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«C’è di mezzo il mare»
Il 1° ottobre 2021 la polizia libica conduce violente retate a Gargaresh, quartiere di Tripoli, arrestando oltre 5.000 persone migranti poi rinchiuse nei centri di detenzione, luoghi di violazione sistematica dei diritti umani. Dai 100 giorni di protesta che seguono, nasce il movimento di Refugees in Libya. Nel loro manifesto due richieste spiccano dal punto di vista italiano ed europeo: abolire i finanziamenti alla Guardia costiera libica e chiudere i centri di detenzione, entrambi sostenuti da Italia e Unione Europea. La prefazione del libro di Eva Castelletti, di Temperatura Edizioni, ci immerge immediatamente nella drammatica realtà delle persone migranti in Libia, un paese dove la violenza e l’ingiustizia sembrano non avere fine. Attraverso la narrazione delle retate di Gargaresh e il nascere del movimento di Refugees in Libya, l’autrice ci invita a riflettere su un sistema che perpetua violazioni sistematiche dei diritti umani, sostenuto da accordi tra Italia e Unione Europea che ignorano le grida di aiuto di migliaia di persone. Con uno sguardo critico e appassionato, Eva Castelletti ci guida attraverso le contraddizioni di un’Europa che, pur di esternalizzare le proprie frontiere, calpesta i principi fondamentali della dignità umana. “C’è di mezzo il mare” non è solo un libro, ma un manifesto di denuncia e resistenza, un appello a non voltarsi dall’altra parte. “Non possiamo permettere che i diritti inviolabili dell’uomo, come sancito dalla nostra Costituzione, vengano dimenticati. È tempo di ascoltare e agire“, ci sprona l’autrice.
Genocidi invisibili alle frontiere d’Europa
Nella prefazione di Jason W. Moore a «Libertà di Movimento» di Gennaro Avallone 1, edito da DeriveApprodi, 2026, si legge “ogni nuova fase dell’imperialismo inventa nuovi modi per condurre genocidi“. Nell’introduzione, Gennaro Avallone, professore associato di sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università degli studi di Salerno, dichiara l’intento esplicito del volume, ossia, confrontarsi con uno ‘spazio euristico‘, costituito di margini e punti di osservazione mobili e complessi (Sassen. 2007), adottando il punto di vista delle persone che migrano e guardando alle migrazioni attraverso la lente della brutalità e della tortura. All’evidenza che la libertà di movimento dipenda dal luogo in cui si nasce e che la mobilità transnazionale per la superclasse non rappresenti un fatto di vita o di morte, filo rosso che lega introduzione, prefazione ed interviste è, non solo, la restituzione del confine – nella fase apocalittica del capitalismo – come ‘terreno di prova del nostro attuale ordine economico’, altresì, la sua flessibilità nel coniugarsi a ‘processi di controllo che attaccano le libertà umane fondamentali e la sopravvivenza individuale o collettiva attraverso cui si realizzano piccole guerre e genocidi invisibili’ (Scheper-Hughes, Bourgois, 2003). Il sud migra. Gruppi di immigrati rispondono a deprivazioni, di risorse e d’economie; rappresentano l’inferenza delle grandi società di petrolio e multinazionali, volte al capitalismo selvaggio che, visibilmente ‘separano chi comanda le risorse planetarie da chi è schiacciato dal peso dei disastri climatici‘ (p.10); altri conseguono a oppressioni e soppressione politiche che continuano ad espellere dall’Africa e dall’Asia; altri sono terrorizzati da guerre e persecuzioni e torture; decimati da invasioni e colonizzazioni: tutti, in fondo, ‘una classe lavoratrice senza patria‘ (p.6), un equipaggio eterogeneo 2 che vive la forme fondamentali della violenza sovrana – espropriazione, sfruttamento, disciplina e punizione – in una ‘crisi unica‘, quella dell’ecologia-mondo capitalista (p.6) che contrappone una classe operaia globale ad una predatrice (p.13). Qui, il confine che ci separa dalla ‘popolazione colpita dal disastro‘, dalla ‘popolazione sfollata’ o dalla ‘popolazione di rifugiati’ è la frontiera tra First World eThird World in quanto ‘confine del capitale‘, su cui si adoperano strategie di welfare e strategie di warfare vicendevolmente. Nella scomposta frattura di ordine neocoloniale che calcifica la dipendenza del Terzo Mondo, libertà di movimento vuol dire fare i conti con i pericoli del transito, con le