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Pakistan tra Iran e Golfo: trovarsi nell’escalation e in un fragile ordine regionale
I recenti attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran hanno ancora una volta mostrato le fragili linee di faglia geopolitiche e settarie che attraversano il Medio Oriente e l’Asia meridionale. Al di là della questione militare immediata, questi sviluppi sollevano preoccupazioni più ampie sulla stabilità regionale e sul rischio di escalation in un ambiente già instabile. Paesi come il Pakistan si trovano ora a gestirsi in un panorama sempre più complesso in cui si intersecano rivalità geopolitiche, tensioni settarie e intensificazione della concorrenza tra potenze globali e regionali. Il Pakistan, in particolare, sembra perseguire una strategia di cauta ambiguità. Pur dichiarando ufficialmente la neutralità, i rapporti di facilitazione logistica e cooperazione di intelligence con gli Stati Uniti hanno alimentato la percezione che Islamabad si stia silenziosamente posizionando all’interno di dinamiche regionali mutevoli. In un momento in cui il Pakistan deve affrontare significative pressioni economiche e sfide alla sicurezza interna, mantenere relazioni costruttive sia con i partner occidentali che con gli alleati regionali è diventato un delicato bilanciamento. Allo stesso tempo, la vicinanza geografica del paese all’Iran e la fragile situazione della sicurezza lungo il loro confine condiviso complicano questa strategia di bilanciamento. La regione di confine tra Iran e Pakistan, in particolare la provincia del Belucistan, è stata a lungo instabile. Gruppi armati, movimenti separatisti e reti di contrabbando operano su entrambi i lati della frontiera, contribuendo ad alimentare  piccole tensioni Gli incidenti transfrontalieri periodici evidenziano le sfide che entrambi i governi devono affrontare per mantenere la stabilità in queste aree remote. Per Islamabad, il Belucistan rappresenta non solo un problema di sicurezza, ma anche un elemento critico della sua più ampia strategia economica. La regione svolge un ruolo centrale nel Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), una delle iniziative infrastrutturali più significative che collega l’Asia meridionale con le più ampie reti economiche eurasiatiche. Di conseguenza, la stabilità nella regione di confine ha implicazioni non solo per le relazioni Pakistan–Iran, ma anche per la connettività regionale e cooperazione economica. In questo contesto, le relazioni del Pakistan con gli Stati Uniti continuano a svolgere un ruolo importante. Nonostante le fluttuazioni delle relazioni bilaterali negli ultimi dieci anni, la cooperazione su questioni come la sicurezza e l’antiterrorismo dell’Afghanistan ha mantenuto canali funzionali di comunicazione tra Washington e Islamabad. Dal punto di vista del Pakistan, mantenere questi legami aiuta a preservare la rilevanza diplomatica e strategica durante un periodo di incertezza economica. Tuttavia, questo approccio richiede anche un’attenta gestione dei rapporti con gli Stati confinanti. Mantenere la comunicazione con gli Stati Uniti può inviare segnali a più leader: ricordare ai partner occidentali che il Pakistan resta impegnato nelle discussioni sulla sicurezza regionale, ricordando anche ai paesi vicini che Islamabad mantiene un certo grado di flessibilità diplomatica. Tuttavia, tale posizionamento può anche generare preoccupazione a Teheran, dove i responsabili politici rimangono sensibili agli sviluppi lungo il confine condiviso. Le relazioni del Pakistan con il più ampio mondo musulmano aggiungono una nota di complicazione. Attraverso la cooperazione in materia di difesa con Paesi come l’Arabia Saudita e i crescenti legami con la Turchia, Islamabad si è spesso presentata come sostenitrice della solidarietà all’interno del mondo musulmano. Allo stesso tempo, l’impegno del Pakistan con le potenze occidentali riflette una politica estera pragmatica modellata dalle esigenze economiche, dalle preoccupazioni per la sicurezza e dalle mutevoli realtà geopolitiche. L’esperienza storica illustra anche la complessità del posizionamento regionale del Pakistan. Durante i precedenti periodi di tensione che coinvolsero Stati Uniti, Israele e Iran, gli analisti dichiararono che il Pakistan poteva aver facilitato la cooperazione relativa all’intelligence con i partner occidentali, incluso l’uso dello spazio aereo per attività di ricognizione. Che siano pienamente confermate o meno, tali percezioni contribuiscono a una narrazione più ampia secondo cui Islamabad cerca di mantenere più canali strategici contemporaneamente. La relazione di lunga data tra Riyadh e Islamabad rimane un altro importante pilastro della