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Riforma Crosetto e Altra difesa possibile: giovani come riserva militare o difensori civili del paese?
Nel libro Paura liquida Zygmunt Bauman spiegava che “tante paure arrivano nella nostra vita già con i loro rimedi prima ancora che i mali che essi promettono di curare abbiano fatto in tempo a spaventarci”. La paura, in particolare dell’Altro trasformato in nemico, non è solo marketing elettorale particolarmente in voga in questo momento storico, ma un elemento strutturale del potere, anche in funzione formativa. Lo aveva descritto mirabilmente Franz Kafka nel racconto Durante la costruzione della muraglia cinese: “Sono immagini che facciam vedere ai bambini che fanno i cattivi, e allora essi ci si buttano subito al collo piangendo. Ma non sappiamo altro di questi nordici. Non li abbiamo mai veduti” (I racconti, 2021). Lo sperimentiamo nella quotidiana militarizzazione del linguaggio, studiata da Federico Faloppa: “Non esiste conflitto armato che non sia stato prima preparato, giustificato e normalizzato dal linguaggio” (Disarmare il discorso, 2026). Lo abbiamo analizzato a più mani nel recente volume collettaneo Poteri e nonviolenza (Nerbini, 2026), anche in riferimento al potere militare (Pasquale Pugliese, Il potere militare nelle società contemporanee). Oggi ne fornisce un’ulteriore prova la “riforma Crosetto” del sistema militare, esaminata in un accurato documento da Rete Italiana Pace e Disarmo: si tratta di due disegni di legge complementari che delineano “uno Stato sempre più predisposto a fare della guerra una possibilità permanente e organizzata”, riducendo la complessità del concetto di sicurezza ai soli termini militari. Il primo “supera il modello dell’esercito professionale puro e costruisce una forza multilivello. Accanto ai reparti militari permanenti si istituisce un sistema di riserve: una operativa, una territoriale e una specialistica” che portino ad aumentare di oltre 40.000 soldati l’apparato militare italiano, rivolgendosi ai giovani come soggetti da formare e arruolare al bisogno, con un costo di aggiuntivi 8 miliardi annui di spese militari. “Si compie così un salto di qualità verso la warfare society – scrive Rete Italiana Pace e Disarmo – una società militarizzata non solo dagli armamenti, ma anche attraverso un sistema di incentivi, organizzazione del lavoro, formazione e cultura pubblica che spingono verso una società-caserma”. Il secondo disegno di legge completa il primo sul versante dell’organizzazione strutturale delle Forze Armate. Prevede infatti la centralizzazione del comando interforze, il riconoscimento ufficiale della guerra ibrida e del dominio cyber (con la possibilità di condurre operazioni anche in tempo di pace), l’introduzione sistematica di droni e sistemi autonomi senza richiamo esplicito al principio del controllo umano significativo, oltre a deroghe ambientali per le infrastrutture militari e una notevole autonomia negoziale e industriale per il settore della Difesa. Tutto ciò comporterà un sensibile indebolimento del controllo parlamentare e delle amministrazioni competenti su numerosi aspetti. Il baricentro dell’intero sistema rischia così di spostarsi in modo preoccupante dal principio del controllo democratico alla disponibilità militare operativa continua. Facendo una prima valutazione del possibile impatto educativo sui più giovani, la riforma promossa dal ministro Crosetto assume un significato preciso sul piano culturale. L’incremento degli effettivi, la costituzione di riserve operative, territoriali e specialistiche, il rafforzamento del legame tra società civile e apparato bellico non rappresentano solo una scelta tecnica di potenziamento delle Forze Armate, ma rinforzano una pedagogia implicita: educare i giovani a considerare la preparazione armata come unica forma di difesa del paese, normalizzando l’idea che i conflitti si risolvano con la guerra alla quale essere sempre pronti. E’ l’applicazione pratica del modello culturale già entrato in molti contesti formativi: la sicurezza come deterrenza armata, la minaccia del nemico come orizzonte inevitabile, l’obbedienza gerarchica e la disponibilità all’uso della violenza organizzata come virtù civiche. Si trasmette così alle giovani generazioni il messaggio che la responsabilità verso il proprio Paese passa attraverso l’addestramento alle armi anziché dalla prevenzione dei conflitti e dalle politiche attive di pace. Radicalmente alternativo è il modello disegnato dalla proposta di legge per la Difesa civile, non armata e nonviolenta. L’impatto educativo di questa scelta – che prevede un Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta, i Corpi civili di pace e un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo – coinvolge il sistema formativo nel suo complesso, attraverso