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Movimento ecologista e ambientalismo scientifico. Tra “il dire e il fare”: lo status quo e i rapporti di forza
L’avvio del “percorso di ascolto” promosso da Avs ai primi di maggio per dar vita a “un vivaio per l’Italia di domani” per sconfiggere questa destra di Meloni e Salvini ha rilanciato nel dibattito pubblico alcuni nodi del “fare politica ambientale”, in particolare su energia, trasporti, alimentazione e aree protette. Ed anche sul “pragmatismo senza principi” con cui si sono perse alcune battaglie cruciali dell’ambientalismo italiano sui limiti e la sostenibilità dello sviluppo trainato da consumismo e ingiustizia sociale che si perpetua attraverso furbeschi greenwashing. La replica di Aurelio Angelini alle critiche di Fabio Balocco espresse a proposito del “Vivaio delle idee” sul quale il coordinatore del Movimento Ecologista  aveva portato il suo contributo all’evento “Decidiamo!”, organizzato da Europa Verde e Sinistra Italiana e pubblicato in sintesi su “Italia Libera”[IL]   Caro Fabio Balocco, > MARCIA ANTINUCLEARE CASALE-TRINO 11 MAGGIO 1986 > > ti ringrazio per aver vinto il torpore e aver deciso di scrivere [qui il tuo > pezzo]. Chi supera la propria indolenza per contribuire al dibattito pubblico > merita rispetto, qualunque cosa poi dica. E devo riconoscere che alcune delle > tue osservazioni sono pertinenti e stimolanti, in particolare, quelle sulle > infrastrutture ereditate dal governo Draghi, sui corridoi ecologici e sulla > coerenza necessaria tra enunciati e scelte concrete. Su questi punti il > dibattito è aperto e ben venga chi lo alimenta con competenza. Detto questo, > permettimi alcune considerazioni sulle tue “verità”, pronunciate con la > sicurezza di chi ha già tutto chiaro. > >   > > Cominci evocando “i bla bla tinti di verde” e citando Greta come emblema > dell’inutilità. È una scelta curiosa. Greta Thunberg ha portato milioni di > giovani in piazza in tutto il mondo, ha costretto governi e parlamenti a > confrontarsi con l’emergenza climatica, e ha dimostrato con la sola forza > della coerenza che una sedicenne senza partito né denaro può spostare l’agenda > politica globale. Liquidarla come “bla bla” è una di quelle sintesi folgoranti > che dicono molto più di chi le pronuncia che di chi ne è oggetto. > >   > > IL 10 LUGLIO 1976, DALLO STABILIMENTO CHIMICO DELL’ICMESA DI MEDA, NEI PRESSI > DELL’ABITATO DI SEVESO, FUORIESCE UNA NUBE CONTENENTE DIOSSINA > > Sul 100% di rinnovabili entro il 2040 ci chiedi “come”. È una domanda > legittima. Avremmo però apprezzato che la stessa domanda “come?” tu l’avessi > rivolta anche alle politiche energetiche degli ultimi trent’anni, che ci hanno > consegnato una dipendenza fossile che paghiamo sulla bolletta ogni mese. Le > difficoltà tecniche della transizione esistono, sono reali e vanno affrontate > con serietà. Ma sollevare gli ostacoli senza mai interrogarsi sullo status quo > è un privilegio comodo che il pianeta non si può più permettere. > >   > > Ci rimproveri poi di non aver parlato di alimentazione, di diritti degli > animali, di caccia e pesca, di personalità giuridica della Natura. Hai > ragione: quei temi meritano spazio. Ma stai commentando un intervento non > l’enciclopedia di ecologia politica. Se in 1.500 parole non si riesce a > esaurire tutto l’universo del pensiero ecologista, non è necessariamente segno > di malafede o di sudditanza all’industria agroalimentare. A volte è > semplicemente questione di spazio. Il documento integrale di Movimento > Ecologista sulla piattaforma di Avs – su cui l’intervento si basa – affronta > molti di questi temi, ti invito a leggerlo, prima di costruire la critica > sull’assenza. > >   > > Infine, la questione delle armi e dell’atlantismo. È un tema complesso e > divisivo, su cui esistono posizioni articolate all’interno della stessa > sinistra ecologista europea. Che tu abbia la risposta definitiva in tasca è > ammirevole. Noi preferiamo, per ora, continuare a ragionarci, mettendo al > centro la Pace e il disarmo, la giustizia climatica e sociale. > >   > > MANIFESTAZIONE STUDENTESCA DEL FRIDAYS FOR FUTURE A MILANO NEL 2021 > >   > > Concludi definendo il mio intervento “antropocentrico” e invocando una > “visione olistica” come vera rivoluzione. Benissimo. Ma permettimi di > osservare che le persone, quelle in carne e ossa, con l’affitto da pagare, la > lista d’attesa al pronto soccorso, il contratto precario esistono dentro > quell’olismo, non nonostante esso. Una politica ecologista che non parli anche > a loro non è più olistica: è semplicemente meno efficace. E rischia di > restare, essa sì, un bel bla bla. > > Con stima sincera e spirito costruttivo, Aurelio Angelini Aurelio Angelini
May 29, 2026
Pressenza
Sicilia, 80 anni di Statuto speciale: complicità tra politica, economia e Cosa Nostra. Un lutto, non una festa
