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Socio-technical imaginaries of security in EU migration governance
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Bologna Department of Political and Social Sciences Master’s Degree in International Relations SOCIO-TECHNICAL IMAGINARIES OF SECURITY IN EU MIGRATION GOVERNANCE: CHALLENGING THE MYTH OF TECHNOLOGICAL NEUTRALITY IN EU MIGRATION PACT AND RETURN REGULATION Dissertation in Criminology of the Borders Di Valeria Gentili (2025-2026) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE Da diversi anni, il settore della sicurezza e della difesa è profondamente attraversato da processi di trasformazione digitale che ne hanno ridefinito strumenti, pratiche e modalità operative attraverso l’impiego di un articolato ecosistema tecnologico. Quest’ultimo ricomprende banche dati, algoritmi decisionali, sistemi di intelligenza artificiale, droni, sensori di movimento, telecamere di sorveglianza e tecnologie di identificazione biometrica. Si tratta di un ambito caratterizzato da una pluralità di attori e da una salda sinergia tra governi e colossi tecnologici, comunemente noti come Big Tech. Tali società si configurano come le principali produttrici di tecnologie di sorveglianza, fungendo da fornitrici privilegiate per gli Stati, che ne costituiscono i clienti primari. All’interno di questo intreccio – frequentemente definito security-industrial complex – convergono e si alimentano a vicenda gli interessi di imprese private, imprenditori, partiti politici, esperti di IT, forze dell’ordine, centri di ricerca e consulenti di sicurezza. La gestione delle frontiere e della mobilità umana è da tempo integrata nel comparto della sicurezza e rappresenta, di conseguenza, uno degli ambiti in cui le tecnologie digitali trovano l’applicazione più pervasiva. Nel corso del tempo, i confini sono divenuti veri e propri laboratori di sperimentazione per nuovi dispositivi tecnologici, testati sul campo sia su persone documentate sia su individui irregolari. Da un lato, le frontiere – storicamente concepite come linee fisse e visibili – si sono ulteriormente fortificate grazie a sistemi avanzati, dalle torri di sorveglianza alle reti radar e di sensori schierate lungo i tratti confinari. Dall’altro, proprio in virtù di tali tecnologie, la frontiera è sfuggita al controllo visivo immediato, facendosi mobile, invisibile e onnipresente. Non è più necessario raggiungere il confine fisico per essere identificati: la frontiera si proietta potenzialmente ovunque, manifestandosi nelle termocamere in dotazione alle forze di polizia nelle foreste balcaniche, nei sistemi TVCC dei centri commerciali o nei varchi aeroportuali europei, dove dispositivi automatizzati tracciano e identificano istantaneamente le persone in movimento. L’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei flussi migratori si inserisce in un mutamento di paradigma che ha ridefinito la concettualizzazione e il governo della mobilità umana. A partire dagli ultimi decenni del Novecento, infatti, il fenomeno migratorio è stato progressivamente riletto in chiave emergenziale e associato alla criminalità e al terrorismo. Di conseguenza, la migrazione è stata inquadrata prevalentemente come una minaccia alla sicurezza nazionale anziché come un fenomeno sociopolitico, orientando le risposte istituzionali verso un approccio rigidamente securitario. Ciò si è tradotto nel potenziamento del controllo confinario e nel consolidamento dei meccanismi di espulsione e respingimento, contesti nei quali il ricorso agli strumenti digitali ha conosciuto una costante crescita. All’interno dell’Unione Europea questa dinamica trova riscontri paradigmatici: dall’impiego dei droni di Frontex per il pattugliamento del Mediterraneo centrale – volti a guidare le intercettazioni in mare delle guardie costiere – all’installazione lungo i confini terrestri di torri di sorveglianza automatizzate con termocamere a lungo raggio. Tale tendenza emerge altresì nel finanziamento europeo a progetti di ricerca altamente controversi come iBorderCtrl, fondato su algoritmi per l’analisi delle micro-espressioni facciali a scopo di “lie detection”. Un controllo pervasivo analogo si ritrova nei centri di detenzione greci, strutturati su reti di sensori, telecamere, droni e varchi biometrici, così come nell’espansione delle banche dati europee per il tracciamento sistematico di chi fa ingresso nel territorio dell’Unione. Infine, questa logica trova la sua massima formalizzazione politica e giuridica nel Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e nel collegato Regolamento sui Rimpatri, due cornici normative che basano i processi di identificazione e sorveglianza sull’interoperabilità dei dati biometrici e digitali. Muovendo da tale contesto, il presente lavoro di tesi intende indagare criticamente questo massiccio dispiegamento di strumenti digitali, mettendo in discussione l’idea – sostenuta dai loro fautori – secondo cui essi possano essere impiegati in modo neutrale, razionale e con benefici diffusi per tutti gli attori coinvolti. A questo scopo, si rende necessario interrogare le motivazioni politiche e sociali, nonché gli orizzonti ideologici, che alimentano il crescente affidamento alla tecnologia nei processi di sicurezza e controllo confinario. Ci si chiede pertanto se, entro un quadro segnato da dinamiche di securitizzazione ed esternalizzazione delle frontiere e dalla criminalizzazione di determinate categorie di migranti, le tecnologie digitali possano davvero operare quali strumenti oggettivi, o se, al contrario, non contribuiscano a consolidare e riprodurre tali processi. Per rispondere a tale