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Crescono le rinnovabili, ma restano i ritardi su obiettivo 2030. Il nuovo studio di Legambiente
In Italia negli ultimi dieci anni la capacità di copertura dei consumi elettrici da fonti rinnovabili è cresciuta del 7%, passando dal 33,9% nel 2015 al 41,1% nel 2025 e arrivando a pochi punti di percentuale dalle fonti fossili (43,8%). In particolare, nel 2025 il contributo maggiore è arrivato dal fotovoltaico, seguito da idroelettrico, eolico e geotermia. Una crescita nel complesso lenta ma importante, che però deve essere sostenuta e incoraggiata da politiche energetiche più efficaci, sbloccando gli iter burocratici per centrare l’obiettivo 2030 e cominciare a guardare a quello di decarbonizzazione al 2040. A chiederlo è Legambiente, che ha presentato il nuovo studio “Italia Rinnovabile”, realizzato con il contributo di Statkraft Italia e FERA, media partner La Nuova Ecologia, annunciando anche l’avvio della sua nuova campagna nazionale “OK, la bolletta giusta. Prezzo zonale è giustizia sociale”, con partner AzzeroCO2 e Coordinamento Free. Pilastro centrale del report il fatto che le fonti pulite sono alleate decisive per contrastare la crisi climatica e la povertà energetica, per portare benefici ai territori e per ridurre il costo della bolletta, su cui a oggi il gas fossile incide per l’89% delle ore sulla formazione del prezzo finale dell’energia. L’attuale bolletta elettrica è arrivata a quota 130,5 euro/MWh, contro i 42,5 della Spagna, dove il gas incide solo per 15% grazie agli importanti investimenti fatti nelle tecnologie pulite. Ai dati sui dieci anni si affiancano quelli del 2026 (fonte Terna): a marzo 2026 nella Penisola il solare fotovoltaico raggiunge quota 44.878 MW di potenza installata, pari al 53,9% del totale delle rinnovabili. Questa tecnologia per la prima volta è arrivata a superare, rispetto ai consumi, il contributo di tutte le fonti rinnovabili, contribuendo con il 14,2% – era l’11,3% lo scorso anno – e superando anche una fonte storica come quella dell’idroelettrico, che nel 2025 si ferma a quota 13,3% (era il 16,8% nel 2024). Il Paese si conferma anche in prima linea nei sistemi di accumulo: a marzo 2026 installati 918.971 impianti di accumulo per 7.803 MW di potenza.  L’Italia, inoltre, è terza in Europa per numeri di occupati nel settore delle rinnovabili – 228.900 (dati 2023). Di questi, 135.900 sono impiegati nel settore delle pompe di calore, settore nel quale la Penisola detiene il primato assoluto per il loro impiego tra i Paesi UE. Eppure il governo, sottolinea Legambiente, continua a foraggiare le fonti fossili e a puntare su un ritorno al nucleare a discapito delle rinnovabili, dimenticando i 2,4 milioni di famiglie che vivono in povertà energetica. A fine marzo 2026 il Paese ha raggiunto appena il 33,2% dell’obiettivo complessivo 2030. Mancano ancora all’appello 53.469 MW da aggiungere entro i prossimi 5 anni e mezzo e, continuando con la media di installazione mantenuta tra il 2021 ed il 2025, il Paese rischia di arrivarci tra 10,7 anni, con ben 5,7 anni di ritardo. Un dato preoccupante se si ragiona anche in termini di posti di lavoro a rischio a causa dei continui ritardi. Secondo uno studio Svimez, il raggiungimento degli obiettivi 2030 potrebbe portare, solo nel Mezzogiorno, alla nascita di 73mila nuovi posti di lavoro, di cui 15mila under 35, trattenendo sui territori competenze e conoscenze e fermando il trend delle migrazioni dal Sud e dalle Isole che tra il 2022 e il 2024 ha coinvolto oltre 106mila giovani. Legambiente punta il dito anche contro i ritardi dell’entrata in vigore dei prezzi zonali e dinamici: “Garantire una veloce entrata in vigore dei prezzi zonali e dinamici, legati alle diverse aree di mercato che devono sostituire al più presto il prezzo unico nazionale index GME in modo da ridurre i costi in bolletta per imprese e famiglie e valorizzando quelle aree del Paese in cui le rinnovabili danno un maggior contributo. A tal proposito, occorre eliminare al più presto il corrispettivo aggiuntivo stabilito da Arera che unifica i prezzi a livello nazionale, ma anche stimolare e aiutare le imprese, a partire da quelle del nord, verso contratti PPA con impianti a fonti rinnovabili al fine di ridurre i costi energetici. A questo va aggiunto lo scorporo nel prezzo finale tra gas e rinnovabili, strumento strategico per dare ai territori e ai cittadini una risposta immediata sul valore delle rinnovabili nei territori”. Alla luce della fotografia scattata dallo studio “Italia Rinnovabile”, Legambiente rilancia al governo 15 proposte, suddivise in quattro macro aree di intervento, chiedendo di sbloccare gli iter autorizzativi (prevedendo più risorse, tempi certi e procedure efficienti); di accelerare la transizione (più rinnovabili, più repowering, più investimenti sulla rete); di ridurre i costi energetici (introducendo i prezzi zonali, promuovendo contratti PPA con rinnovabili, scorporare nel prezzo finale la componente gas da quelle rinnovabili); di coinvolgere i cittadini in processi partecipativi uscendo dalle fonti fossili  e avviando  anche una politica di riqualificazione degli edifici in linea con la direttiva EPBD sulle case green, con incentivi a tutte le famiglie, in primis a quelle più bisognose. È, inoltre, fondamentale replicare quelle buone pratiche che arrivano dal Paese come le undici storie simbolo mappate da Legambiente. Legambiente ha anche mappato con Italia Rinnovabile 11 storie nazionali che ben raccontano i vantaggi diretti che le fonti pulite portano nei territori rispondendo alla domanda: “A me che cosa me ne viene?”: da Trino, in provincia di Vercelli, dove si trova il più grande parco solare del Nord Italia nato sull’area di una ex centrale nucleare, alla scommessa vinta in Campania dal piccolo Comune di Lacedonia (AV) dove un hub eolico crea nuova occupazione giovane e qualificata. Dalla provincia di Teramo, dove a Torre San Rocco, 40 ettari di fotovoltaico portano benefici alla comunità, tra cui contratti di fornitura elettrica agevolata, alla provincia di Siena, dove un impianto trasforma i pannelli fotovoltaici a fine vita in nuove risorse, per arrivare a Lendinara, in provincia di Rovigo, dove le fonti pulite svolgono un ruolo decisivo nella rigenerazione dei territori, trasformando aree degradate e a rischio sanitario in risorse per il futuro, solo per citarne alcune. Qui il Report di Legambiente: https://admin.legambiente.it:8080/wp-content/uploads/2026/05/Report-Italia-Rinnovabile-2026.pdf.   Giovanni Caprio
