“Fuori rotta. Indagine sul sistema di abbandono e isolamento da Trieste alla Sardegna”
Le associazioni No Name Kitchen e il Consorzio Italiano di Solidarietà
pubblicano un report 1che analizza il sistema dei trasferimenti tra Trieste e la
Sardegna e le condizioni di alcuni CAS nel territorio sardo.
Trieste, città sul confine tra Italia e Slovenia, rappresenta uno snodo centrale
lungo la cosiddetta Rotta Balcanica. Negli anni, la città è diventata uno dei
principali punti di accesso al territorio italiano per persone in movimento in
arrivo dalla rotta. La gestione degli arrivi si inserisce in un contesto
caratterizzato da cronica insufficienza dei posti in accoglienza, tempi
prolungati di registrazione delle domande di asilo in Questura e frequenti
trasferimenti verso altre regioni italiane.
Tra febbraio e settembre 2025, circa l’85% dei richiedenti asilo trasferiti dopo
l’ingresso nel sistema di accoglienza triestino è stato destinato alla Sardegna.
Tale dato sembra indicare l’esistenza di una strategia di gestione programmata e
di un canale di redistribuzione consolidato tra i due territori.
I TRASFERIMENTI TRA TRIESTE E LA SARDEGNA E LE CONDIZIONI DEL SISTEMA DI
ACCOGLIENZA SARDO
La Sardegna, chiamata “Jazeera” dai richiedenti asilo, dall’arabo “isola”, è
diventata nei mesi una delle destinazioni più temute dai richiedenti asilo. I
centri di accoglienza sardi sono infatti spesso situati in aree geograficamente
isolate, rendendo ancora più complesso l’inserimento in reti sociali,
territoriali e nel mercato lavorativo, acuendo il senso di abbandono nei
richiedenti asilo. In questo contesto, gli ospiti rimangono bloccati in
strutture periferiche in attesa del rilascio dei documenti, una procedura che
può protrarsi da alcuni mesi fino a diversi anni. I richiedenti cadono in un
limbo di attesa, subendo un processo di passivizzazione, dopo essere stati
sradicati da contesti in cui avevano iniziato a costruire una rete di supporto,
come più volte è successo a Trieste.
Le criticità del sistema di accoglienza in Sardegna sono emerse in modo
ricorrente dalle denunce delle persone trasferite, raccolte dagli operatori
presenti a Trieste. È proprio a partire da queste segnalazioni che, nell’ottobre
2025, un gruppo di ricerca composto da tre persone ha svolto una missione in
Sardegna per verificare le condizioni riportate.
Grazie alle visite di diversi CAS, alle interviste e ai focus group svolti con
richiedenti asilo accolti sull’isola, sono emerse una serie di problematiche
legate alla lentezza del rilascio dei documenti, alle condizioni dei centri, con
particolare riferimento alla tutela legale, medica e sanitaria, e alle
difficoltà di inserimento lavorativo, che spesso spingono ad accettare
condizioni di lavoro irregolari, soprattutto nel settore agricolo.
Emerge con chiarezza un meccanismo di redistribuzione dei richiedenti asilo
tanto semplice quanto efficace. A fronte degli obblighi internazionali di
accoglienza, dai quali lo Stato non può sottrarsi, viene istituzionalizzato un
sistema di trasferimenti e ricollocazioni che, pur garantendo formalmente
l’accesso all’accoglienza, produce spesso effetti di marginalizzazione sulle
persone coinvolte. L’allontanamento dai luoghi di arrivo e dalle reti sociali
costruite durante il percorso migratorio interrompe in alcuni casi percorsi di
inserimento già avviati. In molti casi, questi trasferimenti finiscono per
incentivare l’abbandono dei centri di accoglienza o spingono a vivere in
condizioni non accettabili, alimentando precarietà, vulnerabilità e, talvolta,
irregolarità.
FUORI ROTTA: LA MARGINALIZZAZIONE DEI RICHIEDENTI ASILO
> Qui abbiamo pensato di diventare pazzi.
Con questa frase il team di ricerca è stato accolto da un ragazzo trasferito da
Trieste in un campo di accoglienza sardo, isolato nella campagna. Ciò che emerge
con forza è il profondo senso di abbandono e stallo vissuto quotidianamente dai
richiedenti asilo. Il report evidenzia con chiarezza la volontà di
marginalizzare persone in movimento e richiedenti asilo. Sradicare le persone
dai contesti e collocarle ai margini del territorio nazionale provoca spesso
un’ulteriore precarizzazione delle condizioni di vita degli accolti. Esistono
eccezioni, ma la realtà del sistema di accoglienza porta a un’oggettificazione e
a una disumanizzazione del richiedente asilo.
“Makes you also wonder about the welcoming system or reception system. Are they
really just about beds or are they actually welcoming people? Not turning them
into numbers and keeping them away in camps far far away from cities, making
them numbers even literally when you have to sign in and out with a number not
even with your name”.
Queste le parole che dovremmo tutti tenere a mente, pronunciate da un attivista
di No Name Kitchen un anno fa, in occasione di una giornata organizzata per
ricordare lo sgombero del Silos avvenuto a Trieste il 21 giugno 2024.
Notizie/A proposito di Accoglienza
TRIESTE. UN CONTRO-EVENTO ARTISTICO E POLITICO RIACCENDE LA MEMORIA DEL SILOS
Spazio pubblico, arte e memoria si intrecciano per contrastare l'oblio e
riaffermare diritti negati
Arianna Locatelli
8 Agosto 2025
Quando si parla di viaggi migratori, si evocano di solito le frontiere
balcaniche, il Mar Mediterraneo, le violenze delle polizie di frontiera, il gelo
delle foreste o il caldo torrido del deserto. Eppure, sappiamo bene che il
viaggio non finisce una volta messo piede sul territorio italiano, francese o
tedesco. Perché a quel punto si apre una seconda fase: lo scontro quotidiano con
un sistema d’asilo respingente, con la minaccia costante del Regolamento
Dublino, con le frontiere interne alla società, con una lingua sconosciuta, con
un sistema di accoglienza che riduce l’individualità alla collettività,
trasformando le persone in numeri.
A molti, essere trasferiti in Sardegna potrà non sembrare la cosa peggiore che
possa accadere lungo una rotta migratoria. Ma attraversando l’entroterra sardo,
visitando centri raggiungibili solo percorrendo stradine sterrate, si
comprendono le parole di A., che guardandoci ha detto: «Qui abbiamo pensato di
diventare pazzi».
Il sistema di accoglienza non dovrebbe limitarsi a fornire un posto letto.
Dovrebbe costruire percorsi di inserimento territoriale, garantire rispetto del
singolo, tutelare le fragilità. Dovrebbe radicare, non isolare; costruire, non
distruggere sistematicamente le reti sociali che le persone in movimento cercano
di creare con fatica. Non si può pensare che fornire un letto sia l’obiettivo
ultimo. Perché la disumanità inizia nel momento in cui non si riconoscono più le
persone che si hanno davanti come tali, ma come numeri, spostati di centro in
centro, abbandonati in un CAS isolato, lontano da tutto e da tutti.
Anche alla luce dei recenti avvenimenti, occorre aprire una riflessione sul
sistema di accoglienza italiano, facendo emergere le responsabilità
istituzionali di un sistema che rende estremamente difficile il percorso di
regolarizzazione dei richiedenti.
1. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