interrogativo, l’indagine si articolerà lungo due assi principali. In primo luogo, verranno esaminate le banche dati europee per la gestione delle frontiere – i cosiddetti sistemi IT su larga scala -, analizzandone l’architettura originaria e l’evoluzione riformatrice fino allo scenario attuale, per comprendere come tali infrastrutture si siano adeguate alle crescenti istanze di sorveglianza. In secondo luogo, l’attenzione si sposterà sulle novità introdotte dal Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e dalla proposta di Regolamento sui Rimpatri, approfondendo il modo in cui entrambi gli strumenti normativi imperniano la propria efficacia sull’uso del digitale. In quest’ambito, un focus specifico sarà dedicato all’evoluzione del sistema Eurodac e all’implementazione delle tecnologie biometriche – quali il riconoscimento facciale e la rilevazione delle impronte digitali – impiegate sia nelle procedure di screening ai confini sia all’interno dello spazio europeo. Attraverso la disamina di questi dispositivi e del loro utilizzo nell’ambito delle politiche migratorie dell’Unione, l’obiettivo finale sarà verificare se e in che misura la concreta attuazione di tali tecnologie alimenti le logiche di controllo, tracciamento ed esclusione che caratterizzano la governance europea dei confini. Occorre infine sottolineare la profonda interconnessione tra i due ambiti di analisi: il Patto trova infatti la propria chiave di volta nell’interoperabilità delle banche dati europee e, in particolare, in Eurodac, che ne costituisce il vero e proprio braccio operativo informatico. Comprendere il contesto specifico in cui le tecnologie digitali vengono implementate, gli interessi che servono e le pratiche che facilitano è di fondamentale importanza. Tale architettura tecnologica si inserisce infatti entro un quadro sempre più repressivo e orientato al controllo, una realtà che sia il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo sia il Regolamento sui Rimpatri consolidano formalmente. L’urgenza di analizzare questo fenomeno deriva innanzitutto dal fatto che sia le riforme relative ai sistemi IT europei sia il Nuovo Patto comportano conseguenze profonde e destabilizzanti per la vita di migliaia di cittadini di paesi terzi. Eppure, questi sviluppi spesso sfuggono al controllo pubblico, con decisioni cruciali prese in uno stato di diffusa inconsapevolezza. Tuttavia, i cambiamenti strutturali introdotti ai vertici dell’Unione Europea, insieme alle modalità operative di questo impianto tecnologico, portano con sé implicazioni significative per le pratiche contemporanee di sorveglianza, controllo e raccolta dati. Infatti, come questa tesi intende dimostrare, queste ultime stanno diventando sempre più totalizzanti, estendendo la loro portata su uno spettro sempre più ampio di individui. Tale scenario richiede dunque monitoraggio rigoroso, una profonda comprensione e una critica sistematica di ogni deriva che si traduca in violazioni dei diritti fondamentali anziché nel bene pubblico – specialmente in considerazione del fatto che questo apparato risponde agli interessi dei centri di potere, i quali definiscono chi debba essere sorvegliato in funzione di precisi obiettivi politici. Allo stato attuale, questi obiettivi appaiono saldamente diretti verso la sorveglianza di un numero sempre maggiore di individui e il controllo totale della mobilità umana. I processi decisionali in questo campo procedono in modo sottile, lento e incrementale, consolidandosi nell’arco di decenni attraverso il coinvolgimento di una pluralità di attori che mettono a punto le politiche pubbliche sulla base di interessi stratificati. Nel caso dell’Unione Europea, il percorso verso le riforme analizzate in questo lavoro è il risultato di dinamiche di lunga data guidate dagli interessi politici ed economici dei governi, delle Big Tech e delle multinazionali private. Oggi, questo complesso di sicurezza-industriale trova nella tecnologia il proprio perno: prodotta dai mercati privati, essa viene impiegata dalle istituzioni statali nella gestione migratoria e, più ampiamente, nelle politiche di sicurezza. Alla luce di ciò, demistificare le ragioni e le forme di questa strumentalizzazione diventa un imperativo analitico. Tale prospettiva porta a chiedersi se la tecnologia possieda un potenziale emancipatorio destinato a rimanere inespresso finché la sua progettazione risponde prevalentemente alle esigenze degli attori egemoni. In questo senso, il problema non risiede nella tecnologia in sé, ma piuttosto i quadri sociali, politici ed economici all’interno dei quali viene sviluppata e dispiegata. Come suggerito da esempi quali le tecnologie utilizzate per la giustizia climatica, per favorire decisioni trasparenti e responsabili o per colmare le disuguaglianze sistemiche, un uso giusto ed etico degli strumenti digitali è del tutto possibile e i risultati dipendono dalle logiche che ne governano la progettazione e l’uso. Infine, nell’esaminare un dispiegamento così pervasivo di strumenti digitali all’interno delle politiche migratorie europee, sorge una domanda ancora più ampia: è la tecnologia a servire le frontiere, o sono le frontiere a servire la tecnologia? Interrogare questa dinamica è fondamentale per evitare che questo apparato tecnologico – e gli interessi nascosti che lo guidano – continui a infliggere danni sistemici a popolazioni che sono già emarginate, o che rischiano di diventarlo proprio perché la tecnologia viene usata come un’arma per profitto economico e politico. Soprattutto nell’attuale clima legislativo plasmato dal Patto e dal Regolamento sui Rimpatri, e all’interno di un contesto sociale caratterizzato