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Larry McMurtry / Una collezione custerologica
Quando Larry McMurtry (1936-2021) pubblica Custer nel 2012, per Simon & Schuster, ha già alle spalle una carriera lunga mezzo secolo lungo un doppio binario che è bene tenere presente fin dalle prime pagine: quello del romanziere della frontiera, Pulitzer nel 1986 per Lonesome Dove, e quello dello sceneggiatore, che nello stesso 2011 aveva pubblicato Hollywood: A Third Memoir, dedicato ai trent’anni passati a adattare per lo schermo romanzi — propri o altrui — western e non solo. È un dettaglio cronologico che conta, perché Custer nasce a ridosso di quel bilancio hollywoodiano, e ne porta addosso il metodo: la stessa economia di battute, la stessa fiducia nella sentenza folgorante più che nell’argomentazione distesa, che nella sceneggiatura funziona da principio costruttivo e che qui, applicata alla biografia storica, diventa il bersaglio principale delle riserve della critica americana. Il libro si presenta come una “vita breve” — meno di duecento pagine, fittamente illustrate — dedicata allo scenario più controverso della frontiera, quello del “Custer’s Last Stand” e della disfatta del Little Bighorn del giugno 1876. McMurtry dichiara in apertura di voler sgombrare il campo dalle congetture ridondanti che affollano la sterminata bibliografia custeriana, per restituire piuttosto un ritratto della vanità e della sete di gloria del “Boy General”. È un’ambizione polemica che si scontra, nel giudizio della stampa statunitense, con l’esecuzione. C’è chi riconosce all’autore una competenza di lunga data — una collezione personale imponente di materiali sulla “Custerologia”, due visite al campo di battaglia — e legge il libro come un commento informato sul personaggio e su ciò che viene definito il “momento Custer”, la chiusura di un’intera narrazione della colonizzazione americana risolta in un esito paradossale, la vittoria dei perdenti ultimi, i nativi americani. Ma prevale, nel complesso della ricezione, un giudizio più severo: il Custer di McMurtry viene descritto come il personaggio che l’autore non è mai arrivato a scrivere fino in fondo, sacrificato sull’altare di una concisione che diventa evasione più che disciplina; e c’è chi, sulle pagine specialistiche di studi sulla letteratura del West, liquida il volume come privo tanto di ricerca originale quanto di argomenti nuovi — un giudizio che stride con la statura di un autore altrove definito “master storyteller”, qui accusato di non tenere in pugno la propria materia. Si segnalano inoltre sviste fattuali nell’apparato didascalico delle fotografie, la più citata delle quali riguarda l’attribuzione a Custer di un cavallo, Comanche, appartenuto in realtà al capitano Myles Keogh: sintomo, più che refuso isolato, di un progetto condotto con la sprezzatura di chi crede che il proprio nome basti a reggere l’impianto. Il libro arriva, va ricordato, dopo i grandi studi monografici di Whittaker, Connell, Philbrick, rispetto ai quali non porta una tesi comparabile in solidità documentaria. È qui che il paragone con la sceneggiatura torna utile, e non come semplice curiosità biografica. Il debutto cinematografico di McMurtry risale al 1963, quando Horseman, Pass By, il suo primo romanzo, diventa Hud per la regia di Martin Ritt, con Paul Newman protagonista e due Oscar vinti da Patricia Neal e Melvyn Douglas nei ruoli non protagonisti. Segue, nel 1971, The Last Picture Show di Peter Bogdanovich — tratto dal romanzo semiautobiografico del 1966, ambientato nella cittadina texana modellata sulla Archer City dell’infanzia dell’autore — che vale a McMurtry la prima candidatura all’Oscar per la sceneggiatura non originale, condivisa con lo stesso Bogdanovich. Nel 1983 arriva Terms of Endearment, scritto e diretto da James L. Brooks a partire dal romanzo di McMurtry del 1975, che vince cinque premi Oscar incluso quello per il miglior film, con Shirley MacLaine nel ruolo che le varrà la statuetta da protagonista — ruolo che l’attrice riprenderà nel 1996 nell’adattamento del romanzo-sequel The Evening Star. Anche Leaving Cheyenne trova la via dello schermo, come Lovin’ Molly di Sidney Lumet. È dunque una filmografia già solidissima quella su cui si innesta, decenni dopo, il capitolo più celebrato: la sceneggiatura di Brokeback Mountain, scritta con Diana Ossana a partire dal racconto di Annie Proulx apparso sul “New Yorker” nel 1997 — una sceneggiatura che per anni circolò a Hollywood come una delle migliori mai rimaste inedite prima che Ang Lee accettasse di dirigerla — e che vale ai due coautori l’Oscar nel 2006. Non stupisce che il riconoscimento più alto sia arrivato per un adattamento e non per un romanzo originale: è nella traduzione di una materia già data — un racconto altrui, così come, nel