Missione militare in Arabia Saudita, Rete Pace Disarmo chiede lo stop
Rete Italiana Pace e Disarmo apprende con forte preoccupazione le notizie sulla
cosiddetta Task Force Air – Arabia e sulla parallela Task Force Land – Arabia:
un dispositivo militare italiano di prima grandezza schierato dalla seconda metà
di marzo 2026 in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, di cui l’opinione pubblica e
lo stesso Parlamento hanno appreso tutti i dettagli non da un passaggio
parlamentare, ma da una scarna nota comparsa sul sito del Ministero della
Difesa dopo mesi di silenzio.
Non si tratta di un travaso simbolico di personale già presente nell’area.
Parliamo di circa 400 militari dell’Aeronautica (con quattro caccia Eurofighter,
un velivolo radar per l’allarme precoce e un sistema antidrone) affiancati da
un contingente terrestre dell’Esercito di circa 300 uomini, dotato di una
batteria missilistica terra-aria SAMP-T e di radar dispiegati tra Arabia Saudita
e Bahrein. Assetti da combattimento e sistemi d’arma collocati a ridosso di un
teatro di guerra attivo, non solo per quanto riguarda la crisi iraniana: almeno
una parte del contingente si trova presso la base saudita di Al Taif, a circa
250 km dal confine con lo Yemen. Una missione nuova, ad alta valenza politica e
ad alto rischio, molti dei cui mezzi sono partiti o sono in procinto di partire
dall’Italia.
Nessuno di questi assetti è stato oggetto di discussione e voto parlamentari
specifici. L’Arabia Saudita compare nella scheda 4 della Delibera missioni 2026
soltanto come voce di un elenco generico di Paesi di quell’area geografica, in
una Scheda che però è priva di qualunque dettaglio su consistenza, armamenti e
finalità del dispiegamento in quello Stato. Il Governo si trincera dietro la
facoltà, introdotta con la riforma quadro delle Missioni Militari del 2024, di
“spostare forze e assetti nella stessa area geografica” dove già insistono
missioni autorizzate. Ma è precisamente questo il punto che Rete Italiana Pace e
Disarmo denuncia: un riferimento generico dentro una tabella per aree non
equivale ad aver illustrato al Parlamento uomini, mezzi, armamenti e obiettivi
operativi di una missione. Chi ha seguito con attenzione le audizioni dei
vertici militari davanti alle Commissioni Esteri e Difesa (come Rete Italiana
Pace e Disarmo fa da anni, partecipandovi direttamente) sa bene che in quelle
sedi non è stata data alcuna indicazione di dettaglio su un dispiegamento di
questa portata. Le critiche mosse in queste ore da chi chiede trasparenza non
nascono dunque da una lettura distratta dei documenti, ma da ciò che quei
documenti e quelle audizioni oggettivamente contengono e da ciò che, altrettanto
oggettivamente, non contengono. Sostenere che tutto fosse “già pubblico” perché
un giornalista ha saputo ricostruirlo consultando il sito della Difesa non è una
prova di trasparenza: ne è la smentita.
Non è la prima volta che solleviamo il problema. Già in occasione del dibattito
sul decreto missioni Rete Italiana Pace e Disarmo era intervenuta in audizione
parlamentare chiedendo un cambio di rotta e denunciando tempistiche e modalità
di esame inaccettabili, con missioni portate all’attenzione delle Camere quando
sono già prorogate e operative. E anche in occasione della modifica legislativa
del 2024 la nostra Rete aveva evidenziato come il nuovo impianto avrebbe
“permesso più facilmente il dispiegamento di forze armate in maniera repentina e
senza gli opportuni passaggi parlamentari” con una proposta governativa che
andava nella direzione di “rendere ancora più inefficaci la trasparenza e il
controllo politico su un tema rilevante come quello delle Missioni militari”.
Il caso della Task Force Arabia conferma, nel modo più netto, quelle
preoccupazioni.