Il 15 maggio 1946 il regio decreto n. 455 promulgava lo Statuto della Regione Siciliana: la prima delle cinque regioni a statuto speciale, emanata ancor prima della nascita della Repubblica. Una primogenitura che non ha prodotto alcun primato, se non quello della vergogna. Ottant’anni dopo, la Sicilia rimane la penultima regione d’Italia per Pil pro capite: 23.300 euro, contro i 46.100 del Nord-Ovest e ogni anno riceve dallo Stato circa 14 miliardi di euro più di quanto versi in tasse, eppure i suoi cittadini continuano a emigrare, ad ammalarsi lontano da casa, a bere acqua razionata, a studiare in doppi turni. C’è qualcosa di oscenamente eloquente in questi numeri. Non descrivono uno svantaggio storico da colmare: descrivono un sistema progettato per non colmarsi mai. Non è il momento delle attenuanti. Certo, nel 2024 la Sicilia ha registrato la crescita reale del Pil più alta in Italia (+1,8%), ma il divario con il Veneto — regione di dimensioni analoghe — rimane di quasi 90 miliardi di euro di Pil nominale, identico a quello dell’anno precedente. Crescere più velocemente degli altri senza ridurre il divario non è un risultato: è la definizione stessa dell’immobilismo strutturale. Questo articolo non celebra. Contesta. E chiede conto. IL COSTO DELLA DEVOLUTION SENZA SVILUPPO Lo Statuto del 1946 fu una concessione politica, non una visione di sviluppo. Roma cedette autonomia in cambio di consenso e stabilità elettorale. Le classi dirigenti siciliane trasformarono subito le competenze esclusive in strumenti di clientela e controllo. Lo Statuto non fu mai usato per costruire un’economia; fu usato per distribuire mance e posti. I trasferimenti sono stati colossali. Guardando ai soli fondi europei, nei cicli di coesione fino al 2020 risultano censiti per la Sicilia 85.754 progetti per un costo pubblico di 41 miliardi di euro. Il bilancio? Appena il 15% dei progetti concluso, il 73% “in corso” — eufemismo che significa, in molti casi, avviato, dimenticato o abbandonato. Per la programmazione 2021-2027, con un pacchetto di circa 7 miliardi tra Fesr e Fse+, la Sicilia ha speso solo l’1,7% — uno dei livelli più bassi d’Europa, mentre il Veneto era già al 14,77%. Non è incapacità tecnica. È scelta politica. Fondi che vengono distribuiti a pioggia in rivoli improduttivi — i cantieri di servizio, le forestali, le consulenze, gli enti inutili — si trasformano in reddito per gli iscritti al partito, in tessere elettorali, in debiti di fedeltà. Il parassitismo non è una degenerazione del sistema: è il sistema. IL PIL CHE NON SERVE AI SICILIANI La Sicilia, che per territorio e abitanti rappresenta circa il 10% del Paese, contribuisce a meno dell’1% del totale delle imprese attive su scala nazionale, e il suo export non raggiunge lo 0,9% di quello italiano. Il tasso di mancata partecipazione al lavoro supera il 30%, tre volte la media del Centro-Nord. Su questo sfondo, il gender gap è una vergogna nella vergogna. La Vucciria di Palermo (dettaglio) dipinto di R. Guttuso Nel 2024 l’occupazione femminile ha raggiunto il suo massimo storico al 37,3%, classificandosi diciottesima su venti regioni, con un divario uomo-donna di 26,3 punti percentuali. Le donne siciliane sono mediamente più istruite degli uomini — il 26,1% è laureata contro il 20,2% dei maschi, eppure, rimangono escluse dal mercato del lavoro a tassi senza paragone in Europa. La radice strutturale di questa esclusione è anche nei servizi per l’infanzia: in Sicilia la copertura degli asili nido si attesta al 15,5% dei bambini tra 0 e 3 anni, contro un obiettivo europeo del 33% che il Nord Italia supera ampiamente. Anche con gli investimenti del Pnrr, le proiezioni indicano che nel 2030 la Sicilia non riuscirà a raggiungere nemmeno quella soglia, fermandosi al 25,6%. Non è una previsione: è la confessione di un fallimento già iscritto nei numeri. Senza asili nido, le madri non lavorano. Senza occupazione femminile, l’economia non cresce. È un circolo vizioso che non è mai stato rotto perché non c’era alcun interesse politico a romperlo. Tra le giovani siciliane, il 27,4% è Neet: non studia e non lavora. Ogni generazione di donne istruite che emigra è un fallimento certificato del modello di governo dell’isola. LA SANITÀ COME SPECCHIO DI UN SISTEMA FALLITO La Sicilia spende per la sanità il 78% del proprio bilancio di spesa corrente, ma non riesce a garantire ai propri cittadini prestazioni adeguate. Nel 2024, il saldo di mobilità sanitaria passiva — le risorse che seguono i pazienti che si curano al Nord — è stato di -220,9 milioni di euro. La regione è classificata come inadempiente rispetto ai Livelli Essenziali di Assistenza: non riesce a garantire il minimo che la legge prescrive. L’indice di attrazione sanitaria è di appena 15 euro per abitante, tra i più bassi d’Italia, mentre la Lombardia incassa oltre 645 milioni all’anno di mobilità attiva. Questo è il risultato di decenni di gestione clientelare degli ospedali, di nomine politiche alle Asp, di reparti costruiti e mai aperti, di macchinari acquistati e lasciati nelle scatole. Anche il piano Covid da 229 milioni per 571 nuovi posti di terapia intensiva, avviato nel 2020, era ancora completato solo al 60% nel settembre 2024. IL GOVERNO SCHIFANI: UN CATALOGO DI INDAGINI IL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE RENATO SCHIFANI E IL PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA REGIONALE GAETANO GALVAGNO L’attuale stagione politica siciliana non è un’anomalia: è la sintesi aggiornata di ottant’anni di sistema. Il governo Schifani, eletto nel 2022, è avvolto in un marasma giudiziario senza precedenti. Il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gaetano Galvagno, è indagato per corruzione, peculato, falso e truffa. Tre assessori alla sanità si sono avvicendati nel giro di pochi anni, un record che descrive plasticamente la qualità della governance. A novembre 2025 — a seguito dell’inchiesta sul “Cuffarogate”, gli appalti sanitari che hanno portato all’arresto per l’ex governatore Totò Cuffaro — Schifani ha dovuto revocare gli incarichi a due assessori della Democrazia Cristiana. Nel vortice delle indagini, dirigenti e uomini di vertice dell’amministrazione risultano imputati per corruzione e turbativa d’asta. Tutto normale, in Sicilia. Ma il profilo giudiziario del governatore stesso merita uno spazio a parte. Nel 2014, il Gip archiviò la richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, scrivendo nero su bianco che erano «emerse talune relazioni con personaggi inseriti nell’ambiente mafioso o vicini a detto ambiente», ma che queste non raggiungevano «un livello probatorio minimo per sostenere un’accusa in giudizio». Non un’assoluzione nel merito: un’archiviazione per insufficienza di prove. Nel processo sul “Sistema Montante”, il caso dell’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, poi condannato a 8 anni per associazione a delinquere, Schifani era imputato per concorso esterno e rivelazione di notizie riservate. Nel gennaio 2024 il Tribunale di Caltanissetta ha dichiarato estinti i reati per prescrizione: non un’assoluzione, ma l’estinzione del processo prima della sentenza.   