La Toga e il Potere: le derive autoritarie e il futuro della giustizia in Italia. Imperativi per il No al referendum
In un verso del 1973, Fabrizio De André (“Storia di un impiegato”) aveva visto
lungo, con lucidità profetica: «prima cambiarono il giudice e subito dopo la
legge»… E tornano alla mente gli episodi di compiacenza della magistratura e
delle forze dell’ordine ai voleri del potere politico: dalla strage di Piazza
Fontana alla strage di Via D’Amelio, passando dalla strategia della tensione
allo stragismo mafioso. Non solo incidenti di percorso ma prova provata che la
commistione tra potere esecutivo, apparati di sicurezza e settori compiacenti
della magistratura produce mostri. E che quei mostri, in Italia, hanno goduto a
lungo di impunità. Da qui la domanda effettiva a cui siamo chiamati a rispondere
oggi e domani con un Sì o un No: “Volete una magistratura che risponde ai
cittadini attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che
risponde, anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in
carica?”. Quel verso di De André ci parla ancora_
La riforma della magistratura: il nodo del referendum
(…) è qui che si inserisce il progetto più ambizioso — e più pericoloso —
dell’attuale maggioranza: la riforma costituzionale della magistratura, che
approderà a referendum confermativo. La separazione delle carriere tra
magistratura requirente (i pubblici ministeri) e magistratura giudicante (i
giudici) è, in superficie, una proposta che può apparire tecnica e persino
ragionevole. Ma il diavolo, come sempre, sta nei dettagli — e nelle intenzioni.
Il vero cuore della riforma non è la separazione in sé, ma il ridisegno
del Consiglio Superiore della Magistratura e, soprattutto, l’introduzione di un
organo parallelo di controllo disciplinare — l’Alta Corte disciplinare — con una
composizione che riduce l’autogoverno della magistratura e aumenta l’influenza
indiretta del potere politico. In un sistema in cui i pubblici ministeri sono
già strutturalmente più esposti alle pressioni esterne rispetto ai giudici,
indebolire i meccanismi di autonomia significa esporre l’azione penale a
condizionamenti che oggi almeno trovano un argine nelle regole. La domanda che
il referendum pone ai cittadini italiani — anche se raramente viene formulata in
questi termini espliciti — è: volete una magistratura che risponde ai cittadini
attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che risponde,
anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in carica? La
storia che abbiamo ricordato — Piazza Fontana, Via D’Amelio, i depistaggi, le
verità negate — ci dice cosa succede quando quella domanda trova la seconda
risposta.
De André sapeva
C’è una lucidità profetica nei versi di Fabrizio De André inseriti
nell’album Storia di un impiegato (1973) “Sogno Numero Due” che il tempo non ha
consumato, anzi ha reso più nitida:
«Ascolta: una volta un giudice come me / giudicò chi gli aveva dettato la legge:
/ prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge. / Oggi, un giudice come
me, / lo chiede al potere se può giudicare. / Tu sei il potere. Vuoi essere
giudicato? / Vuoi essere assolto o condannato?»
De André descriveva il cortocircuito perfetto del potere che auto legifera e si
autoassolve. La sequenza è sempre la stessa: prima si neutralizza il giudice
scomodo, poi si riscrive la legge che lo rendeva possibile. Ciò che oggi si
propone con la riforma costituzionale è semplicemente una versione più
raffinata, più presentabile, più “democratica” dello stesso meccanismo. Non si
cambia il giudice con un decreto: lo si rende dipendente, culturalmente e
strutturalmente, da chi detiene il potere. Il risultato finale è identico: un
giudice che «chiede al potere se può giudicare».
Gli scenari futuri
Se il referendum dovesse approvare la riforma nella sua forma attuale, si
aprirebbe una stagione nuova — e per molti versi inedita nella storia
repubblicana — in cui:
> I processi politicamente sensibili (corruzione, criminalità organizzata con
> ramificazioni istituzionali, reati dei pubblici ufficiali) potrebbero
> incontrare resistenze sistemiche anziché occasionali
>
> La figura del pubblico ministeropotrebbe trasformarsi progressivamente da
> organo di accusa indipendente a soggetto esposto a pressioni di carriera
> orientate politicamente
>
> Il controllo della legalità — che in Italia ha storicamente supplito alle
> lacune di una politica spesso incapace di autoregolarsi — verrebbe
> sensibilmente ridotto proprio negli ambiti in cui è più necessario
Non si tratta di un salto diretto verso la dittatura: nessuno sta prefigurando
scenari così drammaticamente lineari. Si tratta di qualcosa di più sottile e
perciò più difficile da contrastare — un assottigliamento progressivo degli
argini, una erosione silenziosa delle garanzie, che lascia in piedi le forme
della democrazia svuotandone la sostanza. L’Italia ha una Costituzione nata
dall’antifascismo che ha posto l’indipendenza della magistratura come pilastro
irrinunciabile dello Stato di diritto. Quella scelta non fu casuale: chi aveva
vissuto il ventennio sapeva esattamente cosa significasse una giustizia al
servizio del potere politico. Settant’anni dopo, quella lezione rischia di
essere dimenticata — non con la violenza, ma con la pazienza certosina di chi
riscrive le regole del gioco mentre l’attenzione pubblica è altrove. De André,
da quel palco immaginario del 1973, ci aveva già avvertiti. La domanda è se
siamo ancora in grado di ascoltarlo. «Prima cambiarono il giudice e subito dopo
la legge». Poi non ci fu più bisogno di cambiare nessuno dei due.
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Redazione Italia