la piena legittimazione culturale e politica dei saperi della nonviolenza. Comunicazione nonviolenta, mediazione dei conflitti, analisi delle radici strutturali della violenza, monitoraggio dei diritti umani, pratiche di solidarietà sociale, tecniche di disobbedienza civile, diplomazia popolare e riconciliazione post-conflitto diventano saperi del cittadino difensore civile del paese, che non si sottrae al “sacro dovere” di difesa consegnandolo ai soli militari, ma lo declina in riferimento alle reali minacce del tempo presente. Nel quale la guerra è il problema non la soluzione: una civiltà che ripudi la guerra “non significa fare una scelta utopistica, ma orientarsi verso l’unico realismo possibile nell’era dell’Antropocene, nell’età atomica e nel tempo della complessità”, scrivono Mauro Ceruti e Francesco Bellusci (Per una civiltà della terra, 2026) e sapevano già i Costituenti. Per questo è necessario sottoscrivere quila proposta di legge di iniziativa popolare. [Articolo pubblicato su I blog del Fatto Quotidiano] Pasquale Pugliese
June 24, 2026
Pressenza
Sicurezza democratica, non regimi securitari e massiccio riarmo
Lunedì 22 giugno a Roma si è tenuto il workshop “Difendere la pace in un mondo che cambia” promosso dagli eurodeputati Marco Tarquinio e Lucia Annunziata nell’ambito dell’iniziativa “L’Europa che vogliamo” organizzata dalla Delegazione PD al Parlamento europeo. Tante le voci e le esperienze coinvolte nel confronto con esperti e forze sociali italiane. Vi hanno partecipato politici con ruoli di primo piano e profili differenti: Laura Boldrini, Alessandro Alfieri, Paolo Ciani e Peppe Provenzano. Sono intervenuti esperti protagonisti del dibattito sulle scelte di riarmo e sulle politiche di pace: il generale Dino Tricarico, il coordinatore della Rete Pace e Disarmo Alfio Nicotra, il presidente della Fondazione PerugiAssisi Flavio Lotti, i professori Gregory Alegi e Roberto Cataldi, la presidente di Focsiv Ivana Borsotto e Nicoletta Dentico, direttrice del programma di salute globale della Società per lo Sviluppo internazionale. Le linee fondamentali del Rapporto “Europa: quale difesa?” commissionato da Tarquinio all’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo-IRIAD sono state illustrate dal professor Fabrizio Battistelli. La ricerca propone una lettura critica delle attuali politiche europee, analizzando l’urgenza di superare una concezione della sicurezza come sinonimo di organizzazione e spesa militari. Serve invece perseguire una difesa comune europea a due braccia: capace di proteggere da minacce vecchie e nuove sul piano militare e cyber-tecnico e informativo, ma anche di prevenire e comporre i conflitti attraverso gli strumenti del dialogo multilaterale, della diplomazia, della cooperazione e della partecipazione della società civile. Marco Tarquinio ha dichiarato: «È importante che nel confronto sia emerso come la svolta securitaria in atto in Italia e in Europa, e che si sostanzia nella militarizzazione di praticamente ogni risposta alle sfide attuali, con l’esplosione, a regime, della “spesa armata” italiana oltre gli 83 miliardi annui, ci stia portando lontano dalla sicurezza democratica che dovremmo perseguire e che tutte le forze di solidarietà e progresso devono rimettere al centro. Così non si difende la pace né nel mondo né nelle nostre società. Il PD, partito cardine di una necessaria grande alleanza alternativa al governo Meloni e alla pretesa delle destre di egemonizzare e disfare l’Europa comunitaria, deve farsi interprete dell’urgenza di capovolgere questa disastrosa deriva». Archivio Disarmo
June 23, 2026
Pressenza
Amnesty International: il 18 giugno in piazza per gli attivisti GSLC detenuti in Libia
Amnesty International continua a chiedere alle Forze armate arabe libiche, le autorità de facto della Libia orientale e meridionale, di scarcerare le dieci persone appartenenti al Convoglio di terra Global Sumud dal 24 maggio detenute arbitrariamente in Libia esclusivamente per aver tentato di portare aiuti nella Striscia di Gaza durante il perdurante genocidio portato avanti da Israele. Dopo un periodo di sparizione forzata compreso tra due e nove giorni, le persone arrestate, tra le quali Leonarda Alberizia e Domenico Centrone sono state interrogate dalla procura e indagate per “assembramento non autorizzato”. Un’udienza che avrebbe dovuto svolgersi il 9 giugno è stata rinviata. Le preoccupazioni per il prolungamento delle indagini e per le condizioni di salute delle persone detenute in Libia hanno spinto Amnesty International Italia a proseguire la mobilitazione in loro favore. Giovedì 18 giugno i gruppi locali dell’organizzazione insieme alla Global Sumud Flottilla e ad altre organizzazioni (tra cui AOI, ARCS, CGIL, CISS, COSPE, Emergency, Rete Italiana Pace e Disarmo e Greenpeace), saranno