May 28, 2026
Pressenza
Sea-Watch 5, dopo gli spari dei libici indagine penale contro il capitano
All’arrivo al porto di Brindisi con 166 persone soccorse, è stata avviata un’indagine penale contro il capitano della nave di soccorso Sea-Watch 5, con l’accusa di «favoreggiamento dell’ingresso illegale». Verso mezzogiorno, agenti della Guardia Costiera italiana e della Polizia sono saliti a bordo della Sea-Watch 5. Sono rimasti sul ponte di comando della nave fino a ben oltre la mezzanotte, hanno sequestrato documenti e attrezzature e hanno condotto due membri dell’equipaggio alla stazione di polizia per un interrogatorio. Per oggi è previsto anche un interrogatorio del capitano della Sea-Watch 5. Siamo davanti a un’escalation paradossale, dopo che lunedì due motovedette e un’altra unità della cosiddetta Guardia Costiera libica avevano attaccato e sparato una raffica di colpi contro la nave e minacciato di dirottarla verso Tripoli. Motovedette donate alla Libia dall’Italia nel quadro dell’intesa tra i due Paesi. «L’indagine contro l’operato di Sea-Watch è un altro feroce attacco alla solidarietà in mare e un’aggressione allo stato di diritto. Invece di fare luce sulle responsabilità dell’attacco contro i civili sulla nostra nave, lo Stato prima manda i militari italiani a Tripoli a riparare i motori delle motovedette che compiono azioni criminali in mare e poi accusa chi ha soccorso vite in mare» dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch «La criminalizzazione della società civile è ormai prassi, ma anche davanti a questa escalation non ci lasceremo intimidire». In passato, l’Italia ha sistematicamente utilizzato le indagini penali per tenere lontane dal Mediterraneo centrale le navi di soccorso e criminalizzare il soccorso civile. Lo abbiamo vissuto con Carola Rackete nel 2019 e in oltre 20 casi di indagini per favoreggiamento e in alcuni casi, persino associazione a delinquere, ai danni di chi salva vite in mare. Nella grande maggioranza le indagini sono state archiviate e le accuse non hanno mai portato a nulla. Ma mentre il governo cerca a tutti i costi di etichettare la società civile come trafficanti, continua a finanziare e proteggere i veri responsabili della tratta di esseri umani, come i ricercati internazionali pluriomicidi Bija e Almasri, invitati in Italia a discutere accordi politici o rimpatriati con volo di Stato, alimentando un efferato ciclo di abusi con le tasse dei cittadini. L’11 maggio scorso la nave Sea-Watch 5, poco dopo aver soccorso 90 persone in pericolo in acque internazionali, è stata raggiunta da un’imbarcazione armata della cosiddetta Guardia Costiera libica, che ha aperto il fuoco contro la nave e ne ha minacciato l’abbordaggio e il dirottamento. Una seconda motovedetta ha in seguito intimato alla Sea-Watch di consegnarle le persone soccorse per rapirle e riportarle in Libia. Il nostro capitano ha agito anteponendo la protezione delle persone a bordo sotto la sua responsabilità, rifiutandosi di compiere una grave violazione del diritto internazionale se si fosse reso complice di un respingimento. Da anni siamo quotidianamente testimoni di episodi di violenza in mare perpetrati ai danni delle persone in fuga dai libici, spesso noti criminali ricercati e membri di milizie violente e denunciamo pubblicamente l’Italia e l’UE per il loro sostegno, che garantisce totale impunità. Nell’episodio di lunedì 11 maggio, l’unità coinvolta era scortata dalla Murzuq 662, una motovedetta donata dall’Italia alla cosiddetta Guardia Costiera libica nel giugno 2023, nell’ambito del quadro di cooperazione UE-Libia SIBMMIL. Più tardi quel giorno, la Sea-Watch 5 è stata inseguita anche dalla Ras Jadir 648, un’altra nave che l’Italia aveva già ceduto ad attori libici nel maggio 2017, coinvolta in diversi casi documentati di violenza in mare. Spari libici e criminalizzazione italiana sono due facce della stessa medaglia per attaccare la società civile e il soccorso in mare. Spiega Giorgia Linardi: «La società civile nel Mediterraneo è testimone scomoda delle ingiustizie commesse dal governo con i soldi dei contribuenti e per questo da eliminare. Non a caso a poche settimane dall’adozione della legge sul blocco navale, a cui abbiamo dichiarato opposizione nel nome del diritto.» «Il governo – conclude Linardi – ha perso dinanzi a ogni giudice, e si troverà a rispondere al giudizio della storia. Noi continuiamo fermamente a stare dalla parte del diritto, insieme al nostro capitano, che da civile ha onorato gli obblighi che lo Stato calpesta.» Sea Watch
May 16, 2026
Pressenza
Caso Almasri: anche la Corte Costituzionale volta le spalle a Lam Magok, vittima di torture
