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Avete mai sentito parlare del partito capibara?/2
continua da qui Avete mai sentito parlare del partito capibara?/1 Ma non c’è il rischio che le persone, con i principali bisogni risolti, si siedano sul divano? Una ricerca del Basic Income Network tedesco, rete per il reddito di base universale, fece un’inchiesta con due domande: “Cosa pensi farebbero le persone se, per mezzo di un reddito universale, venissero liberate dalla schiavitù del lavoro?” L’80% disse che sarebbero rimasti sul divano. Ma alla seconda domanda: “cosa faresti tu?” Il 100% ha risposto elencando le tante cose che sognava di fare. Per questo siamo ottimisti, questo progetto gratuitista fa fare un passo avanti nella società. Fino ad ora la grandissima parte della popolazione è costretta a fare un lavoro con dei tempi, delle condizioni, una retribuzione, che fa star male: solo una minima parte degli abitanti di questo pianeta puo’ realizzare i suoi sogni. Oggi, con l’opulenza che c’è, che l’abbondanza si distribuisca in modo da sviluppare la creatività di ognuno di noi! Ma la tecnologia, l’AI non è “nelle nostre mani”. Si, ci sarà lo scontro. La tecnologia dovrà essere open, libera. Una tecnologia pubblica da impiegare per il bene comune, frutto di protocolli gestiti dalla collettività. L’AI non dovrà essere più nelle mani di pochi oligarchi. Non si tratta semplicemente di redistribuire i frutti dell’automazione. Questa tecnologia, che ora è “estrattiva”, va reinventata, trasformata, perché non si riduca ad una mera eliminazione del 40% dei posti di lavoro come prefigura la banca inglese. [La Banca d’Inghilterra ha stimato che l’Ai spazzerà via il 40% dell’occupazione. Frey e Osborne, in una famosa ricerca, hanno parlato di un rischio per il 47% della popolazione]. Sta a noi inventare un nuovo modello sociale che prenda questa tecnologia e la reinventi. Spero solo che alcuni lavori non vengano automatizzati tout court, se no… Io per esempio sono un insegnante, credo di essere più bravo di una macchina… Certo! Quando il celebre slogan del libro “Inventare il futuro: per un mondo senza lavoro” dice “Pretendi la piena automazione”, non significa che noi vogliamo automatizzare tutto, l’insegnamento, la cura, la salute: quello è il capitalismo che fa di tutto per sostituire l’umano con la macchina. Pretendere la piena automazione significa che l’automazione sia PER NOI. Qualsiasi rivoluzione nel passato è stata violentemente attaccata dai “vicini”. Sì, questo percorso deve essere internazionale, deve superare i confini, che tra l’altro, neppure vogliamo. Hai ragione: se ci fermassimo ad una trasformazione all’interno del recinto liberale, partitica, nazionale, si esaurirebbe in fretta, sarebbe repressa come successe con la Comune di Parigi.  E’ per questo che il partito “flotilla” Capibara sa che “non è la flotilla” che blocca Israele, il partito Capibara sarà fermato ben prima di arrivare al governo. È il tragitto del popolo che scende in strada e blocca tutto.  La prima funzione del partito Capibara è iperstizionale: diffondere un’idea, è un’idea che irrompe nella realtà. Si tratta di inondare con questa idea e risvegliare le coscienze. Lancia dei compagni e delle compagne in parlamento, con divieto (da statuto) di fare accordi di governo fino al raggiungimento della maggioranza assoluta, senza alcun accordo con altre forze politiche.  Il ’68, il ’77 furono dei momenti di incredibile iperstizione, superarono i confini nazionali. Noi vogliamo risvegliare un nuovo ’68. Ci vorrà questa forza, sarà indispensabile, perché i ricchi non molleranno certo la presa, e bisognerà essere in tanti per contrastare la loro repressione. Il partito è solo uno strumento di diffusione delle idee. I capitalisti dovranno affrontare non un partito, ma il popolo e lì ci sarà la rivoluzione.  Ti dico anche: COMUNQUE andrà questa candidatura per il 2027, noi abbiamo già vinto, l’idea si sta diffondendo e andremo sempre avanti. Stiamo crescendo, le persone si accendono, dicono: “Ma davvero è possibile tutto questo? Questa possibilità di non accontentarsi delle briciole?” Qui si tratta di ribaltare la nostra esistenza. Di fronte ad una prospettiva di una vita che diventa BELLA, le persone riaccendono la loro libido politica. Continuo con le provocazioni. Come mai compare quasi solo il tuo nome sul sito? Non ho mai detto di essere il fondatore. So che quella di “personalizzare” è una cosa che tendono a fare soprattutto i giornali, stiamo cercando di raddrizzare la cosa. Dopodiché in questo momento sono quello che ha più parlantina, ma stiamo cercando di fare in modo che ci siano anche altri che hanno voglia di affrontare telecamere e altro. Non c’è un capo: siamo un vento, come gli anabattisti del 1500. State raccogliendo le firme, per presentarvi alle politiche ci vogliono 120mila firme. Si, per ora stiamo raccogliendo delle adesioni online, per dire poi a questi: andate a firmare sulla