Larry McMurtry / Una collezione custerologica
Quando Larry McMurtry (1936-2021) pubblica Custer nel 2012, per Simon &
Schuster, ha già alle spalle una carriera lunga mezzo secolo lungo un doppio
binario che è bene tenere presente fin dalle prime pagine: quello del romanziere
della frontiera, Pulitzer nel 1986 per Lonesome Dove, e quello dello
sceneggiatore, che nello stesso 2011 aveva pubblicato Hollywood: A Third Memoir,
dedicato ai trent’anni passati a adattare per lo schermo romanzi — propri o
altrui — western e non solo. È un dettaglio cronologico che conta, perché Custer
nasce a ridosso di quel bilancio hollywoodiano, e ne porta addosso il metodo: la
stessa economia di battute, la stessa fiducia nella sentenza folgorante più che
nell’argomentazione distesa, che nella sceneggiatura funziona da principio
costruttivo e che qui, applicata alla biografia storica, diventa il bersaglio
principale delle riserve della critica americana.
Il libro si presenta come una “vita breve” — meno di duecento pagine, fittamente
illustrate — dedicata allo scenario più controverso della frontiera, quello del
“Custer’s Last Stand” e della disfatta del Little Bighorn del giugno 1876.
McMurtry dichiara in apertura di voler sgombrare il campo dalle congetture
ridondanti che affollano la sterminata bibliografia custeriana, per restituire
piuttosto un ritratto della vanità e della sete di gloria del “Boy General”. È
un’ambizione polemica che si scontra, nel giudizio della stampa statunitense,
con l’esecuzione. C’è chi riconosce all’autore una competenza di lunga data —
una collezione personale imponente di materiali sulla “Custerologia”, due visite
al campo di battaglia — e legge il libro come un commento informato sul
personaggio e su ciò che viene definito il “momento Custer”, la chiusura di
un’intera narrazione della colonizzazione americana risolta in un esito
paradossale, la vittoria dei perdenti ultimi, i nativi americani. Ma prevale,
nel complesso della ricezione, un giudizio più severo: il Custer di McMurtry
viene descritto come il personaggio che l’autore non è mai arrivato a scrivere
fino in fondo, sacrificato sull’altare di una concisione che diventa evasione
più che disciplina; e c’è chi, sulle pagine specialistiche di studi sulla
letteratura del West, liquida il volume come privo tanto di ricerca originale
quanto di argomenti nuovi — un giudizio che stride con la statura di un autore
altrove definito “master storyteller”, qui accusato di non tenere in pugno la
propria materia. Si segnalano inoltre sviste fattuali nell’apparato didascalico
delle fotografie, la più citata delle quali riguarda l’attribuzione a Custer di
un cavallo, Comanche, appartenuto in realtà al capitano Myles Keogh: sintomo,
più che refuso isolato, di un progetto condotto con la sprezzatura di chi crede
che il proprio nome basti a reggere l’impianto. Il libro arriva, va ricordato,
dopo i grandi studi monografici di Whittaker, Connell, Philbrick, rispetto ai
quali non porta una tesi comparabile in solidità documentaria.
È qui che il paragone con la sceneggiatura torna utile, e non come semplice
curiosità biografica. Il debutto cinematografico di McMurtry risale al 1963,
quando Horseman, Pass By, il suo primo romanzo, diventa Hud per la regia di
Martin Ritt, con Paul Newman protagonista e due Oscar vinti da Patricia Neal e
Melvyn Douglas nei ruoli non protagonisti. Segue, nel 1971, The Last Picture
Show di Peter Bogdanovich — tratto dal romanzo semiautobiografico del 1966,
ambientato nella cittadina texana modellata sulla Archer City dell’infanzia
dell’autore — che vale a McMurtry la prima candidatura all’Oscar per la
sceneggiatura non originale, condivisa con lo stesso Bogdanovich. Nel 1983
arriva Terms of Endearment, scritto e diretto da James L. Brooks a partire dal
romanzo di McMurtry del 1975, che vince cinque premi Oscar incluso quello per il
miglior film, con Shirley MacLaine nel ruolo che le varrà la statuetta da
protagonista — ruolo che l’attrice riprenderà nel 1996 nell’adattamento del
romanzo-sequel The Evening Star. Anche Leaving Cheyenne trova la via dello
schermo, come Lovin’ Molly di Sidney Lumet. È dunque una filmografia già
solidissima quella su cui si innesta, decenni dopo, il capitolo più celebrato:
la sceneggiatura di Brokeback Mountain, scritta con Diana Ossana a partire dal
racconto di Annie Proulx apparso sul “New Yorker” nel 1997 — una sceneggiatura
che per anni circolò a Hollywood come una delle migliori mai rimaste inedite
prima che Ang Lee accettasse di dirigerla — e che vale ai due coautori l’Oscar
nel 2006. Non stupisce che il riconoscimento più alto sia arrivato per un
adattamento e non per un romanzo originale: è nella traduzione di una materia
già data — un racconto altrui, così come, nel caso di Custer, una vita storica
già scritta e riscritta da altri per un secolo e mezzo — che l’economia
stilistica di McMurtry, la sua fiducia nella battuta secca più che nella
tessitura documentaria, trova il proprio terreno più fertile. Applicata a un
soggetto storico sovraesposto, quella stessa economia produce invece, secondo
buona parte della critica statunitense, un margine di delusione.