tecnologie schierate, con le frontiere munite per combattere una ‘guerra di classe razzializzata‘ (p.10). Eppure, per uomini, donne e bambini, giovani e meno giovani, per la gente comune, la classe operaia, una ‘necessità estrema’, quella di muoversi, allorquando, per Soumaila Diawara: ‘chi parte non lo fa per lusso‘ (p. 118). A rendere ragione del ‘terrorismo di routine’ esercitato sulle persone in movimento, le testimonianze di attiviste ed attivisti impegnati, a vario titolo, nel monitoraggio delle frontiere e delle violenze esponenziali ad esse collegate – dentro e fuori il Mediterraneo – da cui emerge univocamente un progetto di ordine imperialista-coloniale ‘caratterizzato da relazioni e istituzioni giuridiche, politiche ed economiche la cui logica perpetua strutturalmente il vantaggio neocoloniale’ (Achiume, 2019). DAL CONTINUUM SICUREZZA … La mobilità assume articolazioni diverse: per chi migra è rifiuto attivo e fuga, apertura e possibilità, è cercare una vita migliore ‘di fronte a ciò che si vede come la forza della morte’ (Rediker, 2025), è diritto all’autodeterminazione socio-economica; per gli Stati Europei, di riflesso, combacia con la politica della paura quotidiana governata per mezzo di dispositivi morbidi, in cui ‘crimini di pace’ creano sicurezza e sostengono la dominazione politica ed economica del primo mondo. Nel 2015 la crisi migratoria, con oltre un milione di migranti e rifugiati – principalmente siriani, afghani e iracheni – giunti in Europa via mare, disvelava un mondo diviso da profonde disuguaglianze. Le scelte europee per contenere una mobilità così mutata si schierarono sul nesso immigrazione-crisi-sicurezza e si preparavano a gestire il disastro con nuove tecnologie e ‘norme concernenti gli assetti spaziali volti alla regolazione della vita umana’ (Jones, 2009). Nella ricostruzione di Nancy Porsia, e ripercorrendo le analisi di Moreno-Lax (Moreno-Lax, 2023) per la quale ‘il pensiero da crisi è autoreferenziale, auto-generativo e autoavverante’, mentre la Libia crollava in una guerra civile, l’Italia si mostrava maggiormente interessata a creare accordi mortali (p.139) per fermare le partenze degli immigrati, d’esempio la Turchia, anziché tutelare i diritti umani. Questa scelta, ‘non fuori dalla politica’ (Moreno-Lax, 2023), apporta alle rotte migratorie – anche quella balcanica – cambiamenti importanti nel business del viaggio rendendo più produttiva l’ intercettazione e la detenzione (nelle carceri non solo libiche) su cui oggi si giocano i veri guadagni. A causa della progressiva securitizzazione delle frontiere, quello che era un viaggio mappato dai passatori, si snoderà nel reclutamento (dalle regioni del sud), nel trasporto, nel trasferimento e nell’alloggio dei migranti – una tratta – gestita da ‘vampiri’ (p. 76), da gruppi armati al soldo del Ministero degli interni, dalle mafie regionali (eritrea, somala, nigeriana) o dalle grandi mafie di frontiera di una violenza disumana. Come risultato del continuum crisi-sicurezza e per salvare vite umane nel Mediterraneo, le difficoltà affrontate dai migranti prodotte dalle misure di controllo ‘protettive’ adottate dall’UE, sono affidate ad una rete di apparati militari e paramilitari – telecamere e sensori, sistemi di dati, droni testati su Gaza, tecnologie di sorveglianza che lavorano sul pre-crimine -, al lavoro di Frontex (con Mali, Mauritania, Niger e Senegal) e alle dinamiche dell’esternalizzazione delle frontiere, il cui intento non è impedire l’ingresso, ma ostacolare l’uscita fin dall’inizio del percorso migratorio, concentrandosi su una revisione selettiva della sicurezza. Per il 90% delle persone che si muove internamente al continente africano (distanti da una visione eurocentrica delle migrazioni), autodeterminarsi, pertanto, equivale ad essere intercettata, rapita, ricattata e riscattata, detenuta, abusata, stuprata, picchiata, schiavizzata, respinta già nella ‘fase precoce’ dove gli esseri umani scompaiono nei deserti, nelle carceri o finiscono in fosse comuni (p. 142). Garantite da tecniche di ‘controllo senza contatto’ (prima ancora che si verifichi contatto con le autorità dello Stato interessato), queste misure ‘basate sulla deterrenza, la militarizzazione e l’extraterritorialità’ – che conformano un nuovo tipo di confine globale