da proposte legislative sulla “re-migrazione” in Italia e da violente proteste anti-immigrazione a Belfast, è impossibile non temere che la tecnologia venga usata come un’arma per allinearsi a queste tendenze xenofobe e restrittive. Pertanto, è imperativo comprendere a fondo come questo strumento venga dispiegato, perché la conoscenza è potere, ed è fondamentale che questo potere sia detenuto da coloro le cui azioni sono guidate da interessi diversi dal profitto economico e dalla sorveglianza. Per condurre la ricerca svolta, si è scelto di adottare le lenti teoriche della criminologia digitale (digital criminology) e degli studi critici sulla sicurezza (Critical Security Studies). La criminologia digitale muove dal presupposto che la realtà contemporanea si configuri come una dimensione tecnosociale, in cui società e tecnologia risultano ormai inscindibili, influenzandosi reciprocamente in modo continuo. Questa costante interazione ha ridefinito le pratiche di sicurezza e di controllo sociale, con un impatto significativo sulla gestione della mobilità. Tale prospettiva permette dunque di decostruire l’infrastruttura tecnologica delle frontiere europee, sfidando la sua immagine di mero insieme di strumenti neutrali al fine di mostrarla, al contrario, come un complesso di dispositivi denso di implicazioni politiche e sociali. Inoltre, questo approccio evidenzia come la dimensione digitale possa trasformarsi in un vettore di controllo e di riproduzione delle disuguaglianze, un aspetto che trova ampio spazio di approfondimento all’interno della presente tesi. Per quanto riguarda i Critical Security Studies, si tratta di un quadro concettuale che fornisce gli strumenti analitici per connettere l’implementazione dell’infrastruttura tecnologica europea con le dinamiche di securitizzazione, esternalizzazione e criminalizzazione di specifiche categorie di persone in movimento. In particolare, questa lente teorica consente un’analisi del contesto politico e discorsivo che caratterizza i casi di studio presi in esame, focalizzandosi su come la percezione della migrazione sia mutata al punto da inquadrare il fenomeno come una minaccia e sul conseguente impatto che tale cambiamento ha avuto sulle politiche migratorie europee. Così, l’integrazione di questi due quadri teorici permette un approccio di ricerca critico volto a smantellare i discorsi istituzionali sulla sicurezza e a stimolare una profonda riflessione sulle reali logiche nascoste dietro l’uso della tecnologia. Per raggiungere questo obiettivo, è stata condotta un’analisi qualitativa del contenuto di fonti normative e documenti ufficiali, tra cui Regolamenti e decisioni dell’UE, direttive, proposte legislative e comunicazioni della Commissione Europea, nonché documentazione istituzionale delle Agenzie europee. L’obiettivo di questo esame non è stato semplicemente quello di decodificare il testo letterale, ma di portare alla luce le logiche sottostanti e di verificare se la tecnologia si configuri effettivamente come uno strumento neutrale. Tra le fonti supplementari consultate figurano testi della letteratura scientifica e accademica di riferimento, fonti giornalistiche e di attualità e contenuti multimediali. All’interno di questo quadro, un’importanza centrale è stata attribuita ai rapporti e ai briefing di ONG e coalizioni di esperti di diritti digitali, utilizzati in particolare per lo studio del Patto sulla Migrazione e l’Asilo e della proposta di Regolamento sui Rimpatri. Questa scelta si è resa necessaria trattandosi di un campo normativo estremamente recente e in continua evoluzione; un terreno inedito le cui reali conseguenze a lungo termine su piano pratico e tecnologico potranno essere verificate solo in futuro. Il primo capitolo di questa tesi esaminerà le motivazioni socio-politiche e gli eventi che hanno portato alla creazione della cosiddetta “frontiera digitale” (denominata anche “technoborder”). In particolare, esplorerà come l’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei confini e della mobilità sia strettamente connesso alle dinamiche della globalizzazione e del neoliberismo. Questi processi hanno infatti condotto a una securitizzazione delle frontiere che si è evoluta oggi in una vera e propria “tecno-securitizzazione” grazie alle più recenti innovazioni tecnologiche. L’analisi mostrerà come questa tendenza abbia ridefinito il fenomeno migratorio, identificandolo come una minaccia alla sicurezza e consolidando così il nesso tra migranti irregolari e criminalità. In questo contesto, un ruolo catalizzatore è stato svolto dalla paura: sebbene il dibattito sulla securitizzazione fosse già in atto, gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti hanno legittimato un’accelerazione della digitalizzazione delle frontiere, specialmente attraverso l’uso delle tecnologie biometriche. Successivamente, il capitolo approfondirà le trasformazioni strutturali subite dalle frontiere a seguito della loro digitalizzazione e il loro impatto su chi le attraversa. Si discuterà di come esse siano diventate “semi-permeabili” in relazione alla funzione di filtraggio che svolgono, proprio attraverso le tecnologie digitali. Queste ultime, infatti, permettono la raccolta di dati sulla base dei quali avviene una rapida selezione – il cosiddetto social sorting – che distingue i soggetti “desiderabili”, i quali attraversano i confini senza ostacoli, da quelli “indesiderabili”, che vengono invece intercettati. Per comprendere appieno questo meccanismo, verranno introdotti i concetti di profilazione del rischio (risk profiling) e di governance preventiva della mobilità (pre-emptive mobility governance), evidenziando