caso di Custer, una vita storica già scritta e riscritta da altri per un secolo e mezzo — che l’economia stilistica di McMurtry, la sua fiducia nella battuta secca più che nella tessitura documentaria, trova il proprio terreno più fertile. Applicata a un soggetto storico sovraesposto, quella stessa economia produce invece, secondo buona parte della critica statunitense, un margine di delusione. Diverso, e assai più favorevole, è il destino critico del volume gemello, Cavallo pazzo (Crazy Horse: A Life, Penguin, 1999 – tradotto sempre da Einaudi nel 2025), scritto da McMurtry dopo un lungo periodo di crisi creativa seguito a un intervento di bypass cardiaco. Se in Custer si lamenta un eccesso di sicurezza autoriale su materiale già sovrabbondante, nel caso di Cavallo Pazzo — figura sfuggente, priva di fotografie e di documentazione diretta — la scarsità delle fonti diventa il punto di forza del racconto: la critica riconosce che la narrazione debba restare al livello della supposizione più che della verità accertata, e proprio in quella distanza tra oggettività storiografica e intuizione narrativa si avverte il romanziere celato dentro il biografo. È lo stesso metodo della “vita breve” applicato a un soggetto che si presta alla ricostruzione congetturale: dove Custer è sovraesposto da un secolo e mezzo di scrittura altrui, Cavallo Pazzo è quasi un vuoto che la prosa di McMurtry può riempire senza il rischio della ridondanza — la stessa economia narrativa che in un caso appare pigrizia, nell’altro si rivela discrezione. Questa asimmetria tra i due volumi rimanda al progetto più ampio della scrittura mcmurtriana sulla frontiera, il cui vertice resta la tetralogia di Lonesome Dove: composta, in ordine di pubblicazione, da Lonesome Dove (1985), Streets of Laredo (1993), Dead Man’s Walk (1995) e Comanche Moon (1997) – da noi, sempre per Einaudi, Lonesome Dove (2019), Le strade di Laredo (2020), Il cammino del morto (2025), Luna Comanche (2026) – e ordinata cronologicamente in senso opposto a quello compositivo — il romanzo che apre la saga sulla pagina è in realtà il terzo nella cronologia interna delle vicende dei rangers Woodrow Call e Augustus McCrae. Lonesome Dove, 843 avvincenti pagine sulla mandria di bestiame condotta dal Texas al Montana negli anni Settanta dell’Ottocento, vince il Pulitzer nel 1986 e diventa nel 1989 una miniserie televisiva con Robert Duvall e Tommy Lee Jones, sceneggiata da William D. Wittliff: sette Emmy vinti su diciotto candidature, e ascolti record per la CBS, con oltre ventisei milioni di spettatori a serata. McMurtry ha sempre rivendicato l’intenzione demitizzante del ciclo, un’operazione di rovesciamento consapevole contro il western da edicola e la sua eredità epica — quella di autori come Louis L’Amour — dichiarando in un’intervista del 1988 di sentirsi critico di un mito, quello del cowboy, che pure gli apparteneva come eredità personale ma che non riteneva più praticabile. Nelle proprie memorie arriverà a descrivere Lonesome Dove come il “Via col vento del West” — un buon libro, non un capolavoro — confessando il disagio di uno scrittore che vede la propria opera più venduta trasformarsi, contro le intenzioni dichiarate, in ciò che avrebbe voluto smontare: il pubblico l’ha accolta proprio come l’epopea consolatoria che l’autore intendeva criticare dall’interno, rinsaldando piuttosto che demolendo i miti dell’eroismo occidentale, dell’innocenza razziale e dello stoicismo maschile. È una tensione che la critica americana più recente continua a interrogare, notando come la violenza sistematica del racconto — stupri, castrazioni, torture, l’impiccagione di un vecchio amico — convive con personaggi, Augustus McCrae in testa, la cui vitalità aforistica finisce per renderli, loro malgrado, eroi nel senso più classico del termine: un cavallo di Troia stilistico che introduce una tragedia revisionista sotto le spoglie rassicuranti del genere. Su questo sfondo la doppia incursione biografica — Custer e Cavallo Pazzo affrontati come le due facce della stessa disfatta — si legge come il tentativo tardivo di completare in chiave saggistica un lavoro di destrutturazione del mito che il romanzo, per ammissione dello stesso autore, aveva condotto solo a metà, restando prigioniero del proprio successo. E se la parabola cinematografica di McMurtry dimostra che quella stessa voce sentenziosa può ancora, nelle giuste condizioni di materiale, produrre risultati all’altezza della fama — fino al coronamento tardivo di Brokeback Mountain — la biografia storica di un personaggio già sepolto sotto un secolo di scrittura altrui resta, per la critica statunitense, il terreno su cui quella stessa voce mostra i propri limiti più scoperti.   L'articolo Larry McMurtry / Una collezione custerologica proviene da Pulp Magazine.