politica estera del Pakistan. Dagli anni ’80, i due paesi hanno mantenuto una stretta cooperazione in materia di difesa, con il personale pakistano precedentemente di stanza in Arabia Saudita e una continua collaborazione nella sicurezza e nell’addestramento militare. L’Arabia Saudita ha anche fornito assistenza finanziaria al Pakistan durante i periodi di tensione economica, rafforzando l’importanza della loro partnership. Eppure, questa vicinanza strategica non si traduce necessariamente in aperta ostilità nei confronti dell’Iran. Il Pakistan ospita una significativa minoranza sciita, stimata in circa il 15-20% della popolazione, e in passato il paese ha vissuto periodi di tensione tra le minoranze. Per la leadership pakistana, evitare politiche che potrebbero infiammare le divisioni interne rimane una priorità fondamentale. Di conseguenza, Islamabad deve bilanciare le sue partnership nel Golfo con la necessità di mantenere relazioni stabili con Teheran. I calcoli strategici del Pakistan non possono essere pienamente compresi senza considerare la più ampia struttura regionale del potere. Nonostante le sanzioni internazionali e le pressioni diplomatiche, l’Iran continua a esercitare una notevole influenza in diverse parti del Medio Oriente. Le sue relazioni con persone in Siria, Iraq, Libano e Yemen formano una rete che consente a Teheran di proiettare influenza attraverso alleanze politiche e personaggi non dello Stato. Allo stesso tempo, il più ampio mondo arabo non forma più un fronte unito contro l’Iran. Il recente riavvicinamento diplomatico dell’Arabia Saudita con Teheran, facilitato dalla Cina, riflette la tendenza regionale verso un impegno cauto piuttosto che un confronto diretto. Anche gli Emirati Arabi Uniti e gli altri Stati del Golfo hanno perseguito una diplomazia pragmatica volta a ridurre le tensioni salvaguardando i loro interessi economici. L’Unione Europea osserva questi sviluppi principalmente attraverso la lente della stabilità regionale, della sicurezza energetica e delle potenziali conseguenze umanitarie che una più ampia escalation potrebbe produrre. Mentre l’UE continua a sostenere l’impegno diplomatico e la de-escalation, la sua capacità di influenzare i calcoli strategici degli appartenenti alle regioni rimane limitata rispetto a quella delle principali potenze militari. La recente decisione del Pakistan di aderire al “Consiglio di pace” guidato dal presidente degli Stati Uniti ha anche generato un dibattito a livello nazionale. I critici sostengono che tali iniziative possono servire principalmente a programmi geopolitici più ampi, complicando potenzialmente il sostegno di lunga data del Pakistan alla causa palestinese. Allo stesso tempo, l’evoluzione della posizione diplomatica del Pakistan ha attirato l’attenzione in tutto il mondo islamico, con alcuni osservatori che si chiedono se un impegno più stretto con le potenze occidentali possa influenzare il ruolo tradizionale di Islamabad come ponte tra diversi politici. In un panorama regionale sempre più polarizzato, la cauta strategia del Pakistan riflette le difficili scelte affrontate dagli Stati situati all’incrocio di molteplici rivalità geopolitiche. Preservare i canali diplomatici, gestire la stabilità interna ed evitare un più profondo coinvolgimento nel confronto regionale può rivelarsi essenziale non solo per la sicurezza del Pakistan, ma anche per ridurre le tensioni in un ambiente geopolitico già fragile. -------------------------------------------------------------------------------- L’autrice: Dimitra Staikou è un’avvocata, giornalista e scrittrice greca con una vasta esperienza in materia di Asia meridionale, Cina e Medio Oriente. Le sue analisi su geopolitica, commercio internazionale e diritti umani sono state pubblicate su testate di spicco, tra cui Modern Diplomacy, HuffPost Greece, Skai.gr, Eurasia Review e il Daily Express (Regno Unito). Parlando correntemente inglese, greco e spagnolo, Dimitra unisce la sua competenza giuridica al reportage sul campo e alla narrazione creativa, offrendo una prospettiva articolata sugli affari globali. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza IPA
March 17, 2026
Pressenza
Iran, perché Trump ha ignorato gli avvertimenti della Cia?
L’esclusivo rapporto della Reuters lascia pochi dubbi, confermando di fatto quanto già anticipato dal New York Times e dal Washington Post. L’Agenzia sottolinea due aspetti della pianificazione operativa americana assolutamente deboli. Con presupposti sbagliati, smentiti poi dalla situazione sviluppatasi sul campo. L’iniziativa strategica della Casa Bianca e del Premier israeliano […] L'articolo Iran, perché Trump ha ignorato gli avvertimenti della Cia? su Contropiano.
