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Ricchiuti (Pax Christi Italia) a Schlein (PD): «La politica agisca per la pace»
Nella lettera aperta pubblicata il 22 agosto scorso il presidente del movimento pacifista cattolico esorta la segretaria del partito e i politici italiani: «Una coalizione progressista
dovrebbe prendere le distanze dal riarmo». Pax Christi Italia venne fondata nel 1954 “per desiderio di Mons. Montini della Segreteria di Stato Vaticana”, il futuro papa Paolo VI. Al suo primo presidente, Mons. Rossi, sono succeduti dal 1959 Mons. Castellano e dal 1968 Mons. Bettazzi“, che nel 1976 scrisse al segretario del PCI (Partito Comunista Italiano), Enrico Berlinguer. “ PREPARARE LA PACE, NON LA GUERRA” A cinquant’anni dalla storica Lettera aperta di monsignor Luigi Bettazzi a Enrico Berlinguer, monsignor Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, si rivolge alla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, con una nuova Lettera aperta, pubblicata da Avvenire. Lettera che per la verità si rivolge anche a quanti, segretari di partito e parlamentari, nelle diverse forze politiche vogliano contribuire a riflessioni e decisioni che costruiscano concretamente percorsi di pace. Il punto di partenza è l’articolo 11 della Costituzione: se l’Italia «ripudia la guerra», quali conseguenze concrete deve avere oggi questo principio nelle politiche di difesa e sicurezza dell’Italia e dell’Europa? Monsignor Ricchiuti pone alla leader del PD alcune domande precise: una coalizione democratica e progressista * può prendere le distanze dalle politiche di riarmo? * può investire con maggiore decisione nella diplomazia, nella prevenzione dei conflitti, nei corpi civili di pace e nella difesa non armata e nonviolenta? * è disposta a sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione del Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta? La lettera richiama anche una delle emergenze più nuove e inquietanti: l’impiego dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma. Da qui la richiesta di una legislazione europea e internazionale vincolante che impedisca di delegare alle macchine decisioni sulla vita e sulla morte. Non una polemica di parte, dunque, ma l’invito ad aprire un confronto politico: è possibile sottrarsi alla falsa alternativa tra riarmo e resa? Cinquant’anni dopo Bettazzi, la domanda torna alla politica con parole nuove, ma con la stessa radicalità: «Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la pace: con la politica, la diplomazia, il diritto, la giustizia e la nonviolenza».   https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/la-politica-agisca-per-la-pace-lettera-aperta-del-presidente-di-pax-christi-a-elly-schlein_112204   Pax Christi Italia
August 24, 2026
Pressenza
Giovane, attivista, ambientalista: William Lawrence vince le primarie democratiche nel 7° distretto del Michigan
Continuano le vittorie progressiste nelle primarie del Partito Democratico per definire i candidati che sfideranno i repubblicani alla Camera e al Senato nelle elezioni di metà mandato a novembre: in Michigan Abdul El-Sayed si è aggiudicato la nomination per il Senato e William Lawrence, cofondatore del movimento ambientalista Sunrise Movement e attivista di sinistra, ha vinto le primarie per il 7° Distretto del Michigan per la Camera dei Rappresentanti. Lawrence ha sconfitto i candidati più moderati Bridget Brink, ex ambasciatrice USA in Ucraina e Slovacchia e Matt Maasdam, ex membro dei Navy SEAL e assistente militare di Barack Obama, sostenuti dall’establishment del partito e da enormi donazioni. Lawrence, 36 anni, ha ricevuto l’appoggio di El-Sayed, del senatore Bernie Sanders e della deputata Rashida Tlaib e ha concentrato la sua campagna sulla sanità pubblica universale, le tasse ai miliardari e la fine della guerra in Iran e delle vendite di armi a Israele, ma soprattutto sull’opposizione