September 3, 2026
Pulp Magazine
Florence Noiville / “È tutto nei miei libri”
Sono proprio felice di aver letto questo libro. Premetto che nutro pochissima curiosità per la vita e i fatti personali degli scrittori, e non sono neppure d’accordo con la famosa, e un po’ usurata, citazione da Il giovane Holden di J.D. Salinger che dice “i libri che mi piacciono di più sono quelli che quando li finisci vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti va”. Penso che i libri si possano amare, possano salvare la vita e diventare nostri amici; ma appunto i libri, e non gli autori. Quindi non mi è mai stato difficile capire che un autore voglia lasciar parlare i suoi libri e anche decidere di chiudersi nel silenzio e non andare più in tv, ai festival, alle presentazioni. Perché questo è stato il caso di Milan Kundera, che dalla metà degli anni Ottanta aveva deciso di ritirarsi a vita privata e di continuare a scrivere senza dover dedicare del tempo anche a dire come perché quando e quanto scriveva. Florence Noiville, giornalista e critica letteraria di “Le Monde des livres”, ci aveva provato e gli aveva comunque proposto un’intervista televisiva per il programma letterario che conduceva. Kundera aveva rifiutato ma compensato quel rifiuto con una serie di testi inediti per il supplemento letterario di “Le Monde”. Nasce da lì un’amicizia, che coinvolge anche Vera, la moglie di Kundera, e il marito di Noiville. Un’amicizia normale, fatta di caffè, passeggiate, cene, piccoli viaggi. Un’amicizia normale, come quelle che abbiamo tutti. Ma che attraversa tutto il libro Scrivere, che strana idea! e lo rende leggero e intenso, serio e lieve, appassionante. La vita di Kundera, nato a Brno nel 1929, l’anno prima della pubblicazione de L’uomo senza qualità di Robert Musil, è stata in realtà romanzesca e piena di esperienze meravigliose e orribili. Figlio di un musicista, cresce nella cultura mitteleuropea ma subisce poi l’invasione sovietica e la dittatura comunista. Si trasferisce in Francia, dove passerà la maggior parte della sua vita, scrivendo in francese. Come tutti i fuoriusciti, gli esuli, gli emigrati a vario titolo, vive sospeso tra i due paesi, quello natale e quello adottivo, e tra due lingue. Ma con qualcosa di più e di diverso: il popolo ceco gli ha serbato, finché era una vita, un rancore e un astio non del tutto comprensibili. Che si sono finalmente sciolti nella riconciliazione attuale, che ha trovato la sua forma finale nella creazione della “Biblioteca Milan Kundera” a Brno. Un luogo che raccoglie i libri dello scrittore, i suoi archivi, la sua corrispondenza. Tutto ciò che, come ricorda Noiville nel libro, Kundera aveva deciso che sarebbe rimasto. Perché le lettere private, i manoscritti incompiuti, i diari, le foto, venivano sistematicamente distrutte. Milan Kundera non voleva che, una volta scomparso lui, qualcuno decidesse di dare alle stampe e di rendere pubblico quello che lui stesso aveva deciso non dovesse esserlo. E sappiamo molto bene quanto questo desiderio, che molti scrittori esprimono, non venga rispettato. A volte è stato un bene, abbiamo avuto modo di conoscere qualcosa di più, di leggere qualcosa di bello. Ma il più delle volte saremmo d’accordo con l’autore o autrice, che quello che loro hanno deciso di pubblicare era davvero quello che valeva la pena. Il resto è operazione editoriale quando non sciacallaggio. Dunque anche Noiville fa parlare i libri, di Milan Kundera. E attraverso i libri, la sua visione della scrittura e della letteratura. La necessità dell’ironia come unica chiave di comprensione del mondo che non ci faccia precipitare di fronte all’assurdo, l’assurdo che diventa uno dei modi di raccontare il mondo e l’umano. La necessità della letteratura, “perché nei romanzi c’è tutto il nostro essere contraddittori, questo e quello, sì e no, senza disagio”, perché “non c’è posto per l’odio nell’universo della relatività romanzesca, e perché “la saggezza del romanzo deriva dall’avere una domanda per tutto”. Kafka, Musil, Broch, Gombrowicz, sono i numi tutelari del mondo letterario di Kundera, sono i suoi riferimenti e lo sono perché sono stati capaci di raccontare la dissoluzione di un mondo fondato sull’ordine, la diffidenza verso l’idea dell’avvenire e il mito della Storia, e sopra ogni cosa il riso, il disincanto, l’ironia. Kundera ha ripreso quella nobile tradizione, l’ha arricchita, l’ha resa personale e contemporanea, l’ha usata per portarci dentro storie che ci hanno aiutato a crescere, a capirci, a definirci. Accompagnato da alcune foto e dai bellissimi disegni dello stesso Kundera, questo libro raggiunge meravigliosamente l’intento che si propone: quello di far venire voglia di leggere, o rileggere, i libri dello scrittore. Dal grande successo di L’insostenibile leggerezza dell’essere (il cui titolo è diventato un meme, un modo di dire) a L’ignoranza, La lentezza, L’identità, L’immortalità per citarne solo alcuni, fino all’ultimo La festa dell’insignificanza: tutte letture piene di libertà, di tenerezza, di umanità. Un balsamo prezioso per i tempi cupi in cui viviamo. L'articolo Florence Noiville / “È tutto nei miei libri” proviene da Pulp Magazine.