carta. Secondo una legge che nel 2021 non venne modificata per un voto, le firme per la presentazione di un nuovo partito, devono essere cartacee, questo sarà uno sforzo enorme, ma ci proveremo. Sarà un misurarci e vedere quante persone vogliono questa trasformazione. A novembre, a Bologna, presenteremo il partito invitando i tanti movimenti, lotte, resistenze che ci sono in Italia; dal giorno dopo inizieremo a raccogliere le firme. Sembrate uno dei partiti “pirata” che vi sono stati in passato. Si, appariamo come uno scherzo, un gioco, con proposte surreali, assurde, MA rispetto ai partiti pirata del passato (partito dell’amore, della birra, dell’uomo spazzatura come in Inghilterra) le nostre proposte non sono supercazzole, sono serie e progettate nei minimi dettagli. È solo un’apparenza il gioco, ma vogliamo fare breccia dentro le mura dell’attenzione. Usando strategie comunicative: già il nome del partito, capibara, incuriosisce e arriva. Qualcuno vi avrà avvicinato alle speranze risvegliate dai 5 stelle che avevano lanciato all’inizio idee innovative, in molti avevano sognato. Sì, e anche io 10 anni fa ci avevo creduto, ci sono certo assonanze, ma c’erano alcune differenze di fondamentali: mentre il movimento 5 stelle non aveva un’ideologia, si diceva né di destra né di sinistra, noi siamo di una sinistra radicale, intersezionale, transfemminista, antispecista, anarchica, comunista. Siamo eredi di queste lotte nei secoli. Per questo ci rivolgiamo ai compagni e alle compagne delle lotte, questo vascello vedrà LORO entrare in parlamento.  Nel nostro statuto scriveremo che il partito capibara non potrà MAI fare accordi di governo con altri partiti, cosa che abbiamo imparato dal naufragio dei 5 stelle che arrivarono al 34% per poi sedersi al governo prima con la lega e poi col pd. Non si tratta di giocare con la politica parlamentare come hanno fatto loro.  La seconda differenza dai 5 stelle è che si collocavano pienamente all’interno del realismo capitalista. Non avevano un piano, non avevano una visione del futuro, di società che volevano realizzare. E così, una volta arrivati al governo, si sono sgonfiati perché non sapevano davvero cosa fare. Mancava la progettazione perché mancava, alla radice, la capacità stessa di immaginare. Trovo ottimo che si torni a parlare di casa, lavoro, sanità, immigrazione, diritti, ma nominate pochissimo la politica estera, quello che sta avvenendo nel mondo tra guerre e riarmo. Noi siamo chiaramente contro ogni guerra e ogni esercito, in ogni guerra siamo dalla parte dei soldati che si rifiutano di prendere le armi, siamo con i disertori. I potenti della terra fanno le guerre come se giocassero a risiko sulla pelle delle persone.  Abbiamo uno sguardo decoloniale, a partire dalla denuncia della colonizzazione tutt’ora in atto da parte degli Usa su di noi. L’indipendenza dovrà essere dei popoli, non delle nazioni, siamo per l’abolizione dei confini. Deve terminare lo sfruttamento dell’occidente in Africa e non solo. Così dobbiamo affrontare le vere migrazioni di massa che non sono ancora iniziate, le vedremo nei prossimi decenni con l’acqua che mancherà sempre più. Questi problemi andranno affrontati dal punto di vista globale, planetario. Quindi: transizione ecologica e lotta contro le multinazionali, ovunque. È necessaria una prospettiva sistemica e strutturale per affrontare questi problemi. Un’ultima domanda: quale è il processo con cui prendete le decisioni? Ottima domanda, ci becchi in un momento in cui stiamo discutendo a lungo su questo. Il problema è il partito, finché è un movimento anarchico, autonomo, va tutto bene, ma poi la faccenda si complica, non ci nascondiamo. Un gruppo anarchico, orizzontalista, nel diventare un partito affronta una contraddizione fondamentale. Stiamo cercando di darci dei protocolli comportamentali, un patto relazionale, uno statuto di cura.  Comunicazione non violenta, obblighi di trasparenza, un’analisi se il mio comportamento è coerente o oppositivo con la causa che portiamo avanti. Questo patto relazionale prevede anche uno strumento di autovalutazione. Quando avviene un conflitto, l’idea è di far sì che questo conflitto venga sottoposto a questo patto relazionale, con dei protocolli operativi, in modo da comprendere se una delle persone non si sta comportando bene nei confronti dell’intersezionalità, in modo autonomo e decentrato.  Non vogliamo degli organi decisionali che gerarchicamente decidono e dispongono, ma costruire questi protocolli che siano una bussola per un comportamento di cura collettiva. Certo che QUESTO, ora, è il tema più complesso che stiamo affrontando, per far stare insieme le persone senza gerarchie. Per inventare questi strumenti bisogna avere tanta Comune di Parigi nel cuore, tanti sindacati anarchici nel cuore, tanto orizzontalismo e anche un po’ di sana critica dello stesso orizzontalismo. Andrea De Lotto
September 2, 2026
Pressenza
Avete mai sentito parlare del partito capibara?/1