anti-immigrazione che si estende oltre il territorio dello Stato – limitano e negano la capacità di autodeterminazione, cruciali nel mantenere lo status quo dell’esclusione razzializzata. Sono queste le tecniche che per Callamard – e nelle memorie di questo volume – ‘hanno incorporato deliberatamente o, quantomeno, tollerano il rischio di morte dei migranti come parte di un efficace controllo degli ingressi’ (Callamard 2017). …AL CONTINUUM GENOCIDIARIO Al centro dell’approccio utilizzato da Avallone, c’ è l’attenzione ravvicinata alle violenze prodotte negli spazi normativi del confine – respingimenti nel deserto, ragazzini di 12/13/14 anni che attendono per anni in Algeria, centri di detenzione in Libia, le violenze fisiche…e poi c’è tutto quello che accade nei momenti in cui le persone sono obbligate a fermare il loro viaggio e, quindi, a stare in un campo (p. 51), centri di accoglienza e CPR – spazi attraverso cui è possibile analizzare la successione ininterrotta dagli atti di violenza in tempi normali a quelli in tempi anormali’. A fondamento, sul piano giuridico, come spiega Gianluca Vitale, vige una tecnologia governamentale, che costruisce normativamente l’irregolarità. Erigendo barriere ai flussi migratori (misti), comprendenti misure di non ingresso, ad esempio i visti; introducendo meccanismi di ‘paese terzo sicuro’ e procedure di espulsione accelerate, gli Stati membri operano attraverso la cosiddetta ‘deterrenza cooperativa’, impedendo l’arrivo dei migranti sulla terraferma, quantunque ‘il diritto di asilo – in Italia – non sia necessariamente il diritto di restare, ma almeno il diritto di poter entrare‘ (p. 98). Su questa base – e contro un sistema di diritti sovranazionale che sancisce diversamente – la libertà di circolazione è bloccata nella interdipendenza tra politico e giuridico – trasformando la vulnerabilità in docilità – attraverso cui l’Italia, in un approccio strumentale alla migrazione, si concentra sulla preservazione della sovranità e degli interessi nazionali/regionali, abilitando alcune persone e disabilitandone altre come forze lavoro globali e mobili. Finalità delle nostre politiche migratorie, difatti, non è fermare l’immigrazione, bensì regolarne tempo e velocità, reintegrandola in un sistema gestionale globale, funzionale a preparare l’ esercito di riserva del capitalismo, ‘il cui unico meccanismo di costruzione è…la limitazione da parte dello Stato della libertà nei suoi differenti aspetti’ (p.82). Nutrendosi di un insieme di processi che lavorano attraverso la cattura dello spazio e del tempo – come la detenzione amministrativa nei Cpr alla stregua di esperienza di socializzazione normale; l’imbrigliamento attraverso leggi amministrative; la regolamentazione dei flussi migratori per cui significa che le frontiere sono chiuse (p.91); la deportabilità nel caso non si abbia lavoro dopo gli 80 anni; le persone parcheggiate nei centri di accoglienza e hotspot (p. 50) per cui anche il sistema di asilo europeo si basa sul controllo della mobilità globale (p. 38); il sistema dei reati ostativi – la prospettiva in esame restituisce agli immigrati una forma di non tempo dove non è consentito lo spazio per l’agire, in una dipendenza che altera il rapporto tra corpo, tempo e produttività, rendendoli in occupabili e politicamente intollerabili (Bauman, 2016). Una popolazione indesiderata, a Gaza, ‘privata tanto del diritto a respirare quanto della terra‘ (p. 134), che di questo regime di mobilità ed immobilità imposte ne è laboratorio. CONCLUSIONE Di questa ‘guerra di classe contro il proletariato planetario‘ parla il corpo decoloniale, annegato e restituito dal mare, che diventa corpo ‘chiamato dai suoi cari, nominato, respirato‘ (p. 140). Se, difatti, ciò che mantiene in piedi i migranti in viaggio – per Nawal Soufi – sono le chiamate ai loro familiari’ (p. 50), per Yasmine Accardo si è reso necessario ‘mettere in luce la forza delle famiglie delle vittime in cerca di verità’ (p.138) grazie a Med.Med, in una riappropriazione e riconnessione del corpo che va letto sia come memoria viva sia come monito (p.140). Specularmente, dunque, al diffondersi dei confini – nelle stazioni ferroviarie, nelle piazze, sulle strade – come borderscape – banalità del male o zona grigia – corrisponde un moltiplicarsi di voci, volti