August 19, 2026
Pulp Magazine
Sara Rattaro / La libertà conquistata
In occasione dell’ottantesimo Anniversario della Liberazione e quindi della nascita della Repubblica nata dalla Resistenza, il dibattito pubblico è stato purtroppo egemonizzato dalle più fantasiose e provocatorie ipotesi revisioniste che attribuivano ai partigiani le colpe più disparate. Vi sono state amministrazioni comunali che hanno impedito anche solo di cantare Bella ciao perché canzone considerata “divisiva” (!) In altri luoghi sono state oscurate targhe in memoria delle azioni di liberazione dello stato e della società italiana in difesa della democrazia. In molte occasioni ha prevalso il silenzio e il disinteresse. In questo modo, non solo la grande storia, ma anche la storia personale degli esseri umani che si sono resi protagonisti di quegli anni formidabili è stata passata un po’ sotto silenzio. Tra questi, una situazione particolare l’hanno vissuta le storie delle donne partigiane. Per decenni relegate nell’oblio delle “staffette” poi lentamente e sporadicamente emerse attraverso figure enormi per statura umana, morale, civile e politica come Carla Capponi, Ada Gobetti, Irma Bandiera, Joyce Lussu, Tina Anselmi, Nilde Jotti, Miriam Mafai e molte altre. Oltre quattrocentomila di cui più di trentacinquemila armate e direttamente combattenti. Mescolate al loro interno per ceto e livello di studi ma tutte animate da un’una convinzione civile oltre che politica. A differenza dei loro compagni maschi, non hanno mai avuto un grandissimo rilievo nella trasmissione della memoria collettiva. Recentemente solo il bel libro di Benedetta Tobagi è riuscito a fare ordine e restituire ragione a questo variegato mondo in La resistenza delle donne (Einaudi, 2026). Oggi un’altra figura di donna, militante partigiana, riesce a conquistarsi una meritata ribalta. È quella di Teresa Mattei, genovese, nata negli anni Venti. Mattei fu la donna più giovane a far parte dell’Assemblea costituente. Insieme a lei altre venti compagne di lotta rappresentarono concretamente la nascente classe dirigente dell’Italia repubblicana. Ce la racconta in un libro ben documentato ma narrato in una chiave romanzata Sara Rattaro con il titolo Il vestito di mia madre. Per comprenderne al meglio la misura è importante sapere che nella narrazione di Rattaro vengono valorizzati alcuni comportamenti della biografia di Teresa Mattei che hanno un valore fortemente evocativo. Come quando a diciassette anni, a scuola, Teresa si alza in piedi per contestare il suo professore che difende le leggi razziali. Per questo verrà espulsa da tutte le scuole del regno. Insieme a questa, seguiranno altre vicende di coraggio e di lotta clandestina. Ma il suo impegno “partigiano” proseguirà anche nella neonata repubblica, soprattutto a favore delle donne, qualche volta lottando contro i pregiudizi dei suoi compagni di partito, perfino i più autorevoli. Dona colta e preparata insistette perché nell’articolo 3 della Costituzione venisse aggiunta l’espressione “di fatto”, per mettere in risalto il dovere della Repubblica di rimuovere concretamente gli ostacoli che limitano uguaglianza e libertà. Inoltre, fu Teresa Mattei a scegliere la mimosa come simbolo dell’8 marzo. Grazie alla sua fioritura a inizio marzo, la mimosa rappresenta la rinascita, la forza e la resilienza femminile. Nel linguaggio dei fiori, i suoi rami gialli simboleggiano anche libertà, autonomia e solidarietà. Nel dopoguerra, in qualità di “militare” testimoniò al processo contro Erich Priebke, responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Lo stesso ufficiale tedesco che pochi anni prima aveva catturato e fatto incarcerare in via Tasso suo fratello Gianfranco Mattei che proprio di quel luogo, dopo poco, si tolse la vita per non collaborare con i nazifascisti. Nonostante tutto questo, Teresa Mattei non viene rappresentata come una figura retorica. Nel racconto di Rattaro. Come nella vita vissuta, Teresa Mattei è una vera e propria testimone di chi erano e come vivevamo il loro impegno le donne partigiane. È lecito domandarsi: perché tra tante biografie (che talvolta, quando vengono raccontate rasentano il grottesco) quella di Teresa Mattei nei nostri istituti superiori non è mai stata tramandata alle nuove generazioni?     L'articolo Sara Rattaro / La libertà conquistata proviene da Pulp Magazine.