La Corte Costituzionale decide di non ammettere in giudizio la vittima di torture. “La Corte Costituzionale, con la sua decisione, ha compiuto una scelta precisa: quella di togliermi la possibilità di far sentire la mia voce davanti a una Corte del Paese che ha sottratto Almasri alla giustizia.” Così Lam Magok, vittima delle torture di Osama Almasri, commenta l’ordinanza della suprema corte di giustizia. Gli avvocati di Baobab Experience Francesco Romeo e Antonello Ciervo sono netti: “Secondo i giudici costituzionali, Lam potrà sempre chiedere i danni in sede civile, ma non è affatto così. La decisione della Consulta è un bivio decisivo: se la legge attuale verrà dichiarata incostituzionale, Lam non avrà più alcuno spazio legale per chiedere giustizia e ottenere il risarcimento per il caso Almasri.” Lam Magok ha visto, pezzo dopo pezzo, l’Italia demolire il suo diritto alla tutela giurisdizionale: prima quando il governo ha protetto il torturatore Almasri dalla giustizia internazionale, poi quando il Parlamento ha protetto il governo dalla giustizia penale; da ultimo, ieri, quando la Corte Costituzionale ha respinto la sua richiesta di intervento nel giudizio sulla legittimità costituzionale della legge di attuazione dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Così facendo, la Corte sembra andare nella direzione di quel “superiore interesse dello Stato” che secondo la maggioranza parlamentare ha giustificato la condotta del Ministro della Giustizia Nordio, che ha liberato il ricercato e del Ministro degli Interni Piantedosi e del sottosegretario Mantovano, che lo hanno messo al sicuro su un volo di Stato italiano verso la Libia. Una ragione di Stato con la quale – ricordiamo – la maggioranza ha barattato la vita di migliaia di persone con un non meglio precisato timore di ritorsioni contro i cittadini italiani presenti in Libia, con il rischio del collasso degli accordi sul controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo, gestiti dalle autorità e dalle milizie locali e con la salvaguardia degli approvvigionamenti energetici. Secondo Baobab Experience, “la decisione della Corte Costituzionale assume un valore politico: quando una vittima si espone, denunciando addirittura il governo, e non trova spazio e ascolto dinanzi a nessuna autorità giudiziaria, viene da pensare che la legge non sia uguale per tutti, soprattutto quando i carnefici sono molto più potenti delle vittime.” Baobab Experience Redazione Italia
May 15, 2026
Pressenza
“Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, incontro ad Arese (Milano)
Non solo Iran, Libano, Palestina: anche dal Mar Mediterraneo quasi ogni giorno arriva un tragico bollettino di guerra. I naufragi si susseguono a ritmo incalzante, tanto che nei primi tre mesi di quest’anno si calcola che le vittime abbiano superato quota 750 (ma potrebbero essere ancora di più) a fronte di una stima di 1.330 morti registrati nell’intero 2025. Non solo: questa ecatombe è ancora più agghiacciante se si considera che nel primo trimestre 2026 gli arrivi si siano ridotti del 50-60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tutto ciò è stato ricordato in apertura dell’incontro “Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, organizzato da Anpi Arese con il sostegno dell’amministrazione comunale e della Rete per la pace. Importanti i relatori: Paolo Pobbiati, ex presidente di Amnesty International Italia, Giorgio Del Zanna, esponente della Comunità di Sant’Egidio e docente di storia contemporanea alla Cattolica e Luca Radaelli, HR manager del progetto Sar di Emergency. Proprio Pobbiati in apertura ha confessato che non avrebbe voluto parlare di cifre, ma non ha potuto evitarlo per dare un’idea delle dimensioni della piaga delle morti in mare. “È importante ricordare sempre che si tratta di uomini, donne e bambini costretti ad affrontare una vera e propria odissea nella speranza di costruire un futuro accettabile per sé e le loro famiglie. Dobbiamo raccontare le loro storie per far comprendere a tutti che sono persone proprio come noi, con il solo ‘torto’ di essere nati dalla parte sbagliata del mondo, in un Paese in guerra o devastato da inondazioni o siccità o governato da un regime che perseguita i dissidenti, gli omosessuali, le donne. Ricordo solo due storie di persone che ho conosciuto: un ragazzo fuggito dall’Eritrea a 18 anni per evitare il ‘servizio militare a vita’ imposto dallo Stato e il padre di quattro figlie, scappato dall’Afghanistan per offrire loro una possibilità di vita e libertà”. Pobbiati ha poi parlato delle pessime novità normative che si concretizzeranno tra due mesi in Unione Europea e in Italia. Il regolamento sui respingimenti che entrerà in vigore prevede infatti la possibilità di deportare i migranti provenienti da Paesi considerati “sicuri” (Tunisia, Egitto e Bangladesh tra questi) negli Stati di provenienza o anche in altri senza neppure esaminare l’eventuale richiesta di asilo. A ciò si aggiunge l’estensione della “detenzione amministrativa” nei Cpr da 18 a 24 mesi e anche per famiglie con bambini e minori non accompagnati (vedi sul tema l’intervista alla presidente di Amnesty Italia Alba Bonetti). In Italia si parla addirittura della possibilità per il governo di attuare il blocco navale. Uno spiraglio di speranza è stato aperto dall’intervento di Giorgio Del Zanna, che ha parlato dei “corridoi umanitari” realizzati negli ultimi dieci anni dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con altre realtà della società civile. “Sfruttando una possibilità prevista dall’Unione Europea, dal 2016 a oggi siamo riusciti a portare in Italia circa seimila persone, offrendo loro percorsi di integrazione per trovare lavoro e casa e costruirsi una nuova vita nel nostro Paese. Certo, si tratta di una goccia nell’oceano, ma il nostro scopo è anche dimostrare che il modello funziona per poterlo proporre su una scala molto più ampia. Sarebbe un vantaggio per tutti – italiani e non – se i soldi che oggi vengono usati per respingere o limitare i movimenti dei migranti fossero invece destinati all’accoglienza e alla promozione della convivenza. Dobbiamo sostituire la paura con la conoscenza reciproca: la diffidenza verso gli ‘stranieri’ (presentati come criminali o comunque potenziale minaccia) viene alimentata a scopo elettorale. Ma la stragrande maggioranza di queste persone lavora nelle nostre case, nei campi e nei cantieri, paga le tasse e vuole solo vivere in pace e in armonia con i suoi vicini. È importante quindi creare occasioni di incontro in un clima di festa e serenità: è così che si crea comunità e si superano i pregiudizi, e lo dico per esperienza”. Non meno coinvolgenti le parole di Luca Radaelli. “Mercoledì la Life Support di Emergency ha salvato 71 migranti che viaggiavano a bordo di un gommone sovraffollato, che non avrebbe potuto affrontare la traversata del Mediterraneo, e