come l’obiettivo sia quello di intercettare le potenziali minacce tramite la profilazione prima che gli individui raggiungano fisicamente la frontiera, esercitando così un controllo anticipato sulla mobilità. Il secondo capitolo sposterà l’attenzione sull’infrastruttura tecnologica europea per il controllo e la gestione delle frontiere, occupandosi nello specifico delle banche dati progettate a tal fine. Verrà innanzitutto esaminato il ruolo dell’Agenzia dell’Unione Europea per la Gestione Operativa dei Sistemi IT su Larga Scala (eu-LISA), che gestisce i database europei dal 2012. Il ruolo di eu-LISA sarà analizzato per portare alla luce gli immaginari, i progetti politici e le visioni del futuro che guidano questo attore, condizionando direttamente la progettazione e la riforma degli archivi digitali. Saranno presi in considerazione sia i primi sistemi informativi, come SIS, VIS ed Eurodac, sia quelli più recenti, come EES ed ETIAS. L’obiettivo è tracciarne l’evoluzione nel corso degli anni, identificando gli interessi politici e l’approccio ideologico dietro ogni modifica. L’analisi dimostrerà come sia le vecchie che le nuove banche dati convergono verso un’unica direzione e un’identica necessità: estendere la sorveglianza e il controllo sul maggior numero possibile di persone in movimento. Infine, il terzo capitolo esaminerà il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, in vigore dal 12 giugno 2026, e la proposta di Regolamento sui Rimpatri. L’obiettivo sarà quello di analizzare come entrambi gli strumenti legislativi si affidino pesantemente all’uso massiccio di tecnologie digitali e biometriche. Nello specifico, si vedrà come l’efficacia del Patto dipenda fortemente dall’interoperabilità delle banche dati europee (in primis Eurodac) e dall’identificazione biometrica all’ingresso delle frontiere, che diventa fondamentale per reindirizzare rapidamente i migranti verso le corrette procedure di asilo o di rimpatrio. La parte finale del capitolo si concentrerà sulla proposta di Regolamento sui Rimpatri, evidenziando il rischio di un’estensione della sorveglianza digitale anche all’interno degli Stati membri, in particolare attraverso misure di rintracciamento per identificare i cittadini di paesi terzi in situazione irregolare. Sia la proposta di Regolamento sui Rimpatri sia il nuovo Patto prevedono una raccolta massiccia di dati sensibili, un aspetto di cui verranno sottolineati rischi e criticità. Infine, l’analisi esaminerà anche come entrambi gli strumenti normativi rischino di estendere la detenzione amministrativa, la quale ha luogo in strutture notoriamente iper-tecnologizzate al fine di garantire sorveglianza e sicurezza. Il terzo capitolo lascerà aperta una questione cronologica: mentre il Patto entrerà in vigore nel giugno 2026, la proposta di Regolamento sui Rimpatri, al momento della stesura di questa tesi, è ancora in fase di discussione. Tuttavia, il quadro delineato da entrambi gli strumenti solleva notevoli preoccupazioni circa il loro carattere repressivo. L’intento sembra infatti essere quello di facilitare le espulsioni e ostacolare l’esercizio del diritto di asilo; in questo scenario, la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nel veicolare tali obiettivi.
Working Conditions of migrant women in Padua’s cleaning sector
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Padova Department of Political Science, Law, and International Studies – SPGI Master’s degree in European and Global Studies WORKING CONDITIONS OF MIGRANT WOMEN IN PADUA’S CLEANING SECTOR Tesi di laurea magistrale di Roberta Cilluffo (2024-2025) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE La pulizia e lo sporco non rappresentano solo una condizione materiale, ma hanno anche un significato morale e sociale, che ha a che fare con prestigio, gerarchie del lavoro e classificazione sociale. Nonostante il suo ruolo cruciale, l’attività di pulizia rimane ampiamente invisibile e sottovalutata, nonché caratterizzata da condizioni di lavoro precarie, salari bassi e una mancanza di riconoscimento per chi svolge questo lavoro. Considerata come una attività non centrale e non produttiva, aziende e amministrazioni sia pubbliche che private appaltano questo servizio ad aziende specializzate. L’outsourcing è quindi un elemento centrale del settore: una strategia che, pur mirando teoricamente a incrementare la specializzazione, si traduce spesso in una riduzione dei costi a scapito delle condizioni dei lavoratori. La ricerca analizza l’impatto dei cambi di appalto su stabilità occupazionale, salari, prospettive di carriera e diritti sociali, evidenziando come molti addetti alle pulizie siano impiegati con contratti part-time involontari e siano costretti ad affiancare altre attività lavorative. Questa situazione comporta frammentazione degli orari, lunghi tempi di spostamento, maggiore stress e una complessiva riduzione del benessere lavorativo. Considerato un “lavoro sporco” e caratterizzato da elevati livelli di precarietà, la maggior parte della forza lavoro viene individuata tra segmenti più vulnerabili del mercato del lavoro, come persone con bassi livelli di scolarizzazione, più povere, donne e migranti. La precarietà nel settore delle pulizie è esacerbata dall’intersezione tra genere, origine migratoria, processi di razzializzazione e condizione socio-economica. I lavoratori migranti sono infatti spesso concentrati nei segmenti più precari del mercato del lavoro, caratterizzati da bassi salari, scarse tutele e limitate possibilità di avanzamento. In particolare, negli ultimi anni si è registrato un aumento della presenza di lavoratrici delle pulizie provenienti