Legge antimaranza: ulteriore passo del processo di militarizzazione della societàCriminalizzazione dei giovani; securitarismo fuori controllo; certezza della
pena con tanto di imputabilità penale per i minorenni al fine di arrestare i
reati commessi da chi non ha ancora raggiunto la maggiore età. Queste
affermazioni sono quelle ricorrenti nei commenti al disegno di legge definito
“antimaranza”, se preferiamo misure e strumenti atti a prevenire e contrastare
la criminalità giovanile soprattutto nei luoghi della movida o nelle stazioni.
In fondo non solo l’impianto legislativo, ma anche la campagna mediatica non si
discosta molto da quanto avvenuto con i primi pacchetti sicurezza, la differenza
è che allora erano presi di mira i senza fissa dimora (e per questo le panchine
o le fontanelle pubbliche sono divenute una rarità rendendo meno accoglienti i
centri storici piegati ormai alle logiche del commercio e della movida), oggi
l’allarme sociale suona, con la puntualità di un orologio di alta precisione,
contro le giovani generazioni protagoniste delle proteste contro il genocidio
palestinese.
Prima di addentrarci in ulteriori riflessioni dovremmo sgomberare il campo da
alcuni equivoci: esiste un pericolo sociale derivante dai giovani? Oppure hanno
fallito le politiche di inclusione, le carenze del nostro welfare sono tali da
non comprendere la necessità di accrescere le risorse allo stato sociale con dei
progetti rivolti anche ai giovani, con scuole aperte e un approccio meno incline
alla burocrazia? Siamo certi che quanto accade oggi in Italia è stato già
vissuto in altri paesi europei con la differenza che in certe nazioni la
risposta non è stata quella securitaria che affida alla revisione del codice
penale la soluzione di ogni problema.
E ancora una volta i decreti vanno a rafforzare il potere delle forze
dell’ordine. Inutile girarci attorno, forte è la tentazione di deviare
l’attenzione mediatica verso le violenze diffuse contro le forze dell’ordine
giustificando poi, in nome dell’ordine pubblico, il potenziamento dei poteri
delle stesse.
Si respira da tempo un’aria da caserma; si arriva a ipotizzare il divieto di
aggregazione disposto dal questore nei di gruppi di giovani frettolosamente
ribattezzati baby gang; l’assembramento viene vietato in presenza di cinque o
più persone: sembra ricordare il divieto di assemblamento di epoca fascista. Si
ricorre perfino al fermo preventivo con la stessa logica della repressione
preventiva che colpisce sistematicamente il nemico di turno.
Se esistessero fenomeni di devianza giovanile, essi andrebbero prima compresi e
studiati, cercando di capire se gli interventi sociali, pedagogici, educativi e
scolastici possano essere letteralmente bypassati, come avviene da tempo, da una
mera azione repressiva.
E ancora una volta il ruolo della stampa diventa fondamentale per far approvare
certe leggi alimentando ad arte la paura, il pericolo sociale e la emergenza di
provvedimenti eccezionali. Anche in questo caso lo stesso copione che ha portato
ad approvare le norme contro i rave e soprattutto le disposizioni intraprese
contro i movimenti sociali e sindacali.
Del resto, certezza della pena e fine della impunità, anche in questo caso, sono
pratiche manipolatorie di massa, se pensiamo alla composizione sociale dei
carcerati: nella maggioranza dei casi certi reati finiscono con misure
alternative alla pena, reati diversi e penalmente meno rilevanti si traducono in
lunghe pene detentive. E in molti casi parlare di giustizia di classe non è un
retaggio ideologico del passato.
Un altro aspetto saliente delle manovre securitarie governative è affidato alle
sanzioni pecuniarie in via di sperimentazione contro i movimenti protagonisti
delle lotte di un anno fa. Stanno arrivando multe, decreti penali di condanne e
sanzioni per cifre astronomiche. La richiesta esosa di danni ha lo stesso
significato delle richieste di risarcimento avanzate contro giornalisti scomode.
Le querele temerarie si vanno allargando allo spettro delle sanzioni penali di
condanna.
Il provvedimento aumenta innumerevoli sanzioni, ma ci restituisce anche
un’ulteriore norma, cioè l’onere della prova è sempre a carico dell’accusato, la
cui colpevolezza segna l’inizio dell’azione penale. Un autentico rovesciamento
delle norme di diritto per rafforzare il potere accusatorio e securitario
dell’azione penale.
Il ddl poi va nella direzione auspicata dei grandi fautori della proprietà
privata da difendere ad ogni costo. Il risarcimento dalla vittima che si è
difesa nei casi previsti dalla legge è un autentico regalo alla giustizia da far
west e a tale scopo mira la campagna intrapresa a destra per la grazia a Mario
Roggero: «Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è
minorenne», questo il commento della Presidenza del Consiglio che invoca uno
Stato giusto attento a modificare norme che non funzionano.
Non si tratta di saggezza governativa, ma di retorica di uno smemorato pater
familias, avvezzo a non occuparsi minimamente dei propri familiari, ma
autonominatosi loro protettore. Ci sono decine di norme da cambiare, ma il fatto
che si inizi, e si finisca, sempre con quelle penali dimostra il vero intento di
questo Governo ossia trasformare ogni devianza, ogni problema sociale in
questione di ordine pubblico, costruire quella società della sorveglianza che si
nasconde dietro a norme penali discutibili per lo stesso diritto borghese,
capaci di ignorare i problemi reali che affliggono il Paese.
Certe trasmissioni radio o televisive, dove i luoghi di comuni diventano
indicazioni precise alla iniziativa legislativa, sono lo specchio di un’epoca
nella quale ogni problematica sociale, che imporrebbe anche una spesa pubblica
maggiore, viene silenziata per favorire al meglio la risposta penale.
In tempi nei quali l’economia di guerra imperversa, anche certe logiche
securitarie rientrano nella cultura del dominio e del controllo. Queste
dinamiche repressive hanno molto a che vedere con la cultura militarista che non
si manifesta solo quando devono giustificare l’aumento delle spese militari, ma
per ricostruire un modello sociale dove il dissenso diventa oggetto di morbosa
attenzione del codice penale, un modello sociale che ha bisogno di costruire
degli scenari di paura per giustificare poteri maggiori alle forze dell’ordine e
autentiche contrazioni degli spazi di libertà e di democrazia
Chiudiamo con alcune considerazioni minori, ma degne di note: gli Enti locali da
anni subiscono l’erosione degli organici e il comparto ha perso quasi 50mila
unità. Ebbene, invece di porre fine a una disparità di trattamento tra i
comparti pubblici, in termini economici e non solo; invece di allentare le norme
in materia di assunzione e di spesa di personale, si parla di aumento della
spesa per la videosorveglianza e nuove assunzioni della Polizia Municipale le
cui funzioni, a rigor di logica, sono molteplici e assai poco orientate verso
l’ordine pubblico.
Trasformare gli agenti locali in pretoriani delle ordinanze dei Sindaci è un
pericolo oggettivo. Aggiungiamo poi il fascino esercitato dalla società USA o
israeliana con civili armati fino ai denti, siamo certi che questa suggestione
presto alimenterà nuovi interventi legislativi, nel frattempo le forze
dell’ordine sono autorizzate a portare le armi anche fuori servizio, della serie
non esiste distinzione tra attività lavorativa e tempo libero, si è sempre in
servizio contro i pericoli della malavita che assedia le nostre città. Tradotto
in altri termini, un popolo non in armi per difendere la propria libertà e
autodeterminazione, ma un processo di militarizzazione destinato ad auto
alimentarsi nei prossimi mesi.
Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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