e nomi di resistenza eroica e di impegno: succede in Libia, in Algeria e in Italia, dove, come riportano le attiviste, una umanità accomunata da azioni solidali supporta i migranti lungo quel percorso che individua nella libertà di movimento un fattore decisivo nella lotta per la vita e per la giustizia planetaria 3. Il risultato delle interviste raccolte ne La libertà di movimento è una storia dal basso, scritta da quanti solamente possono esserne e, attraverso cui soltanto si può procedere alla comprensione della storia esente dalla propaganda che ne strumentalizza le voci. È quanto sosteneva Hannah Arendt con La vita della mente, libro incompiuto, in cui si proponeva di comprendere la radicale violenza di massa del genocidio nazista. Almeno dal 2014/2015, le frontiere costruite sul nesso immigrazione-insicurezza-governo della paura hanno annientato migliaia di persone – un paragenocidio (Mbembe, 2019) – in una ‘violenza il cui abominio non ha mai fine’ (p.139). Il migranticidio non è contenuto in nessuna convenzione internazionale né nel diritto penale internazionale. Riferimenti bibliografici Achiume T., Migration as Decolonization, 2019 Bauman Z., C.B. Evans, The Refugee Crisis Is Humanity’s Crisis, 2016 Callamard A., Unlawful death of refugees and migrants: note by the Secretary-General, 2017 Jones R., Categories, borders and boundaries, 2009 Moreno-Lax V., The Crisification of Migration Law: Insights from the EU External Border, 2023 Mbembe A., Bodies as Borders, 2019 Rediker M., Canagliedi tutto il mondo, 2025 Scheper-Hughes N., Bourgois P., Violence in War and Peace: An Anthology, 2003 1. Gennaro Avallone è professore associato di sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università degli studi di Salerno. Tra le sue pubblicazioni sul tema, si segnala Liberare le migrazioni. Lo sguardo eretico di Abdelmalek Sayad (ombre corte, 2018). ↩︎ 2. Nella storia atlantica di Marcus Rediker, il termine motley crew come equipaggio eterogeneo si lega al concetto di mobilità e proletariato, che nel desiderio di cambiare, affrontava il Middle Passage, dall’Africa alle Americhe ↩︎ 3. La Motley crew, connetendo la massa urbana e la folla rivoluzionaria, guidò il movimento dal basso modellando la storia sociale, promuovendo l’abolizionismo e lanciando il panafricanismo ↩︎
Cachette. Fino a nascondere con il proprio corpo
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La cachette è ciò che non si vede e tiene in vita. Più che un luogo, forse è un gesto. Nel viaggio senza spazio e senza certezze degli aveturiers, gli oggetti si riducono: pochi, mobili, provvisori. Si perdono, si lasciano, si ritrovano. Restano lungo il cammino come tracce sulla sabbia. Si nasconde ciò che conta: nel terreno, tra le pietre, sotto un albero. Oppure  nel corpo, il contenitore più sicuro, perché custodisce e a volte ingoia. Nascondere nel corpo significa avvicinare l’oggetto al limite del sé, fino quasi a confonderlo. Ma ogni nascondiglio è noto anche a chi cerca, allora la cachette non è mai sicura, solo necessaria. È un equilibrio fragile tra avere qualcosa e non perderlo, portare senza mostrare, proteggere fino a far scomparire. CACHETTE Parola di Vincenza Pellegrino e Hamid Ben Moussa Cachette, dal francese cacher (nascondere), è un termine molto utilizzato nell’esperienza della mobilità osteggiata e sta a indicare il nascondiglio per oggetti importanti per la propria sopravvivenza. In un contesto dove si può viaggiare solo di nascosto, senza forme di tutela istituzionale o formale di nessun tipo, dentro condizioni di privazione e pericolo, dove ci si deve spostare spesso e con persone poco conosciute, la questione degli oggetti – della loro trasportabilità e della loro tutela – è centrale. Si tratta di viaggi lunghi molti mesi e più spesso diversi anni, necessari per attraversare il deserto sahariano e le diverse frontiere, ormai tutte controllate militarmente e tutte fonti di esperienze violente e traumatizzanti, così come necessari per organizzare la traversata del Mediterraneo. Sono viaggi da compiere «in nudità», senza possibilità di occupare spazio né di proteggere sé e i propri averi. Nascondere gli oggetti ed evitare i furti è quindi una questione vitale.  