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Il Rearm Eu e la vera transizione bellica
RIPORTIAMO DI SEGUITO LA RELAZIONE TENUTA DA ANTONIO MAZZEO AL CONVEGNO NAZIONALE «DALLA FINTA TRANSIZIONE ECOLOGICA ALLA VERA TRANSIZIONE BELLICA. L’OCCIDENTE DICHIARA GUERRA ALL’AMBIENTE», PROMOSSO DA ECORESISTENZE E TENUTOSI A BOLOGNA IL 20 GIUGNO 2026. Il conflitto russo-ucraino, il genocidio del popolo palestinese per mano di Israele, la campagna militare USA-israeliana contro l’Iran, l’escalation bellica in tutta l’area mediorientale, in Africa orientale e nella regione subsahariana del continente nero. È guerra totale, la terza guerra mondiale che genera immani tragedie umane, sociali ed economiche, alimentata dalla sconsiderata corsa al riarmo e alla militarizzazione dei territori, della produzione e della ricerca dei paesi membri della NATO e dell’Unione europea. L’UE, in particolare, sta convertendo buona parte del suo apparato industriale alla produzione di armi altamente distruttive: sistemi spaziali e satellitari; munizioni di artiglieria e missili da crociera, balistici e ipersonici; velivoli con e senza pilota; sistemi di difesa antimissile e anti-droni; navi di superficie e sottomarini; grandi aerei per il trasporto di equipaggiamenti o truppe; sofisticate attrezzature per la guerra elettronica e cyber, ecc. Allo stesso tempo, Bruxelles ha dato vita ad una serie di programmi finalizzati alla militarizzazione delle infrastrutture logistiche e trasportistiche, della ricerca, dell’istruzione e dell’informazione. Il libro bianco European Defence Readiness 2030, pubblicato il 19 marzo 2025 dalla Commissione UE, prevede un piano finanziario quadriennale da 800 miliardi di euro per “riarmare” l’Europa in linea con le nuove strategie della NATO, in vista di uno scontro diretto con i “nemici” dell’Occidente: la Russia di Putin, l’Iran, la Corea del Nord, la Cina1. Centocinquanta miliardi sono stati destinati ad un fondo per “la sicurezza dell’Europa”, il SAFE (Security Action for Europe), per finanziare – tramite prestiti a lunga scadenza ed il concorso di capitali privati – programmi di acquisto di armamenti e di ammodernamento delle forze armate dei Paesi UE. Al SAFE possono accedere pure l’Ucraina, la Norvegia, la Svizzera, l’Islanda e il Liechtenstein, i paesi in via di adesione e quelli che hanno sottoscritto con l’UE un partenariato in materia di sicurezza e difesa. ReArm Europe consente di avviare programmi di sviluppo militare anche con le industrie di Canada, Regno Unito e Turchia2. Il fondo SAFE può essere impiegato anche per finanziare l’acquisto di sistemi d’arma ed equipaggiamenti fabbricati al di fuori dell’Unione Europea, consentendo l’acquisto soprattutto negli Stati Uniti e in Israele, i principali Paesi extra UE le cui industrie della Difesa sono particolarmente attive sul mercato comunitario. Nel febbraio 2026 il direttorio di Bruxelles ha autorizzato otto paesi membri dell’Unione all’uso dei prestiti agevolati previsti dall’iniziativa SAFE: Italia, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia. Il Governo Italiano ha richiesto ed ottenuto un prestito complessivo di 14 miliardi e 900 milioni di euro in 5 anni al 3% fisso di interesse, con rimborsi che saranno attivati a partire dal 2035 e che si esauriranno nell’arco temporale massimo di 45 anni3. In verità l’accesso ai fondi SAFE ha generato più di un conflitto all’interno delle forze di governo, in particolare tra il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgietti (Lega) e il titolare del dicastero della Difesa, Guido Crosetto (Fratelli d’Italia). Il primo, sostenuto dallo stretto entourage della premier Giorgia Meloni, è propenso a chiedere solo 5 dei 14,9 miliardi di euro disponibili, ma ciò ha suscitato le ire di Crosetto che ha minacciato le proprie dimissioni nel caso in cui venisse concordato di “tagliare” il fondo SAFE. Per assicurare gli investimenti nella produzione e approvvigionamento di armi e munizioni necessari a coprire la quota restante di 650 miliardi di euro del piano ReArm Europe, la Commissione UE ha previsto l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità (l’accordo tra i Paesi dell’Unione che impone che il deficit pubblico non superi il 3% del Prodotto interno lordo e che il debito pubblico non superi il 60% del PIL). Esiste inoltre la possibilità di utilizzare per il mega piano di riarmo una parte di quei fondi europei già stanziati per altri fini, primi fra tutti i “Fondi di coesione”, destinati principalmente alle aree più arretrate del continente per ridurre le disuguaglianze territoriali4. L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ha calcolato che la cifra- obiettivo di 800 miliardi potrà essere raggiunta solo con una forte crescita del deficit pubblico degli Stati UE. Per quanto riguarda l’Italia, paese già pesantemente indebitato, l’adeguamento al piano di riarmo potrebbe comportare una spesa militare aggiuntiva di 95 miliardi di euro in quattro anni e il deficit pubblico, oggi al 4%, anziché ridursi gradualmente fino al 3% – secondo quanto richiesto da Bruxelles – rischia di crescere fino al 4,6%5. Le proposte riarmiste della Commissione europea comporteranno inoltre un’espansione delle spese militari dei paesi UE fino a 580 miliardi di euro circa entro il 2029. Le quote dei bilanci statali per la “difesa” degli Stati membri avevano già subito una crescita del 31% nel periodo 2021-2024, raggiungendo i 326 miliardi (1,9% del PIL), anche in conseguenza delle forniture militari all’Ucraina in guerra contro la Russia. Si tratta di cifre enormi, di per sé insostenibili, che hanno già prodotto ricadute catastrofiche in termini di accesso ai servizi sociali di base e al welfare da parte della maggioranza della popolazione europea. Aspetto meno analizzato ma altrettanto dirompente di ReArm Europe è l’ulteriore processo di militarizzazione dei territori che esso genererà in alcune aree, in particolare nei Paesi dell’Europa orientale. Nel Libro bianco si fa esplicito accenno alla creazione di uno Scudo orientale al confine con la Russia e la Bielorussia e di una Linea di difesa del Baltico “per promuovere la deterrenza e contrastare le minacce militari e ibride”. Il rafforzamento dei sistemi di protezione delle frontiere dell’Unione europea, sempre secondo Bruxelles, includerà un “mix completo di barriere fisiche e lo sviluppo delle infrastrutture e di moderni sistemi di sorveglianza”. Anche le reti trasportistiche e le infrastrutture logistiche sono sottoposte ai piani di intervento finanziario affinché siano rese idonee a svolgere