TOTÒ RIINA IN TRIBUNALE A PALERMO La biografia giudiziaria di Schifani non sarebbe completa senza un episodio che vale più di mille atti processuali. Il 10 giugno 2008, intercettato nella sala colloqui del carcere di Opera, Totò Riina parlava con la moglie Ninetta Bagarella e la figlia Lucia. Dopo aver evocato il paese d’origine del senatore Chiusa Sclafani, nel cuore del mandamento mafioso di Corleone, il capo di Cosa Nostra aggiunse, sorridendo: «Eh… è una mente è. Che è una mente». Riina sapeva di essere intercettato. Era un messaggio, non uno sfogo. Quest’uomo governa oggi la Sicilia. In Sicilia oggi la questione mafiosa messa in soffitta dal governo regionale e nazionale. Quest’ultimo impegnato solamente a sostenere una commissione antimafia che ha come scopo quello di stabilire che le stragi mafiose non sono state frutto del patto criminale tra Cosa nostra, apparati dello stato e stragisti fascisti, ma la conseguenza da parte di alcuni magistrati di non aver portato avanti le indagini su “Mafia e appalti”.  FALCONE, BORSELLINO E IL DEBITO INESTINGUIBILE Sarebbe disonesto chiudere senza nominare chi ha pagato con la vita il tentativo di spezzare questo sistema. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non erano siciliani nonostante la Sicilia: erano siciliani contro un certo tipo di Sicilia. Contro quella Sicilia in cui il potere politico e il potere criminale si nutrivano degli stessi fondi, frequentavano gli stessi salotti, si coprivano a vicenda. Sono stati assassinati tecnicamente da Cosa Nostra nel 1992 proprio perché quella Sicilia non poteva tollerarli. Il fatto che i loro nomi oggi decorino aeroporti e piazze mentre le logiche sistemiche che li hanno uccisi sopravvivono addomesticate, riformattate, più presentabili è forse la più grande ipocrisia che questa ricorrenza possa offrirci.   GIOVANNI GRONCHI, PRESIDENTE DELLA REPUBBLCA (A SINISTRA) RICEVE AL QUIRINALE GIUSEPPE ALESSI, PRIMO PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIANA ACCOMPAGNATO DA ALTRI COMPONENTI DELLA GIUNTA REGIONALE BILANCIO DI OTTANT’ANNI Cosa rimane, dopo ottant’anni di autonomia speciale e decine di miliardi di trasferimenti? Rimane un Pil pro capite che è la metà del Nord, penultimo in Italia. Un’occupazione femminile al 37%, diciottesima su venti. Asili nido al 15,5%, la metà dell’obiettivo europeo minimo. Una sanità inadempiente che perde oltre 220 milioni l’anno di pazienti in fuga verso Nord. Imprese che contano meno dell’1% del totale nazionale. Export allo 0,9%. Acqua razionata, rifiuti per le strade, scuole in doppio turno. Giovani che emigrano. Un presidente di Regione con una prescrizione per concorso esterno in associazione a delinquere e il curriculum di un uomo elogiato da Totò Riina in una cella del 41-bis. La domanda che oggi poniamo, e che i siciliani meritano di porsi senza autoindulgenza, non è come si celebrano gli ottant’anni. È: chi risponde di questi ottant’anni? I nomi ci sono. Gli atti ci sono. Le sentenze, in molti casi, ci sono. Quello che manca è la rottura definitiva con la logica che li ha prodotti. E quella rottura non verrà dai palazzi del potere isolano, che da ottant’anni si riproducono selezionando fedelmente i propri successori. Verrà, se verrà, da una società civile che smetta di chiamare festa ciò che è stato un lutto prolungato. Aurelio Angelini
May 16, 2026
Pressenza
Obiettivo 2040. L’Italia oltre il fossile: 15 anni per liberarci dalle fonti energetiche inquinanti e belliche
Oggi importiamo gas, petrolio e carbone per oltre cinquanta miliardi di euro all’anno, arricchendo regimi autoritari e finanziando guerre. Il limite non è tecnologico, le rinnovabili sono già più economiche dei fossili. Il limite è politico. E si risolve con decisioni per uscire dai combustibili fossili nel sistema elettrico entro il 2040, quindici anni. A fine 2025, la capacità rinnovabile installata in Italia è di circa 81,5 GW, meno della metà del target Pniec 2030 di 131 GW. Le rinnovabili hanno coperto il 41,2% del fabbisogno elettrico: un record, ancora insufficiente. Come immagazzinare l’eccesso solare estivo per coprire la domanda invernale? L’Italia ha un vantaggio enorme che continua a ignorare: la rete Snam, con una capacità di circa 200 TWh, esiste già. L’eccesso di energia estiva si può convertire in metano sintetico verde e immesso in questa rete senza costruire nulla di nuovo. L’indipendenza energetica entro il 2040 è tecnicamente possibile, economicamente conveniente e politicamente necessaria. Ci sono le tecnologie. Ci sono le risorse. Manca una classe politica che dica la verità: il tempo del «non si può» è finito[IL]     C’è un paradosso bruciante al cuore del sistema energetico italiano. Il Paese dispone di uno dei patrimoni rinnovabili più ricchi d’Europa: tre mari con vento favorevole, sole