Vengo a conoscenza di un nascente partito: il partito dei capibara. Mi dicono: “Sono giovani, sembra interessante, prova a sentirli.” Guardo il sito e trovo idee che mi sono molto care: a partire dalla riduzione drastica dell’orario di lavoro. Ci diamo appuntamento con un loro portavoce, Davide Dibitonto, 31 anni, di Padova, ha una doppia laurea in economia e scienze politiche, lavora come consulente per l’ottimizzazione dei processi produttivi. Ci eravamo dati una mezz’ora, alla fine staremo a parlare per un’ora e mezza.  Davide, parti dall’inizio. L’origine sta nell’avanguardia filosofica che nasce in Inghilterra alla fine degli anni ’90: l’accelerazionismo che vuole rimettere in moto un mondo, una storia che sembra essersi fermata. L’accelerazionismo “di sinistra” è un movimento intellettuale, accademico, militante, che segue la crisi del 2008, che cerca di capire come mai il forte movimento Occupy Wall Street non ha portato risultati. La risposta più esaustiva è stata trovata dal pensatore inglese Mark Fisher, che scrive nel 2009 Realismo capitalista.  In estrema sintesi: “Abbiamo perso perché non siamo stati in grado di immaginare ciò che vogliamo. Siamo sempre ‘anti’, in difesa, resistenti, ma così non si vince, se va bene si rallenta l’offensiva avversaria”. Ecco allora la riflessione, il sogno di una nuova utopia mobilitante. In Inghilterra il dibattito va spedito e il nuovo partito di Corbin è molto vicino a quelle analisi. In Italia quel pensiero arriva in modo davvero particolare, non tanto attraverso traduzioni, che sono pochissime, ma attraverso i meme. Sono immagini provocatorie, scherzose, montaggi di foto o disegni e frasi, pensieri, in questo caso si mandano messaggi con l’obiettivo di svecchiare le categorie della sinistra tradizionale.  Negli anni 2014/15 c’è un gruppo fb che si chiama Sinistra Libro, alcuni di loro usano molto i meme. In fondo in quegli anni è la stessa campagna di Trump che avviene a colpi di meme. Nascono migliaia di meme che inondano l’immaginario. Nel frattempo l’unico autore che viene tradotto dall’inglese all’italiano è Mark Fisher, il quale si toglie la vita nel 2017 e in Italia la sua opera principale, Realismo capitalista, viene tradotta nel 2018 e poi via via tutto quello che ha scritto.  Cosa dice Fisher: “Siamo depressi perché non abbiamo futuro, non siamo neanche in grado di immaginarlo.” Se l’accelerazionismo di sinistra inglese è più legato alla tecnologia e alle potenzialità che questa ha per migliorare la nostra vita, qui in Italia attecchisce maggiormente l’aspetto immaginifico. Nascono in Italia tanti piccoli gruppi che mettono in pratica questo proposito: immaginiamo, ma da lì riflettiamo, elaboriamo, la società che vogliamo e la sua realizzabilità.  Dall’utopia alla progettazione tecnica. Questa corrente di accelerazionismo si chiama “gratuitismo”, che si sposa con la decrescita felice. La forma prezzo della vita viene demercificata; noi dobbiamo andare a lavorare perché la vita costa, il gratuitismo vuole costruire un progetto anarco-comunista. Soprattutto dell’anarchia. La gratuità, per esempio, ci consente di capire l’abolizione della moneta. Se arriviamo ad avere gratuitamente la risposta ai sei bisogni principali, la moneta conta meno. Si abolisce il significato della moneta, non il significante. È un’accelerazione oltre il capitalismo, come se noi sgretolassimo il capitalismo. È un’incredibile, entusiasmante utopia mobilitante che si diffonde in un’era apocalittica. Le reti di progettazione aperte nascono nel 2021, quindi think tank dal basso, persone che si aggregano con l’obiettivo di trasformare i nostri sogni in progettazioni tecniche. Per esempio, nel 2021 abbiamo lavorato con Giuseppe Graziano, grande esperto di sanità, direttore sanitario dell’Umberto I di Roma, e con lui abbiamo scritto il decreto attuativo di un futuro servizio sanitario nazionale. Come nasce l’idea del partito? L’idea del “partito accelerazionista” è sempre stata un meme, già nel 2015 vi erano meme su un ipotetico partito. Certo era un gioco, uno scherzo. Nel 2022, durante le elezioni vere e proprie in Italia, abbiamo montato tra noi un gioco: le elezioni iperstizionali. Iperstizione è un’idea che si trasforma in realtà. Un’idea così forte e desiderabile che circola sempre di più fino a diventare realtà.  Per esempio, la “remigrazione” è un’iperstizione: tanto hanno martellato che ora rischia di diventare realtà. Il motto “Non c’è alternativa”, il “there is no alternative” di Margareth Thatcher è un’iperstizione: noi ci crediamo e così diventa realtà.  Queste elezioni che inventammo avevano otto liste immaginarie, tutte delle prese in giro dei partiti esistenti. Non eravamo molti, i gruppi meme sono piccoli, formati da 4/5 persone, ma poi questi messaggi viaggiano, alcune centinaia di persone votarono. Ma già allora, nel 2022 avevamo scritto i programmi di questi 8 partiti: facemmo dei laboratori di liberazione dell’immaginazione, che è la pratica che viene fatta quando si segue l’insegnamento di Fisher.  