che è stato avvistato direttamente dal ponte di comando della nostra nave: a bordo dell’imbarcazione in pericolo c’erano anche 17 minori, di cui 11 non accompagnati. I migranti, che hanno riferito di essere partiti dalle coste libiche di Garabulli, sono originari di Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea Conakry, Camerun e Ciad, Paesi colpiti da violenze, povertà, violazioni di diritti e insicurezza alimentare. Ebbene, il governo italiano ci ha assegnato La Spezia come porto di sbarco. Questo significa tre giorni di navigazione, l’allontanamento forzato della nostra nave dalla zona del Mediterraneo – dove in questo periodo c’è estremo bisogno di vigilanza – e altre sofferenze inutili per decine di persone già provate da un viaggio che spesso dura anni. Per non parlare del fatto che ci viene imposto di avvisare la cosiddetta Guardia Costiera libica, con il rischio che le sue motovedette ci sparino addosso e riportino i naufraghi in Libia, dove vengono sottoposti alle peggiori torture, stupri ed estorsioni con il beneplacito del nostro governo, interessato solo a dichiarare che grazie a lui meno ‘stranieri’ sono arrivati sulle nostre coste. Non importa se il motivo è che sono morti ammazzati o annegati”. Ai tre interventi è seguito un vivace dibattito e la serata si è conclusa con l’impegno comune a riflettere e sensibilizzare le persone su questo tema sempre di drammatica attualità.   Claudia Cangemi
April 11, 2026
Pressenza
Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia: “Le nuove normative europee sui migranti rappresentano una grave violazione dei diritti umani”
In un mondo in cui quasi due miliardi di uomini, donne e bambini (un essere umano su quattro) vivono in situazioni di conflitto e di grave crisi e pericolo, l’Unione Europea e il governo italiano attraverso nuove normative “dichiarano guerra” ai migranti con un’inedita stretta che ne riduce drasticamente i diritti umani e civili, considerati pilastri dei valori condivisi nella Dichiarazione universale dei diritti umani, redatta dall’Onu all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Ne parliamo con Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia. Il primo dato che salta agli occhi è il numero di europarlamentari che ha approvato il “giro di vite” contro i migranti: 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astensioni. Un voto che segna un’alleanza tra Popolari e Destra su uno dei temi più sensibili. Un elemento che non fa ben sperare per la tutela dei diritti umani, a maggior ragione in una fase storica in cui il moltiplicarsi delle guerre crea altri milioni di profughi. Il voto sul cosiddetto “Regolamento rimpatri” è il segnale della crescente tendenza verso politiche escludenti e spietate in materia d’immigrazione, con ripercussioni preoccupanti per il giusto processo e per le procedure decisionali che devono essere basate sulle prove. Altro che ridurre le situazioni irregolari: queste proposte rischiano d’intrappolare un numero maggiore di persone in situazioni pericolose. Il Parlamento Europeo ha dato via libera all’aumento di requisiti sproporzionati, sanzioni e limitazioni nell’ambito delle decisioni sui ritorni delle persone e all’espansione del ricorso alla detenzione per periodi ancora più lunghi e in contrasto con gli standard internazionali sui diritti umani. Sicuramente l’instabilità politica e le crisi climatiche spingono milioni di persone nel mondo a spostarsi in cerca di condizioni di vita migliori. E spesso sono costrette a farlo in condizioni che mettono a rischio la loro vita e quella dei loro figli. Secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr)[1] a metà dal 2025, ultimo periodo di riferimento, 117,3 milioni di persone erano state costrette ad abbandonare le proprie case in tutto il mondo a causa di persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o eventi che hanno gravemente turbato l’ordine pubblico. Tra queste vi erano quasi 42,5 milioni di rifugiati. Inoltre, vi erano 67,8 milioni di sfollati all’interno dei confini dei propri Paesi (sfollati interni) e 8,42 milioni di richiedenti asilo. Vi sono anche 4,4 milioni di apolidi, a cui è stata negata la cittadinanza e che non hanno accesso a diritti fondamentali quali l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’occupazione e la libertà di movimento. Un altro elemento critico riguarda l’aumento dei Paesi definiti “sicuri”. Può spiegarci cosa comporta per la persona migrante il fatto di provenire da Paesi considerati sicuri? Il 10 febbraio 2026 il Parlamento Europeo ha approvato le norme che modificano il concetto di “Paese terzo sicuro” e introducono una lista comune di “Paesi di origine sicuri”. Applicando il concetto di “Paese terzo sicuro”, gli Stati membri possono dichiarare inammissibili richieste di asilo senza esaminarle nel merito ed eseguire trasferimenti forzati delle persone richiedenti asilo verso Paesi coi quali non avranno alcun legame o attraverso i quali saranno meramente transitati. Viene cancellato anche l’effetto sospensivo dei ricorsi: le persone potranno essere sottoposte a trasferimento forzato ad appello in corso. Nella lista dei “Paesi di origine sicuri” sono compresi Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Le persone che hanno nazionalità di tali Paesi saranno ritenute non bisognose di protezione e subiranno procedure accelerate di asilo, venendo private in questo modo dell’esame individuale delle loro richieste. Il concetto di “Paese sicuro” è un’astrazione priva di qualsiasi base giuridica. Una richiesta d’asilo va analizzata alla luce della situazione specifica della persona richiedente, non valutando la sicurezza di un Paese in senso astratto. Come qualcuno ha fatto notare, con questo criterio la Germania degli anni ’30 avrebbe potuto essere considerata un “Paese sicuro” per i tedeschi “ariani”, ma non certo per gli ebrei tedeschi. Oggi ci sono Stati che puniscono l’omosessualità con il carcere o addirittura con la pena di morte: questi non sono “Paesi sicuri” per le persone