August 4, 2026
Pulp Magazine
Uwe Johnson / Tentativo di biografia
“C’è stato un momento determinato che ha distrutto la mia infanzia: l’ingresso delle truppe di Hitler a Klagenfurt”, ebbe a dichiarare Ingeborg Bachmann in una intervista pubblicata nel 1971. Dopo la sua morte, avvenuta in tragiche circostanze nel 1973, l’amico Uwe Johnson sente il bisogno di parlare di lei confezionando un libro, Un viaggio a Klagenfurt, che partendo dalla mera registrazione dei luoghi e dei fatti fa presentire il mistero che si cela dietro le apparenze, l’altra realtà annidata nel visibile, seguendo in parte le linee stilistiche adottate dalla scrittrice in Malina, fra le sue opere più riuscite. Siamo di fronte a un libro dalla forma peculiare e dalle dimensioni contenute se paragonato alla colossale tetralogia dello stesso Johnson, I giorni e gli anni, anch’essa meritoriamente pubblicata da L’Orma. Lo scrittore traccia le coordinate oggettive di un’esistenza, a volte lasciando la parola alla stessa Bachmann; citazioni che costituiscono i pezzi di un intricato puzzle impossibile da terminare, frasi che, per il loro isolamento e la loro iterazione, assumono inusitata valenza. Considerando che confezionare una biografia è compito improbo e irrealizzabile, l’autore elabora un genere originale nelle sue coordinate formali e contenutistiche. Dal punto di vista stilistico è orientato alla frantumazione, all’uso dei materiali più disparati, come gli opuscoli turistici o i ritagli di giornale. Ogni vita, del resto, è un enigma. Johnson vaga per la città in una erratica rielaborazione del lutto, scrive un libro complesso quanto oscura è l’esistenza stessa. Recuperare la memoria è operazione ardua. Fuggita da Klagenfurt per vivere in Italia e in particolare a Roma, una scelta giusta, anche se neppure lei sa esprimere il perché di tale decisione, dopo la sua morte la scrittrice viene sepolta in quella stessa Klagenfurt dove non avrebbe mai voluto fare ritorno. Ironia della sorte. Secondo Thomas Bernhard è vano arrovellarsi sulle effettive cause del decesso, forse accidentali, oppure legate a un possibile suicidio. Nella peculiare visione dello scrittore, Bachmann è stata distrutta dal mondo che la circondava, dalla meschinità del suo Paese d’origine. Per questo ha deciso di abbandonare l’Austria per la penisola italica. Nella sua dimora romana viene disturbata dai carabinieri, ma solo perché il rumore notturno dei tasti della macchina da scrivere tiene sveglia la sua vicina. Furore creativo, che la coglie in particolare di notte. Johnson orchestra una partitura complessa, fatta di immagini, di topografie ma anche di suoni, come quelli che penetrano attraverso le finestre dell’appartamento romano. Voci spettrali a comporre un affresco della memoria che trascende le semplici dimensioni terrene della scrittrice. “Ogni necrologio non può che essere un’indiscrezione”, una violazione della dimensione privata. Con questa citazione della stessa Bachmann, Johnson apre il libro. Una narrazione che si muove all’interno delle macerie di un mondo, fra bombardamenti e ricostruzioni, un percorso di recupero della patria perduta e mai ritrovata, un viaggio che si conclude nelle prospettive di un cimitero, ad additare la morte individuale ma anche l’eclissi di un’intera civiltà.   L'articolo Uwe Johnson / Tentativo di biografia proviene da Pulp Magazine.
August 3, 2026
Pulp Magazine
La biografia di un rivoluzionario: Nicolàs Maduro
Il 3 gennaio di quest’anno, con un’operazione militare statunitense nominata Absolute Resolve, il legittimo presidente del Venezuela Nicolás Maduro, e la “prima combattente” Cilia Flores, sono stati rapiti e portati in carcere negli USA dove saranno posti sotto processo da una Corte distrettuale di New York. L’intervento militare statunitense, che […] L'articolo La biografia di un rivoluzionario: Nicolàs Maduro su Contropiano.
March 4, 2026
Contropiano
Putin visto dai cinesi
In queste biografie di Putin (l’una proveniente dal motore di ricerca Baidu, il Google cinese, l’altra da una delle tante biografie pubblicate in Cina su carta), il percorso esistenziale e politico di Putin viene presentato positivamente e privo di ombre e si attribuisce la sua carriera straordinaria, da figlio di […] L'articolo Putin visto dai cinesi su Contropiano.
