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La nave Aurora sequestrata illegalmente a Lampedusa
La piattaforma Didon Nessuna autorità europea aveva raccolto il segnale di soccorso delle 44 persone rimaste bloccate sulla piattaforma petrolifera abbandonata Didon, nel Mediterraneo centrale. Avevano messo in conto altre morti, oppure erano rimaste in attesa che il “lavoro sporco” fosse compiuto dalle autorità libiche. I naufraghi partiti dalla Libia attendevano da giorni, ma la nave Aurora di Sea-Watch il 3 aprile è arrivata in tempo: prima della morte e prima della cattura illegale e dell’inesorabile ritorno nei centri di detenzione libici. Ma nel tempo in cui viviamo – quello della propaganda del governo Meloni – ciò che dovrebbe essere considerato obbligatorio perché sancito dal diritto internazionale si trasforma in affronto. Ad aspettare l’Aurora a Lampedusa non c’era nessun riconoscimento: c’erano le autorità italiane, pronte a sequestrare la nave nel porto. 45 giorni di fermo e una multa da 7.500 euro motivati dalla violazione della cosiddetta legge Piantedosi e il rifiuto dell’organizzazione di comunicare con le autorità marittime libiche. Un rifiuto tutt’altro che arbitrario. Un recente rapporto delle Nazioni Unite 1 , sottolinea la Justice Fleet, ha confermato che la guardia costiera libica fa parte di un sistema strutturato di sparizioni forzate, violenze sessuali e torture ai danni di chi cerca protezione, inclusi i minori. Un sistema reso possibile anche dalla complicità di attori europei come Frontex. Nelle scorse settimane, Sea-Watch ha presentato una denuncia penale contro la stessa guardia costiera libica, dopo che lo scorso anno la propria nave Sea-Watch 5 era stata presa a colpi di arma da fuoco. Nel frattempo, nel Mediterraneo centrale le politiche europee continuano a mietere vittime. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dall’inizio del 2026 oltre 770 persone hanno perso la vita solo su questa rotta. E’ il dato più alto degli ultimi dieci anni e solo dal 27 marzo si presume che più di 180 persone siano morte o disperse, proprio mentre alcune delle navi più attrezzate della flotta civile erano, e restano, bloccate nei porti italiani. Quello dell’Aurora è il quinto sequestro inflitto a una nave dell’alleanza dal dicembre 2025, per un totale di 150 giorni di operatività sottratta al soccorso in mare. La Humanity 1 era rimasta ferma 60 giorni a partire dal 13 febbraio; la Sea-Watch 5 è stata bloccata a fine marzo. E questo avviene nonostante le numerose sentenze dei tribunali italiani che definisco illegali i sequestri e le multe. Guida legislativa/In mare GEO BARENTS E SEA-EYE 5: ALTRE DUE VITTORIE CONTRO IL DECRETO PIANTEDOSI E L’ILLEGITTIMITÀ DELLE SANZIONI I tribunali di Salerno e Ragusa mettono in luce l'ostruzionismo sistematico delle autorità italiane Redazione 31 Marzo 2026 «Denunciamo con forza la strategia di escalation sconsiderata e letale del governo italiano contro le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso», ha dichiarato Wasil Schauseil, portavoce dell’alleanza. «Con la Sea-Watch 5 e ora l’Aurora, due navi ben equipaggiate sono state illegittimamente bloccate in Italia, mentre le persone muoiono a causa delle politiche europee di deliberata negligenza». La Justice Fleet, che è composta da 13 tredici organizzazioni di ricerca e soccorso, non si fa intimidire e proseguirà a non collaborare con nessuna autorità libica. Una posizione che ha già trovato diverse volte riscontro in sede giudiziaria: la magistratura ha più volte ribadito il ruolo salvavita del soccorso civile in mare, chiarendo che la guardia costiera libica e il relativo Centro di coordinamento marittimo non possono essere considerati attori legittimi e che seguire le loro istruzioni costituisce una violazione del diritto internazionale. 1. UNSMIL and OHCHR joint report on human rights violations and abuses against migrants, asylum-seekers and refugees in Libya ↩︎
La strage di Pasqua e la criminalizzazione della solidarietà