omosessuali. Inoltre, sarebbe “sicuro” l’Egitto di Al Sisi, dove Giulio Regeni è stato sequestrato e ucciso e dove sono detenuti 60.000 prigionieri politici? Che fine fa il diritto d’asilo, dal momento che chi proviene da questi Paesi sarà sottoposto a procedure di rimpatrio accelerate? L’attacco al diritto d’asilo contenuto nelle norme votate a febbraio ha preceduto di poco le ulteriori misure punitive votate la settimana scorsa. Il Parlamento Europeo ha capitolato di fronte a decenni di campagne contrarie ai diritti umani, a partire da quelli delle persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate. È un attacco al cuore dei principi fondamentali dell’Unione Europea, un’abdicazione all’impegno di proteggere i rifugiati e un incentivo agli Stati membri a concludere accordi con Paesi terzi per l’esternalizzazione della gestione delle domande d’asilo. La normativa votata nei giorni scorsi introduce pesanti novità per i migranti che “non collaborano” con gli ordini di espulsione. In particolare, il periodo di trattenimento passa da 18 a 24 mesi e si estende anche ai minori in genere e a quelli non accompagnati in particolare. Sarà quindi sovvertita completamente la tutela oggi garantita a bambini e ragazzi? Già oggi abbiamo casi di minori non adeguatamente tutelati. Gli adulti si spostano portando con sé i figli e nelle difficoltà che si incontrano sulle rotte terrestri e marittime, i minori e le donne sono i più vulnerabili. Molti sono anche quelli che si mettono in viaggio da soli. C’è il caso di tre persone detenute a Malta da sette anni, scappate dalla Libia nel 2019 su un gommone sovraffollato (all’epoca avevano 15, 16 e 19 anni). Quando l’imbarcazione iniziò a sgonfiarsi, furono soccorse da una nave cargo, intervenuta su richiesta dell’Unione Europea per assistere l’imbarcazione in difficoltà. Dopo il salvataggio, il comandante della nave tentò di riportare in Libia le persone soccorse, in violazione del diritto internazionale che impone di condurre le persone salvate in un luogo sicuro. Su richiesta disperata delle persone salvate, il comandante si diresse a Malta, dove le autorità accusarono i tre giovani di aver preso il controllo della nave con la forza. Sono stati quindi incriminati per reati gravi punibili con l’ergastolo secondo le leggi maltesi sul terrorismo e ancora oggi sono coinvolti in un procedimento giudiziario che non avrebbe mai dovuto essere avviato. Amnesty International esprime inoltre preoccupazione per le criticità procedurali e le lacune nelle indagini che hanno inciso sull’equità del processo, ad esempio la mancata convocazione di testimoni chiave, comprese altre persone soccorse. Nonostante l’assenza di prove di violenza, le autorità hanno continuato a sostenere accuse prive di fondamento legate al terrorismo. La gestione di questo caso da parte di Malta è segnata da una serie di gravi mancanze: a questi giovani (due dei quali minorenni al momento dell’arresto) è stato negato un processo equo e sono stati trattati come adulti, trascorrendo sette anni della loro vita in un limbo giudiziario, un periodo che avrebbero dovuto dedicare allo studio, al lavoro e semplicemente alla loro crescita, liberi dal peso di un procedimento penale. Questo è solo un esempio di violazione dei diritti dei minori migranti; l’inasprimento delle normative non può che peggiorare le condizioni di chi più dovrebbe essere tutelato. Un’altra novità importante riguarda la possibilità per i migranti di essere deportati in Paesi terzi anziché rimpatriati, anche in nazioni con cui la persona non ha mai avuto alcun legame. Cosa ne pensa? Con questo concetto di “Paese terzo sicuro” sarà più facile per gli Stati membri dichiarare inammissibili le domande di asilo, senza procedere a esami nel merito. Consentirà inoltre il trasferimento forzato di persone in cerca di protezione verso Paesi con cui non hanno alcun legame. È un modo vergognoso di aggirare gli obblighi previsti dal diritto internazionale, sposta ulteriormente la responsabilità della protezione dei rifugiati verso Paesi al di fuori dell’Europa ed è lontanissimo da una politica migratoria umana, in grado di assicurare il rispetto della dignità delle persone. Rappresenta una gravissima rinuncia agli impegni dell’Unione Europea in materia di protezione dei rifugiati e apre la strada a intese tra Stati membri e Paesi terzi per l’esternalizzazione dell’esame delle domande di asilo. Viste le ultime novità sulle politiche migratorie c’è chi paragona l’Unione Europea agli Stati Uniti: rischiamo di vedere “cacce al migrante” in stile ICE nelle nostre strade? Mi auguro di no! Sicuramente la retorica che equipara “migrante” a “minaccia” esaspera la contrapposizione “noi contro loro”, ignorando strumentalmente la realtà. Le persone migranti sono presenti e integrate in Italia, anche se il mancato riconoscimento dei loro diritti ne fa degli “Invisibili” [2] che con questo nome hanno sfilato nella manifestazione No Kings del 28 marzo scorso. Particolarmente preoccupante è il fatto che questa ideologia divisiva e violenta attecchisca nei giovanissimi, come mostra l’arresto avvenuto il 30 marzo di un 17enne di Pescara accusato di istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, in procinto di organizzare un massacro nella sua scuola. Il ragazzo era in contatto tramite social media con gruppi che esaltano la superiorità “ariana” e autori di stragi di massa. Altri sette minorenni risultano indagati per gli stessi motivi[3]. Non abbiamo le “cacce al migrante”, ma ci sono segnali allarmanti sulla pervasività della propaganda razzista. Per Amnesty International è più mai necessario promuovere l’educazione ai diritti umani in ogni ordine di scuola. Come se non bastasse la stretta UE, in Italia la maggioranza sta proponendo un disegno di legge che prevede il “blocco navale” e l’interdizione alle acque territoriali in caso di “rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale, pressione migratoria eccezionale, tale da compromettere la gestione sicura dei confini”. Pare