Tutti possiamo smettere di fare la guerra ogni giornoLO SCIOPERO, IGNORATO DAI GRANDI MEDIA, CHE PER 24 ORE HA BLOCCATO I PRINCIPALI
PORTI DEL MEDITERRANEO E DEL NORD EUROPA, DOVE SI CARICANO ARMI DESTINATI AI
TEATRI DI GUERRA, HA MOSTRATO COME OVUNQUE CI SIANO MIGLIAIA DI PERSONE CHE NON
VOGLIONO ESSERE L’INGRANAGGIO DI UNA CATENA DI MONTAGGIO CHE PRODUCE MORTE. I
PORTUALI CI DICONO CHE LA RESPONSABILITÀ NON È UN CONCETTO ASTRATTO E CHE NON
ESISTE UN “GESTO TECNICO” INNOCENTE SE QUEL GESTO ARMA UNA MANO CHE UCCIDE
Ancona, 6 febbraio. Foto Glomeda
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Edward Said scriveva che il compito degli intellettuali – e di ogni cittadino
responsabile – è dire la verità, anche quando è scomoda, anche quando costa. Non
è un gesto eroico: è un dovere. Oggi, quel dovere lo sentono i portuali. Lo
sciopero internazionale dei portuali di venerdì 6 febbraio parte esattamente da
qui. Per ventiquattro ore, i principali porti del Mediterraneo e del Nord Europa
si sono fermati. Navi cariche di armi, destinate ai teatri di guerra, sono
rimaste al largo di Livorno, Genova e Venezia.
I lavoratori hanno detto di non voler essere l’ultimo ingranaggio di una catena
di montaggio che produce morte. Mentre l’Unione Europea discute di riarmo e i
governi parlano di “sicurezza”, i portuali ricordano al mondo che la neutralità
è una finzione. Dire “non lavoriamo per la guerra” non è uno slogan: è il
riconoscimento che dietro ogni documento di transito c’è la responsabilità verso
un altro essere umano.
La realtà delle macerie
Mentre le navi restano al largo per lo sciopero, a Gaza la distruzione
sistematica della vita civile continua. A febbraio 2026, il bilancio ha superato
i 72.000 morti. Tra questi, si contano già almeno undici bambini morti per
ipotermia nelle tendopoli di fortuna. Non ci sono più rifugi: il 95 per cento
dell’acqua è imbevibile e il freddo uccide quanto le schegge. Le demolizioni
quotidiane a Gaza City e Khan Yunis non sono “operazioni militari”, sono la
cancellazione sistematica dello spazio vitale di un popolo.
Famiglie intere perdono in pochi secondi l’unico riparo rimasto. Accade durante
quella che viene chiamata “tregua”: una tregua che, nei fatti, consiste in raid
aerei e vite palestinesi che si consumano nel silenzio.
Il buio dell’informazione
In Cisgiordania, l’arresto di giornalisti come Bushra Al Tawil e la sospensione
delle attività di 37 Organizzazioni non governative sono i mattoni di un muro di
silenzio. Quando si impedisce di guardare, il dolore diventa invisibile. E
l’invisibile smette di esistere per chi sta a guardare da lontano.
Di queste notizie i giornali parlano appena: preferiscono la cronaca asettica di
una pace che non c’è.
Il paradosso della responsabilità
È qui che lo sciopero dei portuali smette di essere una vertenza e diventa un
fatto democratico. Se un portuale si ferma, viene subito accusato di fare
politica, di interferire con l’economia, di tradire il proprio ruolo. Se carica
armi, allora viene considerato un semplice gesto “tecnico”, un ordine eseguito,
una neutralità di facciata che non disturba nessuno. Se un cittadino protesta,
viene accusato di essere un ideologo che ostacola i piani del governo. Se un
intero quartiere viene raso al suolo, la si chiama “sicurezza”, una necessità
militare, una procedura burocratica che scivola via nel silenzio.
I portuali, con i loro corpi, rompono questa narrazione. Ci dicono che la
responsabilità non è un concetto astratto. Sostengono che non esiste un “gesto
tecnico” innocente se quel gesto arma una mano che uccide.
Non fermeranno la guerra da soli. Ma impediscono alla distruzione di diventare
normale. E oggi, in un tempo che vorrebbe abituarci all’orrore, scegliere di non
abituarsi è l’unica forma di resistenza rimasta.
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