Mentre la maggior parte dell’Italia era seduta a tavola per le feste, nel Mediterraneo si compiva l’ennesima strage. I fatti sono ormai tristemente noti: un’imbarcazione partita dalla Libia con 110 persone a bordo si è capovolta e solo 32 persone sono risultate sopravvissute, recuperate da due mercantili di passaggio e trasferite a Lampedusa in stato di forte choc. I corpi ritrovati sono due, mentre 71 persone risultano disperse in mare. > We are horrified. Over Easter weekend, about 71 people likely drowned in the > Mediterranean. Yesterday, our aircraft Seabird 2 spotted an overturned wooden > boat: ~15 people clinging desperately to the hull, others in the water, and > some lifeless bodies. > > 📽️ Fabian Melber https://t.co/dl4dtjNFoL pic.twitter.com/yDOBFxyUPd > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 5, 2026 Secondo il velivolo Seabird 2 di Sea-Watch che è giunto sul posto e le successive testimonianze raccolte dai soccorritori, i naufraghi sono rimasti in acqua per ore aggrappati ai relitti dell’imbarcazione prima di essere avvistati e recuperati dai mercantili. Il naufragio di Pasqua arriva dopo quello che pochi giorni fa avevamo già definito un bollettino di guerra. Notizie/In mare UN’ALTRA ECATOMBE NEL MEDITERRANEO: QUANDO SMETTEREMO DI UCCIDERE? La denuncia delle organizzazioni solidali: «Non sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate» Redazione 2 Aprile 2026 Solo dall’inizio del 2026, secondo i dati dell’OIM (Missing Migrants Project) – certamente sottostimati, perché non tengono conto dei “naufragi fantasma” – almeno 990 persone hanno perso la vita lungo le rotte migratorie del Mediterraneo. L’associazione Mem.med – Memoria Mediterranea definisce quella di Pasqua una «strage politica nel Mediterraneo centrale», scrivendo che «non c’è alcuna redenzione, non esiste resurrezione quando in mare la crocifissione è una scelta politica di omissione», e chiede che vengano attivate immediatamente le ricerche delle persone disperse e il recupero dei corpi. Mediterranea Saving Humans attacca il governo: «Il fallimento delle politiche governative, purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni». Non è un caso che a salvare quelle 32 persone siano stati dei mercantili privati, e non una nave della Guardia Costiera o un equipaggio legato a operazioni europee di ricerca e soccorso. Per gli Stati membri dell’UE, a seconda della loro posizione geografica, il Mediterraneo è diventato uno spazio inesistente o tutt’al più scomodo, in ogni caso qualcosa di cui non occuparsi, delegando il lavoro sporco alle guardie costiere libiche e tunisine.  Per il governo Meloni, che continua a sostenere fantomatici blocchi navali, il Mediterraneo è tante cose insieme: da strumento di propaganda a palcoscenico elettorale, fino a moneta di scambio, come dimostra il caso Almasri, il trafficante e criminale libico rilasciato e riportato in Libia con un volo di Stato, squallida vicenda che è costata all’Italia il deferimento alla Corte Penale Internazionale. Ma soprattutto il Mediterraneo è lo spazio in cui le morti non esistono, o se avvengono sono colpa dei trafficanti, e dove fermare le navi di soccorso civile è l’unica priorità politica. Il 7 aprile, la nave Aurora di Sea-Watch è stata sequestrata dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. La colpa? Aver soccorso 44 persone rimaste intrappolate per cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata nel Mediterraneo centrale. Alarm Phone aveva segnalato la presenza dei naufraghi già il 1° aprile. Nessuno Stato europeo era intervenuto. La nave Aurora era salpata il 3 aprile, aveva portato tutti in salvo e attraccato a Lampedusa il mattino del 4. > They are safe. The 44 people who took refuge on the Didon platform five days > ago, abandoned by European authorities, are now aboard our ship, the Aurora, > sailing north. Among them: women and children. pic.twitter.com/cwkJ8FWADq > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 3, 2026 Risultato: nave sequestrata e multa tra i 2.000 e i 10.000 euro, in applicazione del cosiddetto Decreto Piantedosi, con la motivazione di non aver informato le autorità libiche delle operazioni di soccorso. E’ la seconda nave di Sea-Watch bloccata nel giro di pochi giorni: la Sea-Watch 5 era stata fermata appena una settimana prima. Notizie/In mare SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi Redazione 1 Aprile 2026 «Mentre centinaia di persone annegano nel Mediterraneo, l’Italia blocca le navi che potrebbero salvarle. 