dall’Africa subsahariana. Mentre alcuni gruppi di lavoratrici migranti, come ucraine, romene e moldave sono state ampiamente studiate in Italia, le lavoratrici migranti africane sono sottorappresentate nella letteratura. A partire da una prospettiva intersezionale, la ricerca indaga quindi se esista una domanda specifica di manodopera migrante nel settore delle pulizie, con particolare attenzione alle donne provenienti dall’Africa subsahariana. Tale concentrazione può essere spiegata da fattori individuali e strutturali, tra cui barriere linguistiche, mancato riconoscimento delle qualifiche conseguite all’estero, limitate opportunità occupazionali e discriminazioni strutturali. Inoltre, il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro riduce il potere contrattuale delle lavoratrici migranti, favorendo l’accettazione di condizioni lavorative svantaggiose e, talvolta, situazioni di sfruttamento. Per rispondere a queste domande di ricerca, lo studio combina interviste semi-strutturate a lavoratrici del settore e sindacalisti di ADL Cobas con l’analisi di dati quantitativi provenienti da Veneto Lavoro e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Accoglienza e rigenerazione nelle aree interne: il caso di Camini
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- City St George’s, University of London and Aarhus University Master Erasmus Mundus in Journalism, Media and Globalisation ACCOGLIENZA E RIGENERAZIONE DEMOGRAFICA NELLE AREE INTERNE ITALIANE: IL CASO DI CAMINI TRA MODELLO E PRECARIETÀ ISTITUZIONALE Tesi di Master di Francesca Chiara Cardone (6 maggio 2026) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE L’Italia conta circa quattromila comuni classificati come aree interne: un concetto che definisce i territori montani, collinari e rurali i cui residenti devono percorrere più di venti minuti per raggiungere l’ospedale, la scuola secondaria o la stazione ferroviaria più vicini. La classificazione delle aree interne è stata introdotta a partire dal 2014 per riportare l’attenzione delle politiche pubbliche su un fenomeno a lungo trascurato (De Rossi, 2019). Dal secondo dopoguerra, i territori interni italiani hanno conosciuto una progressiva marginalizzazione, con calo della popolazione, diminuzione dell’occupazione e ritiro dei servizi, processi aggravati dall’instabilità idrogeologica determinata da decenni di abbandono del territorio (Barca, Casavola e Lucatelli, 2014; Carrosio, 2019). Il fenomeno è stato ampiamente documentato nella letteratura accademica e diffusamente trattato dalla stampa. Ciò che ha ricevuto un’attenzione sistematica molto minore è l’intersezione tra questa crisi demografica e il sistema italiano di accoglienza comunitaria dei migranti, il SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione), e, in particolare, il modo in cui i programmi di accoglienza strutturata hanno, in un ristretto numero di casi, dimostrabilmente invertito lo spopolamento, riaperto scuole e restituito vita civica a luoghi che stavano scomparendo. Il progetto giornalistico che questa rassegna della letteratura accompagna è un reportage lungo su Camini, un villaggio di ottocento abitanti in Calabria che ha invertito il proprio declino demografico in quindici anni grazie al programma di accoglienza Jungi Mundu, gestito dalla cooperativa Eurocoop Servizi nel quadro del sistema SAI. L’articolo sostiene due argomentazioni interconnesse: primo, che pur con i suoi limiti il modello funziona, producendo una rigenerazione demografica, economica e sociale misurabile; secondo, che è strutturalmente fragile, poiché dipende interamente dalla volontà politica di un singolo sindaco eletto. Queste argomentazioni si fondano su un lavoro sul campo originale: interviste a migranti che vivono all’interno del programma, alla cooperativa e ai funzionari comunali che lo hanno costruito, al sindaco di Rovigo, città che ha smantellato un programma venticinquennale con un solo voto in consiglio comunale, e a ricercatori accademici e analisti delle politiche dell’UE che collocano Camini in un contesto comparato e istituzionale. Questo tema si presta all’approfondimento accademico per tre ragioni. Primo, l’intersezione tra spopolamento rurale e accoglienza dei migranti si colloca al confluire di diversi dibattiti accademici attivi, nella demografia, negli studi migratori, nella teoria dell’integrazione e nella governance multilivello, nessuno dei quali ha finora esaminato i due fenomeni come un’unica questione di policy integrata. Secondo, il divario tra ciò che funziona a livello locale e ciò che viene tentato a livello nazionale ed europeo non è, come dimostra la letteratura qui esaminata, un problema di conoscenza ma un problema politico: comprenderlo richiede di mappare con precisione il panorama accademico e delle politiche. Terzo, giornalismo e letteratura accademica sono qui strutturalmente complementari in modi che rendono l’accostamento intellettualmente produttivo: la componente accademica fornisce i quadri analitici e la base di evidenze; il progetto giornalistico fornisce il racconto granulare, specifico per luogo e multiprospettico che la ricerca accademica non può facilmente generare. Questa componente accademica esamina quanto ricercatori, commentatori e operatori hanno scritto su cinque ambiti interconnessi: lo spopolamento rurale e la crisi delle aree interne italiane; la migrazione come risposta demografica al declino della popolazione nel contesto europeo; la base di evidenze sull’integrazione comunitaria nei contesti rurali; il discorso che inquadra la migrazione in Europa; e la governance dei sistemi di accoglienza decentrati e la loro fragilità strutturale.