in piazza per chiedere alle autorità libiche e ai governi di cui hanno la nazionalità la loro immediata scarcerazione. A Roma l’azione si svolgerà in piazza dei Cinquecento alle ore 18.30. Contemporaneamente, si svolgeranno iniziative a: * Bari, piazza Libertà alle 18:30 * Bisceglie, via Nazario Sauro alle 19  * Bologna, piazza Nettuno alle 18:30 * Forlì, piazza Ordelaffi alle 18:15 * Lecce, piazza S. Oronzo alle 18:30 * Milano, piazza Duomo alle 18:30 * Molfetta, corso Umberto I (altezza Sacro Cuore) alle 18:30 Inoltre nei giorni seguenti a Caserta – 19 giugno, ore 18:15 Lucca – 19 giugno, ore 17:30 in p.le Verdi (corteo 100 porti 100 città) Palermo – 22 giugno, ore 21 in p.za Giuseppe Verdi (davanti al cinema) Amnesty International
June 16, 2026
Pressenza
Spese militari nucleari: nel 2025 +19%, record a 118,8 miliardi di dollari e arsenali che crescono
I NUOVI DATI ICAN E SIPRI SULLE SCELTE DEGLI STATI DOTATI DI ARSENALI ATOMICI CONFERMANO LA PIÙ GRAVE CORSA AGLI ARMAMENTI NUCLEARI DALLA FINE DELLA GUERRA FREDDA Il mondo ha speso 118,8 miliardi di dollari in armi nucleari nel 2025, raggiungendo il livello più alto mai registrato e con un aumento del 19% rispetto all’anno precedente (pari a 16,8 miliardi di dollari in più). Il rapporto “Premeditated: Nuclear Weapons Spending in 2025” diffuso oggi dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN – Premio Nobel per la Pace 2017) ricostruisce come le nove potenze nucleari (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) hanno deciso di investire nelle armi più distruttive della storia ben 3.768 dollari al secondo (cioè 226.069 dollari al minuto) senza interruzioni per tutti i 365 giorni dell’anno scorso. Va poi notato come nel solo 2025 la spesa sia aumentata di quasi un quinto rispetto all’anno precedente. In parallelo a queste valutazioni sugli “investimenti nucleari”, i nuovi dati del SIPRI fotografano arsenali nucleari in espansione in tutti Paesi che li possiedono. La Rete Italiana Pace e Disarmo, parte della Campagna ICAN, diffonde queste informazioni con profonda preoccupazione, chiedendo all’Italia e alla comunità internazionale di invertire urgentemente una rotta che potrebbe portare l’Umanità verso un disastro esistenziale. Nell’arco degli ultimi cinque anni, cioè dal 2020 al 2025, le nove potenze nucleari hanno complessivamente investito 471 miliardi di dollari nei loro arsenali. In conseguenza di questa spesa pubblica sempre crescente, il settore privato ha incassato almeno 38 miliardi di dollari in contratti legati alle armi nucleari nel solo 2025, con aziende come Honeywell (5,27 mld), Lockheed Martin (4,51 mld), Fluor (3,84 mld) e Northrop Grumman (3,17 mld) tra le principali beneficiarie. Gli Stati Uniti da soli spendono più di tutti gli altri otto paesi messi insieme: con 69,2 miliardi di dollari e un aumento annuo di 12,4 miliardi (+22%), Washington copre il 58% della spesa nucleare mondiale e ha Washington ha registrato anche il maggiore aumento annuale (+ 12,4 miliardi). La cifra stanziata dagli USA per il nucleare militare nel 2025 sarebbe bastata a coprire 19 volte l’intero bilancio annuale delle Nazioni Unite. La Cina è il secondo Stato per spesa con 13,5 miliardi di dollari, mentre il Regno Unito ha superato la Russia diventando il terzo maggiore spenditore con 12,6 miliardi di dollari, contro i 9,5 miliardi stanziati da Mosca. “In un’epoca in cui il costo della vita sale vertiginosamente e cibo e carburante sono inaccessibili per milioni di persone, è impensabile che questi nove Stati spendano miliardi per una falsa promessa di sicurezza. Le armi nucleari non possono essere usate senza causare una catastrofe, e la falsa logica della deterrenza nucleare ci chiede di affidarci ai nostri nemici per la nostra stessa sopravvivenza”, evidenzia Susi Snyder, Direttrice dei Programmi di ICAN. Per mettere in prospettiva queste cifre, la campagna ICAN ricorda che le stesse risorse potrebbero essere utilizzate per rispondere a bisogni umani urgenti, tra cui: * Un minuto di spesa nucleare globale potrebbe garantire accesso ad acqua potabile e servizi igienici a 3.478 persone * Un giorno di spesa militare nucleare potrebbe sottrarre alla fame 2 milioni di persone * Una settimana di spesa per gli arsenali nucldari potrebbe proteggere oltre 12 miliardi di persone da morbillo, parotite e rosolia * Un anno di spesa militare nucleare potrebbe dotare di energia solare più di 6 milioni di abitazioni Mentre gli Stati nucleari aumentano questo tipo di spese militari, l’ONU e l’intero settore umanitario e dello sviluppo hanno subito tagli drastici ai finanziamenti proprio da parte di quei Paesi che si stanno pesantemente riarmando: una scelta politica che rivela le pericolose priorità reali di chi governa questi arsenali. Alicia Sanders-Zakre, co-autrice del rapporto e