funzioni di mobilità militare. «Sono necessari investimenti significativi per migliorare le capacità di trasporto aereo di merci e le capacità in quanto alle infrastrutture per i combustibili mediante depositi, porti, piattaforme di trasporto aereo, marittimo e ferroviario, linee ferroviarie, vie navigabili, strade, ponti e poli logistici, grazie all’elaborazione di un piano strategico per lo sviluppo della mobilità militare, in collaborazione con la NATO», spiega la UE. «La mobilità militare è un facilitatore essenziale della sicurezza e della difesa europea. Grazie ad essa cresce l’abilità delle forze armate degli Stati membri e degli alleati di spostare rapidamente truppe e attrezzature attraverso l’Unione europea in caso di conflitto o di guerra ibrida intensificata. Per questi trasferimenti, le forze armate hanno la necessità di accedere a infrastrutture critiche che devono essere idonee ad uno scopo duale»6. Il programma EU Military Mobility è stato lanciato nel 2018 per consentire le operazioni in ambito continentale e le missioni extra-area delle forze armate UE e dei paesi membri, ma anche per rispondere alle richieste NATO. A seguito del conflitto russo-ucraino, il 10 novembre 2022 è stato varato il Piano d’azione per la mobilità militare 2.0 per potenziare e/o convertire a fini bellici le infrastrutture trasportistiche UE e dei partner continentali (Ucraina, Moldavia e paesi dei Balcani occidentali) e per «integrare la rete di distribuzione del carburante a supporto della movimentazione delle truppe in tempi rapidi e su larga scala». Al Piano 2.0 sono state destinate risorse per un miliardo e 700 milioni di euro nel quinquennio 2022-20267. ReArm Europe ha previsto infine la conversione a fini bellici di ogni settore del sapere, della conoscenza e della ricerca scientifico-tecnologica, a partire ovviamente dal mondo universitario e dell’istruzione secondaria. Nella risoluzione sulla politica di sicurezza e di difesa comune approvata a larga maggioranza dal Parlamento europeo il 2 aprile 2025, nel capitolo su Difesa e società, preparazione e prontezza civile e militare, l’Unione Europea e i suoi Stati membri sono chiamati «a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società alle sfide in materia di sicurezza» (art. 164). Si chiede, inoltre, «di mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili» (art. 167)8. Per sostenere la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo di nuove tecnologie belliche, la Commissione Europea ha istituito nel 2017 uno specifico “Fondo europeo per la difesa” (European Defence Fund – EDF). Scopo del fondo europeo è quello di «promuovere l’interoperabilità e la mobilità militare, nonché lo sviluppo di un complesso militare-industriale comunitario», sostenendo «l’innovazione e le tecnologie critiche che rispondono alla formula del dual use, ovvero di usi civili e militari». Nel periodo compreso tra il 2021 e il 2027 l’EDF ha previsto stanziamenti per 7,3 miliardi9. Il 16 aprile 2026 la Commissione europea ha reso noto che nel corso dell’ultimo anno erano stati promossi 57 progetti di collaborazione nel campo della ricerca e dello sviluppo con una spesa di 1,07 miliardi di euro, prioritariamente per produrre doni e loitering munitions (i cosiddetti droni kamikaze). Nello specifico 675 milioni di euro sono stati destinati a progetti di sviluppo, mentre i restanti 332 milioni per iniziative di ricerca. A questi finanziamenti vanno poi aggiunti quelli previsti dall’EDF Work Programme 2026 (1 miliardo di euro) e dall’European Defence Industry Programme (1,5 miliardi). Nel 2025, per la prima volta dalla loro istituzione, anche l’Ucraina ha potuto accedere ai fondi EDF, e «ciò ha segnato un passo significativo verso l’integrazione della base industriale e tecnologica del settore difesa ucraino nell’ecosistema europeo»10. Tra i maggiori beneficiari dei programmi di riarmo dell’Unione europea ci sono ovviamente le holding del vecchio continente produttrici di sistemi bellici. Esse stanno rivedendo i propri piani produttivi e stanno dando vita a nuove alleanze strategiche anche in vista della creazione di mega-concentrazioni finanziarie ed industriali. Nel marzo 2025 il gruppo italiano leader del comparto bellico, Leonardo S.p.A., ha presentato l’aggiornamento del proprio piano industriale per il 2025-2029. Nello specifico Leonardo punta ad aumentare le commesse nel quinquennio da 105 a 118 miliardi di euro, con ricavi complessivi per 106 miliardi (contro i 95 previsti nel periodo 2024-2028)11. Queste stime sarebbero frutto dei nuovi accordi di partenariato che il gruppo Leonardo ha sottoscritto con altre importanti aziende del comparto militare. Il 6 marzo 2025 è stato firmato un memorandum of understanding con Baykar Technologies (la società turca di proprietà di uno dei generi del presidente Erdogan che ha rilevato il gruppo Piaggio Aerospace con sede e stabilimenti in Liguria) per lo sviluppo, produzione e manutenzione di aerei senza pilota presso i siti di Leonardo di Ronchi dei Legionari (Gorizia), Grottaglie (Taranto), Torino, Roma Tiburtina e Nerviano (Milano). La società italiana spera di ricavare da questo accordo più di 600 milioni nel quinquennio 2025-2029. Il 24 febbraio 2025 è stata costituita invece una joint venture con il colosso tedesco Rheinmetall (Leonardo Rheinmetall Military Vehiche). La nuova società italo-tedesca è controllata pariteticamente al 50% da Leonardo e Rheinmetall, ha sede giuridica a Roma presso Rheinmetall Italia S.r.l. e sede operativa a La Spezia presso gli ex stabilimenti OTO Melara del gruppo Leonardo. Alla Leonardo Rheinmetall Military Vehiche è stata affidata dal governo Meloni-Crosetto, senza bando di gara, la produzione di 1.050 cingolati AICS/A2CS e 272 carri armati MBT da destinare all’Esercito italiano12. Stando all’accordo stipulato dai due gruppi industriali, solo il 60% della produzione dei nuovi sistemi da combattimento terrestri sarà effettuata in Italia. Anche il know how è nettamente a favore dei tedeschi: i cingolati AICS deriveranno dai Lynx Kf-41 progettati e realizzati da Rheinmetall, mentre i carri armati MBT deriveranno dal Panther Kf-51. Il costo dell’intero programma non è stato ancora determinato ma è prevedibile che esso supererà abbondantemente i 23,2 miliardi di euro nei prossimi 15 anni13. Sempre lo scorso anno, Leonardo ha acquisito il controllo di Iveco Defence Vehicles (IDV), già divisione dei veicoli militari del gruppo controllato da Exor presieduto da John Elkann, con sede centrale a Bolzano. Con l’acquisizione di Iveco Defence Vehicles, Leonardo