all’espansione incontrollata dei data centers dell’Intelligenza Artificiale. Come Zohran Mamdani e Abdul El-Sayed, anche William Lawrence ha condotto una campagna elettorale di base, con volontari che hanno bussato a oltre 100.000 porte – 80.000 in giugno e luglio e 20.000 negli ultimi giorni in agosto. “Grazie a ogni singolo volontario, a ogni singolo donatore, a ogni singolo sostenitore, a tutti coloro che mi sono stati vicini con i loro consigli e la loro disponibilità ad ascoltarmi», ha detto Lawrence nel suo discorso della vittoria. “Questa è la vittoria di tutti noi e spero che siate tutti molto orgogliosi di voi stessi. Stasera gli elettori del 7° distretto del Michigan hanno lanciato un messaggio chiaro: sono stanchi che siano i miliardari della Silicon Valley e i funzionari di Washington a decidere il futuro delle nostre città e del nostro Paese. Vogliono un rappresentante che non sia corrotto e che non abbia paura di opporsi ai leader di entrambi i partiti e di lottare per i lavoratori.” Nelle elezioni di novembre Lawrence affronterà il deputato repubblicano uscente Tom Barrett.   Anna Polo
August 6, 2026
Pressenza
Il 2 agosto e il genocidio culturale che nessuno vuole vedere
Il 2 agosto l’Europa ricorda il Porrajmos, il genocidio dei rom e dei sinti. Ricorda la notte tra il 2 e il 3 agosto 1944, quando lo Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau fu liquidato e 4.300 donne, uomini e bambini vennero assassinati nelle camere a gas nel corso di una sola notte. Il Porrajmos costò la vita a oltre mezzo milione di rom e sinti in Europa. Quest’anno quella ricorrenza cade mentre la città di Milano sta di fatto sgomberando il Villaggio delle Rose di via Chiesa Rossa 351, la comunità che ha costruito il primo monumento italiano dedicato al Porrajmos. La coincidenza impone una domanda che la politica continua a evitare: che cosa significa, oggi, garantire a un popolo, a una minoranza, il diritto di continuare a esistere come popolo? Gli abitanti del Villaggio delle Rose sono discendenti di rom croati deportati dai fascisti durante la Seconda Guerra Mondiale e internati nei campi della Sardegna. Tra i loro familiari ci furono partigiani, come Tzigari della Brigata Osoppo, padre, nonno e bisnonno di alcuni degli abitanti del villaggio. Altri finirono nei lager nazisti, tra cui Dachau. Dopo la guerra attraversarono l’Italia inseguendo ciò che per chiunque altro rappresenta un diritto elementare: un luogo da chiamare casa. Arrivarono a Milano negli anni Sessanta, lavorarono alla costruzione della Montagnetta di San Siro e vennero spostati da un quartiere all’altro per decenni. Nel 2000 il Comune di Milano assegnò loro un’area con un regolamento a tempo indeterminato. Ogni famiglia costruì la propria casa. Non baracche abusive, ma abitazioni prefabbricate autorizzate, acquistate con il lavoro e con i risparmi di una vita. In questi ventisei anni, pur tra difficoltà e contraddizioni, quella comunità ha costruito qualcosa che qualsiasi amministrazione dovrebbe considerare un patrimonio della città. Ha costruito memoria pubblica, partecipazione politica, relazioni con il quartiere. Ha aperto il villaggio alle scuole, all’ANPI, alle associazioni, agli artisti che vi hanno realizzato opere, documentari e installazioni. Ha ospitato dibattiti pubblici e politici, incontri con parlamentari, candidati sindaci e rappresentanti delle istituzioni. Ha partecipato alle elezioni. Ha scelto di essere parte della città senza rinunciare a essere rom. Ed è probabilmente proprio questo il punto. Nel dicembre 2024 la giunta comunale di centrosinistra ha deliberato la chiusura del villaggio. Gli abitanti, pur disperati davanti all’unica prospettiva loro offerta – gli alloggi SAT per l’emergenza abitativa e poi l’accesso alle graduatorie delle case popolari, un percorso che loro non hanno mai desiderato – hanno reagito in modo propositivo. Hanno