abbondante in ogni stagione, una dorsale appenninica che capta aria da nord a sud, un potenziale geotermico di prim’ordine. Eppure, continuiamo a importare gas, petrolio e carbone per oltre cinquanta miliardi di euro all’anno, arricchendo regimi autoritari e finanziando guerre. Il limite non è tecnologico, le rinnovabili sono già più economiche dei fossili. Il limite è politico. E come tale, si risolve: con decisioni. La buona notizia è che un percorso esiste. Concreto, finanziato, dettagliato. Non un’utopia verde, ma un programma di ingegneria, finanza pubblica e riorganizzazione industriale. L’obiettivo è uscire completamente dai combustibili fossili nel sistema elettrico entro il 2040, quindici anni. Il tempo, se si vuole, c’è. Ciò che manca è la volontà. IL MIX DI TECNOLOGIE RINNOVABILI È GIÀ OPERATIVO: ENTRO IL 2040 POSSIAMO LIBERARCI DAI FOSSILI (CREDIT FOTO SHUTTERSTOCK) I NUMERI: COSA SERVE DAVVERO A fine 2025, la capacità rinnovabile installata in Italia è di circa 81,5 GW, meno della metà del target Pniec 2030 di 131 GW. Le rinnovabili hanno coperto il 41,2% del fabbisogno elettrico: un record, ma ancora insufficiente. Le previsioni Terna-Snam stimano la domanda elettrica a 400 – 430 TWh nel 2040, trainata dall’elettrificazione di trasporti e riscaldamento. Per coprirla al 100% con le rinnovabili servono obiettivi chiari e decisioni non rinviabili. Il fotovoltaico deve arrivare a 190/200 GW totali: 155 GW in più rispetto agli attuali 43,5 GW, compatibili con il potenziale Irena per l’Italia superiore a 900 GW. L’eolico offshore galleggiante deve aggiungere almeno 50 GW. Il punto più critico è però l’accumulo: non i 100 GWh del piano iniziale, già il target PNIEC 2030 e già insufficienti, ma 800 – 1.000 GWh, di cui almeno 200/300 GWh di accumulo stagionale. È qui che si gioca davvero la partita.   LA NERVATURA NAZIONALE DELLA RETE SNAM (IMMAGINE SNAM 2020) IL NODO STAGIONALE: QUATTRO SOLUZIONI CHE L’ITALIA HA GIÀ Come immagazzinare l’eccesso solare estivo per coprire la domanda invernale? L’Italia ha un vantaggio enorme che continua a ignorare: la rete Snam, con una capacità di circa 200 TWh, esiste già. L’eccesso di energia estiva può essere convertito in metano sintetico verde tramite power-to-gas e immesso direttamente in questa infrastruttura senza costruire nulla di nuovo. Eni, con il suo know-how nel settore gas, è il soggetto naturale per guidare questa conversione, se il suo statuto viene riformato per legge con obiettivi climatici vincolanti. Tre tecnologie completano il quadro: la geotermia profonda a ciclo binario, energia continua e senza emissioni estratta dal sottosuolo tra 3.000 e 6.000 metri; il pompaggio idroelettrico su bacini esistenti, con efficienze round-trip del 70/85%; la microcogenerazione a biomassa locale per aree montane e rurali, con emissioni prossime allo zero se la filiera è corta e certificata. Sulle prime due: metano verde sintetico e geotermia profonda, va concentrato fin da subito lo sforzo di ricerca e sviluppo industriale.   IL COUNTDOWN FISCALE: SCADENZE VINCOLANTI, NON PROMESSE La transizione avviene quando cambiare costa meno che restare fermi. Questo meccanismo va costruito per legge, con scadenze non prorogabili, e finanziato da una sovratassa progressiva sui profitti fossili dal 20% tra il 2026 e il 2030, fino al 50% nel 2036 – 2040 e dalla restituzione degli oltre venti miliardi annui di sussidi pubblici ai fossili, ancora presenti nel bilancio dello Stato secondo le stime Ocse.   ENI, ENEL, ENEA: TRASFORMARE, NON DISTRUGGERE   La transizione non può avvenire contro  i grandi operatori pubblici: deve passare attraverso la loro trasformazione. Eni deve abbandonare l’esplorazione di nuovi giacimenti, incompatibile con qualunque obiettivo climatico credibile, e riorientare le proprie competenze verso idrogeno verde, biometano e geotermia profonda. Enel, già primo operatore mondiale nel settore rinnovabile, deve concentrarsi sulla rete intelligente e sulle comunità energetiche, spostando il modello dalla vendita di energia alla gestione distribuita. Enea deve triplicare il proprio budget di ricerca, con almeno il 40% destinato all’accumulo. I loro statuti vanno riformati per legge: obiettivi climatici vincolanti, rendicontazione parlamentare annuale, verificatori indipendenti. Questo è un atto di politica industriale, non di ideologia.   SUOLO E BUROCRAZIA: DUE NODI DA SCIOGLIERE SUBITO Nessuna transizione credibile può sacrificare suolo agricolo produttivo. La mappatura nazionale delle aree idonee va costruita per esclusione: fuori parchi, Natura 2000, beni culturali, territori Doc e gp, suoli di alta qualità e per gerarchia: prima i tetti degli edifici esistenti (potenziale stimato dal Gse: 80/100 GW), poi le aree industriali dismesse, ex discariche ed ex cave, le fasce laterali di autostrade e ferrovie, e solo infine il suolo marginale come scelta sussidiaria. Per ogni categoria, il silenzio-assenso con tempi certi, dodici mesi per le aree ordinarie, novanta giorni per i brownfield elimina il principale collo di bottiglia: oggi un impianto eolico aspetta in media sette anni per le autorizzazioni. Sette anni in un Paese che si dichiara in emergenza climatica.   NON È UN COSTO: È UN INVESTIMENTO FIORITURA PRIMAVERILE A CASTELLUCCIO DI NORCIA; IN ALTO, SULLA COLLINA, IL BOSCO CON LA SAGOMA DELL’ITALIA L’investimento complessivo è tra 400 e 550 miliardi in quindici anni. Ma non è una spesa: è la sostituzione dei 750/900 miliardi che, senza intervento, usciranno dall’economia italiana per importare fossili, senza creare un brevetto, un posto di lavoro stabile, un solo asset permanente sul territorio nazionale. Quei soldi oggi escono. La domanda è solo dove vanno: ad arricchire produttori esteri di gas e petrolio, o a costruire infrastrutture, competenze e lavoro italiano. Le comunità energetiche locali, strumento di giustizia sociale prima ancora che tecnico garantiscono che i benefici si distribuiscano nei territori, non si concentrino nelle mani di pochi grandi gruppi industriali. L’indipendenza energetica entro il 2040 è tecnicamente possibile, economicamente conveniente e politicamente necessaria. Non mancano le tecnologie. Non mancano le risorse. Manca ancora una classe politica disposta a dire la verità: che il tempo del «non si può» è finito. Aurelio Angelini
