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A Gaza, in Cisgiordania e in Libano la guerra continua… quotidianamente
Nella notte tra l’11 e il 12 maggio l’esercito israeliano ha distrutto con la dinamite diverse abitazioni, già diroccate, ad est di Gaza città. Bombardamenti all’alba di oggi su Khan Younis e Rafah. Secondo i nostri contatti a Gaza, sono stati uccisi stamattina, in due attacchi diversi, 4 civili tra i quali un bambino di 7 anni. Il rapporto del ministero della sanità informa che ieri sono stati uccisi 3 civili e feriti altri 16, secondo i dati forniti dagli ospedali. Un giovane, Ayman Rafiq Muhammad al-Hashlamoun, di 30 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze di occupazione israeliane in Cisgiordania durante un raid nel campo profughi di Qalandia, a nord di Gerusalemme occupata. Le truppe israeliane hanno fatto irruzione nell’istituto di formazione professionale di fronte al campo, lanciando gas lacrimogeni, granate stordenti e proiettili veri. Questo ha provocato il ferimento di al-Hashlamoun alla testa. I soccorritori palestinesi non sono riusciti a raggiungerlo in tempo e il giovane è stato dichiarato morto. Inoltre la Mezzaluna Rossa Palestinese ha riferito che nell’intervento è stata prestata assistenza a un ragazzo di 15 anni ferito da un proiettile di gomma. Poi il corpo del ragazzo ucciso è stato sequestrato dalle truppe israeliane che in seguito, durante il raid al perimetro dell’istituto, hanno sparato proiettili veri contro i giornalisti e compiuto un rastrellamento di diversi giovani all’interno del campo. Nella serata di lunedì 11 maggio inoltre le forze di occupazione israeliane hanno iniziato la demolizione di decine di strutture industriali e commerciali nella zona di Al-Mushtal, ad Al-Eizariya, a sud-est di Gerusalemme occupata. La devastazione riguarda 50 strutture delle quali 20 sono state distrutte e le operazioni di demolizione con i bulldozer proseguono. I proprietari sono stati avvisati soltanto verbalmente. Loro hanno fatto ricorso e l’udienza è stata fissata per metà maggio, ma l’esercito ha anticipato le demolizioni, rendendo vacua la falsa procedura giudiziaria israeliana. Un vero e proprio apartheid giuridico. L’operazione mira a usare i terreni dei palestinesi per il progetto coloniale denominato E1, un mega insediamento ebraico che cancellerà ogni collegamento diretto tra nord e sud della Cisgiordania. Distruggere l’economia palestinese per costringere la popolazione alla deportazione. Dalla mezzanotte dell’11 maggio l’esercito di occupazione israeliano ha effettuato circa 40 raid contro villaggi nel Libano meridionale, in concomitanza con il proseguimento dei bombardamenti di artiglieria e delle operazioni di demolizione e bombardamento di abitazioni nelle città meridionali. Il portavoce militare israeliano ha lanciato ieri minacce alla popolazione di 9 villaggi libanesi di abbandonare le case e allontanarsi di almeno un km. Un’ora dopo è stato scatenato l’inferno. L’esercito israeliano ha preso di mira un salone per le cerimonie. Le squadre della Protezione Civile, accompagnate dall’esercito libanese, sono riuscite a recuperare i corpi dei due uccisi, Rida Ali Jaber e suo figlio Mahdi di 7 anni, caduti per il raid aereo nella città di Kfar Tibnit. Il governo libanese ha annunciato di aver preparato un dossier sui crimini di guerra compiuti da Israele, da presentare al consiglio di sicurezza e alla corte penale internazionale. Entro questa settimana si dovrebbe tenere l’incontro a Washington tra le due delegazioni libanese e israeliana, per il cessate il fuoco. Non è stata ancora fissata la data. Netanyahu ha già informato che le operazioni militari in Libano cesseranno soltanto dopo il disarmo di Hezbollah. Obiettivo che non è stato raggiunto dalle aggressioni israeliane in 40 anni e che Tel Aviv vuole addossare al governo libanese, per innescare una guerra civile libanese. L’empasse israeliana riguarda anche l’alto costo che viene pagato per mantenere le proprie truppe