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La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri aderisce all’appello per la liberazione dei 14 medici palestinesi detenuti
La petizione promossa da Medici per i Diritti Umani (MEDU), rivolta alla comunità medica e sanitaria italiana, per chiedere la liberazione del dottor Hussam Abu Safiya e degli altri 13 medici palestinesi detenuti da Israele senza accuse formali né processo, ha superato le 4.300 adesioni. Il risultato più significativo di queste ultime ore è l’adesione della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), che rappresenta oltre 470.000 medici e odontoiatri italiani. L’appello, promosso da MEDU insieme a Physicians for Human Rights Israel (PHRI), chiede il rilascio immediato dei 14 medici palestinesi seguiti direttamente da PHRI e, più in generale, di tutti gli operatori sanitari di Gaza detenuti illegalmente o arbitrariamente. Chiede inoltre il rispetto del diritto internazionale umanitario, l’accesso a cure mediche adeguate, a un’effettiva assistenza legale e a verifiche indipendenti delle condizioni di detenzione. Nei giorni scorsi avevano già aderito all’appello gli Ordini dei Medici di Napoli, Palermo e Firenze, la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), la Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) e numerose altre organizzazioni e professionisti della salute. «La risposta che sta arrivando dalla comunità medica e sanitaria italiana è un segnale di grande valore, sia sul piano individuale sia su quello istituzionale», dichiara Alberto Barbieri, Coordinatore Generale di MEDU. «Migliaia di professioniste e professionisti della salute, insieme ai loro Ordini e alle società scientifiche, stanno affermando un principio molto semplice: la protezione di chi cura non è negoziabile.  La vicenda del dottor Abu Safiya e degli altri medici palestinesi detenuti riguarda anzitutto la loro vita, la loro libertà e la loro dignità, ma chiama in causa anche principi fondamentali della nostra professione: la neutralità della missione medica, il diritto alla cura, la protezione del personale sanitario nei conflitti armati e il rispetto delle garanzie fondamentali dello Stato di diritto. La comunità sanitaria italiana ha scelto di non restare in silenzio davanti a questa vicenda. Ora ci auguriamo che questa voce venga raccolta anche dalle istituzioni del nostro Paese.» L’adesione della Federazione Nazionale rappresenta un passaggio particolarmente importante nel percorso avviato da MEDU. L’obiettivo della campagna è ora quello di portare questa richiesta all’attenzione del governo italiano e delle istituzioni europee, affinché si attivino con urgenza presso le autorità israeliane per chiedere il rilascio del dottor Hussam Abu Safiya, degli altri medici palestinesi detenuti e il pieno rispetto delle garanzie previste dal diritto internazionale. MEDU invita professioniste e professionisti della salute, Ordini, società scientifiche, ospedali, università, reti sanitarie e mezzi di informazione a continuare a diffondere la petizione e questo appello. Ampliare la mobilitazione è essenziale per dare maggiore forza alle richieste che saranno rivolte al governo italiano e alle istituzioni europee. Link per firmare la petizione su change.org. Dr. Musab Samaan; Dr. Omar Amar; Dr. Ahmad Musa; Dr. Nahad Abu Taima; Dr. Medhat Abu Tabng’; Dr.  Hussam Abu Safiya; Dr. Murad Alkuka; Dr. Mahmud Hallak; Dr. Hamza Abu Sabha; Dr. Ahmad Shahada;  Dr. Hassan Almukayed; Dr. Raed Mahdi; Dr. Akram Abu Odeh; and Dr. Muhammad Ubaid. Redazione Italia
July 15, 2026
Pressenza
Mil€x: per l’Italia arrivare al 5% di spesa militare costerebbe 500 miliardi
Al vertice Nato di Ankara il governo italiano ha confermato l’intenzione di voler rispettare l’impegno a raggiungere il 5% del Pil nel 2035 per le spese in difesa e sicurezza, seguendo un percorso definito dalla premier Meloni come “sostenibile” che parte da un livello di spesa attuale del 2,8% del Pil e che, stando alle dichiarazioni dello stesso ministro Crosetto, prevede un incremento di 19 miliardi nel prossimo biennio (6-7 miliardi aggiuntivi nel 2027 e 12-13 miliardi aggiuntivi nel 2028) che porterà l’Italia a un livello di spesa militare di circa il 3,2% del Pil nel 2028 – un po’ meno rispetto al target di breve periodo del 3,4% riportato come indiscrezione giornalistica nei giorni scorsi. Se dal breve periodo si sposta la propsettiva sul lungo periodo fino al 2035, l’impatto finanziario complessivo risulta comunque estremamente oneroso, anche più di quanto emergeva dalla nostra stima fatta un anno fa in vista del vertice Nato dell’Aja, ancora in assenza di qualsiasi indicazione sulla porgressione di spesa iniziale dalla base di partenza del 2% del Pil. Nella nuova stima (non più basata su una progressione incrementale