Sacra è l’accoglienza: l’ultimo spettacolo di Moni Ovadia
In quel piccolo prezioso gioiello che è il teatro greco di Segesta, a fianco del
magnifico tempio che sorge sul colle attiguo e sullo sfondo del vasto e sereno
golfo di Balestrate sfumato nel tramonto, ieri si è svolto un insolito
spettacolo che sarà replicato anche stasera.
Moni Ovadia aveva già firmato una riscrittura de Le Supplici di Eschilo nel 2015
per la stagione INDA del teatro greco di Siracusa. Questo è un nuovo
allestimento per il Segesta Teatro Festival, che si avvale delle musiche di
Mario Incudine, il quale ha collaborato con Moni Ovadia anche alla rivisitazione
del testo e alla regia. Sono musiche di matrice mediterranea che intrecciano
sonorità greche, siciliane e maghrebine, particolarmente suggestive grazie anche
ai canti a più voci e talora a cappella e alle danze di sapore orientale
eseguite da un appassionato coro di dieci ragazze “prestate” dal Tindari
Festival.
Pregevoli anche i costumi delle fanciulle che entrano in scena coperte dalla
testa ai piedi di pesanti mantelli color terra, di cui si liberano per rivelare
un abbigliamento da odalische in volteggianti drappeggi di splendide stoffe
africane.
L’originalità del lavoro consiste però nell’impiego di tre lingue, siciliano (ma
un siciliano mescidato con l’italiano, per risultare più comprensibile, un po’
come la poesia di Ignazio Buttitta), neogreco e arabo, e nell’essere quasi
completamente musicato. Pochi i recitativi: la narrazione del Nunzio, quasi
cantastorie tradizionale, che si rivelerà Eschilo stesso, e alcuni significativi
dialoghi, come quelli di Danao con le figlie o l’altro, efficacissimo, tra
Pelasgo (Ovadia) ed Egizio, i due re avversari.
Il mito è noto: due fratelli, Danao ed Egizio o Egitto, discendenti da Io, la
vergine trasformata in giovenca e ingravidata da Giove, sono in forte dissidio.
Danao ha generato cinquanta ragazze ed Egitto cinquanta ragazzi che, per volere
del padre, devono rapire e concupire, costringendole a nozze, le cugine. Per
sfuggire al ratto, Danao e le Danaidi fuggono dalla loro terra materna e
riparano, esuli stranieri, ad Argo presso Pelasgo, che, pur esitante di fronte
al rischio di una guerra con l’Egitto, dopo aver ascoltato il suo popolo,
deciderà di proteggerli, poiché l’ospite straniero è sacro a Zeus e va accolto e
soccorso in ogni caso.
Giungeranno gli Egizi sulle loro navi, tenteranno di ridurre in prigionia e
stuprare le giovani supplici, ma l’intervento del re di Argo li metterà in fuga.
La tragedia, una delle poche a lieto fine, si conclude con una preghiera di
ringraziamento agli dei che è anche un inno alla sacralità dell’accoglienza,
della libertà e della bellezza.
È perciò evidente perché la scelta di Moni Ovadia sia caduta proprio su questa
vicenda: migranti sono le supplici e dunque sacre e inviolabili; ogni migrante è
supplice si dice a un certo punto, e dunque ogni migrante è sacro. Non può
esserci libertà e democrazia senza accoglienza.
E ancora il tema della guerra, dolorosa, da evitare ad ogni costo; ma questo
ripudio della guerra confligge col dovere di difendere gli oppressi, Danao e le
sue figlie. È l’inquietante dilemma di Pelasgo – accettare la sfida egizia e
praticare la violenza o rinunciare alla resistenza e lasciar soccombere gli e le
innocenti in balia degli assalitori? – dilemma che il re risolve consultando
l’assemblea popolare, la quale, all’unanimità, si pronuncia per la difesa.
Non a caso durante gli applausi finali sventoliamo una kefiah e gridiamo
ripetutamente in tanti “Free Palestine”.
Ma c’è ancora un altro accorato messaggio che, nel suo plurilinguismo, la
tragedia, così come Ovadia l’ha interpretata, ci consegna: la necessità
liberatoria del meticciato culturale, inteso come scelta e non come costrizione.
Non solo non esistono confini e frontiere, non solo la terra madre è quella dove
tu esule poggi i tuoi piedi e dove, soprattutto, vieni accolto con amore e
rispetto, ma non esistono neppure identità nazionali: siamo tutti meticci, esiti
di intrecci molteplici e di genealogie complesse.
E il popolo siciliano lo sa bene, il popolo siciliano che è siculo sicano elimo
fenicio greco romano bizantino arabo normanno francese spagnolo e quant’altro.
Non isola sovrana, ma isola orgogliosamente e splendidamente bastarda è la
nostra, cioè isola accogliente. Perciò in chiusura il cantastorie Eschilo
confessa di essere “siciliano”, vale a dire appartenente al mondo intero.
Daniela Musumeci