March 15, 2026
Contropiano
Guerra all’Iran. Un’affermazione pericolosa… e rassicurante
Stiamo assistendo a un momento storico. L’Iran, con grande stupore di tutti, sta infliggendo danni così gravi, completi e decisivi alle basi americane che il mondo non è preparato a vederli. In soli quattro giorni, l’Iran è riuscito a espandere il suo dominio militare nella regione. L’Iran ha distrutto le […] L'articolo Guerra all’Iran. Un’affermazione pericolosa… e rassicurante su Contropiano.
March 14, 2026
Contropiano
Cuba. Díaz-Canel apre al dialogo, ma senza piegarsi
In un mondo segnato da tensioni geopolitiche e da un crescente ritorno alla logica della forza, la decisione del presidente cubano Miguel Díaz-Canel (assunta in sintonia con il predecessore Raul Castro, protagonista accanto al fratello Fidel e a Che Guevara, della Rivoluzione che dà oltre 60 anni gli USA tentano […] L'articolo Cuba. Díaz-Canel apre al dialogo, ma senza piegarsi su Contropiano.
March 13, 2026
Contropiano
Il primo discorso di Mojtaba Khamenei
Il primo discorso da Guida Suprema degli sciiti e dell’Iran va per lo meno conosciuto, se ci si vuole orizzontare realisticamente nel caos di un conflitto e della “nebbia informativa” che lo confonde. Soprattutto va preso con la serietà dovuta a chi sa benissimo di essere un bersaglio cui punteranno […] L'articolo Il primo discorso di Mojtaba Khamenei su Contropiano.
March 13, 2026
Contropiano
Medio Oriente, Amnesty International chiede di non compiere attacchi illegali contro le infrastrutture energetiche
Fine degli attacchi illegali contro le infrastrutture energetiche, comprese quelle che erogano forniture essenziali come l’elettricità, il riscaldamento e l’acqua. È questa la richiesta di Amnesty International a Israele e Iran, resa più urgente dal rischio posto da tali attacchi contro i civili e l’ambiente. Negli ultimi giorni gli attacchi israelo-statunitensi hanno colpito una serie di depositi e di centri di distribuzione di carburante in Iran. L’Iran, a sua volta, ha colpito depositi e infrastrutture del gas e del petrolio in vari stati del Golfo. “Da attacchi del genere possono derivare conseguenze prevedibili, ampie e devastanti contro i civili, come incendi mortali fuori controllo, importanti interruzioni delle forniture essenziali, danni ambientali e gravi rischi nel lungo termine per la salute di milioni di persone. Tutto questo significa che tali attacchi possono violare il diritto internazionale umanitario e, in alcuni casi, costituire crimini di guerra”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. “Anche se per giustificare l’attacco contro un’infrastruttura energetica la si qualifica come obiettivo militare, il diritto internazionale umanitario prevede i chiari obblighi di prendere tutte le misure possibili per ridurre i danni ai civili e di astenersi da attacchi che causino morti o feriti di civili in modo sproporzionato o danni a obiettivi civili, come ad esempio effetti negativi a catena sulla vita e sulla salute dei civili come l’esposizione ad agenti chimici tossici”, ha aggiunto Morayef. Ai sensi del diritto internazionale umanitario, una raffineria di petrolio può essere attaccata solo se è un obiettivo militare, ossia se è usata per fornire un contributo reale a un’azione militare – ad esempio, se produce carburante per le forze armate impegnate in attacchi – e danneggiandola si conseguirebbe un chiaro vantaggio militare nelle circostanze del momento. Anche in presenza di questi due prerequisiti, chi attacca deve prendere tutte le precauzioni possibili per evitare o ridurre al minimo i danni ai civili, come la diffusione di sostanze tossiche; prima dell’attacco, deve considerare se tali danni sarebbero eccessivi rispetto al concreto e diretto vantaggio militare che si prevede di ottenere. Il 7 marzo enormi fiamme e nuvole di fumo nero si sono levati da svariati depositi petroliferi nelle zone di Shahrah, Sohanak e Kounak della capitale Teheran, nella città di Shahr-e Rey nella provincia di Teheran e in quella di Fariz nella provincia dell’Alborz. Incendi fuori controllo e pioggia intrisa di petrolio hanno danneggiato le aree abitate dai civili. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver attaccato “una serie di depositi a Teheran” affermando che venivano usati dalle forze armate iraniane per “alimentare le infrastrutture militari”. “Preoccupano gli allarmi sanitari circa la presenza nell’aria di materiali pericolosi e di sostanze tossiche che mettono a rischio la salute di milioni di abitanti di Teheran, con possibili conseguenze cancerogene, danni polmonari e bruciature alla pelle”, ha commentato Morayef. A seguito dei danni riportati da alcuni edifici residenziali di Shahrah, persone sono rimaste prive di alloggio. L’8 marzo il vicegovernatore della provincia dell’Alborz ha dichiarato che l’attacco al deposito petrolifero di Fardis aveva causato sei morti e 21 feriti, anche tra la popolazione locale. Il giorno dopo il direttore della facoltà di Scienze mediche della provincia ha dichiarato che l’incendio successivo all’attacco aveva distrutto un centro per le dialisi situato nei pressi del deposito. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche in Iran aumentano la sofferenza di una popolazione traumatizzata dai massacri commessi dalle autorità della repubblica islamica, alle prese da anni con la penuria delle forniture elettriche e idriche e che vive in un ambiente insalubre a causa della cronica cattiva gestione statale e della negazione del diritto umano di prendere parte alla vita pubblica. Questa situazione, insieme alla grave repressione politica, ha dato luogo a successive proteste nazionali, come l’ultima del gennaio 2026, per chiedere diritti, dignità e la fine della repubblica islamica. Dal 28 febbraio negli stati appartenenti al Consiglio di cooperazione del Golfo ci sono stati molteplici attacchi alle infrastrutture energetiche. Secondo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, le forze del suo paese hanno “attaccato basi, installazioni e altre strutture americane” le quali “sfortunatamente” si trovavano negli stati vicini del Golfo. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Balifar ha aggiunto che “finché ci saranno basi americane nella regione, gli stati [che le ospitano] non conosceranno calma”. Le autorità di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar hanno denunciato che i droni e i missili iraniani hanno colpito direttamente strutture petrolifere e del gas e che in altri casi queste sono state raggiunte dai detriti delle munizioni intercettate. I governi degli stati del Golfo limitano fortemente le libertà d’informazione e d’espressione e ciò impedisce di riferire sugli effetti direttamente derivanti da tali attacchi. Il 2 marzo il ministro della Difesa del Qatar ha dichiarato che droni iraniani avevano colpito infrastrutture energetiche nella zona industriale di Ras Laffan, il principale centro per l’esportazione di gas naturale liquefatto. Dopo l’attacco la produzione è stata sospesa ed è stato dichiarato lo “stato di forza maggiore”. Il 7 marzo il ministro saudita della Difesa ha reso noto che 21 droni erano stati lanciati contro la zona petrolifera di Shaybah, una delle principali del regno, comprendente impianti che producono gas naturale usato dall’industria petrolchimica. In diversi casi questi droni sono stati intercettati e distrutti. Sempre il 7 marzo un portavoce del ministero della Difesa del Kuwait ha denunciato che droni avevano preso di mira depositi di carburante nell’aeroporto internazionale. Il 1° marzo i mezzi d’informazione dell’Oman hanno riferito che due droni avevano colpito il porto commerciale di Duqm ferendo un lavoratore migrante. Il giorno dopo un altro drone ha colpito una nave petrolifera al largo della costa di Muscat, uccidendo un membro dell’equipaggio di nazionalità indiana. Incendi sono scaturiti da una serie di infrastrutture colpite, a causa degli attacchi o dei detriti dei droni intercettati. In alcuni casi le compagnie statali dell’industria fossile hanno dichiarato di aver sospeso la produzione o il trasporto marittimo. In Bahrein il 5 marzo è scoppiato un incendio in una delle raffinerie della Bapco Energies colpita, secondo l’agenzia di stampa statale, da un missile iraniano. L’azienda ha dichiarato la sospensione della navigazione dei suoi prodotti per “cause di forza maggiore”. Il 2 marzo il ministro della Difesa dell’Arabia Saudita ha denunciato che due droni avevano tentato di colpire la raffineria di Ras Tanura ma erano stati intercettati. Tuttavia, i detriti in caduta avevano causato un incendio all’interno della struttura. Il 10 marzo negli Emirati Arabi Uniti un drone ha causato un incendio nel complesso industriale di Ruwais, ad Abu Dhabi. Un altro incendio era divampato il 2 marzo al terminal petrolifero di Musaffah colpito da un drone, mentre i detriti di un altro drone