Quando scrivemmo i programmi ci accorgemmo che era facile declinarli in programmi reali. L’immaginazione, per gioco va oltre il realismo, ma poi ci si accorge che le rivendicazioni sono meno assurde del mondo in cui viviamo. Da lì negli anni seguenti un lavoro di articolazione di tutti i nostri sogni. Ma quando l’idea di questo partito capibara? Il progetto è nato alla fine dell’estate scorsa, ma non è più un gioco. Certo la contraddizione è “un partito che nasce in un contesto anarchico”; siamo nell’assurdo, nel paradosso. L’idea è quella del Galeone, poesia del 1967 che poi è diventata canzone del canzoniere anarchico: è praticamente la storia della Flotilla, questo Galeone di schiavi che si ammutinano e decidono di schiantare questa barca contro le rive.  Come la Flotilla, non sta in difesa, va all’attacco. A novembre a Bologna convocheremo tutti coloro che vogliono “salire su questo galeone”. Noi offriamo lo spazio, non saremo noi, ma saranno altri “compagni e compagne” che noi scaglieremo in parlamento contro le rive del parlamento. Butteremo dentro alcune persone come se fosse una grande strategia alla Ilaria Salis. Lei è lì per sostenere le lotte territoriali, non per obbedire ad un partito. Davide dicci in sintesi le “colonne” del programma, in sintesi, poi chi vorrà approfondire andrà a vedersi il sito www.partitocapibara.org  Se non siamo un partito tradizionale, tanto meno lo è il programma perché è fuori dalle cornici che il capitalismo definisce “possibile”. Le tre rivendicazioni di punta sono queste: 1. Lavorare meno: 24 ore alla settimana. Dal lunedì al giovedì indicativamente, sei ore per 4 giorni, associate ad un minimo di 15 euro netti, fa un salario minimo di 1560 euro al mese. 2. La gratuità dei sei bisogni fondamentali: le sei leve che ci costringono ad andare a lavorare. La casa, le utenze, i trasporti, il cibo, la salute e l’istruzione/cultura. 3. La messa in comune della tecnologia e la distribuzione dei suoi frutti: 500 euro al mese per tutti e tutte, agganciati al tasso di sviluppo per l’automazione. Questi pilastri si scontrano immediatamente con la visione capitalista che abbiamo digerito e che ci fa dire: “E’ assolutamente impossibile”. Ecco allora che ci aiuta ancora un concetto di Fisher: questo gratuitismo o comunismo di lusso, non basta desiderarlo, spingerlo, bisogna dimostrare che è realistico, possibile qui e ora. Da qui nascono le reti di progettazione aperte. Andiamo concretamente a scrivere le riforme tecniche di queste rivendicazioni.  Ad oggi le due riforme che sono state stese per intero sono quelle della sanità e quella della riforma delle 24 ore di lavoro.  Sul primo punto abbiamo lavorato ripristinando e potenziando la stessa legislazione italiana (la legge 833 /1978, smantellata nei decenni successivi), sul modello della Trieste dei basagliani, dei modelli cubano e del confederalismo del Rojava.  Per il secondo abbiamo fatto tutto un lavoro sulla fiscalità, capovolgendo l’attuale piramide. Per i redditi più bassi le tasse non ci sono. Le tasse sono pagate non più dai poveri, ma dai ricchi.  Stiamo lavorando alla progettazione fattibile di una graduale abolizione del sistema carcerario, stiamo scrivendo la transizione energetica, il servizio di trasporto pubblico capillare in modo da rendere sempre più superflua l’automobile.  Poi c’è la questione della casa, un sistema immobiliare in cui nessuno possa avere (come singolo individuo) più di due case; quindi, se siete in 4 in famiglia potrete godere di 8 immobili. Oggi abbiamo 77 milioni di immobili in Italia di cui abitabili 64 milioni: siamo 52 milioni di maggiorenni di cui due terzi vivono in compagnia.  Come se fossimo una tribù di 100 persone con 140 capanne. È chiaro che l’affitto o il mutuo è un’invenzione del capitalismo. La scarsità è imposta dal capitale. C’è invece l’abbondanza. Useremmo per le case una strategia che arriva da Mariana Mazzuccato, economista italo-americana che vive in Inghilterra. Se un palazzinaro ha 5000 appartamenti dovrà lasciarne 4998. Questi verranno messi all’asta. Attualmente il 5% dei proprietari possiede oltre il 50% delle proprietà. La gran mole di case che entreranno nel mercato farà crollare i prezzi.  Ma non siamo un’isola, qualcuno andrà via, qualcuno arriverà. Si, dobbiamo prevedere qualsiasi scenario, è come una partita a scacchi. Quello della fuga dei capitali è il classico spauracchio, ma va affrontato per quello che è: il patrimonio italiano produttivo è pari a 14mila miliardi. 7 mila miliardi sono patrimonio immobiliare, e 7 finanziario. Bene: l’idea di spostare una produzione all’estero non è così facile come ci fanno credere. Parallelamente certo dovrà maturare una coscienza politica che farà sì che le proprie aziende vengano difese. Certo che avremo gli attuali padroni, proprietari contro: si lotterà per difendere il progetto della nostra società gratuitista. Quindi mettete in conto lo scontro? Ecco allora che emerge l’idea del partito flotilla, la radice anarchica del nostro progetto che NON ci fa credere che gli strumenti della democrazia liberale possano davvero bastare per arrivare a dei risultati rivoluzionari.  