lineare puramente teorica bensì sulla concreta traiettoria incrementale fino al 2028 tracciata dal governo, e su una successiva progressione lineare del +0,23% annuo fino al 2035) abbiamo aggiornato la differenza di spesa cumulata tra il nuovo scenario di aumento fino al 5% e un ipotetico scenario di non aumento rispetto al precedente target NATO del 2%. Come punto di riferimento per il calcolo percentuale si sono prese come base le nuove stime di crescita del Pil fino al 2029 contenute nel Documento di Finanza Pubblica 2026 pubblicato dal MEF lo scorso 22 aprile, seguite da una stima di crescita fino al 2035 in linea con quella prevista dal governo ma leggermente più prudenziale. Confrontando i due scenari di spesa cumulativa 2025-2035, di oltre mille miliardi (1.063) nel caso di progressione fino al 5% del Pil e di circa la metà (564 miliardi) se si restasse al 2% – con incrementi proporzionali all’aumento del Pil di anno in anno – risulta una differenza complessiva di spesa totale 498 miliardi – superiore rispetto ai 445 miliardi della prima stima di un anno fa. NB: Nella versione originale del presente articolo (e nella nota stampa di rilancio ripresa dalle agenzie) avevamo segnalato che il dato del 2,8% del Pil per il 2026 non risultava nella tabella Nato delle spese nazionali diffusa alla vigilia del vertice, nelle quali l’Italia compare ancora ferma al 2,1% del Pil nel 2026. Discrepanza dovuta al fatto che il dato in tabella è riferito alla sola spesa in difesa “core” quindi non anche alle spese in sicurezza (che il governo ha quantificato in un ulteriore 0,7% del Pil). La confusione nasce dall’incongruenza logica tra il dato 2026 e quello 2025 (2,09% del Pil) presentato anch’esso come sola “core defense”, quando è noto che invece fosse comprensivo anche delle spese in sicurezza.   MIL€X - Osservatorio sulle spese militari italiane
July 8, 2026
Pressenza
Giorgia Linardi: “La condanna di Almasri a Tripoli non assolve l’Italia: il governo ha sottratto un criminale alla giustizia internazionale”
Il tribunale di Tripoli ha condannato Almasri a 7 anni e 4 mesi per “violazione dei diritti dei detenuti”. La destra italiana esulta, dicono che aveva ragione il governo, la giustizia ha fatto il suo corso. Peccato che sia una presa in giro. Almasri era ricercato dalla Corte Penale Internazionale. L’Italia lo ha arrestato a Torino nel gennaio 2025 e lo ha rimpatriato con volo di Stato due giorni dopo. Ora Tripoli lo giudica per una parte residuale delle accuse, in un processo sotto il controllo delle stesse autorità che danno legittimità politica al sistema dei lager libici. Dichiara la portavoce di Sea-Watch, Giorgia Linardi: “La condanna di Almasri in Libia non cancella le responsabilità dell’Italia. La Corte Penale Internazionale lo ricercava per oltre dieci capi d’accusa tra crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il governo italiano ha di fatto sottratto un criminale internazionale alla giustizia internazionale. L’Italia non lo ha consegnato alla giustizia libica, lo ha rimesso in libertà. L’arresto e la successiva condanna in Libia sono avvenuti dopo e indipendentemente dalla decisione italiana.” “Sicuramente” conclude Linardi “le vittime e i sopravvissuti, molti dei quali sono ora rifugiati in Europa, non potranno dire di aver trovato giustizia in Europa per le atrocità subite.” D’altra parte davanti ai giudici internazionali, Almasri avrebbe potuto parlare del sistema finanziato dall’Italia, dei flussi, delle complicità europee e italiane. Questo processo probabilmente non ci sarà mai. Non è un caso. Sea Watch
June 22, 2026
Pressenza
L’estate che scotta: le città italiane tra caldo estremo e isole di calore
Il nostro Paese continua a fare i conti con intense ondate di calore. Una nuova indagine di Greenpeace Italia svela che la quota di giornate estive con una temperatura media percepita superiore a 32°C, soglia oltre cui l’organismo entra in condizioni di forte stress da calore mettendo a rischio la salute delle persone, è passata dal 39% nel periodo 1991-2000 al 62% nel periodo 2021-2025. Nell’estate del 2025 le Regioni con la quota più alta di giornate oltre questa soglia sono state Puglia, Sicilia, Basilicata, Emilia-Romagna e Lombardia. È quanto emerge dal rapporto di Greenpeace Italia “L’estate che scotta”, realizzato a partire dai dati messi a disposizione dai ricercatori Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli di ISTAT. L’associazione ambientalista denuncia come questa situazione sia dovuta alla crisi climatica, alimentata dalle aziende dei combustibili fossili, principali responsabili del surriscaldamento globale. Il rapporto di Greenpeace Italia analizza i capoluoghi di Regione usando anche i dati sulle temperature delle superfici urbane e sulle cosiddette isole di calore, cioè zone della città