May 7, 2026
Pressenza
Il Medio Oriente in fiamme e l’ultima Guerra del Fossile: quando l’impero del petrolio incontra la polvere da sparo
Il petrolio non è solo energia. È moneta geopolitica, leva militare, sovranità armata. Stati, élite, regimi, multinazionali si reggono su questo pilastro. E quando la rendita fossile è minacciata, la risposta non è la transizione. È il conflitto. Le rotte energetiche vengono militarizzate. Il Medio Oriente è il laboratorio avanzato di questo processo: Gaza, Libano, Siria, Mar Rosso — fronti diversi, un’unica matrice. E oggi la competizione non riguarda solo il petrolio, ma anche ciò che verrà dopo: litio, terre rare, acqua. La transizione energetica, senza giustizia, rischia di diventare semplicemente una nuova stagione di estrazione e conflitto. Serve una rinascita dell’Onu capace di garantire la pace, la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani su scala planetaria. La pace deve diventare un progetto materiale che ha oggi un nome preciso: uscita dal fossile per costruire sistemi energetici distribuiti e democratici, che sottraggano alla guerra la sua principale motivazione economica. Serve una mobilitazione convergente e strutturata che faccia i conti col potere che distrugge la pace e il clima[il]   C’è un filo nero che attraversa tutti i fronti di guerra di questo inizio di secolo. Non è il filo dell’ideologia, né quello della religione — anche se entrambe vengono cinicamente arruolate come giustificazione. È un filo di greggio: denso, viscoso, inestirpabile. Scorre sotto i deserti del Medio Oriente, sotto i ghiacci che si sciolgono, sotto i vertici internazionali dove si parla di sicurezza mentre si firmano contratti di estrazione. Non siamo dentro una somma di crisi. Siamo dentro un sistema che produce crisi. E quel sistema ha un nome preciso: potere fossile.   Il fossile come architettura del potere > «La pace non è semplicemente l’assenza di guerra: è una virtù, uno stato > d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia» — > Baruch Spinoza Definirlo semplicemente “cambiamento climatico” è già un modo per attenuare la realtà. Non è un cambiamento: è il risultato storico di un modello estrattivo costruito con violenza, consolidato con la guerra e difeso oggi con ogni mezzo disponibile. Il petrolio non è solo energia. È moneta geopolitica, leva militare, sovranità armata. Interi assetti di potere si reggono su questo pilastro: stati, élite, regimi, multinazionali. E quando quella rendita è minacciata, la risposta non è la transizione. È il conflitto. L’Iran non esporta solo ideologia e dispotismo: esporta influenza costruita con la rendita fossile, alimentando guerre per procura che stabilizzano il proprio ruolo regionale. Israele, sotto la copertura della sicurezza, ha trasformato l’eccezione in regola — occupazione permanente, espansione continua, genocidio, diritto internazionale ridotto a variabile negoziabile. Due modelli apparentemente opposti — teocrazia e nazionalismo etnico — che in realtà condividono la stessa logica: la sicurezza come dominio, il territorio come risorsa, la guerra come strumento ordinario di politica. Non sono anomalie storiche. Sono prodotti coerenti dello stesso sistema. E sopra questo scenario si staglia un ulteriore elemento destabilizzante: la politica americana del fossile come identità nazionale. Il “drill, baby, drill” non è folklore elettorale. È una strategia che lega crescita economica, supremazia geopolitica e distruzione ambientale in un unico progetto di potere, con un messaggio implicito ma chiarissimo: il pianeta è sacrificabile, purché il dominio resti intatto.   La guerra è già iniziata. Non ha ancora un nome > «Non esiste una strada verso la pace. La pace è la strada» — Mahatma Gandhi La terza guerra mondiale non inizierà con un’esplosione spettacolare e riconoscibile. Sta già maturando, lentamente, dentro condizioni strutturali sempre più instabili. La crisi climatica destabilizza stati interi. Le migrazioni forzate alimentano conflitti politici interni ed esterni. La competizione per risorse sempre più scarse ridisegna le alleanze. Le rotte energetiche vengono militarizzate. Le sfere di influenza vengono ridefinite in modo sempre più aggressivo. Il Medio Oriente è il laboratorio avanzato di questo processo: Gaza, Libano, Siria, Mar Rosso — fronti diversi, un’unica matrice. Ma sarebbe un errore gravissimo pensare che il conflitto resti confinato là. È esattamente lo stesso errore commesso alla vigilia del 1914, quando nessuno volle vedere che le condizioni strutturali rendevano la catastrofe quasi inevitabile. Oggi, peraltro, la competizione non riguarda solo il petrolio, ma anche ciò che verrà dopo: litio, terre rare, acqua. La transizione energetica, senza giustizia, rischia di diventare semplicemente una nuova stagione di estrazione e conflitto. Non stiamo necessariamente uscendo da un sistema: stiamo combattendo