Tratta: ripensare il principio di non punibilità
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Alma Mater Studiorum Università di Bologna Dipartimento di Scienze giuridiche Corso di laurea magistrale in giurisprudenza LA NON CRIMINALIZZAZIONE DELLA VITTIMA DI TRATTA: COME RIPENSARE IL RAPPORTO AUTORE-VITTIMA ALLA LUCE DEL PRINCIPIO DI NON PUNIBILITÀ Tesi di laurea magistrale in immigrazione: profili di diritto penale sostanziale e processuale Tesi di laurea di Caterina Mazzullo (2024-2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE È quando il mondo dorme che si generano i mostri. Di mostri ne abbiamo già parecchi, tra noi. Prima di tutto, la nostra indifferenza. Quando sono in gioco vite umane, l’imparzialità diventa un dovere che ci costringe a metterci dalla parte del diritto, della giustizia e delle vittime. Francesca Albanese Nel corso degli ultimi decenni, la disciplina dell’immigrazione è stata progressivamente riorientata alla luce di esigenze di controllo dei confini, sicurezza pubblica e contrasto dell’irregolarità. Tale evoluzione ha favorito una sempre più stretta integrazione tra politiche migratorie e diritto penale, con l’effetto di attribuire rilevanza sanzionatoria a condotte che, in origine, erano perlopiù ricondotte a mere violazioni amministrative. In questa prospettiva, l’ordinamento italiano mostra un orientamento sempre più marcato verso la criminalizzazione della condizione di straniero irregolare, con particolare riguardo alle fattispecie che prescindono dalla commissione di ulteriori reati e che assumono quale elemento centrale la sola irregolarità della presenza sul territorio. All’interno di questo quadro si collocano alcune disposizioni del Testo unico sull’immigrazione che, nel tempo, hanno contribuito a delineare un impianto repressivo particolarmente incisivo. L’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale, l’inasprimento delle sanzioni per l’inosservanza dell’ordine di allontanamento, la disciplina relativa all’uso di documenti falsi, alla mancata esibizione dei titoli di soggiorno, alla cessione di immobili a stranieri irregolari e alle ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina compongono un sistema nel quale la dimensione penale assume un ruolo centrale nella gestione del fenomeno migratorio. Ne deriva una tensione costante tra l’esigenza di tutela dell’ordine pubblico e la salvaguardia dei diritti fondamentali della persona, tensione che impone di interrogarsi sulla compatibilità di tali scelte normative con i principi costituzionali di uguaglianza, ragionevolezza, colpevolezza e proporzionalità della pena. In quale modo, dunque, può essere collocato lo straniero all’interno di questo sistema e in quale chiave va interpretata la sua posizione? Lo straniero viene spesso ricondotto alla sola figura dell’autore di un illecito, secondo una logica che attribuisce alla sua irregolarità un autonomo criterio di rilevanza penale. Tuttavia, l’esperienza dei fenomeni migratori evidenzia come la medesima persona possa trovarsi, in numerose circostanze, in una condizione di marcata vulnerabilità, esposta a forme di sfruttamento, coercizione e abuso. Da ciò deriva l’esigenza di affiancare alla prospettiva repressiva una lettura attenta alla dimensione vittimologica, capace di mettere in evidenza il duplice ruolo che lo straniero può assumere nel contesto delle migrazioni irregolari: da un lato, soggetto destinatario dell’intervento sanzionatorio penale; dall’altro, persona in condizione di vulnerabilità e, in quanto tale, meritevole di adeguata protezione. In tale quadro si collocano le questioni relative alla tratta di esseri umani, al traffico di migranti e alle forme di sfruttamento connesse ai flussi irregolari. La distinzione tra trafficking e smuggling, pur nella frequente sovrapposizione pratica, resta essenziale per comprendere la diversa natura delle condotte, il ruolo dei soggetti coinvolti e le modalità attraverso cui l’ordinamento tenta di rispondere a fenomeni che, oltre al profilo criminale, implicano condizioni di particolare esposizione al rischio e allo sfruttamento. Lo status di straniero diviene il fulcro delle dinamiche di crimmigration ed espone il soggetto a una condizione di vulnerabilità giuridica. L’analisi di tali profili consente di porre in luce il delicato intreccio tra crimmigration e victimmigration, evidenziando il passaggio da una logica centrata quasi esclusivamente sulla repressione a un approccio che dovrebbe valorizzare maggiormente la protezione della vittima e la tutela effettiva dei diritti inviolabili. In questo senso, lo straniero può trovarsi al tempo stesso oggetto di incriminazione e vittima di sfruttamento, coercizione o tratta, rendendo necessario interrogarsi sulla tenuta di un modello che, nel perseguire finalità di controllo e deterrenza, rischia di comprimere le garanzie sostanziali e di oscurare la dimensione umana dei fenomeni migratori.
Migrante climatico e diritto d’asilo