Questa esperienza di vita modifica profondamente la relazione con gli oggetti, a cui si impara a rinunciare, e che divengono materia di sogno e simbolo di speranza (qui l’idea del «futuro consumo» assume una sua specifica funzione, alimenta la resistenza ben oltre la banale socializzazione globale al consumismo). Questa relazione modificata con gli oggetti è molto interessante: siccome non si possono trasportare su mezzi di fortuna dove sono presenti moltissime persone, bisogna lasciarli e riprenderli; quindi si seminano spesso per strada per poi ricercarli altrove, tra quelli seminati da altri. Il viaggio è segnato e segnalato da una scia di oggetti abbandonati che oggi si trovano in moltissimi luoghi di frontiera. Specifica poi è la relazione con gli oggetti che si devono acquistare nei negozi dove servono documenti, ad esempio le telefonie, i cellulari, le schede sim, gli strumenti necessari all’orientamento attraverso piattaforme: questi oggetti – proprio per l’impossibilità di utilizzare la propria identità, per la mancanza di documenti o la paura di esporli ed essere catturati, denunciati, sequestrati – strutturano l’ampio mercato nero legato alla mobilità impedita. Semmai si riuscirà ad arrivare al possesso di un prezioso cellulare, il problema maggiore sarà appunto nasconderlo. Sicuramente le forme di cachette, di nascondiglio appunto, cambiano a seconda del tipo di oggetti. Alcuni sono più ingombranti (ad esempio il cellulare) e acquistarli o nasconderli comporta l’aiuto di persone locali; quindi è possibile solo col tempo e grazie alle abilità relazionali e all’uso di lingue veicolari. Altri sono oggetti più piccoli, come le schede sim (utili per gestire anche i conti bancari) o il denaro contante, purché sia di taglia piccola. Questo tipo di oggetti vengono nascosti per lo più sul corpo, che diventa allora la grande cachette: nei racconti dei testimoni abbiamo sentito di persone che li hanno ingoiati avvolti in plastica sottile, o hanno utilizzato i propri sfinteri, o li hanno intrecciati e nascosti nei capelli o cuciti dentro gli strati della stoffa e negli orli dei vestiti, e così via. Ma siccome tutti e tutte conoscono queste tecniche e le perquisizioni sono all’ordine del giorno (anche da parte delle polizie, che poi li requisiscono costantemente), il possesso di oggetti resta una questione molto delicata e pericolosa.  Nei racconti vi sono anche nascondigli sotto gli alberi, tra le rocce, nelle buche, soprattutto nella vita degli accampamenti di lunga durata, come zitounes, brousse e forêt. In questo caso sono soprattutto i racconti di donne che, restando al campo, sviluppano particolari strategie rispetto alle cachette, alla protezione degli oggetti, agli oggetti di protezione, che vengono nascosti non solo nel corpo ma anche nei capelli lunghi.  ESEMPI DAL CAMPO Il telefono è come il miele e tu sei come sparso di miele tra le api. Anche la polizia cerca i telefoni. Io non avevo niente, senza telefono e senza niente ero nudo, e forse la gente mi guardava con meno problemi per questo. Io ho pensato che non avere niente e avere buone relazioni fosse meglio, mi permetteva di usare gli oggetti degli altri. Così non avevo telefono ma potevo chiedere informazioni a chi aveva il telefono.  Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia  Se c’è una cosa utile che avevo imparato da mia madre prima di partire è come diventare una cachette. Io e il mio corpo. Uno scrigno, una cassaforte del pochissimo che ho. Quello l’ho poi perfezionato, ho scoperto nuovi modi e imparato come andare a nascondere senza essere vista né seguita. Sono stata perquisita varie volte senza che lo scoprissero. Poi altre volte sono stata derubata. Io non ho mai rubato. Funziona così. Le cose scompaiono molto, ma ci sono molte persone che non rubano tra noi.  Intervista con Paulette, giovane donna di origine ivoriana conosciuta in Tunisia e oggi ancora bloccata lì
Bunker, la parola del tra