44 persone erano bloccate su una piattaforma petrolifera per cinque giorni e nessuno Stato europeo è venuto ad aiutarle. Chiunque criminalizzi il soccorso sta consapevolmente scegliendo la morte al posto delle vite umane», commenta Giulia Messmer, portavoce di Sea-Watch. L’unica notizia positiva di questi giorni è che il Decreto Piantedosi sul quale si regge l’intera strategia del governo italiano di contrasto al soccorso civile continua a essere smontato pezzo per pezzo dai tribunali italiani. L’ultimo colpo è arrivato il 3 aprile 2026, quando il Tribunale di Trapani ha annullato le sanzioni inflitte a Mediterranea per il soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio il 16 ottobre 2023. Sia il fermo amministrativo di venti giorni e sia la multa di oltre 3.000 euro sono stati dichiarati illegittimi. Il Ministero dell’Interno è stato condannato anche al pagamento delle spese legali. In quella circostanza, la Mare Jonio aveva soccorso 69 persone, in gran parte famiglie sudanesi, donne, bambini e un neonato, da un gommone con il motore in avaria, i tubolari sgonfi e una persona già in acqua. Il governo aveva sanzionato la nave perché non si era sottoposta al «coordinamento delle autorità libiche». Il Tribunale ha risposto che quella richiesta era illegittima, poiché la Libia «non soddisfa i criteri per essere designata come luogo sicuro», dato che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 ed è teatro di «detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti». Non è la prima volta e non è nemmeno la seconda. Mediterranea conta già tre sentenze favorevoli sulla sola nave Mare Jonio, con altri due procedimenti ancora aperti. Altre organizzazione del soccorso civile possono vantare una serie di vittorie contro altrettanti fermi e sanzioni illegittime. È una magra consolazione, perché nessuna sentenza restituisce nulla a chi è già annegato, e nessun risarcimento delle spese legali vale una vita. Piantedosi dovrebbe quantomeno dimettersi. Non solo per una questione politica, ma per una questione di decenza.
Un’altra ecatombe nel Mediterraneo: quando smetteremo di uccidere?
È un bollettino di guerra quello che quotidianamente viene aggiornato dalle Ong che monitorano le rotte migratorie, raccolgono segnali SOS e operano nel soccorso civile – quando non vengono ostacolate, con le modalità più diverse, dalle autorità degli Stati europei affacciati sul Mediterraneo o dalle guardie costiere dei paesi terzi a cui è affidato il “lavoro sporco” dei respingimenti.  Solo il 1° aprile 2026, almeno tre naufragi in altrettante rotte diverse hanno prodotto un bilancio ancora provvisorio che supera le cinquanta vittime. E si leva, ancora una volta, la denuncia corale delle organizzazioni solidali: «Non sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate». Un’altra giornata terribile che Alarm Phone sintetizza con una domanda rivolta all’Unione europea, ma che in realtà ci interroga tutti: «Fino a quando dovremo assistere a queste atrocità alle frontiere dell’UE?». La prima tragedia della giornata si è consumata nelle acque SAR libiche, circa 85 miglia a sud di Lampedusa e viene ricostruita dall’Ansa: un gommone partito da Abu Kammash, in Libia, con circa 80 persone a bordo era alla deriva nei pressi della piattaforma petrolifera di Bouri. L’imbarcazione era stata avvistata il giorno precedente da un aereo italiano delle capitanerie di porto, che aveva immediatamente trasmesso l’allarme alle autorità libiche, tunisine e maltesi. La risposta era stata univoca: nessuno poteva intervenire. Così, solo il mattino seguente, è salpata da Lampedusa la motovedetta Cp 306. Quando i militari hanno raggiunto il natante – riporta l’agenzia di stampa – si sono trovati di fronte a 19 corpi senza vita, tra cui quello di una donna, mescolati ai superstiti semi-incoscienti e tremanti per il freddo. I 58 sopravvissuti – tra cui 16 donne e 7 minori, di cui 4 non accompagnati – sono stati sbarcati al molo Favaloro. Sette sono stati ricoverati al poliambulatorio dell’isola in stato di ipotermia e intossicazione da fumi di idrocarburi; due, in gravissime condizioni, sono stati trasferiti in ospedali palermitani. Tre persone risultano ancora disperse. Un bambino, invece, di circa un anno è stato salvato ma la madre del piccolo sarebbe l’unica vittima donna recuperata. Le autorità, con l’aiuto di mediatori culturali e personale della Croce Rossa, stanno cercando di confermarne l’identità. Non si era ancora concluso il soccorso al largo di Lampedusa quando Alarm Phone segnalava una seconda