che risultano più calde rispetto alle aree circostanti a causa della presenza di asfalto, cemento ed edifici che assorbono e trattengono il calore. Il report analizza anche i dati sullo stress termico a livello nazionale e regionale. Nei capoluoghi di Regione, la media delle temperature superficiali massime registrate nell’estate del 2025 ha mostrato valori allarmanti: dieci città su venti hanno superato i 40°C, con picchi oltre i 44°C a Roma, Torino e Cagliari. Questo indicatore non misura la temperatura dell’aria né la temperatura percepita, bensì la temperatura fisica della superficie urbana, cioè quella di elementi come asfalto, tetti, muri ed aree verdi e contribuisce quindi a descrivere la vivibilità delle città e l’esposizione al caldo nei diversi quartieri. Le conseguenze sulla popolazione sono infatti significative. Circa l’87% degli abitanti dei capoluoghi di Regione, pari a 8,2 milioni di persone, vive in quartieri dove in estate la media delle temperature massime superficiali supera i 40°C. Tra questi ci sono circa 283 mila bambini sotto i 5 anni e 1,1 milioni di anziani oltre i 74 anni, categorie particolarmente vulnerabili al caldo estremo. A rendere i centri urbani invivibili sono anche le isole di calore urbane: circa 4,3 milioni di persone nei capoluoghi di Regione vivono in quartieri caratterizzati da isole di calore intense o molto intense, tra cui 151 mila bambini piccoli e 556 mila anziani. A rischio sono anche le persone senza dimora o chi vive in abitazioni poco isolate o senza accesso al raffrescamento e chi lavora molte ore all’aperto. La presenza di asfalto, cemento ed edifici, ma anche poco verde e bassa ventilazione, contribuiscono a rendere le città più calde rispetto alle aree rurali circostanti. Con l’eccezione di Bari, tutti i capoluoghi di Regione registrano temperature superficiali urbane più alte rispetto alle aree extraurbane. Il caso più eclatante è quello di Torino, dove nel 2025 la differenza tra la media delle temperature superficiali massime ha superato i 15°C. A Roma, il 40% dei residenti è esposto a isole di calore intense o molto intense e il 99% della popolazione vive in zone dove d’estate la temperatura superficiale massima supera, in media, i 40°C. Ancora più critica la situazione di Napoli e Torino, dove rispettivamente il 92% e il 98% dei residenti vive in aree interessate da pericolose isole di calore. Una situazione simile richiede interventi urgenti a tutela delle persone. “Per far fronte al problema del caldo estremo in città e ai suoi impatti sulla salute delle persone, dobbiamo anzitutto ridurre le emissioni e al contempo concentrarci sugli interventi di adattamento e prevenzione, ha sottolineato Federico Spadini, campaigner Clima di Greenpeace Italia. Nonostante l’aumento delle temperature e degli eventi meteorologici estremi, le grandi aziende fossili continuano a investire in petrolio e gas, aggravando il riscaldamento globale e scaricando sulle persone più vulnerabili i costi delle proprie strategie orientate solo al profitto. Il quadro è preoccupante e ci aspettiamo l’ennesima estate con caldo da record. Per questo servono misure urgenti: Greenpeace chiede al governo italiano di introdurre una tassazione dei profitti delle aziende dei combustibili fossili e di usare le risorse raccolte per finanziare misure di transizione energetica e adattamento climatico, per proteggere anzitutto le persone delle fasce sociali più vulnerabili, e abbandonare rapidamente le fonti fossili a partire da un piano di phase-out del gas entro il 2035”. Qui per scaricare il Rapporto: https://www.greenpeace.org/italy/rapporto/31164/lestate-che-scotta-2/. Giovanni Caprio
June 22, 2026
Pressenza
Gjadër, ispezione del TAI a due giorni dal Patto UE: «Un laboratorio di violazione dei diritti, non un modello»
Nei centri in Albania regnano incertezza assoluta e opacità radicale. Il 10 giugno 2026, il Tavolo Asilo e Immigrazione 1 e l’On. Rachele Scarpa hanno effettuato un’ispezione presso il centro di Gjadër, in Albania, a due giorni dall’entrata in vigore del Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Quello che emerge smentisce punto per punto la narrativa governativa sul cosiddetto «modello Albania». «Il tutto in un clima di sistematica opacità amministrativa, che sembra essere l’ingrediente fondamentale di ogni presunzione di “efficacia”», denunciano le organizzazioni che compongono il TAI. Nonostante la Presidente del Consiglio Meloni continui a rivendicare i risultati del progetto, dalla delegazione arriva una valutazione di estrema criticità: grande incertezza sul futuro delle strutture, forti dubbi di incompatibilità con il nuovo quadro normativo europeo e violazioni dei diritti fondamentali già certificate. Da aprile 2025 il centro ha iniziato a operare come un CPR italiano in territorio estero. «I