avevano causato un incendio in un deposito petrolifero situato nella zona industriale di Furajah. Il 9 marzo l’agenzia di stampa statale del Kuwait ha dato la notizia di un incendio causato dai detriti di un drone intercettato in un deposito di petrolio situato nella centrale elettrica di al Subiya. La navigazione nello stretto di Hormus è quasi del tutto ferma. Il 10 marzo l’Alto commissario per i diritti umani ha dichiarato che il blocco della navigazione commerciale stava già avendo gravi conseguenze sull’accesso a “energia, cibo e fertilizzanti per la popolazione della regione e non solo” e che l’aumento del prezzo del petrolio avrebbe avuto effetti economici e sociali a catena. Egli ha nuovamente rivolto un appello a investire nelle energie rinnovabili. “Gli attacchi che colpiscono o danneggiano gravemente le forniture e le reti commerciali possono causare insicurezza alimentare. Tutte le parti devono astenersi da attacchi illegali e porre la protezione dei civili al primo posto nelle decisioni di natura militare”, ha concluso Morayef. Ulteriori informazioni Secondo le autorità iraniane, dal 28 febbraio gli attacchi israelo-statunitensi hanno ucciso almeno 1255 persone. Almeno 17, 11 delle quali di nazionalità straniera, sono state uccise dagli attacchi iraniani negli stati del Golfo: due in Bahrein, sei in Kuwait, una in Oman, due in Arabia Saudita e sei negli Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti di stampa, almeno 570 persone sono state uccise dagli attacchi israeliani in Libano e almeno 12 in Israele. Amnesty International
March 12, 2026
Pressenza
Guerra in Medio Oriente. Russia e Cina scelgono di sedersi sulla riva del fiume….
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato ieri due bozze di risoluzione relative alla guerra in corso in Medio Oriente. Tra queste, c’era il progetto di risoluzione presentato dalla Russia che esortava tutte le parti a cessare immediatamente le operazioni militari in Medio Oriente e in altre regioni per evitare […] L'articolo Guerra in Medio Oriente. Russia e Cina scelgono di sedersi sulla riva del fiume…. su Contropiano.
March 12, 2026
Contropiano
Da Caracas a Teheran. Il vecchio modello di potere Usa sta fallendo
Storicamente, gli Stati Uniti hanno dimostrato la loro potenza attraverso interventi in Stati più piccoli prima di lanciare guerre strategiche più ampie. L’invasione di Panama ha preceduto la Guerra del Golfo, contribuendo a stabilire un modello di proiezione di potenza americana. I recenti eventi che collegano Venezuela e Iran suggeriscono […] L'articolo Da Caracas a Teheran. Il vecchio modello di potere Usa sta fallendo su Contropiano.
March 12, 2026
Contropiano
[Portland, USA]: NO CARS FOR ICE! Vandalizzata Enterprise
> Da Rose City Counter-Info, 01.02.26 Nelle prime ore del mattino di martedì 27 gennaio, ci siamo intrufolati nel parcheggio della Enterprise Rental tra Sandy Blvd. e la 28th e abbiamo danneggiato tutte le auto, i camion e i furgoni parcheggiati. Una grande scritta “ICE RENTS HERE” (ICE AFFITTA QUI) è stata tracciata sull’edificio per rendere chiaro il motivo a tutti i passanti. I punteruoli hanno rapidamente danneggiato le gomme e ogni veicolo ha ricevuto anche una verniciatura supplementare. Siamo andati via con la stessa rapidità con cui siamo arrivati, con l’aria che continuava a sibilare fuori dai pneumatici mentre scomparivamo nella notte con il sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore. L’ICE e la polizia di frontiera hanno utilizzato veicoli noleggiati da Enterprise per rapire e deportare persone in tutto il paese, anche qui a Portland. Enterprise ha diverse sedi in tutta la città. Ci sono bastati pochi minuti per rendere inutilizzabili un intero parco veicoli. È stato semplice e divertente, e abbiamo sentito dire che Enterprise ha annullato la sua giornata di assunzioni nell’area di Portland a seguito del nostro intervento notturno. Ops!
Trump cerca di mettere le mani sulle liste degli elettori in vista delle mid term
Con un perentorio annuncio pubblicato domenica sul social Truth, con i soliti toni da minaccia che gli sono congegnali (e che però spesso si sono tramutati pure in realtà) Donald Trump ha dichiarato che non firmerà nessuna nuova legge finché il Congresso non approverà il SAVE America Act, la controversa […] L'articolo Trump cerca di mettere le mani sulle liste degli elettori in vista delle mid term su Contropiano.
March 11, 2026
Contropiano