Lo scontro sarà soprattutto su questo tetto massimo che abbiamo stabilito: nessuno potrà possedere più di 6,66 milioni di patrimonio personale. Questa è la patrimoniale “accelerazionista” che abbiamo concepito, l’idea cioè di un tetto massimo. Questo significa che il signor Ferrero, l’uomo più ricco d’Italia, che ha un patrimonio personale (cioè di lui persona fisica) di 50 miliardi di euro, dovrà rinunciare a 49 miliardi e 994 milioni di euro, cioè il 99,9999% del suo patrimonio. E rimarrà comunque multimilionario. Ma è evidente che lui non ce lo permetterà mai. Le storie della comune di Parigi, di Allende, insegnano: i padroni, quelli veri, sono internazionalisti e non lasceranno mai che tutto il loro potere venga distribuito per il diritto all’abbondanza comune. Saranno loro a far saltare la democrazia liberale.  Per questo non bisogna credere ciecamente, ingenuamente, che la democrazia liberale basterà a fare questa grande rivoluzione. È proprio come per la flotilla: la flotilla sa che non è la barchetta, va da sé, che blocca Israele. Anzi, la barchetta viene arrestata addirittura prima di raggiungere le rive della Palestina. La flotilla sa che è il tragitto a risvegliare le coscienze del popolo che scende in strada e blocca tutto. Lo stesso vale per il partito-flotilla, il partito capibara (il più grande roditore del mondo, ndR): il partito, il vascello, ovvero la democrazia liberale, da sola, non riuscirà a bloccare il capitalismo; è il tragitto che conta: risvegliare le coscienze, mostrare al mondo che viviamo nell’abbondanza e abbiamo tutto il diritto di rivendicarla, di trasformare le nostre vite, di conquistare un’esistenza bella da godere, che tutto ciò è possibile. È il risveglio delle coscienze nel popolo la vera rivoluzione.  Quando i potenti della terra si scaglieranno a reprimerci, quando saranno pronti a far saltare la democrazia liberale pur di impedirci di realizzare il gratuitismo, quando si arriverà allo scontro finale, sarà la coscienza collettiva a realizzare la rivoluzione, non la barchetta-partito. Era questo lo scopo di Fisher nella sua ultima opera incompiuta, “Acid Communism”: innescare una nuova iperstizione come quella del 1968, risvegliare le coscienze, liberare il desiderio. Da un certo punto di vista, si tratta di innescare un nuovo incantesimo collettivo, una nuova forma di “coscienza di classe”. (continua qui Avete mai sentito parlare del partito capibara?/2)   Andrea De Lotto
September 2, 2026
Pressenza
Premierato e programma tra destra e (finta) sinistra
L’inatteso esito del referendum sulla giustizia ha messo in grave difficoltà la destra al governo come si può facilmente constatare dalle intenzioni di voto degli italiani che sembrerebbero al momento favorire la sinistra, a meno che non sia proprio quest’ultima, sempre in preda alle sue infinite contraddizioni, a suicidarsi in un improvvido e sterile dibattito tra l’esigenza di fare le primarie e quella di avere un programma elettorale. Naturalmente, in nome della banalità del buon senso, dicono tutti che prima bisogna avere il programma e poi si può discutere del leader. Ma non è questa la questione. Diciamo innanzitutto che di leader e di primarie non si dovrebbe neppure parlare. In passato a presiedere l’esecutivo è sempre stato il segretario del partito più votato della coalizione vincente. Si ha quasi l’impressione che questa sinistra voglia scimmiottare la destra proponendo una sorta di versione soft del premierato, ribadendone in questo modo i suoi aspetti più deleteri: per un verso una personalizzazione dello scontro politico tutto centrato sulla visibilità e appetibilità mediatica del leader, che si mostra in tutto il suo fascino nei social, così come un tempo un suo lontano predecessore si mostrava dal balcone di piazza Venezia. Dall’altro lato c’è, ancora una volta contro il principio della divisione e dell’equilibrio dei poteri, la possibilità di una ulteriore crescita dell’importanza del potere esecutivo  a scapito di un legislativo di nominati, tenuti a bada ingrossando sempre di più il loro portafoglio.  Ricordiamo, a tal proposito, che la nostra Costituzione, precisamente all’art. 95, definisce in modo preciso il ruolo e i compiti del “Presidente del Consiglio dei Ministri” (così si chiama e non come viene detto enfaticamente “premier” o “capo del governo”). Il suo compito è quello (cito letteralmente) di mantenere “l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”, e aggiungendo subito dopo che “I Ministri sono responsabili collegialmente delle deliberazioni del Consiglio dei Ministri”. Come si può vedere il Governo resta al fondo un organo a responsabilità collegiale. È giusto dunque concentrarsi sul programma?  