fatto apposta per respingere le navi delle Ong che salvano i migranti in mare. Che fine fanno le convenzioni internazionali che prevedono l’obbligo di soccorso in mare? Il Consiglio dei Ministri ha approvato l’11 febbraio scorso il disegno di legge in materia di immigrazione e protezione internazionale inasprendo prassi e normative nazionali, introducendo una stretta ulteriore e ancora una volta securitaria, sul piano delle politiche migratorie: blocco navale, restrizioni sull’accoglienza e sui ricongiungimenti familiari, procedure di rimpatrio accelerate che permettono l’allontanamento immediato di persone proveniente dai “Paesi sicuri”. Un impianto punitivo in cui l’immigrazione è ancora considerata una minaccia alla sicurezza nazionale, non un fenomeno da gestire. Il tutto in contrasto con gli obblighi di diritto internazionale, come quelli sul soccorso in mare o sull’accesso a un esame individuale delle domande d’asilo. Inoltre, in continuità con i governi precedenti, nel novembre 2025, il governo Meloni ha scelto di proseguire la cooperazione in materia di migrazione con la Libia, rinnovando il Memorandum d’intesa automaticamente fino al 2029. Il sostegno tecnico, logistico e finanziario alle istituzioni libiche incentiva il perpetuarsi di gravi violazioni dei diritti umani e di crimini contro l’umanità.[4] Ci sono anche altri modi per fermare o disincentivare i soccorsi in mare: l’equipaggio della nave Iuventa, accusato di “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare” per i salvataggi effettuati in mare, ha subito un processo lungo sette anni ed è stato sollevato dall’accusa perché “il fatto non sussiste”. Negli anni il processo Iuventa era diventato un simbolo della tendenza a criminalizzare i difensori dei diritti umani che si occupano di assistere persone rifugiate e migranti in pericolo in mare; nonostante l’assoluzione dell’equipaggio di Iuventa, purtroppo è proseguita la prassi governativa di assegnazione di porti di sbarco distanti dai luoghi dei soccorsi, in violazione del diritto marittimo e internazionale, così come il fermo amministrativo delle navi – misure strumentali volte a bloccare legittime e indispensabili attività di salvataggio in mare, associate a una più generica criminalizzazione delle persone impegnate in operazioni di ricerca e soccorso su imbarcazioni delle ONG. Amnesty International Italia ribadisce la richiesta al governo di porre urgentemente fine alla pratica dei “porti lontani” e di astenersi dall’adottare altre misure che ostacolino il lavoro delle ONG impegnate nei soccorsi in mare. Inoltre, chiede alle istituzioni italiane di attivarsi per garantire alle ONG Sar di poter operare senza timore di rappresaglie, in conformità con gli obblighi di diritto internazionale dell’Italia. Si parla molto di inverno demografico in Europa e i conti tra popolazione attiva e pensionati non tornano, ma invece di favorire l’arrivo e l’integrazione di giovani futuri genitori, prevale la volontà di arroccarsi nei nostri Paesi sempre più vecchi. Cosa ne pensa? Amnesty International ritiene che i diritti umani vadano difesi a prescindere dalle convenienze economiche e da qualsiasi altra valutazione geopolitica, come affermato dall’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Cosa si può fare per opporsi a questa deriva? Sul tema migrazione è difficile individuare motivi di speranza (dall’ICE di Trump alla remigrazione di Vannacci) se non l’investimento nella cultura, nella contro-narrazione e nell’educazione ai diritti umani. Le nostre battaglie, proprio perché innervate su trasformazioni culturali, richiedono tempi lunghi. Adesso siamo in una fase di pericoloso ripiegamento, o addirittura inversione rispetto alla traiettoria seguita nei decenni precedenti, almeno per quanto riguarda le politiche governative. È responsabilità di tuttə contrastare le correnti ispirate a teoria suprematiste e razziste. Però qualche spiraglio c’è: le manifestazioni “No kings” di sabato 28 marzo hanno portato in piazza milioni di persone in tutto il mondo e le nostre battaglie per la giustizia possono fare la differenza: il 16 gennaio, dopo otto anni di limbo,  la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di assoluzione [5] al termine del procedimento a carico di Seán Binder [6], volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone. Tra loro Sarah Mardini, la giovane siriana campionessa di nuoto che insieme alla sorella salvò decine di migranti trascinando a nuoto il barcone in avaria: la sua storia è raccontata nel film “Le nuotatrici”. Rischiavano 20 anni di carcere per accuse assurde. Amnesty è sempre rimasta al loro fianco. [1] https://www.unhcr.org/about-unhcr/overview/figures-glance [2] https://www.romatoday.it/attualita/marcia-invisibili-colosseo-cgil-flai-lavoratori-migranti-video.html [3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/30/strage-neonazista-17enne-arrestato-news/8339696/ [4] https://www.amnesty.it/tre-anni-di-governo-meloni-diritti-in-caduta-libera/ [5] Grecia: Seán Binder assolto da tutte le accuse – Amnesty International Italia [6] https://www.youtube.com/watch?v=BLGiEBdMffY Claudia Cangemi
April 3, 2026
Pressenza
Il declino dei conti pubblici italiani