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Questa parola è uno spazio di passaggio e di separazione. Dentro, chi ha superato la soglia, ha pagato il prezzo della traversata e può diventare passeggero. Fuori, chi aspetta ancora di poter entrare.  Il bunker protegge solo in parte. Le retate possono interrompere l’attesa in qualsiasi momento. Più che un rifugio, è una soglia: un luogo sospeso tra partenza e arresto, tra promessa e rischio.  Conosco più di un uomo che ha aspettato là dentro. S., un corrispondente del TheroutesJournal, dice che è una casa che connette, un luogo in cui si sta, molto prima di arrivare nell’acqua. Che ci si vive in attesa, mentre il cokseur e l’arabe lavorano per terminare la barca con cui si attraverserà. Lui ha aspettato tre giorni, prima di partire, altri invece ci restano settimane, persino mesi. I., invece, in Libia, ha atteso una settimana lì dentro, aspettando di essere lanciato. Mi scriveva ogni sera dicendo che forse l’indomani sarebbe stato il momento giusto. Poi, un giorno ha smesso di mandare messaggi. Non so se sia arrivato in Europa o se sia stato arrestato. Però, il suo silenzio per me così doloroso, significa che lui non  è più in quel tra. BUNKER  Parola a cura di Jacopo Anderlini, Università di Parma Spazio chiuso e protetto dove le persone in transito che hanno già pagato il viaggio attendono la partenza. A differenza degli zitounes (si veda Zitounes), il bunker è una struttura abitativa gestita direttamente da chi organizza il viaggio, che fornisce alloggio e vitto dietro pagamento di un affitto. Si tratta generalmente di case in prossimità dei luoghi di partenza, con diverse stanze dove possono essere ammassate decine di persone per camera in attesa di completare il gruppo necessario per riempire una barca. Il bunker rappresenta una tappa intermedia nel processo di attraversamento: chi vi accede ha già versato il denaro per il viaggio e si trova in una posizione privilegiata rispetto a chi vive ancora negli accampamenti. L’attesa può durare settimane o mesi, fino a quando non si raggiunge il numero minimo di passeggeri richiesto per la partenza. La parola, derivata dal proto-germanico *bankan (elevazione, altura), evoca l’idea di un rifugio sopraelevato e protetto. Il bunker è uno spazio che separa simbolicamente e fisicamente chi è pronto per il viaggio da chi ancora ne è escluso. Esso segna così una gerarchia all’interno del mondo delle partenze: essere ammessi significa aver superato la soglia economica che divide i semplici candidati al viaggio dai passeggeri effettivi. Si tratta però di una soglia che non protegge mai del tutto, viene costantemente messa in crisi dalle continue retate della polizia tunisina per deportare le persone in partenza. In tal senso il bunker rinvia alla dimensione bellica dell’avventura, evocando un luogo in cui si proteggono i soldat (si veda Soldat).  ESEMPI DAL CAMPO Mamadou e Rocky ci parlano a lungo della preparazione del loro viaggio: i differenti passaggi che anticipano la partenza, la composizione dei passeggeri, le tariffe. Si soffermano su come lavora questo trafficante, come a garanzia della qualità del suo operato e giustificazione del suo maggiore costo. Mamadou dice che il trafficante gestisce delle case dove le persone attendono di partire. Si tratta di grandi case con diverse stanze che chiamano bunker, dove in una stanza come quella in cui eravamo noi ci stanno anche venti persone. In questo contesto le persone vivono lì e pagano una sorta di affitto per l’alloggio e il vitto. Qui attendono di partire alle volte anche parecchi mesi.  Estratto dai diari di campo, gennaio 2024  Aspettiamo il buio e Mama ci viene a prendere sul ciglio dell’asfalto, la linea che separa la brousse dallo spazio pubblico, visibile, e dai suoi pericoli. Sale rapidamente sulla nostra auto e ci addentriamo su strade bianche punteggiate da case che sembrano in costruzione, ma sono tutte abitate. […] Mama è eccitato, come noi, di portarci dentro questo spazio che segna in realtà una gerarchia con il fuori: qui sono raggruppati tutti i passeggeri pronti a partire. Estratto dai diari di campo, gennaio 2024 Dietro un pesante portone di ferro, unica apertura di un muro di mattoni, si apre un vasto terreno e poi un edificio con una veranda e senza porte. Decine di persone attorno a un fuoco in cui si scalda dell’acqua. Al nostro arrivo si forma un piccolo capannello e parliamo dell’attraversamento del Mediterraneo e del meteo dei prossimi giorni. Stanno aspettando nuovi candidati paganti alla traversata, perché la barca con così poche persone non viene fatta partire. Mama e gli altri sono nel bunker da oltre un mese, hanno festeggiato Capodanno qui. Estratto dai diari di campo, gennaio 2024