Il nodo di merito è questo: se l’inserimento di un Paese in un elenco per aree
geografiche, unito a una facoltà di “ricollocamento”, basta a coprire lo
schieramento di caccia e batterie missilistiche con finalità mai esplicitate,
quel meccanismo cessa di essere uno strumento di flessibilità operativa e
diventa una delega in bianco. È il precedente che allarma: legittimata questa
interpretazione, non vi sarebbe più alcun limite chiaro all’apertura di nuovi
teatri operativi da parte dell’Esecutivo (potenzialmente anche sulla sola base
di accordi bilaterali) sottraendo alle Camere ogni decisione effettiva e
cancellando il ruolo che la Costituzione riserva al potere legislativo.
Una situazione di preoccupazione che è resa ancora più pressante e concreta
dagli eventi di queste ore. Secondo quanto riportato dal Guardian, e ripreso da
numerose testate, l’Arabia Saudita si starebbe preparando a una nuova, ampia
offensiva militare contro i ribelli Houthi in Yemen (per mare e possibilmente
via terra) mentre chiede anche a diversi Paesi, l’Italia inclusa, di aderire a
una coalizione navale nel Mar Rosso. In questo scenario Rete Italiana Pace e
Disarmo pone una domanda diretta: come si troverebbero coinvolti i militari
italiani presenti nella Task Force in Arabia Saudita, con i loro sistemi di
difesa aerea e anti-missile schierati a poche decine di chilometri dal confine
yemenita, in caso di escalation? Con quali compiti, quali regole d’ingaggio,
quale mandato? Sono esattamente le domande cui una missione votata dal
Parlamento avrebbe dovuto rispondere prima di partire.
Come sottolinea Alfio Nicotra, coordinatore dell’Esecutivo di Rete Italiana Pace
e Disarmo, che per la Rete ha partecipato all’audizione parlamentare sulle
missioni: «Lo avevamo denunciato con chiarezza nella nostra audizione nelle
Commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati: le modifiche apportate
nel 2024 alle tabelle delle missioni internazionali dell’Italia, con il loro
accorpamento per aree geografiche, hanno reso più opache e non trasparenti le
singole missioni. Il fatto che centinaia di soldati italiani siano stati
dispiegati da questa primavera in Arabia Saudita al fine di contrastare
potenziali attacchi iraniani dimostra che con questo escamotage il governo
italiano ha tenuto all’oscuro e nascosto al Parlamento una missione militare ad
alta valenza politica ed ad alto rischio per il nostro Paese.»
«I poteri di controllo ed indirizzo delle Camere vengono di nuovo aggirati.
Questo dimostra che la legge quadro 21 luglio 2016, n. 145 sulle missioni
internazionali non risponde più ai presupposti per cui era stata varata — ovvero
rendere centrale il ruolo del Parlamento — ma richiede una revisione puntuale di
queste distorsioni. L’Italia non può ritrovarsi in un potenziale teatro di
guerra aggirando le prerogative che la nostra Costituzione assegna al potere
legislativo.»
Per questo Rete Italiana Pace e Disarmo chiede:
* lo stop immediato del dispiegamento e il ritorno della decisione nella sede
che le compete, il Parlamento, con una discussione e un voto specifici sulla
missione;
* che il Governo riferisca con urgenza e in modo completo alle Camere
sull’intera consistenza del dispositivo militare italiano nella penisola
arabica (uomini, mezzi, armamenti, basi, catena di comando, regole d’ingaggio
e finalità) e sui rischi di coinvolgimento in un’eventuale escalation in
Yemen;
* che si apra senza rinvii una revisione puntuale della legge n. 145/2016, per
correggere le distorsioni introdotte con l’accorpamento del 2024 e impedire
che la “libera interpretazione” governativa dei perimetri geografici svuoti
il potere di controllo e indirizzo delle Camere.
I fatti sono questi: una missione militare rilevante è stata avviata e resa
operativa senza un voto parlamentare specifico, in una regione sull’orlo di una
nuova guerra. Nessuna missione militare può sostituire la politica; nessuna
sicurezza costruita nell’opacità e nell’aggiramento delle regole democratiche
può essere una sicurezza duratura.
Rete Italiana Pace e Disarmo