in Libano. La resistenza libanese ha continuato a prendere di mira le truppe degli invasori, con droni e razzi di artiglieria, causando morti e feriti, che l’esercito di Tel Aviv non rende note se non dopo un certo periodo di tempo. UNA GIORNATA ‘SPECIALE’ PER I GIORNALISTI Ieri, 11 maggio, era il 4° anniversario dell’assassinio mirato della giornalista palestinese e cittadina statunitense Shireen Abu Aqileh da parte dell’esercito israeliano. Un assassinio impunito. L’indagine sul suo assassinio langue nei meandri della giustizia USA, sebbene le inchieste giornalistiche abbiano individuato il nome dell’esecutore dell’ordine di assassinio, un cecchino delle truppe scelte, Alon Scagio, che ha sparato con un fucile di precisione con cannocchiali dopo aver individuato la giubba della giornalista con la scritta Press e l’ha colpita al collo. Nello stesso giorno a Bruxelles si è svolta la cerimonia di consegna del Premio Shireen Abu Aqileh 2026 “Per il coraggio e l’impegno delle giornaliste” promosso dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) e l’Unione Internazionale della Stampa Francofona (UPF). Il riconoscimento è stato assegnato a Zareefa Abou Qoura, una giornalista palestinese che ha ampiamente trattato l’impatto della guerra sul popolo palestinese. Ha raccontato la vita quotidiana degli abitanti di Gaza, come gli attacchi ai centri di distribuzione alimentare, e ha svolto inchieste sulle torture inflitte ai medici palestinesi nei centri di detenzione israeliani e sull’uso di cani poliziotto come armi contro i civili. Inoltre, il più alto riconoscimento professionale internazionale per un fotoreporter, il prestigioso Premio Pulitzer per la fotografia di cronaca, è stato conferito al palestinese Saher al-Gharra, collaboratore per il New York Times [autore della fotografia in testa a questo articolo] che ha immortalato i dettagli di due anni di devastante invasione israeliana nella Striscia di Gaza trasformando la sofferenza umana in testimonianze visive che hanno scosso le coscienze del mondo. ANBAMED
May 12, 2026
Pressenza
“Occupied Territories” – Libano: una guerra che Israele non ha mai smesso
“È passato meno di un anno e mezzo dall’ultimo conflitto, seguito da una tregua mai rispettata, ed ora una nuova guerra in tre settimane ha già lasciato più di un milione di persone senza casa”, esordisce Fabio Bucciarelli, fotoreporter che per 10 anni ha documentato la realtà quotidiana in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Libano con tanti ‘scatti’, 100 in esposizione a Vinovo fino al 3 maggio prossimo. Nella pagina oggi online su Il mondo in cui viviamo, Fabio Bucciarelli spiega: > Dopo più di un anno sono tornato in Libano. > > Era l’ottobre del 2024, quando, a seguito del genocidio di Gaza e > dell’uccisione di Hassan Nasrallah, Israele bombardava il paese, causando > migliaia di morti civili e oltre un milione di sfollati. > > Il primo giorno che sono arrivato, dopo aver preso l’accredito stampa, sono > stato in un cimitero temporaneo a Dahieh, quartiere sciita della città > considerato una roccaforte di Hezbollah. Il cimitero provvisorio, tra terra e > fango, dedicato ai martiri in attesa di una sepoltura migliore, quel giorno ha > accolto quattro vittime: Mohamed Serri, giornalista della televisione > Al-Manar, sua moglie, un combattente e un paramedico. > > A causa dei continui bombardamenti israeliani, delle incursioni terrestri e > degli ordini di evacuazione, molte persone hanno trovato rifugio in scuole > trasformate in centri di accoglienza, lungo il lungomare della città o nello > stadio adattato a shelter temporaneo. In questi giorni, le piogge torrenziali > peggiorano ulteriormente le condizioni dei profughi interni, costretti a > vivere nelle tende. > > Gli attacchi si sono intensificati, provocando numerose vittime e la > distruzione di infrastrutture civili, con oltre un milione di persone che, > secondo le stime, sono state sfollate. > > Oggi la guerra è tornata, con la stessa violenza ma con una nuova