Il guaio sta nel fatto che una vera e coerente sinistra il programma dovrebbe averlo già e non cercarlo affannosamente, (non si sa bene dove), in vista dell’appuntamento elettorale. Un programma di governo dovrebbe essere la logica conseguenza di uno schieramento di ordine generale in campo politico e valoriale. Per capirci: io resto convinto che una vera sinistra dovrebbe muoversi su due semplici discriminanti che sono il contrasto radicale alle logiche neoliberiste in economia e il pacifismo anti-atlantista sul piano geopolitico. Il programma di governo diverrebbe a quel punto la cosa più semplice da immaginare. Volete alcuni facili esempi? Diciamo  allora che prima di tutto sarebbe necessario schierarsi contro tutti i conflitti armati: no alla guerra e no al riarmo (ma col realismo di non insistere in sanzioni che fanno il solletico alla Russia e colpiscono soprattutto noi). E poi ancora di seguito: condannare e isolare Israele per il genocidio in Palestina, che è di più e peggio di una guerra; bloccare l’operatività militare della NATO nel nostro paese e metterne in discussione l’esistenza sul piano internazionale; contrastare le politiche di austerità e le regole di controllo dei bilanci nazionali da parte dell’Europa; rilanciare il welfare stornando fondi dalle spese militari per il rilancio immediato di una agonizzante sanità pubblica e ipotizzare poi investimenti per la scuola, la previdenza e per un possibile piano di edilizia popolare; politiche per il lavoro con innanzitutto il salario minimo orario e il ripristino della scala mobile; nuovo sistema fiscale che tassi i superprofitti e istauri un nuovo sistema d’imposta caratterizzato da una forte progressività; politiche di difesa della maternità (congedi parentali e sostegno economico); iniziative di difesa ambientale (transizione dal fossile a fonti energetiche rinnovabili, contenimento o rinuncia alle grandi opere, decementificazione)…  Sto certamente sorvolando su varie cose, ma credo che quanto detto basti per esemplificare e dare senso al discorso. Infine capisco perfettamente che un conto è fare la lista della spesa e cosa ben diversa è (giusto per restare nella metafora) avere i soldi per comprare tutto. L’opposizione ad un simile programma sarebbe feroce da parte di Usa, UE e vari potentati economici e militari. Certo non tutto sarebbe fattibile ed inevitabilmente su molte cose bisognerebbe mediare, ma intanto, prima di ogni realismo al ribasso, mi pare necessario cominciare ad interrogarsi su ciò che è giusto e su ciò che sarebbe necessario, sapendo bene che prima si guarda al piano ideale e solo dopo ci si interroga sulla dimensione del reale. Una cosa è comunque certa: in questa prospettiva il giochino “primarie o programma” di questa sinistra che ci ritroviamo non è un’opportunità, ma un ulteriore ostacolo.          Antonio Minaldi
April 20, 2026
Pressenza
L’onda lunga delle moltitudini d’autunno
Quanti padri ha la vittoria referendaria registratasi a ridosso di quest’inizio di primavera? Simbolicamente, in uno con l’immaginario della bella stagione, sembra rifiorire la speranza di una nuova rinascita della gloriosa sinistra istituzionale: è come se si riaprisse la gara del riscatto. Dopo aver arrancato sulle impervie salite, pare che la squadra sia già pronta sulla linea di partenza per l’avvio dell’ultima tappa, al termine della quale sarà definita la redde rationem elettoralistica tra le maglie nere – fino a ieri in fuga al comando della corsa – e le maglie biancorosate inseguitrice, oggi rinvigorite dall’aggancio della testa del gruppone,  pronte a loro volta a lanciare la lunga volata per il rush finale, augurandosi di sferrare il colpo di reni del velocista di razza per tagliare la linea del traguardo per l’agognata conquista della corona d’alloro. A chiusura dei seggi si sono aperti gli schermi televisivi, dove impazzavano i soliti talk show per seguire lo spoglio referendario, nei quali i dibattiti si facevano sempre più frementi man mano che il risultato delineava con maggior chiarezza l’esito finale. Mentre nell’incertezza iniziale degli instant poll  i convenuti rimanevano saggiamente abbottonati dentro gentili schermaglie di intrattenimento. Con la acclarata e sorprendente vittoria dei NO si apriva, senza più esitazione alcuna, il caravanserraglio del mainstream politicista: qualche intervista raggranellata qui e là fra i colonnelli degli schieramenti avversi, in attesa delle conferenze-stampa dei leader politici (eccezion fatta per la Meloni a cui – come ben sappiamo – gli incontri con la stampa fanno venire l’orticaria. Così, bontà sua, ci ha omaggiato di un riflessivo video francescano). Ma il maggiore interesse era rivolto innanzitutto ai leader usciti sul carro vincente, inseguiti spasmodicamente anche dai commentatori in studio al fine di carpire le mosse successive, non solo in relazione alla batosta del governo (dimissioni subito o galleggiamento?), ma specificamente in relazione alla “leadership