presentato il progetto di una cooperativa di abitanti a proprietà indivisa, sulla base di un progetto elaborato dall’architetto Giovanni La Varra. Il villaggio sarebbe diventato un piccolo quartiere cooperativo. Le case sarebbero rimaste patrimonio della comunità. Milano avrebbe sperimentato una forma innovativa di abitare, senza nuovo consumo di suolo, senza gravare sull’edilizia pubblica e senza sottrarre alloggi alle migliaia di persone che attendono una casa popolare. Per oltre un anno quel progetto è stato definito interessante dagli assessori milanesi, senza però costruire il percorso necessario per realizzarlo. Poi è arrivata la scoperta dell’inquinamento del sottosuolo del villaggio che, con ogni probabilità, deriva proprio dai riporti di macerie utilizzati quando il Comune realizzò l’area. Da quel momento, invece di cercare il modo di rendere comunque possibile quel progetto, pianificando una bonifica adeguata e non frettolosa, quella circostanza è stata utilizzata per cancellarlo. L’unica decisione politica rimasta ferma è stata la chiusura del campo, cioè lo sgombero. Settanta famiglie vengono indirizzate verso gli alloggi SAT, già drammaticamente insufficienti per affrontare l’emergenza abitativa milanese. I bambini vedono scomparire il mondo nel quale sono cresciuti. Gli anziani perdono il luogo che consideravano finalmente definitivo dopo una vita di espulsioni. I legami della vita comunitaria vengono spezzati. Vale allora la pena fermarsi sulla parola con cui questa operazione viene raccontata: inclusione. La cultura politica progressista parla continuamente di diritti civili. Difende il diritto delle persone omosessuali a vivere apertamente la propria identità. Nessuno penserebbe di chiamare “integrazione” la chiusura delle associazioni LGBT, la scomparsa dei loro luoghi di aggregazione o la richiesta che la loro identità diventi invisibile nello spazio pubblico. Riconosce agli ebrei il diritto di mantenere sinagoghe, scuole, associazioni culturali e reti comunitarie. Nessuno sostiene che la piena cittadinanza richieda di rinunciare a quelle istituzioni. Riconosce alle minoranze linguistiche il diritto di conservare la propria lingua, le proprie scuole e le proprie tradizioni. Quando il soggetto diventa una comunità rom, il linguaggio cambia improvvisamente. L’identità collettiva viene trasformata in un problema urbanistico, l’abitare diventa un problema sociale, la comunità diventa un’anomalia da superare. La soluzione prende il nome di integrazione. Ma quale integrazione? L’integrazione proposta consiste nell’annullamento dell’identità rom come esperienza collettiva. L’essere rom viene accettato soltanto come fatto privato, invisibile, confinato nella sfera individuale. La cultura può essere ricordata il 2 agosto, celebrata davanti a un monumento, raccontata nei convegni e nelle commemorazioni. Diventa improvvisamente un problema quando pretende di organizzare concretamente la vita quotidiana: l’abitare, la famiglia allargata, la solidarietà reciproca, la continuità di una comunità. È qui che si apre la questione del genocidio culturale. Per genocidio culturale intendo la distruzione delle condizioni che permettono a un popolo di continuare a esistere come popolo. La cancellazione non passa necessariamente attraverso la violenza fisica. Può passare attraverso l’assimilazione. Ed è proprio questo il concetto che il centrosinistra rifiuta di vedere. L’idea implicita che guida questa operazione sembra semplice: il rom emancipato è il rom che smette di vivere come rom. Può conservare il ricordo delle proprie origini, partecipare alle celebrazioni del 2 agosto, deporre una corona davanti a un monumento. Quello che non gli viene riconosciuto è il diritto di praticare la propria diversità come forma di vita. Qui emerge la contraddizione politica più profonda. Il Partito Democratico rivendica i diritti civili come tratto