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Padova Dipartimento di Diritto Privato e Critica del Diritto Dipartimento di Diritto Pubblico, Internazionale e Comunitario Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza MIGRANTE CLIMATICO E DIRITTO D’ASILO. L’EMERSIONE DI UNA NUOVA FIGURA E IL SUO RICONOSCIMENTO, TRA DIRITTO SOVRANAZIONALE E DIRITTO INTERNO Tesi di laurea di Jacopo Cavalier (2024-2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE Il panorama globale attuale è segnato da una crisi climatica profonda e senza precedenti. Il quadro climatico risulta sempre più compromesso soprattutto a causa dell’innalzamento delle temperature che non sembra destinato ad arrestarsi. Gli studi scientifici condotti a livello internazionale, in particolare dall’IPCC 1, hanno dimostrato come nel 2016 la temperatura media superficiale della Terra sia aumentata fino a raggiungere 1.2° C in più rispetto alle misurazioni svolte dal 1850 in poi e come le previsioni attuali conducano ad ipotizzare un continuo innalzamento delle temperature. Tale riscaldamento globale condurrà, come sta già facendo, ad un aumento del fenomeno migratorio di matrice climatica. Negli ultimi anni, infatti, sono sempre più numerosi gli eventi atmosferici e climatici che colpiscono il nostro pianeta causando frequentemente danni ad intere città o ad interi territori e influendo direttamente sulla vita delle persone che vi abitano, le quali si trovano costantemente in una situazione precaria in cui risulta complesso godere di una vita dignitosa. La rilevanza dello studio della migrazione climatica, benché questa non costituisca un fenomeno nuovo ma anzi un fenomeno complesso cresciuto nel tempo a partire dal secolo scorso, è divenuta centrale in anni più recenti per l’intensificarsi degli spostamenti umani a causa dell’aumento di fenomeni climatici avversi. In tale contesto ambientale e alla luce dell’aumento della migrazione climatica, è assai scarsa la risposta da parte del legislatore. In un ambito in cui vengono in gioco i diritti fondamentali della persona, come il diritto alla vita e alla salute, la risposta normativa in termini di tutela effettiva rimane debole e spesso inefficace sia nei contenuti sia in termini di durata. Tuttavia, in tempi recenti, alcuni Stati, coinvolti più di altri nel fenomeno migratori di matrice climatica, hanno iniziato a studiare strumenti di tutela specifici per chi fugga da disastri ambientali. In questo modo, seppure per mezzo di un processo lento, sta emergendo una spinta normativa e giurisprudenziale volta al riconoscimento della figura del migrante climatico al fine di evitare che soggetti bisognosi di tutela ne rimangano totalmente privi. Il presente lavoro sarà quindi organizzato in tre capitoli. Nel capitolo I si studierà l’emersione della figura del migrante climatico nel panorama internazionale e si guarderà a due casi concreti in cui, anche per mezzo di importanti decisioni giurisprudenziali, si è aperta la strada ad una tutela specifica per i migranti climatici. Il capitolo II esaminerà le possibili forme di tutela a livello internazionale. Partendo dalla definizione di rifugiato contenuta nella Convenzione di Ginevra del 1951 si tornerà alla decisione assunta dal Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite nel caso Ioane Teitiota c. Nuova Zelanda, la quale costituisce un tassello fondamentale per il riconoscimento di una forma di tutela specifica ai migranti climatici attraverso la tutela garantita dal diritto di non refoulement. Nel capitolo III, infine, si guarderà agli strumenti esistenti a livello nazionale che potrebbero avere una diretta applicazione nel caso della migrazione climatica. L’analisi muoverà dall’esame dell’evoluzione della protezione umanitaria fino al decreto 20/2023 che costituisce l’ultima modifica operata dal Governo italiano nella materia oggetto del presente lavoro. Nel terzo capitolo si guarderà anche al diritto d’asilo costituzionale per come previsto dall’art. 10, comma terzo della Costituzione per studiarne le possibili ricadute nei confronti die migranti climatici. 1. IPCC (Intergovernment Panel on Climate Change) è una commissione intergovernativa costituita dalla Nazioni Unite con lo scopo di condurre studi scientifici specifici sul cambiamento climatico e sui suoi effetti. ↩︎
La protezione internazionale fondata su orientamento sessuale e identità di genere e il decreto legge n. 158/2024
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli studi di Bologna Dipartimento di Scienze Giuridiche Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza LA PROTEZIONE INTERNAZIONALE FONDATA SU ORIENTAMENTO SESSUALE E IDENTITÀ DI GENERE E IL DECRETO LEGGE N. 158/2024 Le presunzioni di manifesta infondatezza nelle procedure di accertamento di persecuzione dei richiedenti SOGI provenienti da paesi definiti sicuri dal governo italiano Tesi di laurea in Procedura Penale dell’Immigrazione Correlazione in Diritto Internazionale Noemi Fernandes Braghieri (2024-2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE Osservando gli accordi internazionali firmati dall’Italia in materia di protezione internazionale e nello specifico le Linee guida dell’UNHCR in riferimento ai rifugiati LGBTQIA+, si denota una forte discrepanza tra le tutele formalmente previste per questa categoria di persone e quelle effettivamente garantite. Partendo dagli strumenti del diritto internazionale, per poi analizzare le leggi e la giurisprudenza dell’Unione europea in tema di asilo e immigrazione, con un focus particolare su criminalizzazione, credibilità e discrezione; si giunge all’applicazione e disapplicazione dei Trattati e delle direttive in ambito italiano. Nello specifico si mettono a confronto il decreto legge n. 158/2024 e un caso concreto di diniego di protezione internazionale SOGI, intavolando così il discorso dell’arbitrarietà dello strumento legislativo del c.d. Paese terzo sicuro. In questa trattazione si evidenziano le attuali problematicità della materia, soffermandosi appunto su casi considerati di particolare vulnerabilità, permettendo di discutere degli imminenti cambiamenti in peius dettati dal nuovo Patto UE su migrazione e asilo.