February 9, 2026
Contropiano
Olivier Guez / Gertrude Bell, archeologa creatrice di mondi
Come si racconta una donna di eccezione? Cosa si sceglie della sua vita e quali tra gli amori (infelici)? Si può trasporre la sua esistenza in un resoconto dettagliatissimo, come ha fatto Georgina Howell (La regina del deserto, Neri Pozza 2015). Oppure si sceglie di stare sul confine tra biografia, narrazione storica e finzione. È il caso di Olivier Guez in Mesopotamia, un titolo che – forse non a caso – non richiama la persona ma una terra, mitica vasta e in parte deserta, la terra tra i due fiumi della storia profonda dell’umanità. Il rapporto tra le modalità narrative è irrisolto, come se l’autore non avesse scelto in quale di esse muoversi, o come se il soggetto del romanzo fosse incerto su come (dove) proporsi al lettore. Gertrude Bell, la protagonista, ci viene incontro in ogni caso, dal grigio di quella trama incerta, con continui salti cronologici avanti e indietro che la fanno apparire atemporale, come nelle foto in bianco e nero che la ritraggono. Figura eccezionale, appunto. Nasce nel 1868 nel nord dell’Inghilterra, da una famiglia ricchissima di industriali del ferro e del carbone. Molto legata al padre Hugh (la madre muore quando lei è bambina), è una delle prime donne a laurearsi a Oxford, in storia moderna. Intelligente, brillante conversatrice, poliglotta, è anche irrequieta, sfacciata, curiosa, e giovanissima inizia a viaggiare in Europa e oltre. È un viaggio in Persia, dove lo zio è ambasciatore, nel 1892, a iniziarla all’Oriente. Mentre sosta a Teheran il padre le scrive rifiutando di darla in sposa a Henry Cadogan, il primo di una serie di amori incompiuti; in questo caso non solo per l’opposizione della famiglia ma anche per la morte prematura di lui, di lì a poco. Questo evento la segna nel profondo ma non rallenta il suo desiderio di conoscenza e di avventure, anzi forse lo incentiva. È impressionante quante volte e in quanti campi diversi sia riuscita ad andare oltre il limite prefissato alle donne. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento diventa una dei principali alpinisti europei; scala il Monte Bianco, lo Schreckhorn, i sette picchi del gruppo dell’Engelhorner e – questa è forse la sua scalata più leggendaria – il Finsteraarhorn dal lato nord-est che nessuno aveva mai tentato prima. Ma è anche archeologa, in Anatolia, alla ricerca di rovine di chiese bizantine. E proprio grazie alla comune passione dell’archeologia conosce nel 1911, a Karkemish, nello scavo archeologico dell’antica città ittita, Thomas Edward Lawrence (meglio noto come Lawrence d’Arabia). A poche centinaia di metri dallo scavo britannico i tedeschi avevano avviato il progetto della Bagdadbahn, una linea ferroviaria che avrebbe dovuto collegare Berlino con la Mesopotamia, aggirando il canale di Suez in mano agli inglesi. Il progetto si arenerà, ma resta il principale tentativo della Germania di inserirsi nel Grande Gioco, tra francesi e inglesi, per la spartizione del Medio Oriente, regione il cui controllo era diventato fondamentale dopo la scoperta nel 1908 dei primi giacimenti di petrolio (il carburante delle nuove navi da guerra a gasolio) nella Persia meridionale. Bell e Lawrence, oltre che appassionati di archeologia, erano corrispondenti dell’Intelligence Service e saranno amici per tutta la vita. Guez nel corso della narrazione instaura una sorta di parallelo tra i due: entrambi, scrive nell’epilogo, avevano vissuto in fuga dalla loro realtà, plasmando – con orgoglio e un pizzico di presunzione – mondi che non gli spettavano e illudendosi di gestire imprese politiche di cui erano solo esecutori. Nel giudizio, sorretto da una ferma conoscenza dei fatti storici, c’è del vero. L’impressione però è che in Gertrude Bell ci fosse anche una aspirazione più vasta e non rivolta soltanto alla gloria e al vagheggiamento di modi di vivere diversi da quelli dell’Inghilterra vittoriana. La sua carriera diplomatica è il segno di una fedeltà assoluta, anche ideologica, all’impero britannico, ma anche la risposta a uno smisurato desiderio (della conoscenza) degli altri. Non soltanto per compensare i dispiaceri sentimentali ai quali generalmente, se si tratta di un uomo, non attribuiamo tanta importanza. Amori per lo più, nel caso di Bell, con uomini sposati, tra i quali il principale (corrisposto solo fino a un certo punto) fu forse – Guez gli riserva ampio spazio – il maggiore Richard Doughty-Wylie conosciuto nella prima decade del Novecento quando Bell era impegnata nelle