responsabile delle politiche di ICAN aggiunge: “La nostra analisi sui costi è annuale, ma la spesa per le armi nucleari non lo è. Questi nove Stati hanno in programma di mantenere e modernizzare le proprie forze nucleari per i decenni a venire, distogliendo miliardi e miliardi di dollari da reali bisogni di sicurezza umana”. Questa spesa sta inoltre alimentando il pericoloso panorama geopolitico odierno: l’espansione e la modernizzazione degli arsenali nucleari intensificano tensioni in un momento in cui il rischio che le armi nucleari vengano utilizzate in un conflitto è già ampiamente riconosciuto come il più alto dalla Guerra Fredda. Sono in corso guerre che vedono l’aggressione di Stati dotati di armi nucleari contro l’Ucraina e l’Iran, persiste una tensione costante tra India e Pakistan (entrambi potenze nucleari) e rimane sempre presente la minaccia di una guerra nucleare nella penisola coreana. E ovviamente l’aumento di spesa per gli arsenali si riflette nel numero delle testate: secondo i nuovi dati del SIPRI Yearbook 2026 a gennaio 2026 si contavano 12.187 testate nucleari totali nel mondo, di cui circa 9.745 nelle scorte militari operative (+130 rispetto all’anno precedente). Di queste, 4.012 sono già schierate su missili e aerei pronti all’uso, e tra le 2.100 e 2.200 sono mantenute in stato di massima allerta operativa, pronte al lancio in pochi minuti. Il dato paradossale è che il totale globale risulta ancora in lieve calo solo perché USA e Russia continuano a smantellare vecchie testate ritirate dal servizio. Ma questa tendenza si invertirà presto: il ritmo degli smantellamenti rallenta, mentre quello dei nuovi dispiegamenti accelera. Tutte e nove le potenze nucleari hanno modernizzato i propri arsenali nel 2025, dispiegando nuovi sistemi d’arma. Anche l’Italia è direttamente coinvolta in questo scenario. Le basi di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia) ospitano bombe nucleari statunitensi B61-12 nell’ambito del programma di “nuclear sharing” della NATO. Secondo le stime SIPRI, tra 100 e 120 bombe B61-12 sono attualmente dislocate in sei o sette basi aeree di sei Paesi europei dell’Alleanza Atlantica tra cui l’Italia. A questa situazione di presenza di testate sul nostro territorio si devono poi aggiungere le risorse destinate dal nostro Paese al programma di acquisto dei caccia F-35A, certificati per il trasporto delle bombe nucleari sopra citate. L’Italia contribuisce dunque, con risorse pubbliche, alla catena della deterrenza nucleare della NATO, in un momento in cui questa catena si sta allungando e si stanno discutendo nuove forme di condivisione nucleare europea. La Rete Italiana Pace e Disarmo ritiene che i dati pubblicati oggi da ICAN e SIPRI non lascino spazio a equivoci: il mondo sta percorrendo la strada sbagliata. La corsa agli armamenti nucleari non rende nessuno più sicuro ma al contrario aumenta il rischio di una catastrofe nucleare per errore di calcolo, per incidente tecnico o per escalation di conflitti convenzionali. Per questo la nostra Rete chiede con urgenza, tra le altre cose, che l’Italia ratifichi il Trattato ONU sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), già firmato da 94 paesi e in vigore dal 2021, unendosi ai 73 stati che lo hanno già ratificato; che il governo italiano avvii una discussione parlamentare trasparente e pubblica sulla presenza di armi nucleari sul territorio nazionale e sui costi (economici, politici e di sicurezza) della partecipazione italiana al “nuclear sharing” della NATO e che il nostro Paese sostenga in tutte le sedi internazionali (ONU, NATO, G7, Unione Europea) una politica attiva di de-escalation nucleare, rifiutando la logica del potenziamento degli arsenali come strumento di falsa sicurezza. Rete Italiana Pace e Disarmo
June 9, 2026
Pressenza
Piano inclinato verso le guerre permanenti
di Mario Sommella (*) L’ECONOMIA DELLA GUERRA: COME IL RIARMO STA RISCRIVENDO LA DEMOCRAZIA E APRENDO LA STRADA AL NUOVO AUTORITARISMO C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm
Perché è importante parlare di spese militari nella Giornata della Terra