Ci sono due numeri (recentemente indicati dall’ISTAT) che in modo chiaro mostrano come i conti pubblici italiani stiano peggiorando. Nel 2025 in relazione al Prodotto Interno Lordo (PIL) la pressione fiscale è salita al 43,1% (nel 2024 era al 42,5% e nel 2023 al 41,5%) e il debito pubblico è arrivato al 137,1% (nel 2024 era al 134,7%). In sintesi, c’è stato un aumento sia delle tasse sia del debito delle amministrazioni pubbliche. A conferma che la situazione finanziaria italiana non è positiva è anche il dato del 3,1% del rapporto deficit/PIL nel 2025. I patti dell’Unione Europea prevedono che non venga superato il 3% e di conseguenza per l’Italia resta aperta la procedura di infrazione delle regole europee. Guardando all’anno in corso e al prossimo, le prospettive sembrano ancora peggiori. Le previsioni segnalano un PIL in rallentamento o in calo. Non solo: nel 2026 l’Europa chiuderà il rubinetto del PNRR (oltre 200 miliardi di euro), che dalla pandemia ad oggi ha consentito un segno più davanti al dato del PIL. Il rischio è che senza la spinta del PNRR i prossimi PIL riportino un segno meno, che significherebbe recessione. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI) dell’Università Cattolica di Milano ha messo a confronto la spesa per interessi sul debito pubblico dei Paesi dell’Euro in relazione al PIL. Il grafico è impietoso: l’Italia in percentuale spende più di tutti gli altri Paesi. Facile comprendere perché il debito pubblico sia aumentato. Ci sono anche molte questioni di dettaglio che hanno contribuito a questo evidente declino. Ad esempio: la recente riforma della Corte dei Conti che ha limitato fortemente le risorse recuperabili del danno erariale per colpa grave, il mancato adeguamento all’inflazione dei tetti degli scaglioni IRPEF che ha aumentato le imposte a quattro milioni tra lavoratori e pensionati, la diminuzione dell’aliquota IRPEF per i ceti più abbienti che di fatto ha incrementato il debito pubblico di quasi 3 miliardi di euro, la flat tax per i lavoratori autonomi fino a 85 mila euro che ha sottratto significative risorse alle entrate, la mancata apertura alla concorrenza per gli stabilimenti balneari che ha favorito i profitti degli operatori privati a scapito dell’interesse pubblico. È appena il caso di ricordare che nel programma di governo presentato al Parlamento nel 2022 è stato indicato l’obiettivo di “ridurre la pressione fiscale su imprese e famiglie attraverso una riforma all’insegna dell’equità”. Mentre a proposito della riduzione del debito è stato scritto che “la strada maestra, l’unica possibile, è la crescita economica, duratura e strutturale”. Entro il prossimo 10 aprile il governo dovrà presentare al Parlamento il Documento di Economia e Finanza (DEF). Sarà interessante verificare quali sono le previsioni per il 2026 e per gli anni a venire. E soprattutto capire dove il governo pensa di trovare le risorse per evitare ulteriori aumenti del deficit/debito pubblico e della pressione fiscale. Dato che al massimo la legislatura durerà ancora per un anno, c’è il rischio che per ragioni elettorali si cerchi di minimizzare i risultati negativi dei conti pubblici, facendo finta che tutto stia andando bene e che in qualche modo i problemi verranno risolti. Nascondere la polvere sotto il tappeto e la testa sotto la sabbia. Sarebbe un comportamento irresponsabile. Rocco Artifoni
April 2, 2026
Pressenza
Giorgia Linardi, portavoce Sea-Watch: “Abbiamo il dovere di opporci a qualsiasi legge ingiusta e di seguire il diritto internazionale”
“Il partito al governo definisce “furore ideologico” il rispetto del diritto internazionale e, ancora una volta, strumentalizza il soccorso in mare per attaccare la magistratura. Lo fa – dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch – evidentemente scottato dall’esito del referendum, attraverso cui il popolo italiano ha mandato un messaggio chiaro: la Costituzione e con essa il diritto internazionale non si toccano.” “Non abbiamo scelto un porto arbitrario – continua Linardi – ma un porto ragionevolmente vicino, che abbiamo raggiunto in un dichiarato stato di necessità, per sottrarre le persone soccorse in mare a quello che riteniamo un vero e proprio atto di tortura di Stato: imporre giorni inutili di navigazione a persone appena sopravvissute al rischio di morire in mare.” “Come società civile – conclude la portavoce – abbiamo il dovere di opporci a qualsiasi legge ingiusta, al punto di tradursi in una forma di tortura di Stato. Lo facciamo per urgenza umanitaria e per ristabilire la giusta gerarchia delle leggi, come impone la nostra Costituzione, che vede il diritto internazionale sopra la testa della politica.” Sea Watch
April 1, 2026
Pressenza
Sea-Watch punita con la massima sanzione per aver disobbedito agli ordini disumani del governo italiano
La Sea-Watch 5 è stata fermata per 20 giorni e multata di 10.000 euro, cioè con la sanzione massima prevista dalla Legge Piantedosi in questi casi, dopo il rifiuto dell’equipaggio di eseguire ordini che mettevano a rischio la vita delle persone soccorse e che le avrebbero sottoposte a una vera e propria tortura di Stato, costringendole a giorni di navigazione verso un porto lontano. Due settimane fa, la Sea-Watch 5 ha soccorso 93 persone in pericolo in acque internazionali, tra cui donne incinte, bambini e minori non accompagnati. Nelle ore successive, 36 persone sono state evacuate per emergenze mediche su disposizione del Tribunale dei Minori di Palermo. Tra loro c’erano una bambina di due anni in condizioni critiche e diversi minori con le loro famiglie. Nonostante la situazione sanitaria a bordo, con persone che presentavano ustioni da carburante e gravi condizioni di vulnerabilità, le autorità italiane hanno assegnato un porto a oltre 1.100 km dal luogo del soccorso, imponendo giorni di navigazione aggiuntiva. Di fronte al peggioramento delle condizioni a bordo, l’equipaggio ha rifiutato di eseguire ordini incompatibili con il diritto internazionale, procedendo allo sbarco delle persone rimaste a bordo nel porto di Trapani. Con l’applicazione della Legge Piantedosi le navi umanitarie sono state costrette a percorrere tra 300 e 800 miglia nautiche per raggiungere i porti assegnati, con un surplus di 155–425 miglia per missione e una media di due o tre giorni di navigazione in più, sottratti alla ricerca e soccorso. Parliamo di 4.260 miglia nautiche in più per la sola Sea-Watch 5, per un totale di almeno 213.000 euro spesi per solo carburante extra: risorse sottratte al soccorso per adeguarsi a politiche che ritardano lo sbarco, riducono la presenza in mare e mettono ulteriormente a rischio vite umane. “La punizione nei confronti di Sea Watch per l’azione di disobbedienza civile in difesa del diritto internazionale è purtroppo in linea con l’approccio repressivo che il governo sta adottando in maniera sempre più aggressiva nei confronti delle libertà e dei diritti civili”, dichiara la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi. “Tutto ciò nel silenzio della politica sull’ecatombe nel Mediterraneo, dove solo negli ultimi giorni hanno perso la vita altre 65 persone, morte annegate o di stenti alla deriva, in attesa di soccorsi. Sea-Watch risponde con una nuova missione della nostra nave veloce Aurora.” Sea Watch