per decidere chi lo controllerà. Chiedere il cessate il fuoco è necessario — ogni vita salvata è una vittoria concreta e irrinunciabile. Ma non è sufficiente. Senza intervenire sulle cause materiali della guerra, ogni tregua rischia di essere soltanto una pausa tra due cicli di violenza. Finché il petrolio resta la principale valuta del potere globale, la guerra rimane una scelta razionale per chi governa. Non un fallimento del sistema: uno dei suoi strumenti. Questo è il punto che il discorso dominante sistematicamente rimuove, e che il movimento pacifista ed ecologista ha il dovere di rimettere al centro del dibattito pubblico. Ustioni visibili in una donna esposta all’impulso termico di Hiroshima. I colori più scuri provengono dal suo kimono e la pelle nuda ha chiaramente intense ustioni termiche   La rinascita dell’Onu: un’urgenza, non un’utopia > «La sovranità degli stati non può essere uno scudo per la violazione dei > diritti umani» — Kofi Annan In questo scenario, non possiamo non parlare dell’elefante nella stanza: la paralisi delle istituzioni internazionali. L’Onu, nata sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale con la promessa di rendere impossibile un nuovo conflitto globale, è oggi bloccata dall’anacronismo del diritto di veto che consente a pochi stati di sabotare qualsiasi tentativo di giustizia collettiva. Ogni risoluzione di pace viene affossata. Ogni meccanismo di responsabilità viene disinnescato. Il risultato è che il diritto internazionale sopravvive come retorica mentre viene calpestato come prassi. Eppure, l’Onu resta l’unica architettura multilaterale che abbiamo. E proprio per questo va radicalmente riformata, non abbandonata. Quello di cui abbiamo bisogno è una rinascita dell’Onu — non come forum decorativo delle potenze dominanti, ma come istituzione realmente sovranazionale, capace di garantire la pace, la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani su scala planetaria. Questo significa superare il veto unilaterale, rafforzare la Corte Penale Internazionale, dotare le Nazioni Unite di strumenti concreti per affrontare la crisi climatica come la minaccia alla sicurezza globale che è. Un’Onu riformata dovrebbe poter intervenire non solo dove esplodono le bombe, ma anche dove si firmano i contratti petroliferi che le renderanno inevitabili. La sovranità degli stati non può continuare a essere lo scudo dietro cui si nasconde l’impunità dei potenti.   La pace come progetto politico ed ecologico > «La Terra non è un’eredità dei nostri padri: è un prestito dei nostri figli» — > Antoine de Saint-Exupéry Se questa è la diagnosi, la conseguenza è inevitabile: la pace non può essere solo un obiettivo morale. Deve diventare un progetto materiale. E questo progetto ha oggi un nome preciso: uscita dal fossile — non come slogan ambientale, ma come condizione geopolitica; non come scelta tecnica, ma come trasformazione profonda del potere. Significa rompere la dipendenza strutturale dalle rendite energetiche. Significa costruire sistemi energetici distribuiti e democratici, che sottraggano alla guerra la sua principale motivazione economica. Significa ridurre la centralità strategica delle aree di estrazione, togliendo così ai regimi fossili la loro principale fonte di finanziamento della violenza. Ma attenzione: una transizione ingiusta rischierebbe di replicare le stesse logiche con tecnologie diverse. Senza equità globale, senza redistribuzione, senza il pieno coinvolgimento dei paesi più colpiti dalla crisi climatica — quelli che hanno contribuito meno alle emissioni e subiscono di più le conseguenze — la transizione può diventare solo un cambio di padrone. La pace richiede giustizia. E oggi la giustizia è prima di tutto ecologica.   Il tempo è adesso > «Il disastro ambientale è l’altra faccia della medaglia di uno sviluppo > economico e sociale sbagliato» — Massimo Scalia Il vero conflitto del nostro tempo non è tra stati rivali. È tra due modelli di mondo: uno fondato sull’estrazione, sulla competizione e sulla forza; l’altro fondato sulla cooperazione, sulla sostenibilità e sulla sicurezza condivisa. Il primo è ancora dominante. Il secondo esiste — nei movimenti, nelle comunità, nelle pratiche alternative — ma non ha ancora il potere. Ed è qui che si apre la responsabilità politica di chi sceglie di stare dalla parte della pace e della vita: pace e clima non possono più essere battaglie separate. Non basta manifestare contro la guerra e poi accettare un’economia che la rende strutturalmente inevitabile. Non basta difendere il clima ignorando le dinamiche di potere che lo distruggono. Serve una convergenza reale, radicale, capace di mettere in discussione il sistema nel suo insieme, e di proporre una visione alternativa abbastanza concreta da essere praticabile. La terza guerra mondiale non è inevitabile. Ma lo diventa se continuiamo a trattare le sue cause come problemi separati e deleghiamo ai governi che le producono il compito di risolverle.   Conclusione > «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la > permanenza di una vita autenticamente umana sulla Terra» — Hans Jonas La pace non è l’assenza di guerra. È l’assenza delle condizioni che rendono la guerra necessaria. E oggi quelle condizioni hanno un nome preciso: imperialismo del fossile, estrattivismo senza limiti, fondamentalismi speculari che si alimentano a vicenda, istituzioni internazionali paralizzate dal veto dei potenti. Nominarle con chiarezza non è pessimismo. È il primo atto politico necessario per cambiarle. La pace è ecologica — o non è.   Redazione Italia
April 18, 2026
Pressenza