Il militarismo è profondamente connesso alla crisi climatica. Privilegiando la dominazione e l’estrazione di combustibili fossili, alimenta i conflitti e provoca danni ambientali. Le operazioni militari richiedono enormi quantità di energia, e le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili e tra i principali emettitori di gas serra a livello mondiale. Con il continuo aumento delle spese militari, non solo si alimentano le guerre e si incrementano le emissioni, ma si sottraggono anche risorse vitali alle soluzioni climatiche di cui abbiamo urgente bisogno. In questa Giornata della Terra (Earth Day) è importante rilanciare questi concetti nell’ambito delle Giornate Globali di Azione sulle Spese Militari, per chiedere ai Governi un cambiamento concreto e urgente. Questa giornata, coordinata dal Gruppo di Lavoro su Armi, Militarismo e Giustizia Climatica, riflette una crescente consapevolezza che pace e giustizia climatica sono strettamente interconnesse. Battiamoci per la riduzione delle spese militari e per il reindirizzamento delle risorse verso l’azione climatica, la cura e una transizione giusta.  Unisciti a noi durante la Giornata della Terra 2026 a sostegno della Campagna Globale contro le Spese militari e le sue giornate internazionali GDAMS: Smilitarizzare per la Giustizia Climatica! Militarismo e crisi climatica: i punti chiave Il militarismo e la crisi climatica sono profondamente interconnessi, in modi che spesso rimangono invisibili nel dibattito pubblico. Le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili al mondo, alimentando jet, navi da guerra, basi militari e catene di approvvigionamento globali che producono enormi emissioni di gas serra, in gran parte non rendicontate. Si stima che il settore militare globale sia responsabile di circa il 5,5% delle emissioni annue di gas serra: se fosse uno Stato, avrebbe il quarto impatto climatico più grande al mondo, dopo Cina, USA e India. Solo l’esercito statunitense è già il maggiore emettitore istituzionale di gas serra del pianeta. I numeri sono impressionanti. Ogni 100 miliardi di dollari aggiuntivi di spesa militare generano circa 32 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente — pari alle emissioni annue di circa 23 milioni di automobili. La spesa militare globale ha raggiunto almeno 2.700 miliardi di dollari nel 2024 e continua a crescere, con proiezioni che la portano a 6.600 miliardi entro il 2035. I primi venti Paesi per spesa militare hanno accumulato, solo nel primo quarto del XXI secolo, almeno 10 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente di emissioni legate alle attività militari, a fronte di 40.000 miliardi di dollari spesi per i propri arsenali dal 2001 ad oggi. Il legame tra militarismo e combustibili fossili non riguarda solo le emissioni dirette. Il controllo sulle riserve di petrolio e gas ha storicamente alimentato conflitti geopolitici: si stima che tra il 25 e il 50% dei conflitti interestatali dal 1973 sia stato collegato alle risorse petrolifere. L’estrazione di combustibili fossili è inoltre spesso militarizzata, con forze armate e contractor privati schierati a protezione dei siti estrattivi e per reprimere le resistenze locali. Tra il 2012 e il 2023, oltre 1.900 difensori dell’ambiente e del territorio sono stati uccisi a livello globale, con un impatto sproporzionato su popolazioni indigene e donne. I conflitti armati aggravano ulteriormente la crisi ambientale. La guerra di Israele a Gaza nei suoi primi 15 mesi ha generato emissioni stimate in 33,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, equivalenti alle emissioni annue della Giordania. La guerra della Russia in Ucraina ha causato danni climatici stimati in 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Tra il 1950 e il 2000, nove conflitti armati su dieci si sono svolti in aree ad altissima biodiversità, causando deforestazione e danni ambientali duraturi ben oltre la fine dei combattimenti. L’idea di “rendere verde” l’esercito è una falsa soluzione: non esistono prove concrete che le forze armate possano decarbonizzarsi in modo reale e su scala adeguata. I sistemi d’arma acquistati oggi (come ad ese,pio i cacciabombardieri F-35, previsti in servizio ben oltre il 2050) vincolano la dipendenza dai combustibili fossili per decenni. Le emissioni militari sono quasi sempre escluse dagli obiettivi nazionali di neutralità climatica, e gli impegni esistenti sono vaghi e privi di obiettivi concreti. Nel frattempo, i Paesi più ricchi spendono per i propri eserciti trenta volte di più di quanto destinano ai finanziamenti climatici per i Paesi più vulnerabili. Eppure, riallocare anche solo il 15% della spesa militare globale del 2024 (circa 387 miliardi di dollari) sarebbe sufficiente a coprire i costi annuali di adattamento climatico nei Paesi in via di sviluppo. Ridurre le spese militari e riorientarle verso la transizione ecologica non è solo possibile: è una delle leve più potenti a nostra disposizione per affrontare insieme la crisi climatica e costruire un mondo più giusto e pacifico.   Rete Italiana Pace e Disarmo
April 22, 2026
Pressenza
Utilizziamo il nostro potere per combattere la guerra
di Raffaele Barbiero (*) Due notizie molto preoccupanti. La Germania, dopo aver già approvato il ritorno alla leva semi-obbligatoria, oggi in virtù di quella legge impone ai giovani tedeschi dai 17 ai 45 anni di informare e chiedere l’autorizzazione dell’Esercito per allontanarsi dal Paese per più di tre mesi. Cinque Paesi dell’Europa, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Finlandia, vogliono togliersi
