Finanziamenti fossili, l’Italia parla turco
Pubblicato su Il Manifesto, 14/05/26
C’è un filo rosso che unisce la guerra mossa da Stati Uniti e Israele contro
l’Iran, «la più grande scoperta di gas nel Mar Nero» e gli interessi italiani:
si chiama «sicurezza energetica».
NELL’ESTATE DEL 2020, la Turchia annunciò un’importante scoperta di gas nel Mar
Nero, al largo della costa di Zonguldak: il Sakarya Gas Field, con riserve pari
a 710 miliardi di metri cubi. Sulla carta, una vera e propria manna dal cielo
per un Paese avido di risorse energetiche, in buona parte importate dall’estero.
Sakarya incarna ogni ambizione autarchica della Turchia, a partire da quella di
affrancarsi dalla dipendenza dal gas russo, fino a presentarsi sul mercato
globale come potenziale esportatore.
DAI POZZI SOTTOMARINI, IL GAS ARRIVA sulla terraferma all’impianto di Filyos
attraverso un gasdotto di circa 170 chilometri posato a 2.200 metri di
profondità. Il trasporto e l’installazione dell’infrastruttura è in capo a
Saipem, principale società ingegneristica italiana nel settore petrolio & gas, i
cui azionisti di riferimento sono Eni e Cassa Depositi e Prestiti.
MA SAIPEM NON È L’UNICA ENTITÀ ITALIANA impegnata a sostenere il settore del gas
turco. A maggio 2023 Sace, l’agenzia italiana di credito all’esportazione,
rilasciò una garanzia sui prestiti per la prima fase del progetto del valore di
243 milioni di dollari, proprio per facilitare l’operatività di Saipem. A
dicembre 2024, l’agenzia concesse una seconda garanzia da circa 660 milioni di
euro per la fase due e ora sembrerebbe pronta a procedere con una terza tranche
di sostegno, come riportato sul suo sito istituzionale. Per comprendere meglio
come opera Sace, va evidenziato come sia controllata dal Ministero dell’Economia
e delle Finanze e lavora attraverso il cosiddetto «derisking dell’investimento»:
un’assicurazione pubblica che rimborsa aziende o banche finanziatrici in caso di
fallimento del progetto. In entrambi i casi, l’intervento avviene con soldi
pubblici. Lo stato italiano sta quindi aiutando la Turchia a sviluppare il suo
settore energetico attraverso l’impegno di denaro pubblico, per di più in un
momento di grande incertezza dovuta dalle crisi energetica in corso. E non tutto
sembra procedere per il verso giusto.
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SE NELL’APRILE DEL 2023, poco prima delle elezioni presidenziali, il già
presidente Recep Tayyip Erdogan inaugurò in pompa magna l’arrivo dei primi metri
cubi a Filyos, enfatizzando la velocità di realizzazione del progetto e
riservando stoccate a giganti come Shell e BP che avevano fallito i precedenti
round esplorativi, in seguito le cose non sono andate secondo i piani.
GIÀ NEL 2024 ANKARA AVEVA RIVISTO al ribasso l’impatto della seconda fase di
Sakarya, posticipando al 2026 l’obiettivo di 20 di milioni di metri cubi (mmc)
giornalieri. Tuttavia, secondo i dati aggiornati a febbraio 2026 dell’Autorità
di regolazione energetica, si evince che nel 2025 la media giornaliera si è
fermata a 7,7 mmc, salendo appena a 8,2 nei primi due mesi di quest’anno. Il
progetto non solo è in ritardo sulla seconda fase, ma non soddisfa nemmeno le
stime della prima (10 mmc al giorno), ufficialmente conclusa. Inoltre, l’Italia
non ha beneficiato di un solo metro cubo di gas estratto al largo delle coste
turche, e mai lo farà.
NONOSTANTE CIÒ, COME GIÀ ACCENNATO, Sace potrebbe rilasciare a breve una terza
garanzia per agevolare ulteriormente Saipem. Un’operazione che da un lato si
inserisce nel solco della relazione speciale tra Sace e il settore fossile, e
dall’altro è in aperto contrasto con quanto la stessa agenzia e il governo
avevano promesso alla COP26 di Glasgow, in Scozia, a novembre 2021. A quel
vertice l’Italia si era impegnata a cessare il sostegno pubblico ai combustibili
fossili entro la fine del 2022, firmando la Clean Energy Transition Partnership,
meglio conosciuta come Dichiarazione di Glasgow. La policy climatica di Sace
scaturita da quell’impegno è però così debole da fare dell’Italia il primo
finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto al mondo. Il
supporto alla terza fase di Sakarya violerebbe persino questa debole policy, che
esclude garanzie per esplorazione e produzione di gas dal 1 gennaio 2026. Per
quanto esistano clausole di eccezione per quei progetti orientati al
rafforzamento della sicurezza energetica italiana, i numeri di Sakarya non
bastano neppure per quella turca.
NON È SOLO UNA QUESTIONE CLIMATICA e ambientale, ma di gestione delle risorse
pubbliche. Un progetto che rende meno delle aspettative aumenta il rischio di
insolvenza delle società coinvolte. La crisi energetica derivante dalla guerra
all’Iran rischia poi di aumentare la dipendenza italiana dalle fonti fossili,
con pesanti impatti economici sulle fasce più vulnerabili della popolazione.
Tuttavia, dietro il mantra della sicurezza energetica sembrano materializzarsi
anche operazioni che niente hanno a che fare con l’effettivo fabbisogno di gas,
quanto con il vantaggio per le tasche delle multinazionali. Alcune rese
possibili da enti pubblici come Sace.