stato tra i fondatori e presidente della Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids (Lila). Nel 2001 è stato portavoce della delegazione italiana al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre e in seguito del Genoa Social Forum in occasione del G8 a Genova. Nel 2004 è stato eletto al Parlamento Europeo nel gruppo della Sinistra Unitaria Europea. Presentatore per l’Italia della petizione europea per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche e di vari saggi tra i quali: L’eclisse della democrazia, Le verità nascoste sul G8 2001 a Genova, Feltrinelli, 2011 e 2021 (con Lorenzo Guadagnucci), Senza respiro. Un’inchiesta indipendente sulla pandemia Coronavirus, in Lombardia, Italia, Europa, Altreconomia 2020.     Redazione Italia
May 28, 2026
Pressenza
XI Congresso Nazionale di Medicina Democratica
A 50 anni dalla  sua costituzione si tiene a Milano, con il patrocinio del Municipio 9 e del Comune di Milano, l’XI Congresso Nazionale di Medicina Democratica. All’Auditorium Teresa Sarti Strada tre giorni di dibattito nel segno del diritto alla salute, del rilancio del Servizio Sanitario Nazionale, della sicurezza nei luoghi di lavoro e  della tutela dell’ambiente. Previsti interventi di personalità di rilievo nazionale e internazionale    Milano, 13 aprile 2026. Sarà la città di Milano ad ospitare l’XI Congresso nazionale di Medicina Democratica, dal 17 al 19 aprile all’Auditorium Teresa Sarti Strada, Viale Cà Granda 19, con il patrocinio del Municipio 9: “50 anni di Medicina Democratica con G. A. Maccacaro e L. Mara. XI CONGRESSO tra economia di guerra e intelligenza artificiale. La prevenzione primaria è diritto alla salute”, questi i temi ispiratori delle due giornate di dibattito pubblico del 17 e 18, e della terza, il 19, riservata ai soci.  “Veniamo dalla giornata straordinaria di mobilitazione di sabato 11 aprile per l’affermazione del diritto alla salute e il rilancio della sanità pubblica lombarda, a cui abbiamo dato un contributo determinante di elaborazione e partecipazione: la drammatica situazione in Lombardia, con le sue tanto declamate eccellenze, è il segno del disastro del servizio sanitario pubblico procurato dalle scelte che si sono succedute da parte di tutti i governi degli ultimi 30 anni e delle conseguenti sempre più gravi difficoltà di accesso per le persone a servizi sanitari indispensabili. Non possiamo più attendere: il nostro Congresso sarà occasione di confronto aperto su salute, sanità, diritto, lavoro, ambiente e cittadinanza, di riflessione e proposte concrete per il recupero dei fondamenti alla base della legge 833, che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale nel 1978, oggi messi a repentaglio dal peso crescente delle privatizzazioni e del sistematico depotenziamento del SSN”, ha dichiarato Marco Caldiroli, presidente nazionale uscente. Tante le personalità di rilievo nazionale e internazionale che interverranno nelle giornate del 17 e 18, divise nelle sessioni del mattino e del pomeriggio, 9-12:30 e 14-18:30. In particolare dopo l’apertura dei lavori congressuali, venerdì 17, ore 9:00, con i saluti istituzionali di Anita Pirovano, presidente Municipio 9 del Comune di Milano, è prevista la relazione di Marco Caldiroli, l’intervento di Vittorio Agnoletto, su La Lombardia SiCura, e l’intervento di Silvio Garattini, scienziato di prestigio internazionale, mentre nel pomeriggio è previsto fra gli altri l’intervento di Felice Casson sui diritti delle vittime: Medicina Democratica è da decenni impegnata come parte civile in numerosi procedimenti penali legati alle condizioni di lavoro e/o ambientali, da Casale Monferrato per il processo Eternit, al processo per la strage di Viareggio, a quello per l’avvelenamento da PFAS a Vicenza, per citarne alcuni. Tanti gli interventi di altre realtà associative e di rappresentanti di esperienze cruciali in materia di disastri ambientali e/o problematiche legate alle condizioni di lavoro, con le ripercussioni sulla salute e sulla vita di tutti/e, quali ad esempio l’inquinamento causato dalle Fonderie Pisano e la mancata bonifica di Bagnoli in Campania, la vicenda dei PFAS in Veneto, il caso inceneritore in Val Bormida (Liguria), o ancora l’estenuante lotta per il rilancio delle attività e la salvaguardia dei posti di lavoro come alla GKN di campi Bisenzio in Toscana. Il Congresso si celebra ad appena 20 giorni dall’inaugurazione della nuova sede nazionale di via Carlo Imbonati 23, dove si svolgerà l’assemblea conclusiva dei soci  domenica 19. Medicina Democratica
April 13, 2026
Pressenza
Medicina Democratica: a congresso il 17-18 aprile a Milano
Il programma definitivo. Link al documento preparatorio di lavoro. Ecco il programma definitivo delle giornate congressuali 17-18 aprile 2026 (aperte a tutte/i) cui seguirà nella mattinata del 19 aprile l’assemblea dei soci (per chi non l’ha ancora fatto ricordiamo di procedere al rinnovo della quota sociale annuale). XI CONGRESSO MEDICINA DEMOCRATICA Ricordiamo come si svilupperà il Congresso : 17 aprile