punta a rafforzare il proprio ruolo in ambito europeo nel settore dei mezzi blindati e da trasporto militare. In particolare l’auspicato polo Leonardo Rheinmetall-IDV si è candidato a diventare fornitore unico per il nuovo programma plurimiliardario di trasporto blindato promosso dall’Unione Europea. Altrettanto dirompenti gli effetti dei programmi di riarmo europei e nazionali in termini di militarizzazione dell’intero territorio italiano. A Torino è in corso la realizzazione della Cittadella dell’Aerospazio, un mega-centro di ricerca, sviluppo e sperimentazione di nuovi sistemi aerospaziali a fini civili e militari, promosso dal Politecnico di Torino, UNITO e Leonardo S.p.A., con il supporto finanziario di Regione Piemonte ed enti locali. Le attività della Cittadella si intrecceranno con quelle dell’hub del programma “DIANA” (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic) che la NATO ha stabilito di collocare nel capoluogo piemontese, ma con “filiali” a La Spezia e Capua, Caserta. “DIANA” è un acceleratore globale per startup e piccole e medie imprese con lo scopo di sviluppare tecnologie “per la sicurezza e la difesa dell’Alleanza Atlantica”14. Sempre a Torino, presso l’aeroporto di Caselle, ancora Leonardo S.p.A. conta di realizzare gli stabilimenti per l’assemblaggio e i test dei cacciabombardieri di sesta generazione in via di progettazione con aziende militari del Regno Unito e del Giappone. Sempre in Piemonte, a Cameri (Novara), Leonardo sta assemblando per conto del colosso statunitense Lockheed Martin i caccia di quinta generazione F-35 “Lightining II” ordinati dalle forze armate italiane e da alcuni paesi europei. La Cittadella dell’Aerospazio di Torino, gli stabilimenti di Leonardo a Caselle e Cameri sono solo gli aspetti più eclatanti del piano di sviluppo di veri e propri distretti e/o poli militari, aerospaziali, terrestri e navali-sottomarini che sta interessando in particolare Piemonte, Lombardia e Liguria, grazie al contributo finanziario statale e regionale. A ciò si accompagna il sempre maggiore rafforzamento della presenza militare NATO in queste aree territoriali, a partire dal comando dell’Alleanza di Solbiate Olona (Varese) “NRDC-ITA (NATO Rapid Deployable Corps – Italy)” per la gestione di operazioni di pronto intervento terrestri principalmente sul Fronte Sud. Sempre in Lombardia, a Ghedi (Brescia), sorge una delle due installazioni aeroportuali italiane dove sono state stoccate da US Air Force armi nucleari tattiche di ultima generazione, le B61-12, che possono essere impiegate anche da alcuni reparti specializzati dell’Aeronautica Militare italiana. Il secondo scalo è quello di Aviano (Pordenone), ampiamente utilizzato per le operazioni di rifornimento di sistemi d’arma e carburante dei reparti di volo impiegati dagli Stati Uniti d’America nelle operazioni di attacco all’Iran a partire del 28 febbraio 202615. Un ruolo di eccellenza nei piani di guerra USA in Europa orientale, Medio Oriente e continente africano è riservato alle basi militari “ospitate” nella città e nella provincia di Vicenza, a partire da Camp Ederle, dall’ex aeroscalo “Dal Molin” (oggi “Del Din”) e dalla ex base nucleare di Longare. In particolare a Vicenza è stato insediata la 173a Brigata Aviotrasportata di US Army, reparto impiegato dalla seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso in tutti i conflitti che hanno visto impegnati gli Stati Uniti d’America (Vietnam, Iraq, Afghanistan, Ucraina, ecc.). Vicenza è pure sede dell’U.S. Army Southern European Task Force, Africa (SETAF-AF), la struttura dell’esercito statunitense per le operazioni nel Sud Europa e nel continente africano. Pericolosi scenari di guerra sono stati prefigurati dal governo italiano e da alcuni alleati NATO anche per il porto di Trieste: in vista del rafforzamento degli “aiuti” economici e militari all’Ucraina in guerra contro la Russia e della “ricostruzione” del Paese dopo l’auspicata fine del conflitto, Trieste potrebbe essere convertita in “Polo logistico portuale internazionale” pro Kiev16. L’intera regione della Toscana si sta trasformando in un vero e proprio hub strategico per le forze armate italiane, statunitensi e NATO: è in atto il potenziamento dello scalo militare di Pisa San Giusto; la costruzione di una nuova megabase a Pisa e Pontedera per ospitare i corpi d’élite dell’Arma dei Carabinieri; l’istituzione a Firenze (Caserma “Predieri”) di un nuovo Comando per le operazioni della forza di pronto intervento terrestre della NATO (Multinational Division South, MND-S); il sempre maggiore utilizzo della base di US Army di Camp Darby (tra Pisa e Livorno) per il trasferimento di armi e mezzi da guerra nelle aree di conflitto in Medio Oriente. In Puglia si assiste purtroppo al crescente ruolo strategico e operativo delle principali installazioni militari aeree e navali (gli scali di Amendola, Gioia del Colle, Galatina, Grottaglie e i porti di Taranto e Brindisi), in ambito nazionale, NATO ed extra NATO, nonché al sempre più asfissiante intreccio tra forze armate, aziende del comparto militare industriale (Leonardo, Avio, Boeing, ecc.) e i centri di ricerca universitari della regione. Il conflitto in corso in Iran e nel Golfo Persico ha reso ancora più evidente la centralità di due grandi infrastrutture militari ospitate in Campania, il Joint Force Command Naples (JFC), il Comando NATO di Napoli-Lago di Patria (Giugliano) e la Naval Support Activity Naples della Marina Militare USA con quartier generale presso l’aeroporto di Napoli Capodichino. L’area di intervento del Comando NATO JFCricopre l’Atlantico orientale fino al Mediterraneo, i Balcani e l’Europa orientale e l’intero Medio Oriente. NSA Naples è il Comando delle forze navali degli Stati Uniti d’America per l’Europa e l’Africa (NAVEUR-NAVAF) a cui spetta il compito di pianificare e coordinare le attività delle unità di superficie, dei sottomarini e degli aerei in un’area geostrategica ancora più estesa: metà Atlantico, Baltico, Mediterraneo, Caspio, Mar Nero e aree costiere africane17. Più noti al grande pubblico i soffocanti processi di militarizzazione che hanno investito le due grandi isole italiane, la Sardegna con i suoi grandi poligoni di Capo Teulada e Salto di Quirra e l’aeroporto di Decimomannu (Cagliari) impiegato per la formazione dei piloti dei paesi membri della NATO e di alcuni stati mediorientali; e la Sicilia con la grande stazione aeronavale di Sigonella (in prima linea nelle operazioni di intelligence USA e NATO a sostegno dell’Ucraina contro la Russia, di Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza e degli Stati Uniti d’America contro l’Iran), il terminale terrestre a Niscemi, Caltanissetta del MUOS (il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare USA), gli scali NATO di Trapani Birgi e Pantelleria. In Sicilia, tra l’altro, è stato avviato il potenziamento infrastrutturale dell’aeroporto di Trapani in vista dell’insediamento della “scuola di formazione” delle forze aeree internazionali che hanno acquistato i cacciabombardieri F-35 e delle basi navali di Augusta (Sicilia) e Messina, onde consentire l’approdo delle nuove unità da guerra italiane e dei paesi partner dell’Alleanza Atlantica. La rilevanza geostrategica delle principali basi militari USA e NATO esistenti in Italia spiega il motivo per cui nessuna di queste sarà smantellata o ridimensionata nei prossimi anni, nonostante l’establishment di Donald Trump spinga verso una riduzione delle forze armate statunitensi schierate nel continente europeo. L’Italia ha fatto e farà ancora da piattaforma di proiezione avanzata statunitense in quelle aree ricche di fonti energetiche fossili (gas e petrolio), uranio, terre rare, principalmente nel Golfo Persico e nel continente africano18. Oggi il Mediterraneo centrale con il Canale di Sicilia è forse ancora più rilevante per gli interessi del capitale finanziario USA e occidentale dello Stretto di Hormuz. Oltre ad essere attraversato dalle rotte delle petroliere e dei mercantili che dal Medio Oriente e dall’Africa raggiungono i grandi terminal dell’Europa settentrionale, il Canale di Sicilia è lo stretto marittimo da cui passano le principali reti di cablaggio intercontinentali, dall’Estremo oriente e dalla Cina fino all’Europa e, attraverso l’Atlantico, fino al Continente americano. Ancora il Canale di Sicilia è attraversato dai grandi oleodotti e gasdotti che trasferiscono in Italia le fonti di energia fossile dall’Algeria e Tunisia. Ad essi potrebbe presto aggiungersi un nuovo gasdotto di 3.300 chilometri di lunghezza (il South2 Corridor) che dal Nord Africa dovrebbe trasportare idrogeno all’Italia, all’Austria e alla Germania. Si tratta di un progetto ritenuto “strategico” dalla Commissione europea per garantire l’approvvigionamento del 20% dell’idrogeno che l’UE prevede di utilizzare a fini energetici entro il 203019. L’importanza della dimensione marittima e soprattutto subacquea del Mediterraneo centrale per il transito delle fonti energetiche e del cablaggio internet o di accesso alle materie prime strategiche è sempre più enfatizzata dagli analisti militari. «A livello globale, il 70% del cibo, dei minerali, del gas e del petrolio per un valore stimato in 400 miliardi di euro si trovano sottacqua», scrive RID – Rivista Italiana Difesa. «Focalizzando l’attenzione sul nostro Paese, il 60% dei collegamenti internet italiani ha origine, o affiora, in sole tre città – Mazara del Vallo, Catania e Bari – e la rilevanza di queste infrastrutture può essere stimata con oltre il 90% dei Big Data passanti al loro interno, per un controvalore, in ambito nazionale, prossimo ai 2.500 miliardi di euro annui, valore in costante crescita. Nelle acque territoriali italiane passano circa 781 km di gasdotti (…) Allo stato attuale, circa il 49% del gas che entra in Italia transita attraverso gasdotti sottomarini, ripartiti rispettivamente al 32% dal TransMed (Algeria-Mazara) che trasporta circa 2,4 mld di m3, al 13% dal TAP (Azerbaijan-Melendugno), con un volume di circa 9,1 mld di m3 di gas annui ed al 4% dal GreenStream (Libia-Gela), con circa 2,8 mld di m3. Il 60% dei punti di affiori dei cavi di telecomunicazione, circa il 50% dei gasdotti sottomarini e il 100% degli elettrodotti transnazionali (operativi o in fase di implementazione) approda esclusivamente in Puglia e in Sicilia»20. Ecco dunque le vere ragioni per cui è stato dato un nuovo colpo di acceleratore ai processi di militarizzazione dei territori e delle infrastrutture logistiche, specie nel Mezzogiorno, e gli Stati Maggiori nazionali, UE e NATO pongono la “necessità” di esercitare un’attenta azione di vigilanza dei fondali marini e di difesa delle infrastrutture subacquee, definite quest’ultime come Critical Undersea Infrastructure “infrastrutture critiche sottomarine”21. Ad un Convegno nazionale sulla “rilevanza del dominio subacqueo” promosso dal CeSI – Centro Studi Internazionali, dalla Marina Militare e dal Ministero degli Affari Esteri (giugno 2024), l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Enrico Credendino ha auspicato «una corsa agli abissi che segua ciò che è stato fatto con la corsa allo spazio, tenuto conto delle enormi affinità tra i due domini in termini di competitività, congestionamento e contesa tra Paesi»22. Al summit NATO di Vilnius (luglio 2023) è stato creato il Maritime Centre for the Security of Critical Undersea Infrastructure all’interno del Comando marittimo dell’Alleanza “MARCOM”, con quartier generale a Northwood, Regno Unito. Il 26 febbraio 2024, la Commissione europea ha emesso la Raccomandazione UE 2024/779 sulle “infrastrutture di cavi sottomarini sicure e resilienti” in vista del rafforzamento dei dispositivi di sicurezza e difesa delle reti. In particolare, i Paesi membri dell’Unione sono stati invitati ad “adoperarsi per approfondire ulteriormente la cooperazione con la NATO per quanto riguarda le infrastrutture critiche di cavi sottomarini, in linea con la dichiarazione congiunta sulla cooperazione UE-NATO, promuovendo la complementarità degli sforzi”23. In ambito nazionale, la Marina Militare ha dato vita a fine 2022 all’Operazione Fondali Sicuri per la “tutela della Energy Security” e il “monitoraggio e sorveglianza delle infrastrutture critiche subacquee”, sotto il Comando centrale della Marina di Santa Rosa, Roma24. Inoltre è stato creato nel 2023 a La Spezia il Polo Nazionale della dimensione subacquea (PNS), che ha come obiettivo principale la valorizzazione del settore militare ed industriale in questo settore, «promuovendo sinergie pubblico-private», tramite la realizzazione di progetti di ricerca, sviluppo e sperimentazione tecnologica di nuovi sistemi d’arma navali e sottomarini25. Il nuovo Polo Nazionale della dimensione subacquea è forse l’emblema più evidente del processo di “israelizzazione” del comparto militare-industriale-accademico italiano, cioè di riproduzione di quel modello bellico inter-istituzionale che si è affermato nello Stato sionista, con le tragiche conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti a Gaza, in West Bank, in Libano, Siria, Yemen, Iran. Il PNS opera in stretta collaborazione con il CMRE (Centre for Maritime Research and Experimentation) di La Spezia, il Centro di ricerca e sperimentazione marittima della NATO in ambito marittimo e subacqueo; inoltre coopera con grandi, medie e piccole aziende del comparto industriale (in particolare Leonardo S.p.A. e Fincantieri S.p.A.), con start up e centri di ricerca accademici come l’Università di Genova. Dal 21 maggio 2025 il Centro militare è stato trasformato in Fondazione di diritto privato. Tra i soci fondatori compaiono il Ministero della Difesa, Difesa Servizi S.p.A., i ministeri dell’Economia e dell’Università, AIAD (Federazione delle aziende per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza), la Conferenza dei Rettori delle Università italiane, AID (Agenzia Italiana Difesa). Presidente è stata nominata Roberta Pinotti, ex ministra della difesa, Pd26. All’affaire plurimiliardario della produzione di sistemi da guerra underwater guarda con sempre più attenzione la holding della cantieristica a capitale statale, Fincantieri S.p.A.. «La minaccia ai cavi sottomarini e ad altre infrastrutture essenziali è destinata ad aumentare; per questo in Fincantieri stiamo investendo nella difesa e nella tecnologia subacquea, ampliando le nostre capacità industriali», ha dichiarato lo scorso anno l’amministratore delegato del gruppo, Pierroberto Folgiero. L’obiettivo è quello di raddoppiare le dimensioni del business subacqueo entro il 2027, con ricavi stimati a 820 milioni di euro27. Non è certamente casuale che solo qualche settimana fa l’assemblea degli azionisti di Orizzonte Sistemi Navali S.p.A., società partecipata da Fincantieri (51%) e Leonardo (49%), abbia nominato come presidente Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare fino al 28 ottobre 2025 e già Comandante in Capo della Squadra Navale (CINCNAV) della Marina. Credendino, come abbiamo visto, è tra i sostenitori della corsa al riarmo subacqueo e delle future underwater war28. Orizzonte Sistemi Navali opera nel settore dell’ingegneria e della sistemistica navale, progettando e realizzando unità navali militari, in particolare corvette, fregate e portaerei. Con quartier generale a Genova, la società ha registrato un fatturato nel 2024 di 176 milioni di euro. La politica delle “porte girevoli”, cioè il repentino passaggio dalla divisa alla leadership aziendale, caratterizza il comparto militare-industriale-accademico degli Stati Uniti d’America ed Israele. Il sistema Italia prova a scimmiottare il modello pur di affermarsi globalmente nell’ignobile mercato dei produttori e dei mercanti di morte. 1 https://www.eeas.europa.eu/eeas/white-paper-for-european-defence-readiness-2030_en 2 https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/sv/statement_25_673 3 https://aresdifesa.it/via-libera-europeo-per-i-fondi-safe-allitalia/  4 A. Mazzeo, ReArm Europe. L’UE va alla guerra, in 800 miliardi di motivi per dire NO alla Fortezza Europa (a cura dell’Osservatorio Repressione), I libri di Left, Roma, maggio 2025. 5 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/rearm-europe-ambizione-o-illusione-202521 6 https://www.eeas.europa.eu/eeas/white-paper-for-european-defence-readiness-2030_en 7 https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2023/03/trasportare-la-guerra-mobilita-militare.html 8 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2025-0034_IT.html 9 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/RC-10-2025-0146_IT.html 10 https://www.defensenews.com/global/europe/2026/04/16/eu-pumps-over-1-billion-into-defense-rd-centered-around-ukraine-war-lessons/ 11 https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/11-03-2025-leonardo-industrial-plan-update 12 https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/05-11-2025-leonardo-and-rheinmetall-first-contract-to-supply-armoured-vehicles-for-the-italian-army 13 A. Mazzeo, ReArm Europe. NATO e UE si preparano alla Terza Guerra Mondiale, Lavoro e Salute, n. 6, giugno 2025. 14 https://www.diana.nato.int/ 15 A, Mazzeo, Basi aeree Usa in Italia: È guerra! C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria”, Umanità Nova, 22 aprile 2026. 16 https://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/nazioni/ucraina/2025/09/09/urso-porto-trieste-come-grande-porto-rinascita-ucraina_db68b588-92be-4217-a08d-1c821856e6a0.html 17 A. Mazzeo, Basi militari e Mezzogiorno. La militarizzazione del Sud Italia, in Su la testa. Argomenti per la Rifondazione comunista, n. 29, aprile 2026. 18 A. Mazzeo, La base di Sigonella negli odierni scenari di guerra internazionali, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, 2026. https://osservatorionomilscuola.com/wp-content/uploads/2026/01/Mazzeo-Sigonella-nello-scenario-internazionale-di-guerra.pdf 19 https://www.messinatoday.it/economia/maxi-corridoio-idrogeno-messina-germania-africa.html 20 https://www.rid.it/shownews/6633/cesi-e-marina-militare-stimolano-il-dibattito-sulla-rilevanza-del-quasi-dominio-subacqueo 21 https://www.analisidifesa.it/2024/01/il-contributo-italiano-alle-operazioni-della-nato-per-il-controllo-dei-fondali-nel-mediterraneo/ 22 https://www.rid.it/shownews/6633/cesi-e-marina-militare-stimolano-il-dibattito-sulla-rilevanza-del-quasi-dominio-subacqueo 23 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32024H0779 24 https://www.marina.difesa.it/cosa-facciamo/per-la-difesa-sicurezza/operazioni-in-corso/Pagine/Fondali_Sicuri.aspx 25 https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/433/339/Slides_PNS.pdf 26 https://www.difesaservizi.it/polo-nazionale-dimensione-subacquea-riunito-primo-cda 27 https://www.analisidifesa.it/2025/05/folgiero-a-ft-con-minacce-a-cavi-e-infrastrutture-necessario-potenziare-underwater/ 28 https://www.stampalibera.it/2026/06/14/da-super-ammiraglio-a-leader-di-azienda-di-guerra-la-rapida-carriera-di-enrico-credendino/ Antonio Mazzeo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Tirocini all’ACN: quando sfuma la differenza tra civile e militare
