Hormuz: il servilismo nei confronti degli USA e la trappola di una guerra non voluta
C’è un limite a tutto, anche alla presa in giro degli italiani. Le ultime parole
del Ministro Guido Crosetto e del Ministro Antonio Tajani sullo Stretto di
Hormuz ne sono la conferma: ci viene detto che l’Italia non invierà navi senza
una “tregua” e si evoca con disinvoltura un presunto “mandato Onu”. Ma di quale
tregua e di quale mandato parliamo? Bisogna guardare in faccia la realtà che i
palazzi del potere provano a edulcorare: lo Stretto di Hormuz è già chiuso. Non
è una previsione, è il dato di fatto di oggi. La navigazione è bloccata e la
tensione ha superato il punto di non ritorno a causa dell’aggressione scatenata
dal blocco Usa-Israele. Definire “tregua” il momento in cui gli aggressori
ricaricano le armi per mandarci le nostre fregate è un insulto all’intelligenza
dei cittadini.
La vera messinscena di questi “apprendisti stregoni” sta nel presentare la firma
del documento di Londra come una semplice “dichiarazione politica” per difendere
la libertà di navigazione e stabilizzare i mercati. Citano nelle loro
dichiarazioni l’Onu come scenario futuro per dare una veste di legalità a
un’iniziativa che, nel testo sottoscritto, non ha alcun legame operativo con le
Nazioni Unite. Non esiste alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Il
riferimento all’Onu sbandierato dal governo è un guscio vuoto, un paravento
retorico utilizzato per tranquillizzare l’opinione pubblica e nascondere che,
nei fatti, ci si sta allineando a una catena di comando che risponde
esclusivamente a Washington e Londra. È un gioco pericolosissimo: si firmano
protocolli che preparano la guerra mentre si racconta al Paese la favola della
stabilizzazione diplomatica.
I governi che hanno aderito al documento di Londra stanno recitando una parte
ambigua: partecipano alla coalizione dei 22 con un atto formale solo per non
scontentare Washington, sperando nel contempo di non dover mai passare dalla
carta ai fatti. È un attivismo di facciata, dettato dal timore di ritorsioni
politiche da parte di Donald Trump, che ha tacciato gli alleati di codardia. Ma
questa finzione è una trappola mortale: una volta accettata la logica della
coalizione in un quadrante già incendiato, la “dichiarazione politica” diventa
il presupposto legale per un coinvolgimento reale. Basta un solo incidente
perché questa disponibilità teorica si trasformi in una partecipazione tragica a
una guerra d’aggressione fuori controllo. Giocare con il fuoco della geopolitica
pensando di poter gestire le fiamme con le parole è da irresponsabili.
Tutto è partito da un nucleo di sei Paesi – Regno Unito, Italia, Francia,
Germania, Olanda e Giappone – che hanno fornito la copertura politica per
trasformare un’iniziativa unilaterale americana in una missione apparentemente
“internazionale”. Siamo davanti a una classe dirigente che manifesta una
drammatica carenza di visione e autonomia, ridotta a rincorrere il consenso
della Casa Bianca per non sembrare “vigliacca”, accettando passivamente una
logica bellicista che mette a rischio la sicurezza collettiva. Servilismo e
codardia percepita sono due facce della stessa medaglia: la subordinazione
totale agli interessi USA a scapito della dignità nazionale.
Se l’obiettivo fosse davvero la sicurezza delle rotte e la stabilità dei
mercati, la via sarebbe la diplomazia: parlare con l’Iran, fermare le sanzioni
unilaterali e l’escalation israeliana. Invece si scelgono i muscoli, mentre le
bollette delle famiglie tornano a schizzare alle stelle proprio a causa di
queste scelte scellerate.
Partecipare a una missione militare nello stretto di Hormuz significherebbe
spendere anche immense risorse finanziarie sottratte alla sanità pubblica, alle
scuole e ai salari dei lavoratori. Usare le tasse dei cittadini per proteggere i
profitti delle multinazionali dell’energia, mentre la società civile collassa,
sarebbe una colpa politica imperdonabile che Italia ed Europa rischiano di
avallare in silenzio, mentendo persino sulla natura dell’impegno assunto.
Mentre Crosetto e Tajani giocano con le parole, l’Articolo 11 della Costituzione
viene calpestato. L’Italia è già dentro questa escalation: le basi Nato sul
nostro territorio e i nostri sistemi di sorveglianza sono parte integrante del
dispositivo bellico. Partecipare a questa coalizione significa accettare la
logica della forza bruta anziché il diritto internazionale. È un tradimento
della sovranità mascherato da responsabilità. L’Italia, l’Europa e gli altri
alleati degli USA fingono di attivarsi per compiacere il padrone, ma il prezzo
di questa finzione rischia di essere un coinvolgimento bellico totale, anche se
non voluto.
Nonostante il fragore delle cannoniere, in Italia c’è chi non si arrende alla
violenza e continua a credere nella forza della ragione. Sabato 28 marzo, a
Roma, la rete “No Kings” scenderà in piazza in una manifestazione nazionale che
riunisce gruppi civili, associazioni pacifiste, sindacati, partiti e reti
studentesche, uniti contro la guerra, il riarmo e le politiche autoritarie. Il
corteo, in concomitanza con altre mobilitazioni a Londra e negli Stati Uniti,
sarà un momento per denunciare la politica bellicista del nostro governo e degli
altri Paesi occidentali, le restrizioni delle libertà civili e l’adesione
servile agli interessi stranieri del nostro Paese, riaffermando la necessità di
una politica fondata sul dialogo e sulla diplomazia, non sulla forza, prima che
il fragore delle armi trascini tutte e tutti nel baratro.
Giovanni Barbera