carismatica” da assumere alla guida del “campo largo”, per il quale c’è chi ritiene necessario stabilire prima metodo e merito e chi, invece, caldeggia subito l’indizione delle primarie, con un programma concordato dalle forze del centrosinistra. Si badi bene, non dalle forze vincitrici nella tornata referendaria, sapendo bene che tali non possono proclamarsi, avendo o sostenuto direttamente il campo avverso del SI ovvero optato per una astensione farlocca, che mascherava una sostanziale convergenza con lo schieramento governativo. Per fortuna che il loro elettorato ha votato in massa per il NO, dimostrando la loro inconsistenza progettuale e quanto effettivamente pesano sul corpo elettorale questi capipartito e capicorrente pseudodemocratici e progressisti. L’agenda sostanzialmente era cambiata, consumato il rito del suffragio il discorso veniva proiettato tutto sulla prospettiva delle politiche del 2027, immaginando – da ora sino ad allora – una lunghissima cavalcata elettoralistica, su cui bisognerà attrezzarsi da subito per definire i palinsesti mediatici. Ecco perché tutti incalzano sulla necessità della figura guida: mentre dal lato dell’attuale compagine governativa il campione della giostra è già saldo in sella, dal lato del “campo largo” le manovre sono tutte da definire non solo metodologicamente. Ovviamente – come abbiamo detto – c’è chi spinge l’acceleratore per definire immediatamente il demiurgo da contrapporre nel singolar certame. D’altro canto  sarà cura del prescelto, come un primus inter pares, di mettere in fila col bilanciere i desiderata delle singole forze alleate quale programma di coalizione: come sempre si tratta di una sorta di canovaccio il più possibile general-generico, per dare spazio poi al più becero “realismo esecutivistico”, da cui emerge l’autoreferenzialità del ceto politico a dispetto di ciò di quel che gli elettori avevano creduto nell’esperire nel segreto dell’urna l’atto formale del mandato. Per fortuna che in questa cornice mediatica irreggimentata, in cui – in nome del cinico realismo della competizione politicista – la ruffianeria e la partigianeria prezzolata non mancano, esistono ancora attenti osservatori di provata onestà intellettuale che riflettono e si interrogano sui fatti senza manipolazioni di sorta. Ora nel caso del referendum di questi giorni – fuori dalle canoniche analisi statistiche sui flussi registratisi a seguito del voto (una messe infinita di dati percentuali che ognuno stiracchia a proprio uso e consumo, anche per il solo piacere di aggiungere un qualche tassello sopra altri) – solo in pochi hanno davvero fatto il tentativo di interrogarsi sul perché il dato di affluenza sia cresciuto (e non ripetiamo i raffronti con europee e politiche, così come non citeremo alcun dato che si conosca già) in modo così esponenziale oltre ogni aspettativa: un dato decisivo su cui si è giocata la schiacciante sconfitta, al di là d’ogni prevedibile misura, del governo in carica. Allora quali sono stati nella sostanza i fattori determinanti del risultato referendario, con i quali si possa sviluppare una chiave di lettura politica seria, fuori dalla pantomima politique politicienne di chi vorrebbe riconquistare la scena, magari con il gradito accompagnamento della fanfara al suon di compiacenti massmediatiche orchestrine? Innanzitutto la partecipazione oceanica della generazione Gaza, la quale – così come aveva già fatto nelle manifestazioni autunnali – anche adesso ha fatto valere il proprio peso politico nella vittoria del NO: quella stessa marea di giovani che nessuno aveva visto arrivare nelle passate giornate d’autunno, riversatasi nelle piazza italiane a centinaia di migliaia di migliaia, così come aveva fatto precedentemente dentro quella moltitudine è stata oggi nelle urne la vera protagonista politica trainante che ha determinato la differenza tra gli schieramenti. In quella moltitudine ribelle abbiamo visto questa generazione di giovanissimi (cresciuta avendo chiaro il rifiuto del genocidio perpetrato in quel di Gaza e contro i massacri generati dalle guerre) debuttare nel ciclo delle ultime manifestazioni di massa, dentro le quali  non hanno avuto difficoltà ad incrociare e fondersi con assoluta naturalezza con le altre generazioni viciniore, quelle che hanno già maturato sulle loro spalle un po’ più di attivismo politico. Stiamo parlando di quei giovani organizzati nell’ossatura reticolare dei collettivi studenteschi ed universitari, che attraversano i vecchi e nuovi centri sociali autogestiti, che si impegnano nelle reti di sostegno solidale a fianco degli sfrattati e dei tanti subalterni emarginati, che costituiscono la base dei Comitati spontanei della cittadinanza in lotta per la difesa dei territori e del paesaggio (NoTav e No Ponte in testa). Orbene, questo straordinario fondersi delle nuove generazioni, in un comune protagonismo politico, ci indica la strada costituente verso cui incardinare il processo ri/fondativo