Al via le Giornate Globali di Azione contro le Spese Militari
Prenderanno il via da venerdì 10 aprile (anticipate da un evento di lancio online internazionale giovedì 9) le Giornate Globali di Azione contro le Spese Militari (GDAMS), giunte alla loro 15ª edizione: un mese di iniziative coordinate a livello planetario (dal 10 aprile al 9 maggio 2026) per chiedere ai governi tagli sostanziali alle spese militari e un radicale riorientamento delle risorse pubbliche verso i bisogni reali delle persone e del pianeta. Anche la Rete Italiana Pace Disarmo aderisce alla campagna, promossa dalla Global Campaign on Military Spending (GCOMS) dell’International Peace Bureau (IPB), e rinnova a tutte le organizzazioni della società civile, reti locali per la pace, associazioni, movimenti e gruppi attivi sul territorio l’appello ad organizzare iniziative pubbliche di rilancio nel weekend del 18-19 aprile e in occasione dell’Earth Day del 22 aprile. Tutte le iniziative che verranno segnalate alla Rete saranno raccolte nel calendario di mobilitazione della campagna globale. Il momento più urgente di sempre Il panorama della sicurezza globale si è deteriorato in modo massiccio negli ultimi anni. Il numero di guerre e conflitti armati violenti attivi oggi è il più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: da Gaza e dalla Cisgiordania (dove siamo ormai a due anni e mezzo dal primo genocidio trasmesso in diretta nella storia dell’umanità) al Sudan, alla Repubblica Democratica del Congo, all’Ucraina e oltre. Questa ondata di violenza non è né accidentale né inevitabile: riflette una più ampia ripresa dell’imperialismo e della militarizzazione, in cui la forza bruta e la potenza militare sono diventate gli strumenti dominanti delle relazioni internazionali. Gli Stati dotati di armi nucleari hanno ripreso una nuova e accelerata corsa agli armamenti. La proliferazione di droni, intelligenza artificiale e armamenti spaziali avanza senza accordi internazionali che ne limitino l’uso. I livelli record di spesa militare (superati inesorabilmente ogni anni) aumentano il rischio di conflitti senza alcuna considerazione per le vere sfide globali: il collasso climatico, le disuguaglianze crescenti, i servizi pubblici cronicamente sottofinanziati. Mentre le comunità umane in tutto il ondo affrontano la crisi del costo della vita, l’escalation militare sottrae risorse allo sviluppo pacifico che offre alle persone occupazione, dignità e sicurezza reale. La guerra non porta sicurezza, né all’estero né in patria: al contrario le sue conseguenze si ripercuotono all’interno dei Paesi più militarizzati in autoritarismo, repressione, sorveglianza, erosione delle libertà democratiche e tagli ai servizi essenziali. In Italia, le pressioni per portare la spesa per la difesa al 5% del PIL si sono già tradotte e si tradurranno in decine di miliardi aggiuntivi ogni anno per le armi. Fondi preziosi che vengono sottratti a sanità, scuola, welfare, transizione ecologica e cooperazione internazionale. Una scelta che Rete Italiana Pace Disarmo (attiva nelle campagne “Ferma il riarmo” e “Stop Rearm Europe”) rifiuta e contrasta. Le nostre richieste Insieme alle centinaia di organizzazioni che in tutto il mondo sostengono l’Appello GDAMS 2026, chiediamo: * Ai governi di operare riduzioni sostanziali delle spese militari e riorientare quei fondi verso i settori sociali e ambientali, finanziando la sicurezza umana; * Un urgente disarmo globale, la riduzione degli arsenali nucleari, l’arresto del commercio di armi e la cessazione delle forniture di armamenti a nazioni coinvolte in conflitti o che violano sistematicamente i diritti umani e il diritto internazionale; * Lo sviluppo di nuovi quadri di sicurezza internazionale fondati sulla sicurezza comune, il disarmo e la giustizia globale, con un impegno rinnovato per la diplomazia, il multilateralismo e la riforma delle Nazioni Unite — inclusa la convocazione di una Quarta Sessione Speciale sul Disarmo all’ONU, come concordato all’unanimità nel Patto per il Futuro. Insieme ai partner globali della GCOMS, incoraggiamo la società civile a livello locale, nazionale, regionale e internazionale a unire le forze e a sfidare la tendenza crescente alla spesa militare, a rafforzare il movimento globale per la pace e la giustizia, e a confrontarsi con i decisori politici che tentano di giustificare il militarismo incessante sotto le mentite spoglie della sicurezza. __________________________________ Il calendario delle GDAMS 2026 * 9 aprile — Evento di lancio online della campagna internazionale (vedi qui) * 18-19 aprile — Weekend di mobilitazione: Rete Pace Disarmo invita le realtà italiane a organizzare iniziative pubbliche e visibili * 22 aprile — Earth Day / Giornata della Terra: il legame tra riarmo e crisi climatica è al cuore del messaggio della campagna * 27 aprile — Pubblicazione dei nuovi dati SIPRI sulle spese militari mondiali relativi al 2025: social media storm globale * 9 maggio — Giornata europea della pace Come partecipare Le organizzazioni sono invitate ad aderire all’Appello GDAMS 2026 (leggilo qui) e a segnalare le proprie iniziative per il weekend del 18-19 aprile e l’Earth Day: verranno inserite e rilanciate sui canali nazionali e globali della campagna GCOMS Rete Italiana Pace e Disarmo