distintivo della propria identità. Eppure, davanti a una comunità che rivendica il diritto di restare se stessa, sostituisce il linguaggio dei diritti con quello dell’inclusione sociale. Perché? Perché negare a una comunità che è stata perseguitata e genocidata, come quella ebraica, il diritto fondamentale a continuare a esistere come comunità? Qual è il beneficio pubblico di questa operazione? Quale interesse della città giustifica una violenza così profonda? Quale vantaggio produce assegnare settanta alloggi SAT a famiglie che non li avevano richiesti, sottraendoli a un patrimonio già insufficiente per chi vive una reale emergenza abitativa? Quale idea di progresso impone di disperdere bambini, anziani, famiglie allargate e reti di solidarietà costruite in ventisei anni? Fatico a trovare una risposta diversa da questa: esiste una convinzione profondamente radicata nella cultura politica del centrosinistra secondo cui l’emancipazione coincide con l’assimilazione. La differenza viene celebrata finché rimane simbolica; diventa un problema quando prende la forma concreta di una comunità che chiede di continuare a vivere secondo la propria organizzazione sociale. Il campo deve scomparire perché deve scomparire quella forma di vita, quella identità vissuta ogni giorno e non soltanto dichiarata nelle ricorrenze. Una comunità rom può essere ricordata, studiata e commemorata. Una comunità rom che rivendica il diritto di continuare a vivere insieme diventa invece un ostacolo da rimuovere. È questa, a mio giudizio, la contraddizione politica e morale che il 2 agosto dovrebbe costringere a guardare soprattutto chi fa della questione dei diritti la propria bandiera. Farebbe bene ai rom, ma anche a loro stessi e alla loro credibilità politica. Redazione Milano
August 1, 2026
Pressenza
De profundis, ASN
L’ASN è morta. La riforma Bernini, approvata in via definitiva alla Camera, cancella l’Abilitazione Scientifica Nazionale. L’ASN ha incentivato l’adozione di pratiche discutibili, come autorialità di comodo e doping citazionale, più utili a gonfiare gli indicatori richiesti che a produrre ricerca di qualità. Ma abolire l’ASN non basta. Il vero problema sono le soglie quantitative che alimentato questi meccanismi e il sistema di potere accademico che ne trae vantaggio. Da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere: saranno i decreti attuativi a stabilire se i criteri quantitativi resteranno in vigore, magari con soglie ancora più elevate. Intanto i nostalgici dell’ASN, preoccupati di perdere i loro piccoli feudi, hanno già trovato sponda nell’opposizione. Nel dibattito parlamentare sono riemerse le peggiori idee elaborate dal PD ai tempi di Matteo Renzi e, prima ancora, di Enrico Letta. L’apice è stato raggiunto dal deputato PD Toni Ricciardi, che ha accusato la ministra di sostituire la «valutazione oggettiva e meritocratica» dell’ASN con «un sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale». Ascoltando questi interventi, il dubbio è che un governo di centrosinistra avrebbe fatto persino peggio. Ieri, 7 luglio 2026, la Camera ha approvato in via definitiva il DDL 2735 che abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale e ridisegna le “modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario” (Qui si può leggere il testo definitivo). Nella sostanza e in estrema sintesi, la ASN viene abolita. I concorsi saranno banditi localmente con commissioni composte da un membro nominato dall’Ateneo e una maggioranza di esterni estratti a sorte da liste nazionali di professori disponibili al compito. I candidati per essere ammessi dovranno dichiarare di possedere “requisiti di produttività e di qualificazione scientifica”. Questi requisiti saranno fissati entro 90 giorni dalla entrata in vigore della legge con “decreto del Ministro, su proposta dell’ANVUR, sentito il CUN”. Ci sono già i nostalgici dell’ASN. Ci sono i