maschera. > Dopo l’attacco americano e israeliano all’Iran e la risposta di Hezbollah, che > ha lanciato razzi verso Israele in supporto alla Repubblica Islamica, il > Libano è di nuovo ostaggio di un conflitto che sembra ripetersi come un > copione già scritto. > > I bombardamenti israeliani colpiscono ovunque, dalla capitale al sud. Gli > ordini di evacuazione si moltiplicano e arrivano fino al fiume Litani, nella > parte meridionale del paese che molti in Israele auspicano come nuovo confine, > o almeno come zona cuscinetto. Il rischio è quello di un nuovo massacro in > stile Gaza: distruzione sistematica, bombe per abbattere edifici e > infrastrutture, preparare il terreno all’invasione di terra e nuovi territori > occupati. > > Nemmeno la resilienza delle persone è cambiata, né la resistenza dei > combattenti che, come fantasmi, cercano di fermare l’avanzata dell’IDF. Poco o > nulla si sa di Hezbollah: non ci sono fotografie recenti, non si conosce il > numero delle vittime, nè chiaramente i loro nascondigli o strategia. > > Dal 2 marzo, questa nuova offensiva israeliana ha già causato più di mille > vittime e costretto ancora una volta oltre un milione di persone a lasciare le > proprie case. Oggi, in Libano, circa una persona su cinque è sfollata, il 20% > della popolazione. > > Come in un film già visto, la guerra continua senza fine, alimentata solo > dalla necessità di combattere e di seminare il caos in un paese, dove lo > spettro della guerra civile non è mai scomparso. In occasione dell’esposizione della collezione Occupied Territories a Le Gallerie del Museo Storico del Trentino, il direttore dell’Atlante delle Guerre e dei conflitti nel mondo, Raffaele Crocco, ha commentato: «Questa mostra vuole essere un grido d’allarme. Vicino a noi, poche centinaia di chilometri al di là del mare, si sta consumando una tragedia che ha pochi precedenti, per ferocia e determinazione di chi vuole uccidere. Nel vicino Oriente, Israele ha deciso l’annientamento di un popolo e, contemporaneamente, ha avviato una politica di aggressione in nome di una ipotetica “pace duratura”, da realizzare con la sconfitta definitiva e totale dei nemici: l’Iran e Hezbollah. Quello che si deve fare è documentare il massacro, raccontare il crimine. Fabio Bucciarelli lo ha fatto. È sceso all’inferno per raccontarci cosa accade con le sue foto». Dopo la presentazione nel 2025 a Sarajevo e l’esposizione a Modena e a Trento, fino al 3 maggio 2026 la collezione è in mostra al Castello Della Rovere di Vinovo. “Le immagini prendono vita lungo un percorso fatto di cinquanta steli in ferro che sorreggono le foto, creando una sorta di costruzione fisica che guida i passi dei visitatori tra le sale del castello – spiega la recensione su GUIDA TORINO – Questa scelta di allestimento, curato da Lejla Hodzic, trasforma la visita in una camminata lenta dove ogni scatto – dal ritratto intimo alla scena di strada – aiuta a capire la frammentazione dello spazio e la perdita della libertà di movimento. Le fotografie, nate originariamente per un libro edito da Dario Cimorelli, si allontanano dalla fretta della cronaca per restituire un racconto umano e complesso. Si scoprono così le vite di persone che resistono alla cancellazione della propria identità in un mondo che sembra essersi fermato in un’attesa infinita”. Occupied Territories: Stories from The West Bank, Gaza, and Lebanon – antologia di 100 fotografie di Fabio Bucciarelli, edita con prefazione di Fabio Tonacci, inviato di la Repubblica, a cura di Elena Caldara, Dario Fanelli, Laura G. Maggioni, Daniela Meda e Joan Roig nel 2025 stampata in 1˙300 copie e pubblicata da Dario Cimorelli Editore.   OCCUPIED TERRITORIES STORIES FROM THE WEST BANK, GAZA, AND LEBANON Castello della Rovere – Vinovo (TO) sabato e domenica e festivi, fino al 3 maggio 2026 sabato 15-18.30; domenica 10.30-12.30 e 15-18.30 aperture straordinarie: 6 aprile, 25 aprile 1° maggio orario 10.30-12.30 e 15-18.30       Maddalena Brunasti
March 23, 2026
Pressenza