April 8, 2026
Pressenza
“Le guerre e noi. I conflitti in corso e la pace possibile”, dall’8 aprile al 22 giugno
Il ciclo di incontri coordinato dalla Fondazione Lelio e Lisli Basso insieme al Dipartimento di storia, antropologia, religioni, arte, spettacolo della Sapienza (Università di Roma) nell’ambito del Progetto di Terza missione e in collaborazione con la campagna Sbilanciamoci!, l’Associazione Salviamo la Costituzione, il Centro Riforma dello Stato, la Rete Italiana Pace e Disarmo e Greenpeace Italia propone di analizzare le controversie del presente nella prospettiva di una soluzione pacifica. Il programma, intitolato Le guerre e noi. I conflitti in corso e la pace possibile, verrà presentato da Alessandro Saggioro, docente di Storia delle religioni alla Sapienza Università di Roma, e dal presidente della Fondazione Basso, Franco Ippolito, durante il primo della serie di incontri, che si terrà mercoledì prossimo, 8 aprile, con inizio alle 17:30, a Roma, nella sala conferenze della Fondazione Basso (via Dogana Vecchia 5) e trasmesso in streaming sul canale YouTube della Fondazione Basso. Sul tema Le guerre, l’Iran, l’Europa, trattato da Francesco Strazzari, docente di relazioni internazionali della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa, interverranno Marina Sapia, inviata speciale per la RAI, e Marina Forti, docente della Scuola di giornalismo Lelio Basso.   La guerra contro l’Iran: i fatti e gli effetti – Alcune questioni che verranno analizzate nel ciclo di incontri in svolgimento fino al 22 giugno sono state affrontate il 24 marzo scorso nelle relazioni * I fronti della guerra – di Alberto Negri, giornalista, inviato di guerra, corrispondente per Il Corriere della Sera, Il Giornale, Italia Oggi e Il Sole 24 Ore e attualmente collaboratore de Il Manifesto * Come cambiano i conflitti – di Daniela Musina, ricercatrice alla Scuola Normale Superiore di Pisa e all’Università di Palermo * L’economia e il disordine internazionale – di Mario Pianta, docente alla Scuola Normale Superiore di Pisa * L’aumento dei prezzi dell’energia – di Leopoldo Nascia, referente della campagna Sbilanciamoci! * Fonti fossili e missioni militari – di Sofia Basso, referente di Greenpeace Italia presentate dal presidente della Fondazione Basso, Franco Ippolito, focalizzando l’attenzione sul ruolo dei giovani nel determinare l’esito del referendum costituzionale votato in Italia nei giorni precedenti. «I giovani italiani hanno risposto sulla base della propria esperienza, cioè delle manganellate che hanno preso a Pisa, delle norme repressive dei rave party e del dissenso e, la goccia che fatto traboccare il vaso, dell’oltraggiosa reazione della classe dirigente italiana ed europea verso le manifestazioni di protesta contro il genocidio dei palestinesi – ha osservato Franco Ippolito – Il nesso tra il voto al referendum italiano e la guerra in Iran è la risposta dei giovani al colonialismo più becero, non nuovo bensì in continuità con ciò che ha contrassegnato il dominio dell’Occidente sul mondo. Al di là delle analisi sulle crisi politiche internazionali, della crisi del diritto internazionale e del ruolo degli stati e delle potenze egemoniche, bisogna mettere meglio a fuoco le dinamiche economiche, palesi in queste guerre di prepotenza militare che a mio parere sono la reazione ‘disperata’ al declino egemonico culturale ed economico». Maddalena Brunasti
April 2, 2026
Pressenza
Depositata in Cassazione la proposta di legge per la “Difesa civile, non armata e nonviolenta”. Parte ora la nuova raccolta firme
di Rete Italiana Pace e Disarmo,  20 marzo 2026.   