nostalgici per paura, quelli che, dall’interno delle società scientifiche o sfruttando cariche coperte a livello locale e nazionale, erano riusciti a acquisire posizioni di potere nel sistema attuale e che, con l’abolizione dell’ASN, temono di perdere le rendite accademiche acquisite nel tempo. Questi nostalgici temono in particolare il meccanismo del sorteggio che rischia di scardinare equilibri disciplinari e locali faticosamente raggiunti. Poi ci sono i nostalgici a prescindere, quelli così bravi ad adattarsi alle regole, che rimpiangono qualsiasi modifica dello status quo. E infine ci sono i nostalgici del merito e della competizione, che rimpiangono la ASN non perché perfetta, ma perché sarebbe stata perfettibile: bastava alzare le soglie e prevedere maggior rigore. Noi non siamo nostalgici. Come abbiamo scritto più volte, il sistema dell’ASN ha avuto come effetto principale l’aumento della produzione scientifica e dell’impatto citazionale nazionali. Il miracolo della ricerca italiana, celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti annuali, è stato conseguito grazie alla diffusione ormai endemica di pratiche di ricerca, per così dire, borderline, più adatte a gonfiare gli indicatori richiesti dalla ASN che a produrre ricerca di qualità. In particolare nei settori cosiddetti bibliometrici si sono diffuse pratiche di autorialità di comodo e soprattutto di doping citazionale, mentre nei settori non bibliometrici, il meccanismo, più sfuggente, è passato attraverso la ricerca di canali di pubblicazione ‘facili’ sulle riviste “certificate A” dall’ANVUR. Per sgonfiare questi meccanismi e il sistema di potere accademico che li alimenta non basta però abolire l’ASN. Sono le soglie quantitative il vero problema. E da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere. Infatti, la norma primaria definisce solo il quadro generale, ma saranno i decreti attuativi, ed in particolare la definizione dei requisiti di ammissione ai concorsi locali, che determineranno l’esito della riforma. Se i criteri quantitativi saranno mantenuti nella forma attuale o le soglie riviste al rialzo, gli incentivi ai cattivi comportamenti resteranno tutti in piedi o forse saranno rafforzati. I segnali che si vada in questa direzione ci sono. E allarmanti. Nella discussione in Senato non poche voci della maggioranza hanno fatto riferimento ad un eccessiva facilità di superamento delle soglie. D’altra parte, anche alcuni passaggi del documento di accompagnamento del DDL facevano esplicito riferimento a una bassa selettività delle soglie. Infine ANVUR, da sempre sensibile ai desideri dei ministri di turno, nell’ultimo rapporto sull’università e la ricerca, lamenta il progressivo allargamento delle maglie per la classificazione in classe A delle riviste. Ultima notazione. Se avrete, come noi, la pazienza di leggere lo stenografico della discussione alla Camera forse vi assalirà il nostro stesso dubbio: che la Riforma Bernini non sia peggiore di quella che ci avrebbe riservato una maggioranza di centro-sinistra. Dalle file dell’opposizione riemerge infatti la difesa dei peggiori incubi sull’università proposti a suo tempo dal PD guidato da Matteo Renzi, e prima di lui, dagli esperti di università del PD di Enrico Letta. In particolare segnaliamo ai lettori gli interventi dei deputati di Italia Viva-Casa Riformista, con le lezioncine aggressive su liberismo e meritocrazia di Luigi Marattin, e la lezione sul merito di Roberto Giachetti. Di Giachetti colpiscono in particolare l’intervento in favore di due emendamenti a sua firma. Il primo volto a difendere i “Settori Scientifico Disciplinari” contro i “Gruppi Scientifico-Disciplinari. Il secondo che propone di abolire la pubblicazione delle liste degli aspiranti commissari prevista dalla riforma, “per garantire commissioni competenti”. L’intervento più agghiacciante proviene però direttamente da un deputato del