numeri sono autoevidenti», scrivono il TAI e la parlamentare. «Attraverso numerose ispezioni abbiamo monitorato il funzionamento e i flussi all’interno dei centri: da aprile 2025 a marzo 2026 sono stati effettuati trasferimenti periodici di circa 10 persone ogni 7-10 giorni, per poter mantenere un numero medio di circa 20 persone nel centro. Solo a marzo 2026, probabilmente per esigenze legate alla campagna elettorale del referendum costituzionale, il governo ha cercato di aumentare il numero di presenze con un trasferimento più massiccio». Alla data dell’ispezione, le persone trattenute sono circa 70, incluse le 10 di cui la delegazione ha osservato direttamente l’ingresso in struttura. Dall’avvio di questa fase del progetto, circa 620 persone sono state trasferite coattivamente in Albania. Di queste, solo 90 sono state effettivamente rimpatriate: una percentuale intorno al 15%, ben al di sotto della media del 40% registrata nei CPR presenti sul territorio italiano. Un dato tanto più significativo se si considera che i rimpatri, per norma, possono essere eseguiti esclusivamente dall’Italia: le persone trattenute a Gjadër vengono prima ritrasferite sul territorio nazionale, con costi aggiuntivi a carico della collettività. «Queste evidenze dimostrano l’assenza di una reale utilità operativa dei centri albanesi anche come CPR esternalizzato – prosegue il TAI – a maggior ragione a fronte della disponibilità di posti nei CPR presenti sul territorio italiano, che risultano occupati in misura largamente inferiore alla loro capienza». Per le organizzazioni, i centri in Albania «lungi dal rappresentare un modello funzionale nella gestione e nel governo del fenomeno migratorio, sono stati in questi due anni un laboratorio di sperimentazione di procedure delocalizzate, trasferimenti illegittimi, interpretazioni arbitrarie delle norme e progressiva sottrazione delle pratiche migratorie agli ordinari meccanismi di controllo democratico». La situazione appare oggi ancora più critica alla luce dell’entrata in vigore del Patto europeo su Migrazione e Asilo. A poche ore da una scadenza che ridisegna l’architettura europea delle politiche migratorie, non esiste alcuna informazione ufficiale sul futuro del centro di Gjadër, né sul ruolo che il governo italiano intende attribuirgli nel nuovo quadro normativo. Nel frattempo, il parere reso l’11 giugno dall’Avvocato Generale della Corte di giustizia dell’Unione Europea afferma che il Protocollo Italia-Albania può verosimilmente inficiare le garanzie procedurali minime previste dal diritto UE – in particolare il diritto di difesa, il rispetto della vita privata e familiare e l’immediata liberazione al termine del trattenimento – in assenza di garanzie sufficientemente chiare e precise 2. Un parere che «conferma le profonde fragilità giuridiche che continuano a caratterizzare il progetto». «A quattordici mesi dall’avvio di questa fase del progetto, il quadro che emerge è quello di una sperimentazione permanente segnata da incertezza normativa, opacità amministrativa e compressione dei diritti, il cui impatto ricade non soltanto sulle persone direttamente coinvolte, ma sull’intero sistema delle garanzie democratiche», denuncia il TAI. Le organizzazioni firmatarie e l’on. Rachele Scarpa chiedono piena trasparenza sulle attività svolte nei centri, accesso alle informazioni, pubblicazione dei dati aggiornati e la chiusura dei centri nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento italiano ed europeo. 1. ACLI, ActionAid Italia, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CGIL, CNCA, Commissione Migrantes Missionari Comboniani Provincia italiana, EMERGENCY, Europasilo, Fondazione Migrantes, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, International Rescue Committee Italia, Italiani Senza Cittadinanza, Medici Senza Frontiere, Oxfam Italia, Recosol – Rete delle Comunità Solidali, SIMM, UNIRE. ︎ 2. I centri in Albania violano i trattati dell’Unione Europea, Giansandro Merli – il manifesto, 12 giugno 2026 ︎   Melting Pot Europa
June 13, 2026
Pressenza
Attivisti denunciati a Pisa, la solidarietà di Pax Christi