March 30, 2026
Pressenza
Hormuz: il servilismo nei confronti degli USA e la trappola di una guerra non voluta
C’è un limite a tutto, anche alla presa in giro degli italiani. Le ultime parole del Ministro Guido Crosetto e del Ministro Antonio Tajani sullo Stretto di Hormuz ne sono la conferma: ci viene detto che l’Italia non invierà navi senza una “tregua” e si evoca con disinvoltura un presunto “mandato Onu”. Ma di quale tregua e di quale mandato parliamo? Bisogna guardare in faccia la realtà che i palazzi del potere provano a edulcorare: lo Stretto di Hormuz è già chiuso. Non è una previsione, è il dato di fatto di oggi. La navigazione è bloccata e la tensione ha superato il punto di non ritorno a causa dell’aggressione scatenata dal blocco Usa-Israele. Definire “tregua” il momento in cui gli aggressori ricaricano le armi per mandarci le nostre fregate è un insulto all’intelligenza dei cittadini. La vera messinscena di questi “apprendisti stregoni” sta nel presentare la firma del documento di Londra come una semplice “dichiarazione politica” per difendere la libertà di navigazione e stabilizzare i mercati. Citano nelle loro dichiarazioni l’Onu come scenario futuro per dare una veste di legalità a un’iniziativa che, nel testo sottoscritto, non ha alcun legame operativo con le Nazioni Unite. Non esiste alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Il riferimento all’Onu sbandierato dal governo è un guscio vuoto, un paravento retorico utilizzato per tranquillizzare l’opinione pubblica e nascondere che, nei fatti, ci si sta allineando a una catena di comando che risponde esclusivamente a Washington e Londra. È un gioco pericolosissimo: si firmano protocolli che preparano la guerra mentre si racconta al Paese la favola della stabilizzazione diplomatica. I governi che hanno aderito al documento di Londra stanno recitando una parte ambigua: partecipano alla coalizione dei 22 con un atto formale solo per non scontentare Washington, sperando nel contempo di non dover mai passare dalla carta ai fatti. È un attivismo di facciata, dettato dal timore di ritorsioni politiche da parte di Donald Trump, che ha tacciato gli alleati di codardia. Ma questa finzione è una trappola mortale: una volta accettata la logica della coalizione in un quadrante già incendiato, la “dichiarazione politica” diventa il presupposto legale per un coinvolgimento reale. Basta un solo incidente perché questa disponibilità teorica si trasformi in una partecipazione tragica a una guerra d’aggressione fuori controllo. Giocare con il fuoco della geopolitica pensando di poter gestire le fiamme con le parole è da irresponsabili. Tutto è partito da un nucleo di sei Paesi – Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone – che hanno fornito la copertura politica per trasformare un’iniziativa unilaterale americana in una missione apparentemente “internazionale”. Siamo davanti a una classe dirigente che manifesta una drammatica carenza di visione e autonomia, ridotta a rincorrere il consenso della Casa Bianca per non sembrare “vigliacca”, accettando passivamente una logica bellicista che mette a rischio la sicurezza collettiva. Servilismo e codardia percepita sono due facce della stessa medaglia: la subordinazione totale agli interessi USA a scapito della dignità nazionale. Se l’obiettivo fosse davvero la sicurezza delle rotte e la stabilità dei mercati, la via sarebbe la diplomazia: parlare con l’Iran, fermare le sanzioni unilaterali e l’escalation israeliana. Invece si scelgono i muscoli, mentre le bollette delle famiglie tornano a schizzare alle stelle proprio a causa di queste scelte scellerate. Partecipare a una missione militare nello stretto di Hormuz significherebbe spendere anche immense risorse finanziarie sottratte alla sanità pubblica, alle scuole e ai salari dei lavoratori. Usare le tasse dei cittadini per proteggere i profitti delle multinazionali dell’energia, mentre la società civile collassa, sarebbe una colpa politica imperdonabile che Italia ed Europa rischiano di avallare in silenzio, mentendo persino sulla natura dell’impegno assunto. Mentre Crosetto e Tajani giocano con le parole, l’Articolo 11 della Costituzione viene calpestato. L’Italia è già dentro questa escalation: le basi Nato sul nostro territorio e i nostri sistemi di sorveglianza sono parte integrante del dispositivo bellico. Partecipare a questa coalizione significa accettare la logica della forza bruta anziché il diritto internazionale. È un tradimento della sovranità mascherato da responsabilità. L’Italia, l’Europa e gli altri alleati degli USA fingono di attivarsi per compiacere il padrone, ma il prezzo di questa finzione rischia di essere un coinvolgimento bellico totale, anche se non voluto. Nonostante il fragore delle cannoniere, in Italia c’è chi non si arrende alla violenza e continua a credere nella forza della ragione. Sabato 28 marzo, a Roma, la rete “No Kings” scenderà in piazza in una manifestazione nazionale che riunisce gruppi civili, associazioni pacifiste, sindacati, partiti e reti studentesche, uniti contro la guerra, il riarmo e le politiche autoritarie. Il corteo, in concomitanza con altre mobilitazioni a Londra e negli Stati Uniti, sarà un momento per denunciare la politica bellicista del nostro governo e degli altri Paesi occidentali, le restrizioni delle libertà civili e l’adesione servile agli interessi stranieri del nostro Paese, riaffermando la necessità di una politica fondata sul dialogo e sulla diplomazia, non sulla forza, prima che il fragore delle armi trascini tutte e tutti nel baratro.   Giovanni Barbera
March 22, 2026
Pressenza