La campagna “Un’altra difesa è possibile” rilancia la proposta di iniziativa popolare per istituire il “Dipartimento della Difesa Civile, non armata e nonviolenta” presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il 16 marzo a Roma, una delegazione delle tre Reti promotrici della campagna “Un’altra difesa è possibile” (CNESC – Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!) ha depositato presso la Corte di Cassazione il testo della proposta di legge di iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”. All’atto del deposito hanno preso parte rappresentanti di numerose associazioni e organizzazioni aderenti alle tre Reti promotrici, a testimonianza della vitalità e della profondità del movimento civile che sostiene questa iniziativa. Un percorso lungo e tenace Nel luglio 2014 venne depositato per la prima volta in Cassazione il testo della proposta, ora aggiornata, e nel maggio 2015, dopo sei mesi di raccolta in tutta Italia, vennero consegnate alla Camera dei Deputati oltre 53.000 firme. Nel luglio 2017 poi la proposta venne incardinata e calendarizzata in sede di discussione congiunta delle Commissioni Affari Costituzionali e Difesa della Camera (risultato definibile come storico) ma senza mai giungere all’approvazione definitiva. La Campagna non si è mai fermata: petizioni al Parlamento, incontri istituzionali, mobilitazioni territoriali hanno tenuto viva l’istanza fino ad oggi. Il testo di Legge depositato il 16 marzo ne preserva l’impianto originario, aggiornandolo al mutato contesto normativo e internazionale. Cosa prevede la proposta La proposta istituisce presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri un “Dipartimento dedicato alla difesa civile, non armata e nonviolenta”, riconosciuta quale componente a pieno titolo del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, in attuazione degli Articoli 2, 11 e 52 della Costituzione e nel solco della sentenza della Corte Costituzionale n. 164 del 1985 che ha riconosciuto l’esistenza di forme “civili” di difesa della Patria. Il Dipartimento andrebbe a coordinare i Corpi Civili di Pace, un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, operando in sinergia con il sistema di protezione civile e il Servizio Civile universale. Nel quadro della proposta formulata dalle organizzazioni della società civile, il finanziamento del Dipartimento sarà garantito da un Fondo nazionale alimentato dalla Legge di Bilancio e da uno strumento fiscale innovativo e di grande valore simbolico: la facoltà, per ogni contribuente, di destinare il 6 per mille della propria IRPEF al Fondo stesso, senza alcun onere aggiuntivo. Si tratta di una vera e propria opzione fiscale tra due modelli di difesa. In piena analogia con chi in passato, chiamato al servizio militare, aveva potuto scegliere di non imbracciare un’arma grazie all’obiezione di coscienza, se la Legge verrà approvata ciascun cittadino e ciascuna cittadina potrà scegliere anche dove indirizzare la propria quota di spesa pubblica per la sicurezza. Verso la difesa militare o verso quella civile e nonviolenta. Una risposta civile alla corsa al riarmo Il deposito della proposta avviene in un momento in cui il dibattito pubblico europeo e italiano sembra aver ceduto definitivamente a una logica pericolosa e fallace: quella secondo cui la sicurezza si garantisce con più armi, più spesa militare, più deterrenza. La Campagna “Un’altra difesa è possibile” ribadisce con chiarezza una prospettiva opposta: la sicurezza reale si costruisce con la prevenzione dei conflitti, la mediazione, l’educazione alla pace, la coesione sociale e la cooperazione internazionale. Questa proposta è figlia diretta della Campagna lanciata nel 2014, ma affonda le radici ben più in profondità: è l’erede di decenni di azioni per l’obiezione di coscienza al servizio militare e delle lotte di quanti hanno pagato di persona il rifiuto delle armi, aprendo la strada al riconoscimento giuridico dell’obiezione e poi del Servizio Civile. Quella stessa tradizione di resistenza nonviolenta chiede oggi di compiere un passo ulteriore: non limitarsi a obiettare individualmente, ma dotare la Repubblica di una struttura pubblica, stabile e finanziata, capace di praticare e promuovere la difesa della Patria con strumenti civili e non armati. QUI i dettagli sulla struttura e le funzioni del Dipartimento proposto Ora servono almeno 50.000 firme A seguito del deposito del Testo di Legge di iniziativa popolare, e dopo la prevista pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ha preso ufficialmente avvio la raccolta delle firme necessarie a portare la proposta in Parlamento. L’obiettivo è raggiungere almeno 50.000 firme. Rispetto alla precedente fase di Campagna i cittadini hanno a disposizione uno strumento in più: è possibile firmare comodamente da casa attraverso il portale online apposito della Presidenza del Consiglio dei Ministri, autenticandosi con SPID o CIE. Nessuna necessità di recarsi fisicamente a un banchetto o a uno sportello: con pochi semplici passaggi e tramite la propria identità digitale la sottoscrizione sarà immediatamente valida.  PER FIRMARE: Cliccare innanzitutto QUI e poi sulla pagina che si apre, cliccare ancora in alto a destra su “ACCEDI” Procedere infine con SPID o CIE RETE ITALIANA PACE DISARMO                                           Segreteria Nazionale c/o Casa per la Nonviolenza via Spagna 8 – 37123 – Verona  www.retepacedisarmo.org
March 22, 2026
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