Oltre il “No”, un progetto per la giustizia sociale e ambientale: «il futuro della Terra nelle nostre mani»
Invece di incalzare il governo e aprire un cantiere riformatore serio, raccogliendo la spinta del No allo stravolgimento della Costituzione, le figure centrali del campo progressista hanno scelto di ripiegare sulle dinamiche interne: primarie annunciate, sintesi al ribasso, agende ridotte al minimo comune denominatore. Il problema non è personale, né riguarda singole scelte tattiche. È un problema di impostazione. Una politica che risponde a una domanda di trasformazione con un esercizio di equilibrio interno non è in grado di intercettare quella domanda: la delude. La crisi è sistemica e il cambiamento climatico è il moltiplicatore delle disuguaglianze. Le ondate di calore colpiscono prima i quartieri periferici e le abitazioni degradate. La siccità aggrava la povertà agricola. La speculazione energetica scarica i costi sui ceti più vulnerabili. In un tempo segnato da crisi intrecciate, la disillusione è il rischio più grave. Il futuro della democrazia si gioca adesso: sulla capacità della sinistra ecologista di trasformare quel consenso in processo, quel voto in proposta, quella domanda in politica [IL]_ Nel passaggio politico che stiamo attraversando — segnato da una diffusa stanchezza democratica e da una crescente distanza tra cittadini e istituzioni — il risultato del referendum ha significato molto più di una semplice espressione di dissenso. È stato un segnale forte e consapevole: una domanda di cambiamento, di riequilibrio, di ritorno a un’idea sostanziale di giustizia così come la Costituzione la concepisce — non come privilegio di pochi, ma come fondamento della convivenza civile e democratica. A rendere questo segnale ancora più significativo è un dato che sarebbe imperdonabile sottovalutare: la partecipazione giovanile e quella delle donne, superiore a quella degli uomini. Le giovani generazioni — quelle che vivono sulla propria pelle la precarietà lavorativa, l’inaccessibilità all’abitazione dignitosa, l’angoscia climatica, e che guardano con indignazione alle guerre in corso, dall’Ucraina a Gaza — sono tornate a votare. Non per nostalgia delle istituzioni, ma per rivendicare un futuro che la politica tradizionale fatica sempre più a rappresentare. Questo ritorno alle urne non è un gesto spontaneo e passeggero: è il sintomo di una domanda politica matura e strutturale, che attende risposte all’altezza. Eppure, proprio a fronte di questa mobilitazione, la postura delle figure centrali del campo progressista ha mostrato i propri limiti con disarmante chiarezza. Invece di raccogliere quella spinta per incalzare il governo e aprire un cantiere riformatore serio, si è scelto di ripiegare sulle dinamiche interne: primarie annunciate, sintesi al ribasso, agende ridotte al minimo comune denominatore(…) (…)Dare risposte all’altezza di questa complessità significa, anzitutto, aprire spazi reali di partecipazione: assemblee territoriali, stati generali, percorsi costituenti dal basso capaci di trasformare l’energia sociale diffusa in agenda politica condivisa. La domanda di cambiamento espressa dal voto non può essere gestita dall’alto e restituita ai cittadini come programma già confezionato. Deve essere costruita insieme a chi quella domanda la incarna ogni giorno: i movimenti ambientalisti, i giovani dei Fridays for Future, l’associazionismo radicato nei territori, i lavoratori della transizione, le comunità energetiche. Anche la riforma della giustizia — tema esplicito del referendum — va letta in questa cornice più ampia. Non può essere confinata a una questione tecnica da consegnare agli esperti: deve diventare parte di un processo partecipato che restituisca ai cittadini la percezione dello Stato come garante effettivo dei diritti — non un apparato distante e autoreferenziale, ma un presidio concreto di equità. Giustizia, lavoro, casa, salute, clima e pace non sono voci separate di un catalogo di rivendicazioni. Sono un unico orizzonte di senso. È il progetto politico che manca — e che oggi è possibile e necessario costruire. Una sinistra ecologista che ascolta, elabora e propone è una risorsa preziosa per l’intero campo progressista. Ma lo è soltanto se ha il coraggio di non dissolversi in esso: di non ridursi a forza di completamento della coalizione, e di reclamare invece il ruolo di motore culturale che le compete. Non per spirito di distinzione, ma per fedeltà alla propria funzione storica. Tradire quella spinta — confinandola dentro i perimetri stretti della competizione interna — non significherebbe soltanto perdere un’occasione. Significherebbe alimentare la disillusione di chi ha scelto di credere ancora nella democrazia rappresentativa. E in un tempo segnato da crisi intrecciate, quella disillusione è il rischio più grave che abbiamo di fronte. Quel voto non era un punto di arrivo. Era un punto di partenza. Il futuro della democrazia italiana si gioca adesso: sulla capacità della sinistra ecologista di trasformare quel consenso in processo, quel voto in proposta, quella domanda in politica. Il cambiamento climatico avanza, la guerra dilaga, l’autoritarismo incombe e ci sono alternative: dobbiamo essere pronti nella società a questa sfida epocale. *SOCIOLOGO DELL’AMBIENTE E DEL TERRITORIO. È PRESIDENTE DEL COMITATO NAZIONALE PER L’EDUCAZIONE ALLA SOSTENIBILITÀ AGENDA 2030. COORDINATORE NAZIONALE DI MOVIMENTO ECOLOGISTA CLICCA SOTTO PER LA VERSIONE INTEGRALE Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza
La Toga e il Potere: le derive autoritarie e il futuro della giustizia in Italia. Imperativi per il No al referendum