L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha emanato un bando in cui si dà la possibilità a studenti e studentesse degli ITS Academy e dell’università di svolgere dei tirocini presso la loro sede. Nella scheda relativa al profilo dei tirocinanti, tra attività più o meno tecniche che riguardano l’ambito civile, si trova una sezione destinata a chi proviene dalla facoltà di Scienze politiche e di Economia in cui ci si occupa della «ricerca e analisi di politiche internazionali di sicurezza cyber e di innovazione tecnologica, elaborate anche nell’ambito di consessi multilaterali (ONU, NATO, OCSE, G7, Consiglio d’Europa, OECD)». Balza subito all’occhio in questo caso l’equiparazione di organizzazioni internazionali politiche e militari che sono attraversate allo stesso modo dalle problematiche che riguardano la sicurezza cibernetica e l’imporsi di nuove tecnologie. E in effetti, sebbene l’ACN si occupi prevalentemente di cybersicurezza sul piano civile, il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 24 luglio 2024 aveva già previsto l’inserimento all’interno dell’Agenzia di una Struttura Difesa che avrebbe dovuto operare per potenziare la collaborazione con l’omonimo Ministero. Volontà che è stata poi concretizzata il 9 giugno del 2025 quando è stato sottoscritto un atto di intesa tra i due organismi. Nel comunicato in cui si annuncia la sottoscrizione di questo documento il Prefetto Bruno Frattasi, all’epoca Direttore Generale dell’ACN, esprimeva in maniera molto chiara l’orizzonte all’interno del quale doveva essere inserito il concetto di cybersicurezza: «la costituzione di un meccanismo di tipo osmotico, che pur dipendente funzionalmente dal Vertice dell’Agenzia tuttavia conserva, in virtù del cosiddetto “doppio cappello”, un rapporto di stretta dipendenza con lo Stato Maggiore della Difesa, risponde ad un’esigenza non più eludibile di progressiva integrazione della componente civile con quella militare.» La progressiva militarizzazione dello spazio cibernetico viene definito “ineludibile”, non più prorogabile vista la complessità geopolitica che pone delle minacce in cui tutto entra a far parte potenzialmente dell’ambito della difesa nazionale. Lo scorso 4 agosto il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della Difesa Guido Crosetto, ha approvato il disegno di legge che va a modificare il Codice dell’ordinamento militare. Tra le proposte, all’articolo 7, si trova l’istituzione di uno «spazio cibernetico di interesse nazionale per la difesa e la sicurezza militare dello Stato» che non riguarderà più soltanto le reti di connessione ma anche hardware, software, campi e superfici elettromagnetiche, fino ad arrivare a tutto ciò che è digitale, inclusi gli aspetti cognitivi che si possono ritrovare in questo ambito. Inoltre, viene promossa una nuova figura professionale chiamata «Specialista Cyber Militare» che verrà formata in maniera specifica nell’ambito della cybersicurezza militare e dovrà rimanere in ferma per 5 anni, un periodo che sarà rinnovabile con delle ferme volontarie biennali. Chi decide di continuare viene premiato con un incentivo economico di 4300 € ogni due anni. È ovvio che questa novità pone il Ministero della Difesa come competitor della aziende commerciali che si occupano della sicurezza online e che faticano a trovare specialisti. È altrettanto ovvio però che arruolarsi nelle Forze Armate diventerà un occasione per acquisire competenze che poi potranno essere riversate nel tessuto industriale del Paese. Si verrà così a creare un sistema di “porte girevoli” in cui la compenetrazione tra logica militare e logica economica diventerà la regola. Se poniamo i tirocini proposti dell’ACN all’interno di questo quadro ci rendiamo conto di quanto sia facile per chi parteciperà vedere nel settore militare un’ottima opportunità di guadagno, formazione e carriera. Sebbene l’Agenzia non sia stata toccata dal DDL citato è ovvio che quella osmosi di cui parlava Frattasi nel suo comunicato è ancora più forte nel momento in cui la difesa si appropria di uno spazio cibernetico di pertinenza i cui perimetri potranno essere modificati di volta in volta in base alle esigenze politiche e all’evoluzione del quadro internazionale. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci auguriamo che alle giovani generazioni venga proposto un futuro migliore rispetto a quello che vede una società completamente militarizzata in cui passare per le Forze Armate è il modo migliore per vedersi pagare gli studi e avere un accesso privilegiato al mondo del lavoro. Fonti:https://infodifesa.it/governo-ddl-difesa-nazionale-due-sottocapi-cyber-intel-avanzamenti-missioni-estero/; https://www.cybersecurity360.it/news/ddl-difesa-nasce-lo-spazio-cibernetico-militare-cosa-cambia-per-le-aziende/ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La cybersicurezza e i decreti legislativi che accrescono gli organici dell’esercito italiano
L’azione  del Governo Meloni nel campo della difesa è innegabile, dall’aumento delle spese militari all’acquisto di nuovi e moderni sistemi di arma fino a una incessante opera di militarizzazione del corpo sociale. Sarebbe lunga la lista delle iniziative solo intraprese negli ultimi mesi, valga per tutte la riforma complessiva delle Forze Armate, da cui scaturirà l’aumento degli organici militari fino  all’istituzione di nuovi corpi di riserva. Dopo l’esercito di professionisti la guerra in Ucraina detta le linee guida imponendo non solo l’aumento degli effettivi ma anche un’architettura militare ripensata e strutturata per la guerra informatica e i conflitti cosiddetti non convenzionali. Nel recente passato avevamo scritto a proposito del primo aspetto,[1] mentre ora andremo a commentare il secondo. Ma andiamo con ordine non prima di avere sintetizzato in una scheda i provvedimenti recenti che vanno a incidere sulla nuova impalcatura delle Forze armate. E’ sempre bene consultare le fonti ed averle a disposizioni per verificare la correttezza delle citazioni e delle analisi effettuate ALCUNI DEI PROVVEDIMENTI CHE INTRODUCONO MODIFICHE SULL’ORDINAMENTO DELLE FORZE ARMATE – ANNO 2026 * D. Lgs. 58/2026, approvato, comporta l’assunzione di nuovi graduati nell’Esercito; * L. 48/2026, art. 3, approvato, comporta una delega al Governo per la razionalizzazione e semplificazione della normativa riguardante il corpo militare; * Schema di DdL recante Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al Governo per la revisione dello strumento militare, non depositato in Parlamento ma pubblicato sotto forma di Schema di DdL, riguarda l’ampliamento dell’organico e l’istituzione di corpi di riserva dell’Esercito; * Cd. “DdL di revisione dello strumento militare”, non depositato in Parlamento e non pubblicato nemmeno sotto forma di Schema di DdL, concerne l’ampliamento dell’organico delle Forze Armate. Nel febbraio 2026,  presso lo Stato Maggiore della Difesa è stato presentato “il nuovo modello di riorganizzazione delle Forze Armate, che costituirà la base del disegno di legge di revisione dello strumento militare”.