Pax Christi Italia esprime solidarietà ai giovani attivisti di Pisa denunciati dopo le mobilitazioni e le azioni nonviolente della scorsa estate e autunno contro il genocidio in Palestina. Sono 54 i giovani che hanno ricevuto le notifiche dopo la conclusione delle indagini della Questura di Pisa. Contemporaneamente sono state comminate decine di sanzioni amministrative per l’azione nonviolenta che, lo scorso 12 ottobre, ha impedito l’ingresso in stazione di un convoglio con armi destinate a Israele. Il genocidio che si compie in Palestina non può lasciarci indifferenti e ogni azione di dissenso è un’azione in difesa dell’umanità, di fatto morta a Gaza. Quando pensiamo alle e ai giovani e adulti di Pisa, di Roma e di tante altre città d’Italia, oggi incriminati per aver protestato in difesa del popolo palestinese, pensiamo a Gaza, alle immagini raccapriccianti di bambini morti e di ospedali distrutti. Pensiamo ai genitori con neonati mutilati e in fin di vita tra le braccia, ai chirurghi che praticano amputazioni senza anestesia, ai medici e ai volontari della Global Sumud Flotilla che cercano di rompere l’assedio per portare aiuti nella Striscia di Gaza. Eppure, oggi, di fronte alla barbarie e a questo abisso, lo Stato ha il coraggio di incriminare giovani e adulti che chiedono ai passanti di fermarsi nelle stazioni e nelle strade, distratti o impotenti dinanzi a tale crudeltà e disumanità. Pax Christi denuncia la repressione verso queste persone che, protestando, ci ricordano che nulla è paragonabile alla distruzione sistematica di un popolo. Siamo di fronte a un fratricidio in diretta che le e i giovani e adulti sensibili rifiutano, attraverso proteste pacifiche. Pax Christi chiede altresì al governo italiano di mettere in atto ogni azione necessaria per la liberazione dei volontari della Global Sumud Flotilla e in particolare degli italiani Domenico Centrone e Dina Alberizia, attivisti partiti con la missione umanitaria Global Sumud Flotilla Land Convoy (equipaggio di terra), tuttora trattenuti in Libia dalle autorità locali. Chiediamo la loro immediata liberazione e il rientro in Italia. La solidarietà è segno di umanità e non può essere ritenuto un reato. Pax Christi Italia
June 8, 2026
Pressenza
Aurora 2, la nuova nave di Sea-Watch contro i fermi del governo e per la convergenza della società civile in mare e a terra
Aurora 2 entra a far parte della flotta civile di Sea-Watch per contrastare la strategia del governo italiano di ostacolo al soccorso in mare. Simbolo della convergenza delle lotte di mare e di terra, in alleanza con il collettivo di fabbrica ex GKN, porterà permanentemente la bandiera palestinese, manifesto di solidarietà contro genocidio, economia di guerra, sfruttamento, respingimenti e violazioni dei diritti fondamentali. Una nuova nave arriva a rafforzare la flotta civile, in nome dell’unione di forze della società civile in mare e a terra. Si chiama Aurora 2 e insieme alla nave Sea-Watch 5 e ai nostri tre aerei, permetterà a Sea-Watch di continuare a soccorrere le persone abbandonate in mare o respinte verso i Paesi da cui cercano di fuggire. Dal 2015, Sea-Watch ha contribuito al soccorso di oltre 50.000 persone nel Mar Mediterraneo. Aurora 2 è una risposta diretta alla politica del governo italiano, che sin dal suo insediamento ha avuto come priorità quella di ostacolare chi salva vite in mare. Le oltre 40 detenzioni imposte alle navi di soccorso civile dal 2023 le hanno tenute lontane dal Mediterraneo per 900 giorni. La nave gemella, Aurora 1, è stata bloccata cinque volte da provvedimenti del governo italiano, in diverse occasioni annullati dai tribunali competenti. Aurora 2 arriva proprio per contrastare questa strategia: se una delle due navi verrà fermata, l’altra potrà continuare a navigare e salvare vite. Con i suoi 25 nodi di velocità massima, Aurora 2 è una delle navi più veloci della flotta civile nel Mediterraneo centrale, dove ogni secondo può fare la differenza tra la vita e la morte. Nei primi sei mesi del 2026 nel Mediterraneo sono già più di 1.500 le persone morte in mare. “In un Mediterraneo dove le politiche italiane ed europee hanno trasformato il soccorso in mare in una vera e propria ‘caccia all’uomo’, Aurora 2 cercherà di battere sul tempo il sistema di abbandono delle persone in mare da parte delle autorità europee e di complicità nella cattura e nel respingimento in Libia e in Tunisia”, commenta Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch. Aurora 2 arriva alla vigilia dell’approvazione delle disposizioni sul blocco navale, scritte ad hoc per soffocare l’azione della flotta civile e così i diritti di chi rischia la vita in mare. Sea-Watch dedica la sua nuova nave all’unione delle lotte di mare e di terra, in particolare alla lotta contro lo sfruttamento capitalistico portata avanti dal collettivo di fabbrica ex GKN. “Questa convergenza si fonda su un principio semplice e radicale: il mutuo soccorso. Il mutuo soccorso operaio, il soccorso in mare alle persone migranti in fuga attraverso il Mediterraneo, i soccorsi che la Flotilla cerca di portare a Gaza.” commenta Dario Salvetti, portavoce del collettivo di Fabbrica ex-GKN. Sea-Watch dedica il varo di Aurora 2 al popolo palestinese e a tutte le persone oppresse nel Mediterraneo. Per questo abbiamo issato sulla nostra nave la bandiera palestinese, che sventolerà permanentemente sul suo pennone. Per l’alleanza tra Sea-Watch e il Collettivo ex-GKN, la bandiera palestinese a bordo vuole essere un manifesto di