In un verso del 1973, Fabrizio De André (“Storia di un impiegato”) aveva visto lungo, con lucidità profetica: «prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge»… E tornano alla mente gli episodi di compiacenza della magistratura e delle forze dell’ordine ai voleri del potere politico: dalla strage di Piazza Fontana alla strage di Via D’Amelio, passando dalla strategia della tensione allo stragismo mafioso. Non solo incidenti di percorso ma prova provata che la commistione tra potere esecutivo, apparati di sicurezza e settori compiacenti della magistratura produce mostri. E che quei mostri, in Italia, hanno goduto a lungo di impunità. Da qui la domanda effettiva a cui siamo chiamati a rispondere oggi e domani con un Sì o un No: “Volete una magistratura che risponde ai cittadini attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che risponde, anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in carica?”. Quel verso di De André ci parla ancora_ La riforma della magistratura: il nodo del referendum Ed è qui che si inserisce il progetto più ambizioso — e più pericoloso — dell’attuale maggioranza: la riforma costituzionale della magistratura, che approderà a referendum confermativo. La separazione delle carriere tra magistratura requirente (i pubblici ministeri) e magistratura giudicante (i giudici) è, in superficie, una proposta che può apparire tecnica e persino ragionevole. Ma il diavolo, come sempre, sta nei dettagli — e nelle intenzioni. Il vero cuore della riforma non è la separazione in sé, ma il ridisegno del Consiglio Superiore della Magistratura e, soprattutto, l’introduzione di un organo parallelo di controllo disciplinare — l’Alta Corte disciplinare — con una composizione che riduce l’autogoverno della magistratura e aumenta l’influenza indiretta del potere politico. In un sistema in cui i pubblici ministeri sono già strutturalmente più esposti alle pressioni esterne rispetto ai giudici, indebolire i meccanismi di autonomia significa esporre l’azione penale a condizionamenti che oggi almeno trovano un argine nelle regole. La domanda che il referendum pone ai cittadini italiani — anche se raramente viene formulata in questi termini espliciti — è: volete una magistratura che risponde ai cittadini attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che risponde, anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in carica? La storia che abbiamo ricordato — Piazza Fontana, Via D’Amelio, i depistaggi, le verità negate — ci dice cosa succede quando quella domanda trova la seconda risposta.   De André sapeva C’è una lucidità profetica nei versi di Fabrizio De André inseriti nell’album Storia di un impiegato (1973) “Sogno Numero Due” che il tempo non ha consumato, anzi ha reso più nitida: «Ascolta: una volta un giudice come me / giudicò chi gli aveva dettato la legge: / prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge. / Oggi, un giudice come me, / lo chiede al potere se può giudicare. / Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? / Vuoi essere assolto o condannato?»   De André descriveva il cortocircuito perfetto del potere che auto legifera e si autoassolve. La sequenza è sempre la stessa: prima si neutralizza il giudice scomodo, poi si riscrive la legge che lo rendeva possibile. Ciò che oggi si propone con la riforma costituzionale è semplicemente una versione più raffinata, più presentabile, più “democratica” dello stesso meccanismo. Non si cambia il giudice con un decreto: lo si rende dipendente, culturalmente e strutturalmente, da chi detiene il potere. Il risultato finale è identico: un giudice che «chiede al potere se può giudicare».   Gli scenari futuri Se il referendum dovesse approvare la riforma nella sua forma attuale, si aprirebbe una stagione nuova — e per molti versi inedita nella storia repubblicana — in cui: > I processi politicamente sensibili(corruzione, criminalità organizzata con > ramificazioni istituzionali, reati dei pubblici ufficiali) potrebbero > incontrare resistenze sistemiche anziché occasionali > > La figura del pubblico ministeropotrebbe trasformarsi progressivamente da > organo di accusa indipendente a soggetto esposto a pressioni di carriera > orientate politicamente > > Il controllo della legalità— che in Italia ha storicamente supplito alle > lacune di una politica spesso incapace di autoregolarsi — verrebbe > sensibilmente ridotto proprio negli ambiti in cui è più necessario Non si tratta di un salto diretto verso la dittatura: nessuno sta prefigurando scenari così drammaticamente lineari. Si tratta di qualcosa di più sottile e perciò più difficile da contrastare — un assottigliamento progressivo degli argini, una erosione silenziosa delle garanzie, che lascia in piedi le forme della democrazia svuotandone la sostanza. L’Italia ha una Costituzione nata dall’antifascismo che ha posto l’indipendenza della magistratura come pilastro irrinunciabile dello Stato di diritto. Quella scelta non fu casuale: chi aveva vissuto il ventennio sapeva esattamente cosa significasse una giustizia al servizio del potere politico. Settant’anni dopo, quella lezione rischia di essere dimenticata — non con la violenza, ma con la pazienza certosina di chi riscrive le regole del gioco mentre l’attenzione pubblica è altrove. De André, da quel palco immaginario del 1973, ci aveva già avvertiti. La domanda è se siamo ancora in grado di ascoltarlo. «Prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge». Poi non ci fu più bisogno di cambiare nessuno dei due. PER LA VERSIONE INTEGRALE CLICCA SOTTO Redazione Italia
March 22, 2026
Pressenza