dell’attivismo sociale autonomo dal basso, aperto ed espansivo, dentro il quale sperimentare forme comuni di socializzazione solidale per un nuovo mondo possibile. Se questa nostra caratterizzazione del movimento è corretta, possiamo dire che chi oggi si intesta il merito della sconfitta del governo postfascista, in vista di un ribaltamento istituzionale del quadro politico, farebbe bene a non confidare più tanto sull’onda lunga dell’autunno antagonista che ha aiutato il travolgimento del risultato referendario. E’ soltanto una pia illusione pensare di capitalizzare sui movimenti per raggiungere con successo un esito elettorale. Non è cercando di svuotarne l’orizzontalità con cui essi si esprimono né tanto meno pensando di accattivarsi la loro attenzione perché s’è avuta la furbizia di inserire – come specchio per le allodole – qualche titolatura a carattere cubitale nella lista della spesa calderone programmatico, credendo così di averne soddisfatto le loro attese. Certo i nuovi movimenti hanno mostrato tutta la loro saggezza, sapendo anche utilizzare all’occorrenza il campo più opportuno per esprimere la loro volontà comune, come nel caso istituzionale in questione sulla contesa referendaria. Ma diciamocelo chiaramente: quanto ha influito sul voto in sé il quesito sulla giustizia? Noi pensiamo, dal lato della moltitudine antagonista, molto poco. Il vero quesito per essa era il giudizio sul governo. Nel merito: le leggi securitarie, la cancellazione di enormi fette di spesa sociale con particolare accanimento sulla sanità pubblica, il caro-vita sempre più insostenibile, lo sfruttamento dei lavoratori con salari da fame e precariato diffuso con forti penalizzazioni in capo a giovani e donne, l’emarginazione sociale con sacche enormi di esclusione che vede anche ampie fasce di ceto medio scivolare lungo le discese vie dell’impoverimento. In particolare i morsi del depauperamento sociale si sono fatti sentire in modo eclatante soprattutto al sud, dove da decenni gli obiettivi di sostegno allo sviluppo per il mezzogiorno – a parte il breve ciclo di vigenza del reddito di cittadinanza, misura che aveva fatto tirare un sospiro di sollievo a migliaia di famiglie e all’economia meridionale – sono scomparsi del tutto dall’agenda della politica economica. Un obiettivo scomparso perfino dai radar dei fondi strutturali comunitari e non solo per assecondare il razzismo leghista, bensì anche a causa dell’intesa trasversale del “partito del nord”, quello dell’autonomia differenziata, un fronte spesso guidato dai sindaci-PD. Ora se il lungo retroterra – dentro cui si sono mossi i governi politici e “tecnici” (col determinante supporto del centrosinistra) – è questo, ci chiediamo: con quale credenziali si possono immaginare aperture di confronto per una “maggioranza referendaria” con le soggettività che hanno regalato – su un bel piatto d’argento – alle principali opposizioni istituzionali una vittoria così schiacciante? Questo è un problema che ricade specificatamente in capo al partito democratico di Elly Schlein. E il dichiararsi ostinatamente “unitaria” rispetto al campo largo solleva ulteriori dubbi, in primo luogo perché obiettivamente nel perimetro politico siffatto – se si volesse aprire un dialogo con la generazioni Gaza – sono assolutamente incompatibili, seppur marginali, le forze centriste (comprendendo fra esse anche le fronde interne al PD); basti riflettere sulla posizione assunta da esse (e con quali risultati) sul tema referendario, collocate decisamente con lo schieramento di destra. Senza considerare che il fronte centrista, in virtù della irriducibile posizione à la guerre comme à la guerre, si colloca agli antipodi della moltitudine recatasi ai seggi lo scorso 22 marzo. Così siamo venuti al fondo della questione. Non è l’esortazione paternalistica “a continuare a dare una mano” con la partecipazione al campo largo, pronti a raccogliere le specifiche problematiche giovanili per tradurle in programmicchio elettorale, augurandosi di coinvolgere l’elettorato giovanile che col suo voto assicurerebbero la vittoria alle prossime elezioni politiche. Non è neanche l’invito a sedersi ai tavoli d’ascolto per redigere, successivamente, con le altre forze del campo largo, un accrocco d’accordo. Chi vuole veramente richiamare l’attenzione della moltitudine scesa in piazza nelle scorse mobilitazioni autunnali, non deve chiedere di interloquire con essa. Deve soltanto recepirne l’agenda, quella espressa in modo chiaro e netto dalle enormi masse di partecipanti che sfilarono per le strade delle città italiane. Solo con quel programma – per la Pace senza se e senza ma. Contro il riarmo e l’abiura della guerra – si potrà non solo sognare, bensì vincere davvero, ricacciando indietro la destra e lo stato di polizia, rilanciando un nuovo stato sociale, di cui la società contemporanea richiede la immediata attuazione. Ne avranno mai il coraggio i “nostri eroi”? Toni Casano
March 29, 2026
Pressenza