“Essere donna” come motivo di persecuzione: la pronuncia della Corte di Giustizia dell’UE sul caso Women who are victims of domestic violence
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli studi di Firenze Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” Corso di Laurea in Scienze Politiche “ESSERE DONNA” COME MOTIVO DI PERSECUZIONE: LA PRONUNCIA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UE SUL CASO WOMEN WHO ARE VICTIMS OF DOMESTIC VIOLENCE Tesi di laurea di Lucrezia Innocenti (2024-2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE «La cultura dell’umanità non è nemmeno nei suoi puri contenuti materiali qualcosa di “asessuato”, né la sua obiettività la colloca in un al di là che prescinda dalla distinzione uomo-donna» 1 Nel 1911, Georg Simmel osservava come nessun ambito della cultura umana possa essere considerato realmente scevro da implicazioni connesse alle differenze di genere. In seguito, neIl relativo e l’assoluto nel problema dei sessi, l’autore rilevava anche che, se pure tale obiettività “asessuata” di fatto non esiste, l’esperienza maschile riesce comunque a porsi come “universalmente uman[a]” 2. Il maschile diventa dunque l’oggettivo, l’universale, l’assoluto, il paradigma generalmente valido 3. Tale constatazione, tuttora applicabile, implica che anche gli odierni rapporti sociali, economici, giuridici, siano modellati e imperniati su un invisibile paradigma maschile, sotteso a una pretesa di neutralità. La tendenza a far coincidere il maschile e l’universale non risparmia infatti la sfera del diritto, cui sovente è imputato di riprodurre le medesime relazioni di potere presenti nella società di riferimento, piuttosto che correggerle. Nel caso dei rapporti di genere, ciò si traduce nell’impossibilità di raggiungere l’eguaglianza di genere tramite la neutralità di genere, perché dietro quest’ultima spesso giacciono considerazioni formatesi intorno a una concezione androcentrica: in tal senso, “la neutralità sessuale (ma anche razziale e censitaria) del diritto occidentale contemporaneo [è] più una tautologia che una realtà” 4. Se applicato specificamente al diritto dei rifugiati, questo ragionamento si riflette in una certa difficoltà nel declinare giuridicamente l’esperienza dell’asilo al femminile 5. Ciò è testimoniato da quanto disposto nei maggiori documenti di diritto internazionale e di diritto dell’UE sulla materia, che non incorporano questioni di genere, o, se lo fanno, ciò avviene in qualità di addizione o variazione rispetto al paradigma maschile. Ne discende che, alla prova dei fatti, le donne richiedenti asilo incontrano significativi ostacoli nel riconoscimento delle persecuzioni subite, perché queste ultime spesso si presentano in modalità specifiche rispetto al genere, di cui più raramente l’uomo richiedente asilo fa esperienza – come, ad esempio, atti di violenza di genere che comprendano violenza sessuale, mutilazione genitale femminile, aborto forzato, o ancora, violenza domestica. Negli ultimi decenni, sia la disciplina normativa che la prassi giurisprudenziale in materia hanno gradualmente dimostrato una volontà di sopperire alle suddette lacune e di includere la questione di genere nella materia dell’asilo. Ciò, però, è avvenuto solo in alcuni ordinamenti nazionali e in modo frammentato, perciò un vero avanzamento in tal senso non si era mai concretizzato a livello generale o vincolante. L’atteso intervento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha avuto luogo il 16 gennaio 2024, con la sentenza relativa alla causa C-621/21 6 – sorta da una domanda di pronuncia pregiudiziale in merito alla concessione dello status di rifugiata a una donna vittima di violenza domestica, fuggita dal paese d’origine per questa ragione. Giurisprudenza europea/Guida legislativa/Papers DONNE VITTIME DI VIOLENZA DOMESTICA: LA CGUE PRECISA LE CONDIZIONI PER BENEFICIARE DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE Corte di giustizia dell’Unione europea, sentenza del 16 gennaio 2024 22 Gennaio 2024 Come menzionato, la sentenza non detiene il merito di un pionierismo assoluto. A renderla un interessante oggetto di studio e di approfondimento sono, però, due principali elementi: da un lato, il ruolo uniformatore che la giurisprudenza della CGUE assume nei confronti dei sistemi nazionali; dall’altro, il chiaro intento di estendere la protezione garantibile alle donne richiedenti asilo. La trattazione che seguirà ha l’obiettivo di comporre un adeguato quadro analitico che permetta di cogliere gli elementi di rilievo della sentenza, le sue criticità e gli aspetti innovativi che la distinguono. A tal fine, l’analisi sarà strutturata in tre capitoli. Il Capitolo I ha lo scopo di presentare il caso di specie e fornire una panoramica generale sulle fonti del diritto internazionale e del diritto dell’Unione Europea pertinenti al caso. Il Capitolo II si concentrerà invece sulla pronuncia della Corte e sulle Conclusioni dell’Avvocato Generale. Di entrambi i documenti, si considereranno separatamente i vari nuclei tematici che contraddistinguono il caso. L’esposizione delle maggiori posizioni accademiche relative alla sentenza sarà contenuta nel Capitolo III, nel quale si intende anche accennare a casi analoghi a quello in oggetto, per evidenziarne l’impatto sulla casistica successiva. 1. G. Simmel, Weibliche Kultur (1911), trad. it. a cura di Lucio Perucchi, in Cultura femminile, Mimesis, Milano, 2016, p. 23. La citazione è ripresa da E. Rigo, La vulnerabilità nella pratica del diritto d’asilo: Una categoria di genere?, in Etica & Politica, XXI, 2019, p. 343, disponibile online qui ↩︎ 2. G. Simmel, Das Relative und das Absolute im Geschlechter – Problem (1911), trad. it. in Filosofie dell’amore, Donzelli, 2001. La citazione è ripresa da E. Rigo, La straniera. Mobilità, confini e riproduzione sociale oltre lo straniero di Simmel, in Teoria Politica , 10, 2020, pp. 264-265, disponibile online su: https://journals.openedition.org/tp/1307 . ↩︎ 3. Si specifica che la scelta generale di mettere in relazione la produzione di Simmel alla questione di genere nel diritto dei rifugiati è stata ispirata da quanto sostenuto in E. Rigo, La vulnerabilità nella pratica del diritto d’asilo: Una categoria di genere?, cit., e in E. Rigo, La straniera. Mobilità, confini e riproduzione sociale oltre lo straniero di Simmel, cit. ↩︎ 4. F. Filice, Introduzione al diritto femminile, in Questione Giustizia , 4, 2022. Disponibile online qui. ↩︎ 5. E. Rigo, La straniera. Mobilità, confini e riproduzione sociale oltre lo straniero di Simmel, cit., p. 268 ↩︎ 6. Sentenza della Corte di Giustizia del 16.01.2024, Women who are victims of domestic violence (C-621/21). La sentenza è disponibile online qui ↩︎