Diverso, e assai più favorevole, è il destino critico del volume gemello,
Cavallo pazzo (Crazy Horse: A Life, Penguin, 1999 – tradotto sempre da Einaudi
nel 2025), scritto da McMurtry dopo un lungo periodo di crisi creativa seguito a
un intervento di bypass cardiaco. Se in Custer si lamenta un eccesso di
sicurezza autoriale su materiale già sovrabbondante, nel caso di Cavallo Pazzo —
figura sfuggente, priva di fotografie e di documentazione diretta — la scarsità
delle fonti diventa il punto di forza del racconto: la critica riconosce che la
narrazione debba restare al livello della supposizione più che della verità
accertata, e proprio in quella distanza tra oggettività storiografica e
intuizione narrativa si avverte il romanziere celato dentro il biografo. È lo
stesso metodo della “vita breve” applicato a un soggetto che si presta alla
ricostruzione congetturale: dove Custer è sovraesposto da un secolo e mezzo di
scrittura altrui, Cavallo Pazzo è quasi un vuoto che la prosa di McMurtry può
riempire senza il rischio della ridondanza — la stessa economia narrativa che in
un caso appare pigrizia, nell’altro si rivela discrezione.
Questa asimmetria tra i due volumi rimanda al progetto più ampio della scrittura
mcmurtriana sulla frontiera, il cui vertice resta la tetralogia di Lonesome
Dove: composta, in ordine di pubblicazione, da Lonesome Dove (1985), Streets of
Laredo (1993), Dead Man’s Walk (1995) e Comanche Moon (1997) – da noi, sempre
per Einaudi, Lonesome Dove (2019), Le strade di Laredo (2020), Il cammino del
morto (2025), Luna Comanche (2026) – e ordinata cronologicamente in senso
opposto a quello compositivo — il romanzo che apre la saga sulla pagina è in
realtà il terzo nella cronologia interna delle vicende dei rangers Woodrow Call
e Augustus McCrae. Lonesome Dove, 843 avvincenti pagine sulla mandria di
bestiame condotta dal Texas al Montana negli anni Settanta dell’Ottocento, vince
il Pulitzer nel 1986 e diventa nel 1989 una miniserie televisiva con Robert
Duvall e Tommy Lee Jones, sceneggiata da William D. Wittliff: sette Emmy vinti
su diciotto candidature, e ascolti record per la CBS, con oltre ventisei milioni
di spettatori a serata. McMurtry ha sempre rivendicato l’intenzione demitizzante
del ciclo, un’operazione di rovesciamento consapevole contro il western da
edicola e la sua eredità epica — quella di autori come Louis L’Amour —
dichiarando in un’intervista del 1988 di sentirsi critico di un mito, quello del
cowboy, che pure gli apparteneva come eredità personale ma che non riteneva più
praticabile. Nelle proprie memorie arriverà a descrivere Lonesome Dove come il
“Via col vento del West” — un buon libro, non un capolavoro — confessando il
disagio di uno scrittore che vede la propria opera più venduta trasformarsi,
contro le intenzioni dichiarate, in ciò che avrebbe voluto smontare: il pubblico
l’ha accolta proprio come l’epopea consolatoria che l’autore intendeva criticare
dall’interno, rinsaldando piuttosto che demolendo i miti dell’eroismo
occidentale, dell’innocenza razziale e dello stoicismo maschile. È una tensione
che la critica americana più recente continua a interrogare, notando come la
violenza sistematica del racconto — stupri, castrazioni, torture, l’impiccagione
di un vecchio amico — convive con personaggi, Augustus McCrae in testa, la cui
vitalità aforistica finisce per renderli, loro malgrado, eroi nel senso più
classico del termine: un cavallo di Troia stilistico che introduce una tragedia
revisionista sotto le spoglie rassicuranti del genere.
Su questo sfondo la doppia incursione biografica — Custer e Cavallo Pazzo
affrontati come le due facce della stessa disfatta — si legge come il tentativo
tardivo di completare in chiave saggistica un lavoro di destrutturazione del
mito che il romanzo, per ammissione dello stesso autore, aveva condotto solo a
metà, restando prigioniero del proprio successo. E se la parabola
cinematografica di McMurtry dimostra che quella stessa voce sentenziosa può
ancora, nelle giuste condizioni di materiale, produrre risultati all’altezza
della fama — fino al coronamento tardivo di Brokeback Mountain — la biografia
storica di un personaggio già sepolto sotto un secolo di scrittura altrui resta,
per la critica statunitense, il terreno su cui quella stessa voce mostra i
propri limiti più scoperti.
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