emergenza nel Mediterraneo centrale. Alle 11:50 del mattino, l’organizzazione aveva allertato le autorità competenti riguardo a un’imbarcazione con 75 persone a bordo. Quando i soccorsi sono finalmente arrivati, era già troppo tardi per otto di loro, morti prima dell’intervento. Altre undici persone hanno perso la vita prima di raggiungere la terraferma, portando il bilancio di questo solo naufragio a 19 vittime. Alcuni sopravvissuti versano tuttora in condizioni critiche. Il terzo scenario si è consumato al largo di Bodrum, nel sud-ovest della Turchia. Secondo quanto riportato da Alarm Phone e confermato da fonti greche, un’imbarcazione con circa 40 persone a bordo tra cui bambini è affondata in seguito a un inseguimento ad alta velocità da parte della Guardia Costiera turca. Il bilancio provvisorio parla di altre 18 vittime e diversi dispersi; solo 21 le persone tratte in salvo.  Alarm Phone sottolinea come il caso presenti inquietanti analogie con un incidente simile avvenuto al largo di Chio a inizio febbraio, quando un inseguimento della Guardia Costiera ellenica provocò un naufragio costato la vita a 15 persone. «Questi episodi non mostrano solo somiglianze – precisa l’organizzazione– ma rivelano una campagna strategica e violenta contro le persone in movimento, sostenuta e incoraggiata dai politici europei». Notizie/In mare GRECIA. L’ENNESIMA STRAGE: 22 PERSONE MUOIONO DOPO SEI GIORNI IN MARE Criminalizzare chi sopravvive e chi denuncia per coprire le responsabilità del sistema Redazione 30 Marzo 2026 A rendere il quadro ancora più drammatico, Alarm Phone segnala anche la scomparsa di un’imbarcazione con 43 persone partita da Zuwarah, in Libia, il 23 marzo. Le autorità italiane dichiarano di non averne alcuna traccia. «Data la totale mancanza di informazioni temiamo l’ennesimo naufragio invisibile», scrive l’organizzazione.  LE ACCUSE DELLE ONG: «NON SONO TRAGEDIE, SONO SCELTE POLITICHE» Davanti alla costante perdita di vite umane, le organizzazioni solidali presenti sul campo rifiutano la retorica dell’inevitabilità. Sea Watch parla di «ecatombe nel Mediterraneo nel silenzio della politica» e denuncia che almeno 104 persone sono morte negli ultimi tre giorni solo nel Mediterraneo centrale. L’organizzazione sottolinea come molte di loro avrebbero potuto essere salvate con un maggiore e più adeguato dispiegamento di forze nei soccorsi, «al posto di politiche repressive e disumane di abbandono e respingimento in mare e contro il soccorso civile». Notizie/In mare SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi Redazione 1 Aprile 2026 Sea Watch chiede una missione di soccorso dedicata e il ripristino della collaborazione tra autorità e navi civili, che la politica ha interrotto «inventandosi leggi persecutorie per bloccare le ONG e tenerle lontano da dove ci sarebbe bisogno di loro». Ricordando la strage durante il ciclone Harry definisce quella di questi giorni «l’ennesima catastrofe», e attacca il governo che «parla di migranti solo per festeggiare un calo degli sbarchi o l’applicazione di norme sempre più disumane». Le condizioni meteo restano pessime, avverte l’organizzazione, e il bilancio potrebbe essere ancora più grave di quanto si immagini. Mediterranea Saving Humans era a Lampedusa con la barca a vela Safira nel momento dello sbarco. La capomissione Sheila Melosu ha testimoniato in diretta l’arrivo dei corpi e dei superstiti, definendo quanto accaduto «l’ennesima strage evitabile». Il comunicato dell’organizzazione afferma che queste morti sono la conseguenza diretta delle politiche italiane ed europee orientate ai respingimenti, alle deportazioni e al finanziamento di milizie come quelle libiche. «Quelli che non muoiono in mare, muoiono di torture o deportazioni in Libia e Tunisia. È questa la realtà tremenda, inaccettabile, e dipende dalle scelte politiche di chi governa, non dal mare». Finché non saranno aperti canali umanitari sicuri e legali, conclude Mediterranea, le persone continueranno a imbarcarsi in qualsiasi condizione pur di fuggire. Per tutte loro, l’organizzazione chiede accoglienza dignitosa, riconoscimento e giustizia. Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope a Lampedusa, usa parole simili: «Queste non sono tragedie, ma il risultato delle politiche di respingimento europee. Chiediamo vie di accesso sicure e legali per entrare in Europa».