[2] Il Disegno di Legge è in attesa di essere approvato dal Parlamento. A conferma che su questo modello non ci sono posizioni univoche e alcune correzioni saranno portate in corso d’opera guardando agli sviluppi bellici, alle indicazioni Nato e Ue e anche agli equilibri da mantenere nei vari ambiti, la diffusione di  un secondo Schema di Disegno di Legge,[3] ad oggi in fase preparatoria e riguardante l’ampliamento dell’organico delle Forze Armate, nella misura di un 20/25% complessivo (40.000 unità). Si tratta quindi di due iter normativi distinti che, tuttavia, vanno a intervenire sul medesimo tema. Esiste poi un terzo provvedimento: il D. Lgs. 58/2026, già divenuto Legge, che in sostanza consente l’assunzione di nuovi graduati nell’Esercito pur restando dentro la precedente cornice legislativa, senza aumentare  l’organico complessivo delle Forze Armate come invece viene richiesto dalla Nato e dal Ministero della Difesa. La ragione di questa frammentazione normativa ? Esistono grandi  divergenze, interne al Governo, sulla questione della cyber sicurezza. Lo Schema di DdL prima citato, non per nulla, in una versione preliminare circolata prima di giugno conteneva profonde modifiche legislative sul tema della difesa informatica: fra tutte spiccava l’istituzione di un ‘Comando interforze Cyber Intel’ per la guerra cybernetica alle dirette dipendenze del Ministero della Difesa. Come detto, nella nuova versione del documento sono scomparsi tutti i riferimenti alla guerra informatica, anche se il Governo manterrebbe la Delega per poter legiferare autonomamente sul tema senza l’approvazione del Parlamento.[4] Alle basi di questo scontro interno alla maggioranza vi è tuttavia  un’ambiguità di fondo o se preferiamo un tema rilevante che suggerisce soluzioni differenti e tali da dividere anche i legislatori. La normativa attuale, infatti, non riesce ad attribuire correttamente e chiaramente le competenze sulla cyber sicurezza: da un lato abbiamo l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), istituita col D. L. 82/2021 e dipendente dalla Presidenza del Consiglio,[5] mentre dall’altro troviamo i casi di guerra cibernetica relativi alla ‘difesa dello Stato’, che sono di competenza del Ministero della Difesa. Il citato Decreto Legge, ad esempio, stabilisce che l’ACN sia “autorità per la gestione delle crisi informatiche relative alla resilienza delle reti informatiche”,[6] mentre il D. Lgs. 138/2024 dice che “per la parte relativa alla resilienza nazionale [è competente] l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale [, mentre] per la parte relativa alla difesa dello Stato, il Ministero della difesa”; entrambi gli organismi, inoltre, sono considerati “Autorità nazionali responsabili della gestione degli incidenti e delle crisi di cybersicurezza su vasta scala”.[7] Si consideri che per “resilienza nazionale” la legislazione intende un “pregiudizio per la sicurezza nazionale, danno o pericolo di danno all’indipendenza, all’integrità o alla sicurezza della Repubblica e delle istituzioni democratiche poste dalla Costituzione a suo fondamento, ovvero agli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia”.[8] Dov’è la differenza col concetto di “difesa dello Stato”? La attuale normativa non precisa se la cyber sicurezza sia da considerare un tema prevalentemente civile oppure prettamente militare, perché i contorni dei due ambiti sono molto sfumati e parzialmente coincidenti. Secondo alcuni commentatori specializzati[9] lo scontro in atto si starebbe verificando prevalentemente fra il Ministro Crosetto, che rappresenta gli interessi della Difesa e dei Servizi Segreti (è coinvolto, in particolare, il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza), e Alfredo Mantovano, Segretario del Consiglio dei Ministri e legato all’ACN, che pur essendo anch’egli vicino ai Servizi vorrebbe mantenere la cyber sicurezza all’interno della cornice civile. La visione di Crosetto è chiara: “la sicurezza deve (…) essere concepita in senso ampio, estesa all’energia, al digitale, alle catene di approvvigionamento, alla resilienza industriale e alla tenuta della società e delle Istituzioni democratiche»”.[10] Secondo lui, “Il Dicastero dovrà quindi individuare e presidiare lo spazio cyber di interesse Nazionale per la difesa e la sicurezza militare dello Stato, inteso come un vero e proprio ‘campo di operazioni’ nel quale operare senza soluzione di continuità per l’assolvimento dei propri compiti istituzionali. A questo scopo, dovrà essere sviluppata un’Arma Cyber dotata di strumenti operativi efficaci e capace di operare con continuità lungo l’intero spettro delle minacce. Essa dovrà integrare professionalità militari e competenze specialistiche provenienti dal mondo civile, valorizzando progressivamente anche il contributo della Riserva [che si vuole istituire con il DdL precedentemente citato]”.[11] Diversi elementi ci inducono a pensare che prevarrà la lettura e la posizione di  Guido Crosetto.  Ricordiamo la foto del Ministro assieme all’allora Presidente dell’ACN Bruno Frattasi dell’estate 2024, scattata durante una convention di Fratelli d’Italia e non a caso molto commentata. LA SITUAZIONE ALLO STATO ATTUALE DELLA LEGISLAZIONE Per come è definito dalla Legge, il concetto di cyber sicurezza comprende sia la resilienza, la disponibilità, la confidenzialità e l’integrità di reti, sistemi informativi, servizi informatici e comunicazioni elettroniche, che la difesa da minacce esterne agli stessi.[12] Il problema è che nella pratica i due campi non possono essere realmente distinti – né a livello concettuale né, tantomeno, in ambito operativo per la configurazione delle risposte alle minacce. Nei testi di Legge riguardanti l’ACN si trovano riferimenti al concetto di ‘difesa civile’,[13] ma di certo non sono sufficienti fermo restando che ragionare attorno alla difesa civile con le stesse categorie degli anni ottanta (ai tempi della obiezioni di coscienza e in contesti storici ed economici diversissimi da quelli odierni) sarebbe non solo errato ma anche avulso dalla realtà (40 anni fa non si parlava di tecnologie duali, non esisteva l’odierno processo di militarizzazione e per fare un esempio la produzione militare di alcuni grandi imprese allora pubbliche era assai più contenuta di quella dei nostri giorni) Il controllo militare della cyber sicurezza avrebbe un grande impatto su alcuni temi, quali la condivisione delle informazioni e la pianificazione democratica delle risposte da attuare. Non dimentichiamo infatti che proprio legislazione attuale prescrive come la notifica di incidenti “aventi impatto su reti, sistemi informativi e servizi informatici” vada fatta all’ACN, anche se l’apparato militare è esente dall’obbligo.