Partito Democratico, Toni Ricciardi, che esordisce dando ragione a Marattin, poi, dopo essersi pavoneggiato sostenendo di avere ricevuto ben 3 abilitazioni, difende l’ASN come “valutazione oggettiva e meritocratica” contro la futura università dei baroni: > guardi, Ministra, è paradossale, perché lei sta smontando una riforma che > funzionava, fatta dal suo partito di riferimento all’epoca, per adottare un > sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale finto. È questo quello che sta > facendo, Ministra. > > Allora non ha affrontato la questione e smantella la valutazione oggettiva e > meritocratica in cambio di cosa? Di commissioni territoriali che valuteranno > il percorso delle persone che faranno il dottorato di ricerca in quella > università, diverranno assistenti precari, ricercatori precari e poi un giorno > – dopo 10, 15 o 20 anni -, quando avranno sprecato il loro volere e valore > potenziale di supporto alla ricerca, forse diverranno – perché un posto fisso, > poi, non si nega a nessuno – professori associati e, se sono nelle grazie del > barone, forse anche ordinari. > >    
July 8, 2026
ROARS
Tre candidati socialisti sostenuti da Mamdani vincono alle primarie di New York
Alle primarie democratiche di New York per un seggio alla Camera dei Rappresentanti alle elezioni di metà mandato previste a novembre tre candidati di sinistra sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani hanno sconfitto candidati moderati più noti di loro e appoggiati dall’establishment del partito. Brad Lander ha vinto nel 10° distretto, Claire Valdez nel 7° e Darializa Avila Chevalier nel 13°. Tutti hanno condotto una campagna elettorale molto simile a quella che a novembre ha portato alla vittoria di Mamdani – porta a porta, uso dinamico, moderno e ironico dei social media, piccole donazioni, proposte concrete e coraggiose legate al costo della vita in città – e hanno aggiunto temi più ampi e radicali come lo smantellamento dell’ICE e le critiche al governo israeliano. Lander e Valdez hanno parlato apertamente di genocidio e apartheid riferendosi alla strage di civili a Gaza e alla pulizia etnica in Cisgiordania. “La vittoria di questa sera appartiene a tutti voi”, ha detto Lander ai suoi sostenitori durante la festa della vittoria, introdotto sul palco da Mamdani. “È ora che il Partito Democratico si allontani dal denaro oscuro, dai pac finanziati dalle criptovalute, da Wall Street, dall’intelligenza artificiale e dall’Aipac (American Israel Public Affairs Committee, la potentissima lobby pro Israele. N.d.R.). La gente lo capisce.” Alla festa della vittoria nel 13° distretto Mamdani ha espresso il suo apprezzamento per la campagna di Darializa Avila Chevalier, “che chiedeva una politica estera di investimenti nei bambini, non nelle bombe. Stiamo assistendo al declino dell’influenza israeliana nella politica, nelle strade e nelle urne” ha aggiunto. “Quando combattiamo, vinciamo” ha sintetizzato Claire Valdez. Queste vittorie rivelano l’influenza crescente dell’ala del Partito Democratico che si definisce socialista democratica e ha come riferimento il senatore Bernie Sanders e dimostrano che chi non ha paura di parlare chiaro su temi “caldi” come gli immigrati e Israele viene poi premiato dagli elettori. Una lezione che i politici italiani dovrebbero tenere a mente. Anna Polo
June 24, 2026
Pressenza
Sicurezza democratica, non regimi securitari e massiccio riarmo