Sea-Watch 5 fermata per 20 giorni
La nave di soccorso Sea-Watch 5 è stata fermata lunedì 30 marzo dalle autorità italiane per 20 giorni dopo aver rifiutato di comunicare con il Centro di coordinamento marittimo libico, che opera sotto il comando della cosiddetta Guardia Costiera libica. Ad annunciarlo è la stessa ONG, insieme all’alleanza Justice Fleet, che denuncia come il fermo della nave rappresenti il quarto provvedimento di questo tipo nei confronti di una imbarcazione dell’alleanza dal dicembre 2025. Da allora, le autorità italiane hanno imposto fermi alle navi dell’alleanza per un totale di 115 giorni, con una significativa riduzione delle capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale. Il provvedimento è giunto a seguito dell’ultima missione della Sea-Watch 5: nel corso di due operazioni, la nave aveva soccorso 93 persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Le autorità italiane avevano quindi assegnato come porto di sbarco Marina di Carrara, in Toscana, a oltre 1.100 chilometri di distanza. L’equipaggio aveva però deciso di attraccare il 18 marzo nel porto di Trapani, disattendendo le disposizioni ricevute. Inizialmente alla nave era stato impedito di entrare in porto, l’equipaggio aveva dichiarato il 15 marzo lo stato di necessità per garantire cure mediche urgenti alle persone soccorse. Notizie/In mare SEA WATCH 5 APPRODA A TRAPANI PER EMERGENZA SANITARIA CON A BORDO 57 PERSONE La navigazione verso la Toscana era un rischio inaccettabile Redazione 18 Marzo 2026 «La decisione di entrare nel porto più vicino di Trapani – ha scritto Sea-Watch – è stata un atto di disobbedienza contro ordini illegittimi da parte dell’Italia che mettevano in pericolo delle vite e un passo necessario per difendere i diritti fondamentali dei sopravvissuti ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto alla vita e alla protezione da trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Ph: Maria Giorgi – Sea Watch «Fermare le navi di soccorso per aver rifiutato di cooperare con soggetti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani non è applicare la legge, ma è ostruzionismo motivato politicamente”, ha affermato Wasil Schauseil, portavoce della Justice Fleet. «Assegnando porti lontani e ritardando l’accesso a un porto sicuro, le autorità italiane stanno deliberatamente minando la protezione della vita in mare. Per noi della Justice Fleet, difendere i diritti umani in mare non è facoltativo: è un obbligo legale e morale. Continueremo ad agire di conseguenza». Nonostante le crescenti pressioni, la Justice Fleet rimane impegnata nella difesa dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale. Numerose sentenze dei tribunali italiani hanno del resto ripetutamente confermato l’illegittimità dei fermi imposti alle navi delle ONG, stabilendo che non è possibile esigere il coordinamento con le autorità libiche, alla luce delle ben documentate violazioni dei diritti umani commesse in quel contesto. Proprio nelle ultime settimane, i tribunali di Salerno e Ragusa hanno dato ragione alla Geo Barents e alla Sea-Eye 4, evidenziando l’illegittimità delle sanzioni previste dal decreto Piantedosi e l’ostruzionismo sistematico messo in atto dalle autorità italiane. La lista delle decisioni favorevoli continua ad aumentare e le organizzazioni già annunciano che continueranno a contestare queste misure in sede giudiziaria.