convergenza della società civile di mare e di terra e del nostro posizionamento contro il genocidio, contro l’abbandono e il respingimento delle persone nel Mediterraneo, contro l’uso delle tecnologie di guerra per controllare le frontiere, contro l’economia di guerra e di sfruttamento, contro la libertà assoluta di movimento garantita a merci, gas, petrolio, interessi strategici, economici e militari, ma negata alle persone su base razziale. “Vogliamo che questa nave sia simbolo concreto della convergenza di lotte, un ponte tra mare e terra in un tempo in cui la società civile deve compattarsi su tutti i fronti, per testimoniare, opporsi e resistere nel nome del mutuo soccorso, in mare e a terra. “ chiosano Linardi e Salvetti.   Sea Watch
June 4, 2026
Pressenza
Crescono le rinnovabili, ma restano i ritardi su obiettivo 2030. Il nuovo studio di Legambiente
In Italia negli ultimi dieci anni la capacità di copertura dei consumi elettrici da fonti rinnovabili è cresciuta del 7%, passando dal 33,9% nel 2015 al 41,1% nel 2025 e arrivando a pochi punti di percentuale dalle fonti fossili (43,8%). In particolare, nel 2025 il contributo maggiore è arrivato dal fotovoltaico, seguito da idroelettrico, eolico e geotermia. Una crescita nel complesso lenta ma importante, che però deve essere sostenuta e incoraggiata da politiche energetiche più efficaci, sbloccando gli iter burocratici per centrare l’obiettivo 2030 e cominciare a guardare a quello di decarbonizzazione al 2040. A chiederlo è Legambiente, che ha presentato il nuovo studio “Italia Rinnovabile”, realizzato con il contributo di Statkraft Italia e FERA, media partner La Nuova Ecologia, annunciando anche l’avvio della sua nuova campagna nazionale “OK, la bolletta giusta. Prezzo zonale è giustizia sociale”, con partner AzzeroCO2 e Coordinamento Free. Pilastro centrale del report il fatto che le fonti pulite sono alleate decisive per contrastare la crisi climatica e la povertà energetica, per portare benefici ai territori e per ridurre il costo della bolletta, su cui a oggi il gas fossile incide per l’89% delle ore sulla formazione del prezzo finale dell’energia. L’attuale bolletta elettrica è arrivata a quota 130,5 euro/MWh, contro i 42,5 della Spagna, dove il gas incide solo per 15% grazie agli importanti investimenti fatti nelle tecnologie pulite. Ai dati sui dieci anni si affiancano quelli del 2026 (fonte Terna): a marzo 2026 nella Penisola il solare fotovoltaico raggiunge quota 44.878 MW di potenza installata, pari al 53,9% del totale delle rinnovabili. Questa tecnologia per la prima volta è arrivata a superare, rispetto ai consumi, il contributo di tutte le fonti rinnovabili, contribuendo con il 14,2% – era l’11,3% lo scorso anno – e superando anche una fonte storica come quella dell’idroelettrico, che nel 2025 si ferma a quota 13,3% (era il 16,8% nel 2024). Il Paese si conferma anche in prima linea nei sistemi di accumulo: a marzo 2026 installati 918.971 impianti di accumulo per 7.803 MW di potenza.  L’Italia, inoltre, è terza in Europa per numeri di occupati nel settore delle rinnovabili – 228.900 (dati 2023). Di questi, 135.900 sono impiegati nel settore delle pompe di calore, settore nel quale la Penisola detiene il primato assoluto per il loro impiego tra i Paesi UE. Eppure il governo, sottolinea Legambiente, continua a foraggiare le fonti fossili e a puntare su un ritorno al nucleare a discapito delle rinnovabili, dimenticando i 2,4 milioni di famiglie che vivono in povertà energetica. A fine marzo 2026 il Paese ha raggiunto appena il 33,2% dell’obiettivo complessivo 2030. Mancano ancora all’appello 53.469 MW da aggiungere entro i prossimi 5 anni e mezzo e, continuando con la media di installazione mantenuta tra il 2021 ed il 2025, il Paese rischia di arrivarci tra 10,7 anni, con ben 5,7 anni di ritardo. Un dato preoccupante se si ragiona anche in termini di posti di lavoro a rischio a causa dei continui ritardi. Secondo uno studio Svimez, il raggiungimento degli obiettivi 2030 potrebbe portare, solo nel Mezzogiorno, alla nascita di 73mila nuovi posti di lavoro, di cui 15mila under 35, trattenendo sui territori competenze e conoscenze e fermando il trend delle migrazioni dal Sud e dalle Isole che tra il 2022 e il 2024 ha coinvolto oltre 106mila giovani. Legambiente punta il dito anche contro i ritardi dell’entrata in vigore dei prezzi zonali e dinamici: “Garantire una veloce entrata in vigore dei prezzi zonali e dinamici, legati alle diverse aree di mercato che devono sostituire al più presto il prezzo unico nazionale index GME in modo da ridurre i costi in bolletta per imprese e famiglie e valorizzando quelle aree del Paese in cui le rinnovabili danno un maggior contributo. A tal proposito, occorre eliminare al più presto il corrispettivo aggiuntivo stabilito da Arera che unifica i prezzi