Ordini libici e fermi illegittimi: Humanity 1 vince in appello, ma la Sea Punk I viene bloccata
Il 23 settembre i giudici di Catanzaro hanno stabilito che gli ordini della
cosiddetta Guardia costiera libica che catturano e riportano le persone in Libia
non sono mai vincolanti. Ma due giorni dopo, sulla base della stessa accusa, il
governo blocca la Sea Punk I: è l’undicesimo fermo di una nave della Justice
Fleet.
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Ci sono voluti quasi tre anni di procedimenti perché un altro tribunale italiano
mettesse nero su bianco ciò che le organizzazioni di soccorso in mare denunciano
da tempo: la cosiddetta Guardia costiera libica non può impartire ordini quando
l’effetto è catturare e riportare le persone in Libia. Con la sentenza del 23
settembre 2026, la Corte d’Appello di Catanzaro ha dichiarato illegittimo il
fermo imposto alla nave di SOS Humanity nel dicembre 2023.
Eppure, appena due giorni dopo, il 25 settembre, le autorità italiane hanno
disposto un fermo amministrativo di 15 giorni e una sanzione di 7.500 euro
contro la Sea Punk I. La motivazione è la stessa già smontata a Catanzaro: il
comandante non avrebbe seguito le istruzioni dei libici. A nostro avviso, le due
notizie vanno lette insieme, perché ben rappresentano un governo che continua ad
applicare il decreto Piantedosi come strumento punitivo, anche quando la
giurisprudenza da tempo lo ritiene in molte parti non vincolante, se non
addirittura illegittimo.
Infatti, la Corte d’Appello ha respinto la tesi del ministero secondo cui il
capitano della Humanity 1 avrebbe disatteso le istruzioni della cosiddetta
Guardia costiera libica. Al contrario, ha stabilito che quelle istruzioni erano
illegittime: un ordine che ha per effetto il respingimento delle persone in
Libia non è mai vincolante, e una nave che si rifiuta di eseguirlo non può
essere sanzionata. Il salvataggio di 46 persone a rischio di annegamento,
secondo i giudici, è avvenuto nel pieno rispetto del diritto marittimo
internazionale e del diritto europeo.
Centrale è la definizione di “luogo sicuro”. Richiamando la sentenza n. 101/2025
della Corte costituzionale, la Corte ha ribadito che un soccorso in mare si
conclude solo con lo sbarco dei sopravvissuti in un luogo dove la loro vita e i
loro diritti fondamentali siano tutelati. Gli ordini che violano questo obbligo
non vincolano nessuno.
«Questa importante sentenza ribadisce chiaramente che la Libia non è un luogo
sicuro, quando invece un’operazione di soccorso può concludersi solo in un tale
luogo sicuro. Il mancato rispetto di ordini illegittimi impartiti da soggetti
marittimi che violano la legge, costringendo le persone in pericolo a tornare in
Libia invece di soccorrerle, non è punibile», commenta l’avvocata Cristina Laura
Cecchini, che ha difeso SOS Humanity.
«Questa decisione ha il grande merito di applicare i principi della sentenza
della Corte costituzionale italiana sulle sanzioni alle ONG impegnate nelle
operazioni di ricerca e soccorso (SAR) del maggio 2025. Si tratta di un prezioso
precedente per i procedimenti in corso e per eventuali futuri fermi, che
dimostra come il diritto internazionale e i diritti umani siano alla base di
qualsiasi giurisdizione», aggiunge l’avvocata Giulia Crescini del collegio
difensivo. «La sentenza chiarisce che un tribunale deve valutare se le persone
soccorse sarebbero realisticamente sbarcate in un luogo sicuro, in linea con il
diritto marittimo».
Ci sono voluti quindi ben 3 anni per smentire la tesi delle autorità. Il 30
novembre 2023 l’equipaggio della Humanity 1 aveva soccorso 46 persone in
pericolo. Il 2 dicembre la nave era stata fermata in base al decreto Piantedosi:
il governo accusava il capitano di non aver obbedito alle autorità libiche e di
aver “contribuito a creare una situazione di pericolo“. Accuse che SOS Humanity
aveva definito fin da subito false.
Il ricorso presentato dalla ONG era stato respinto dal Tribunale di Crotone il
13 febbraio 2025, alla terza udienza: secondo il giudice, i libici stavano
conducendo i soccorsi in modo corretto e la Humanity 1 aveva contribuito al
pericolo. La Corte d’Appello di Catanzaro ha ora ribaltato quella decisione,
accogliendo il ricorso di SOS Humanity.
«Si tratta di un’altra sentenza che conferma il rispetto del diritto
internazionale e dei diritti umani, per i quali le organizzazioni di ricerca e
soccorso si battono nel Mediterraneo centrale. Ancora una volta, una decisione
giudiziaria dimostra che i fermi amministrativi previsti dal decreto-legge
Piantedosi sono punitivi e illegali», afferma Janna Sauerteig, responsabile
dell’advocacy di SOS Humanity.
SEA PUNK I: L’UNDICESIMO FERMO DELLA JUSTICE FLEET
Giovedì 10 settembre 2026 l’equipaggio della Sea Punk I ha soccorso 20 persone
in pericolo vicino alla piattaforma petrolifera di Bouri, in acque
internazionali. L’intervento, sottolinea la Justice Fleet, è stato condotto in
stretto coordinamento con le autorità italiane competenti e nel rispetto delle
convenzioni internazionali. Nonostante questo, il 25 settembre lo Stato ha
disposto il fermo della nave per 15 giorni e una multa di 7.500 euro, accusando
il comandante di non aver seguito le istruzioni della cosiddetta Guardia
costiera libica.
È l’undicesimo fermo di una nave della Justice Fleet. Dalla fondazione
dell’alleanza, nel novembre 2025, le autorità italiane hanno tenuto bloccate le
sue navi per più di 310 giorni complessivi: giorni sottratti al soccorso, in un
tratto di mare dove ogni assenza si paga in vite.
«Mentre in Libia si stanno consumando violenze estreme contro le persone in
fuga, le autorità italiane vogliono costringerci a collaborare con la cosiddetta
Guardia costiera libica. Non con noi! Chiediamo la fine immediata della
cooperazione europea con la cosiddetta Guardia costiera libica», dichiara Giulia
Messmer, portavoce della Justice Fleet.
Dal 2016 le organizzazioni civili di soccorso in mare hanno documentato quasi 80
episodi di violenza estrema da parte di milizie libiche, la maggior parte
commessi proprio dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Solo nell’ultimo
anno, più di 27.000 persone sono state riportate forzatamente in Libia, in
violazione del diritto internazionale. E nel Paese le persone migranti sono
sempre più esposte a violenze estreme e minacce di morte.
La sentenza di Catanzaro offre ora uno strumento in più per contestare fermi
come quello della Sea Punk I, fondati sulla stessa pretesa di obbedienza ai
libici. Ma la giustizia arriva dopo anni, mentre i fermi colpiscono subito.
Facciamo nostra la richiesta della Justice Fleet: fine immediata della
cooperazione con la cosiddetta Guardia costiera libica e stop ai fermi
amministrativi contro chi soccorre in mare.