ricerche archeologiche nella regione di Konya. Il maggiore era nipote di quel Charles Doughty che scrisse un libro leggendario tra i viaggiatori, Travels in Arabia deserta (1888) e che Gertrude emulò in un viaggio altrettanto epico nel deserto arabo, nel 1913. I lunghi viaggi in Oriente le consentono di acquisire una conoscenza profonda dei luoghi e la stima delle persone, grazie alle quali svolgerà un ruolo di primo piano nella gestione europea del Medio Oriente dopo la fine dell’impero ottomano. Alla conferenza di pace di Parigi del 1919, e poi a quella del Cairo nel 1921, rappresenterà l’amministrazione civile anglo-indiana in Mesopotamia, proponendo di unire in un unico territorio – ribattezzato Iraq – le province (già ottomane) di Mosul, Baghdad e Bassora. Una creazione artificiale come le sue linee diritte di confine; come la Palestina, il Libano e la Siria, le ultime due sotto mandato francese (sulla conferenza del 1921 si veda C. Brad Faught, L’invenzione del Medio Oriente. Cairo 1921, Neri Pozza 2023). Le aspirazioni indipendentiste arabe e curde vengono ignorate da Bell e dagli altri membri dell’amministrazione. Nella famosa foto del 25 marzo 1921, con i potenti della Terra tutti in fila a dorso di cammello, davanti alle piramidi e alla sfinge di Giza, l’unica donna tra i 39 partecipanti, tra Lawrence d’Arabia e Churchill (a cui allora era affidata la gestione delle colonie inglesi), è Gertrude Bell. Di lì a poco, dopo che l’Iraq, la sua creazione, è diventato uno stato retto da Faysal, arabo sunnita già sostenuto da Lawrence, e mentre il controllo inglese della regione (funzionale soprattutto alla gestione diretta delle risorse di petrolio) inizia a mostrarsi difficile e osteggiato, Bell viene estromessa da ruolo di segretario per l’Oriente. Emarginata dalle maglie del potere, si dedicherà alla protezione delle antichità archeologiche mesopotamiche, facendo varare una legge per la loro tutela e fondando il Museo archeologico di Baghdad. Gli ultimi anni della sua vita saranno segnati dalle condizioni critiche di salute, dai mancati rientri in Inghilterra e dalle disavventure economiche della famiglia, finita in bancarotta e costretta e vendere la storica dimora di Rounton Grange tanto amata da Gertrude. Morirà a Baghdad nel 1926, per una overdose di sonniferi. Questa è la storia, ma le domande iniziali restano. Come si racconta una donna inaccessibile e conservatrice? Una convinta imperialista che si è guadagnata la stima dei più remoti capi-tribù arabi, capace di cura, attenzione, tenacia a dismisura? Infelice nelle grandi cose, felice nelle piccole – come scrive a suo padre nel 1918; una donna immobile sul confine tra persona e personaggio.       L'articolo Olivier Guez / Gertrude Bell, archeologa creatrice di mondi proviene da Pulp Magazine.
November 8, 2025
Pulp Magazine
carmine crocco, un brigante
Dalla biografia scritta nel carcere di Santo Stefano ad opera di Eugenio Massa nel 1889 il più celebre brigante del sud Italia si racconta. L’infanzia dura ma felice, la famiglia disastrata da un incidente a danno di un signorotto locale e poi la scelta della macchia, la formazione di un esercito di briganti, la guerra […]
October 29, 2025
Radio Blackout - Info
Leila Guerriero / Sopravvivere, raccontare, disturbare
La biografia di Silvia Labayru, ex militante montonera, desaparecida e prigioniera politica durante la dittatura militare argentina, viene ricostruita con rigore e misura dalla giornalista Leila Guerriero in La chiamata. Storia di una donna argentina. Non solo testimonianza, ma indagine sul significato della sopravvivenza, sul corpo come campo di battaglia, sulla voce che resiste — anche a sé stessa. È un libro duro, stratificato, che non offre consolazioni né risarcimenti simbolici. Guerriero ascolta, archivia, osserva. E lascia spazio alla voce della protagonista: frammentaria, a tratti disturbante, contraddittoria, ma anche attraversata da una leggerezza inattesa — che è apertura, dunque amore. La figura di Silvia emerge non solo dal suo racconto e dalla relazione intensa che costruisce con l’autrice, ma anche attraverso le testimonianze di chi l’ha conosciuta, frequentata e molto amata. Questo intreccio di sguardi ne restituisce un ritratto complesso, sfaccettato, irriducibile a una sola versione. Silvia, descritta da tutti come straordinariamente bella e intelligente, ha vent’anni ed è incinta di cinque mesi quando viene sequestrata a Buenos Aires nel dicembre 1976. Torturata, violentata, costretta a partorire in condizioni disumane, è obbligata