a livello nazionale, ma anche stimolare e aiutare le imprese, a partire da quelle del nord, verso contratti PPA con impianti a fonti rinnovabili al fine di ridurre i costi energetici. A questo va aggiunto lo scorporo nel prezzo finale tra gas e rinnovabili, strumento strategico per dare ai territori e ai cittadini una risposta immediata sul valore delle rinnovabili nei territori”. Alla luce della fotografia scattata dallo studio “Italia Rinnovabile”, Legambiente rilancia al governo 15 proposte, suddivise in quattro macro aree di intervento, chiedendo di sbloccare gli iter autorizzativi (prevedendo più risorse, tempi certi e procedure efficienti); di accelerare la transizione (più rinnovabili, più repowering, più investimenti sulla rete); di ridurre i costi energetici (introducendo i prezzi zonali, promuovendo contratti PPA con rinnovabili, scorporare nel prezzo finale la componente gas da quelle rinnovabili); di coinvolgere i cittadini in processi partecipativi uscendo dalle fonti fossili  e avviando  anche una politica di riqualificazione degli edifici in linea con la direttiva EPBD sulle case green, con incentivi a tutte le famiglie, in primis a quelle più bisognose. È, inoltre, fondamentale replicare quelle buone pratiche che arrivano dal Paese come le undici storie simbolo mappate da Legambiente. Legambiente ha anche mappato con Italia Rinnovabile 11 storie nazionali che ben raccontano i vantaggi diretti che le fonti pulite portano nei territori rispondendo alla domanda: “A me che cosa me ne viene?”: da Trino, in provincia di Vercelli, dove si trova il più grande parco solare del Nord Italia nato sull’area di una ex centrale nucleare, alla scommessa vinta in Campania dal piccolo Comune di Lacedonia (AV) dove un hub eolico crea nuova occupazione giovane e qualificata. Dalla provincia di Teramo, dove a Torre San Rocco, 40 ettari di fotovoltaico portano benefici alla comunità, tra cui contratti di fornitura elettrica agevolata, alla provincia di Siena, dove un impianto trasforma i pannelli fotovoltaici a fine vita in nuove risorse, per arrivare a Lendinara, in provincia di Rovigo, dove le fonti pulite svolgono un ruolo decisivo nella rigenerazione dei territori, trasformando aree degradate e a rischio sanitario in risorse per il futuro, solo per citarne alcune. Qui il Report di Legambiente: https://admin.legambiente.it:8080/wp-content/uploads/2026/05/Report-Italia-Rinnovabile-2026.pdf.   Giovanni Caprio
May 28, 2026
Pressenza
Sea-Watch 5, dopo gli spari dei libici indagine penale contro il capitano
All’arrivo al porto di Brindisi con 166 persone soccorse, è stata avviata un’indagine penale contro il capitano della nave di soccorso Sea-Watch 5, con l’accusa di «favoreggiamento dell’ingresso illegale». Verso mezzogiorno, agenti della Guardia Costiera italiana e della Polizia sono saliti a bordo della Sea-Watch 5. Sono rimasti sul ponte di comando della nave fino a ben oltre la mezzanotte, hanno sequestrato documenti e attrezzature e hanno condotto due membri dell’equipaggio alla stazione di polizia per un interrogatorio. Per oggi è previsto anche un interrogatorio del capitano della Sea-Watch 5. Siamo davanti a un’escalation paradossale, dopo che lunedì due motovedette e un’altra unità della cosiddetta Guardia Costiera libica avevano attaccato e sparato una raffica di colpi contro la nave e minacciato di dirottarla verso Tripoli. Motovedette donate alla Libia dall’Italia nel quadro dell’intesa tra i due Paesi. «L’indagine contro l’operato di Sea-Watch è un altro feroce attacco alla solidarietà in mare e un’aggressione allo stato di diritto. Invece di fare luce sulle responsabilità dell’attacco contro i civili sulla nostra nave, lo Stato prima manda i militari italiani a Tripoli a riparare i motori delle motovedette che compiono azioni criminali in mare e poi accusa chi ha soccorso vite in mare» dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch «La criminalizzazione della società civile è ormai prassi, ma anche davanti a questa escalation non ci lasceremo intimidire». In passato, l’Italia ha sistematicamente utilizzato le indagini penali per tenere lontane dal Mediterraneo centrale le navi di soccorso e criminalizzare il soccorso civile. Lo abbiamo vissuto con Carola Rackete nel 2019 e in oltre 20 casi di indagini per favoreggiamento e in alcuni casi, persino associazione a delinquere, ai danni di chi salva vite in mare. Nella grande maggioranza le indagini sono state archiviate e le accuse non hanno mai portato a nulla. Ma mentre il governo cerca a tutti i costi di etichettare la società civile come trafficanti, continua a finanziare e proteggere i veri responsabili della tratta di esseri umani, come i ricercati internazionali pluriomicidi Bija e Almasri, invitati in Italia a discutere accordi politici o rimpatriati con volo di