Lunedì 22 giugno a Roma si è tenuto il workshop “Difendere la pace in un mondo che cambia” promosso dagli eurodeputati Marco Tarquinio e Lucia Annunziata nell’ambito dell’iniziativa “L’Europa che vogliamo” organizzata dalla Delegazione PD al Parlamento europeo. Tante le voci e le esperienze coinvolte nel confronto con esperti e forze sociali italiane. Vi hanno partecipato politici con ruoli di primo piano e profili differenti: Laura Boldrini, Alessandro Alfieri, Paolo Ciani e Peppe Provenzano. Sono intervenuti esperti protagonisti del dibattito sulle scelte di riarmo e sulle politiche di pace: il generale Dino Tricarico, il coordinatore della Rete Pace e Disarmo Alfio Nicotra, il presidente della Fondazione PerugiAssisi Flavio Lotti, i professori Gregory Alegi e Roberto Cataldi, la presidente di Focsiv Ivana Borsotto e Nicoletta Dentico, direttrice del programma di salute globale della Società per lo Sviluppo internazionale. Le linee fondamentali del Rapporto “Europa: quale difesa?” commissionato da Tarquinio all’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo-IRIAD sono state illustrate dal professor Fabrizio Battistelli. La ricerca propone una lettura critica delle attuali politiche europee, analizzando l’urgenza di superare una concezione della sicurezza come sinonimo di organizzazione e spesa militari. Serve invece perseguire una difesa comune europea a due braccia: capace di proteggere da minacce vecchie e nuove sul piano militare e cyber-tecnico e informativo, ma anche di prevenire e comporre i conflitti attraverso gli strumenti del dialogo multilaterale, della diplomazia, della cooperazione e della partecipazione della società civile. Marco Tarquinio ha dichiarato: «È importante che nel confronto sia emerso come la svolta securitaria in atto in Italia e in Europa, e che si sostanzia nella militarizzazione di praticamente ogni risposta alle sfide attuali, con l’esplosione, a regime, della “spesa armata” italiana oltre gli 83 miliardi annui, ci stia portando lontano dalla sicurezza democratica che dovremmo perseguire e che tutte le forze di solidarietà e progresso devono rimettere al centro. Così non si difende la pace né nel mondo né nelle nostre società. Il PD, partito cardine di una necessaria grande alleanza alternativa al governo Meloni e alla pretesa delle destre di egemonizzare e disfare l’Europa comunitaria, deve farsi interprete dell’urgenza di capovolgere questa disastrosa deriva». Archivio Disarmo
June 23, 2026
Pressenza
Caro PD, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire
Le esilaranti dichiarazioni di Foietta di ieri hanno immediatamente creato un gran can can mediatico. Se da un lato ha strappato un sorriso al Movimento No Tav, che ha avuto […] The post Caro PD, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire first appeared on notav.info.
May 5, 2026
notav.info
“Prima le Persone”: mercoledì 1 aprile la Rete DASI FVG presenta analisi e proposte per un cambio di paradigma nelle politiche sociali del FVG
Mercoledì 1 aprile 2026, alle ore 17.00 presso la Sala Multimediale «Tiziano Tessitori» di Piazza Oberdan 5 a Trieste, la Rete DASI FVG — Rete del Friuli Venezia Giulia per i Diritti, l’Accoglienza e la Solidarietà Internazionale — presenta il documento conclusivo del seminario Prima le Persone. Un nuovo percorso per il Fvg. Il documento, articolato in sezioni distinte ma unite da una comune chiave di lettura, è il risultato di un lavoro lungo e approfondito, avviato con il convegno tenutosi al Centro Balducci il 7 giugno 2025 e proseguito nei mesi successivi con il contributo di decine di associazioni, enti, comitati e gruppi attivi sul territorio regionale. L’analisi si concentra sulle carenze delle politiche locali e regionali in materia di tutela dei diritti fondamentali, gestione dei servizi sociali e degli interventi sul territorio. Il documento individua proposte concrete per un cambiamento profondo di paradigma, che rimetta le persone — italiane e straniere — al centro dell’intervento pubblico, con l’obiettivo di contrastare le crescenti disparità sociali ed economiche e le molteplici forme di esclusione. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con i Gruppi Consiliari di Alleanza Verdi Sinistra, Movimento 5 Stelle, Open-Sinistra FVG, Partito Democratico e Patto per l’Autonomia. Redazione Friuli Venezia Giulia
March 30, 2026
Pressenza