a impersonare la sorella di Alfredo Astiz, ufficiale dei servizi segreti infiltrato tra le Madri di Plaza de Mayo. Grazie a quella copertura, Astiz organizza il sequestro e la sparizione di dodici persone, tra cui le suore francesi Alice Domon e Léonie Duquet. Costretta a partecipare alla messinscena, Silvia diventa — senza volerlo — un ingranaggio della macchina di sterminio, fino alla liberazione nel giugno 1978. L’intervista tra Guerriero e Labayru avviene a distanza, durante la pandemia da Covid, tra la Spagna e l’Argentina — i due luoghi tra cui Silvia si divide dopo aver ritrovato l’amore della sua prima giovinezza. Anche la memoria, nel racconto, oscilla tra poli: presente e passato che ritorna, senza tregua. A un lettore italiano, il parallelo con Primo Levi è immediato, benché mai citato nel libro. Come Levi, Silvia attraversa la condizione ambigua del sopravvissuto. In I sommersi e i salvati, Levi parla della “vergogna del sopravvissuto”: il senso di colpa di chi è tornato, spesso per caso o per compromesso. “I migliori sono morti tutti”, scrive. Silvia conosce bene questo giudizio: non tanto interiore quanto inflitto dai suoi stessi ex compagni, incapaci di tollerare che lei sia viva mentre altri non lo sono, che la figlia sia stata affidata ai nonni paterni e non a famiglie vicine al regime, che dopo la liberazione abbia avuto un altro figlio, relazioni durature, una vita piena. Esiste però una differenza radicale. Levi scrive da uomo: nei suoi libri la violenza è fatta di fame, umiliazione, freddo, lavoro forzato. Il corpo non è sessualizzato. Silvia, invece, è una donna: il suo corpo è stato usato, violato, politicizzato. La chiamata nasce proprio da quel punto cieco della memoria collettiva, dove la violenza sessuale è ancora taciuta, assimilata genericamente alla tortura, mai riconosciuta nella sua specificità. È grazie a testimoni come Labayru che la giustizia argentina ha potuto riconoscere lo stupro come crimine autonomo, sistemico, imprescrittibile. Silvia non si adagia nel ruolo della vittima, ma neppure lo rifiuta con retorica. Resta in uno spazio opaco, complesso, non pacificato. Con straordinario coraggio, afferma che anche in un regime di cattività — nella disuguaglianza assoluta tra detenuta e carceriere — possono emergere dinamiche affettive, talvolta persino sessualmente ambigue. Non per amore, né per scelta, ma come estrema forma di sopravvivenza. Una rielaborazione che incrina ogni narrazione lineare: rompe il tabù interno alla militanza, che non voleva riconoscere lo stupro per proteggere l’onore dei propri uomini, e quello esterno, che chiede alla vittima un racconto coerente, senza ambiguità. Silvia racconta non per essere assolta, ma per capire. Interroga sé stessa e la propria generazione: “Che cosa volevamo? Qual era l’idea? Che cosa pensavamo di fare, se fossimo arrivati al potere?”. Il suo giudizio è severo: “Le intenzioni erano fantastiche, ma sono stati più gli errori delle cose giuste”. È un’autocritica difficile, esposta al rischio di essere usata contro i morti. Ma La chiamata non difende alcuna narrazione. Guerriero cammina sul filo: non giudica, non protegge, non assolve. Ascolta. E lascia spazio a una voce che non chiede pietà né applausi. Come Levi, Silvia abita una “zona grigia”: non tra vittima e carnefice, ma tra violenza e sopravvivenza, corpo e identità. Se la tortura può assumere un’aura tragica, persino eroica, la violenza sessuale resta impura, difficile da nominare senza morbosità. Silvia affronta anche questo, con uno sguardo sobrio, tagliente, che non cerca scandalo, ma verità. È grazie a testimoni come lei — e come Víctor Basterra, Lila Pastoriza, e molti altri — che l’ESMA, centro clandestino di detenzione e sterminio, è oggi un museo della memoria e dei diritti umani. Un luogo dove la parola è stata restituita. Da parte sua Leila Guerriero, con questo testo, compie un gesto narrativo raro: mantiene la complessità senza addomesticarla. Non scolpisce monumenti, ma non cede al cinismo. Costruisce un libro che interroga più che rassicurare, lasciando che la voce di Silvia — lucida, dubbiosa, mai pacificata — attraversi la pagina come un filo teso, dove ogni parola pesa. In un tempo in cui la memoria rischia di farsi cerimonia, La chiamata ci ricorda che testimoniare non è pacificare, ma esporsi alla frattura. Al dubbio. Alla verità che non consola. L'articolo Leila Guerriero / Sopravvivere, raccontare, disturbare proviene da Pulp Magazine.
May 21, 2025
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