Stato, alimentando un efferato ciclo di abusi con le tasse dei cittadini. L’11 maggio scorso la nave Sea-Watch 5, poco dopo aver soccorso 90 persone in pericolo in acque internazionali, è stata raggiunta da un’imbarcazione armata della cosiddetta Guardia Costiera libica, che ha aperto il fuoco contro la nave e ne ha minacciato l’abbordaggio e il dirottamento. Una seconda motovedetta ha in seguito intimato alla Sea-Watch di consegnarle le persone soccorse per rapirle e riportarle in Libia. Il nostro capitano ha agito anteponendo la protezione delle persone a bordo sotto la sua responsabilità, rifiutandosi di compiere una grave violazione del diritto internazionale se si fosse reso complice di un respingimento. Da anni siamo quotidianamente testimoni di episodi di violenza in mare perpetrati ai danni delle persone in fuga dai libici, spesso noti criminali ricercati e membri di milizie violente e denunciamo pubblicamente l’Italia e l’UE per il loro sostegno, che garantisce totale impunità. Nell’episodio di lunedì 11 maggio, l’unità coinvolta era scortata dalla Murzuq 662, una motovedetta donata dall’Italia alla cosiddetta Guardia Costiera libica nel giugno 2023, nell’ambito del quadro di cooperazione UE-Libia SIBMMIL. Più tardi quel giorno, la Sea-Watch 5 è stata inseguita anche dalla Ras Jadir 648, un’altra nave che l’Italia aveva già ceduto ad attori libici nel maggio 2017, coinvolta in diversi casi documentati di violenza in mare. Spari libici e criminalizzazione italiana sono due facce della stessa medaglia per attaccare la società civile e il soccorso in mare. Spiega Giorgia Linardi: «La società civile nel Mediterraneo è testimone scomoda delle ingiustizie commesse dal governo con i soldi dei contribuenti e per questo da eliminare. Non a caso a poche settimane dall’adozione della legge sul blocco navale, a cui abbiamo dichiarato opposizione nel nome del diritto.» «Il governo – conclude Linardi – ha perso dinanzi a ogni giudice, e si troverà a rispondere al giudizio della storia. Noi continuiamo fermamente a stare dalla parte del diritto, insieme al nostro capitano, che da civile ha onorato gli obblighi che lo Stato calpesta.» Sea Watch
May 16, 2026
Pressenza
Caso Almasri: anche la Corte Costituzionale volta le spalle a Lam Magok, vittima di torture
La Corte Costituzionale decide di non ammettere in giudizio la vittima di torture. “La Corte Costituzionale, con la sua decisione, ha compiuto una scelta precisa: quella di togliermi la possibilità di far sentire la mia voce davanti a una Corte del Paese che ha sottratto Almasri alla giustizia.” Così Lam Magok, vittima delle torture di Osama Almasri, commenta l’ordinanza della suprema corte di giustizia. Gli avvocati di Baobab Experience Francesco Romeo e Antonello Ciervo sono netti: “Secondo i giudici costituzionali, Lam potrà sempre chiedere i danni in sede civile, ma non è affatto così. La decisione della Consulta è un bivio decisivo: se la legge attuale verrà dichiarata incostituzionale, Lam non avrà più alcuno spazio legale per chiedere giustizia e ottenere il risarcimento per il caso Almasri.” Lam Magok ha visto, pezzo dopo pezzo, l’Italia demolire il suo diritto alla tutela giurisdizionale: prima quando il governo ha protetto il torturatore Almasri dalla giustizia internazionale, poi quando il Parlamento ha protetto il governo dalla giustizia penale; da ultimo, ieri, quando la Corte Costituzionale ha respinto la sua richiesta di intervento nel giudizio sulla legittimità costituzionale della legge di attuazione dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Così facendo, la Corte sembra andare nella direzione di quel “superiore interesse dello Stato” che secondo la maggioranza parlamentare ha giustificato la condotta del Ministro della Giustizia Nordio, che ha liberato il ricercato e del Ministro degli Interni Piantedosi e del sottosegretario Mantovano, che lo hanno messo al sicuro su un volo di Stato italiano verso la Libia. Una ragione di Stato con la quale – ricordiamo – la maggioranza ha barattato la vita di migliaia di persone con un non meglio precisato timore di ritorsioni contro i cittadini italiani presenti in Libia, con il rischio del collasso degli accordi sul controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo, gestiti dalle autorità e dalle milizie locali e con la salvaguardia degli approvvigionamenti energetici. Secondo Baobab Experience, “la decisione della Corte Costituzionale assume un valore politico: quando una vittima si espone, denunciando addirittura il governo, e non trova spazio e ascolto dinanzi a nessuna autorità giudiziaria, viene da pensare che la legge non sia uguale per tutti, soprattutto quando i carnefici sono molto più potenti delle vittime.” Baobab Experience Redazione Italia
May 15, 2026
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