[14] Pure i meccanismi e le procedure – relative allo spazio cyber – per la raccolta dati, il monitoraggio, il controllo, le procedure di verifica e via dicendo sono teoricamente in capo all’ACN, tranne che per le azioni svolte dal comparto militare.[15] Sul piano istituzionale le autorità competenti coordinate dall’ACN sono la Presidenza del Consiglio e tutti i Ministeri – ad esclusione di quello della Difesa, che lavora ‘in proprio’. Sul piano del finanziamento per la guerra informatica, inoltre, il Ministero della Difesa gode di fondi separati[16] che, a differenza di quelli assegnati agli altri Ministeri, non sono soggetti al controllo dell’ACN. Quest’ultima gestisce il Fondo per l’attuazione della Strategia nazionale di cybersicurezza e il Fondo per la gestione della cybersicurezza e ne propone la ripartizione fra i Ministeri al Presidente del Consiglio, verificandone poi le modalità di impiego.[17] Esiste, infine, un piano nazionale di risposta agli incidenti e alle crisi informatiche su vasta scala, che viene aggiornato al massimo ogni tre anni. Questo però è escluso dall’accesso e non soggetto a pubblicazione, ossia è segreto.[18]  Di conseguenza non è lecito conoscere sino in fondo i rapporti di forza tra la componente “civile” e quella “militare” per la gestione della cyber sicurezza. In conclusione, il rischio a cui andiamo incontro è che l’ACN sia progressivamente svuotata di contenuto e competenze, che passerebbero invece direttamente alla  Difesa. Ricordiamo anche che quest’ultima non è soggetta a obblighi di legge nemmeno per quanto concerne l’utilizzo di tecnologie IA, sulla base sia della normativa nazionale che europea,[19] e che gode di una relativa (per ora) autonomia dai processi democratici decisionali e di controllo. Da qui un passaggio di competenze al settore militare dovrebbe indurre a qualche domanda sulla democrazia nel nostro paese sempre che il tema goda della attenzione dovuta e auspicabile. La cyber sicurezza rientra nell’ampio campo di applicazione delle tecnologie duali (cioè a uso sia civile che militare) e quindi l’ambiguità normativa di cui abbiamo parlato non riguarda solo la risposta alle minacce ma la costituzione stesso di uno spazio di sicurezza informatico. L’intenzione del Governo è di foraggiare il mercato e attrarre investimenti creando domanda proprio a partire dalla riduzione dei vincoli d’impiego di tali tecnologie (non per niente le imprese sono chiamate a partecipare alla costruzione della cosiddetta ‘resilienza cyber’ anche all’interno dei testi di Legge citati finora, sul modello statunitense). Si va alimentando in tal modo un circolo (vizioso?) per cui le tecnologie militari vengono trasmesse alla sfera civile, sviluppandosi e diffondendosi, e viceversa. Pertanto, nella narrazione dominante ogni freno alla libera applicazione delle tecnologie dual-use diventa un sabotaggio delle filiere economiche – tant’è che il Governo ha recentemente polemizzato con l’Unione Europea[20] a proposito della possibilità di utilizzare il riconoscimento biometrico delle persone per operazioni di Polizia, che dall’AI Act europeo non è concessa, proprio su questa base. E qualunque iniziativa di boicottaggio  universitario o di semplice critiche alla ricerca duale potrebbe divenire pretesto di ulteriori campagne repressive subordinando il sapere e la ricerca agli interessi economici e militari, impedendo di fatto prese di posizioni contrarie all’utilizzo degli atenei per finalità di guerra.  Emiliano Gentili, Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Note:  [1] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Prosegue la riforma militare: nuovi corpi e una delega al Governo, 27 Giugno 2026, https://www.lordinenuovo.it/2026/06/27/prosegue-la-riforma-militare-nuovi-corpi-e-una-delega-al-governo/. [2] Ministero della Difesa, DDL riforma Difesa: presentato al Ministro il nuovo modello di riorganizzazione delle Forze Armate, 16 Febbraio 2026, https://www.difesa.it/primopiano/ddl-riforma-difesa-presentato-al-ministro-il-nuovo-modello-di-riorganizzazione-delle-forze-armate/89243.html. [3] Schema di Disegno di Legge recante “Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al Governo per la revisione dello strumento militare”. [4] I decreti legge prevedono solo pareri consultivi forniti dalle commissioni parlamentari competenti e il Governo può utilizzarli per riformare le Forze Armate a causa della L. 244/2012. [5] D. L. 82/2021, art. 2, c. 1. [6] D. L. 82/2021, art. 7, c. 2. [7] D. Lgs. 138/2024, art. 2, c. 1, lett. “g”. [8] DPCM 131/2020, art. 1, c. 1, lett. “f”. [9] Cfr. L. Varriale, ACN verso lo svuotamento: la cybersicurezza passa alla Difesa?, 23 Giugno 2026, https://www.matricedigitale.it/2026/06/23/riforma-cyber-acn-difesa-dis-servizi-militari/. [10] G. Crosetto, Atto di indirizzo del Ministro della Difesa 2026, 9 Luglio 2026, p. 10. [11] Ivi, p. 29. [12] Cfr. D. L. 82/2021, art. 1, c. 1, lett. “a”. [13] Cfr. D. L. 82/2021, art. 9. [14] L. 90/2024, art. 1. [15] L. 90/2024, art. 8. [16] L’art. 35-bis, comma 2, del D.L. 7 maggio 2024, n. 60, convertito dalla L. 95/2024, ha istituito nello stato di previsione del Ministero della Difesa un: «fondo per il potenziamento delle capacità di cybersicurezza e delle tecnologie satellitari». Vi sono inoltre una componente molto significativa del PNRR – Missione 1, Componente 1, Investimento 1.5 “Cybersecurity” e altri fondi assegnati dall’ACN al Mef che possono essere in parte stati destinati al Ministero della Difesa in quanto soggetto attuatore di singoli investimenti. [17] Cfr. L. 197/2022, art. 1, cc. 899, 900 e 901. [18] Cfr. D. Lgs. 138/2024, art. 13, cc. 3 e 5. [19] Cfr. AI Act, art. 2, c. 3: «Il presente regolamento non si applica ai sistemi di IA sviluppati o usati per scopi esclusivamente militari». [20] Cfr. Redazione politica de il Fatto Quotidiano, Slitta il voto sul riconoscimento facciale con l’IA. Bruxelles: “Norma Ue vieta la sorveglianza negli spazi accessibili al pubblico”, «il Fatto Quotidiano», 30 Luglio 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Morti in divisa: la strage nascosta dei militari vittime dell’uranio impoverito (e non solo)
Antonio è figlio di Alberto, un militare morto per un tumore scoperto una quindicina di anni dopo una missione militare nei Balcani. Ha scoperto di avere contratto la malattia durante dei controlli di routine. Il tumore non gli ha lasciato scampo, lunga e atroce la sua sofferenza. La famiglia si è rivolta alle associazioni di vittime dell’uranio impoverito, a realtà sindacali e di base nella speranza di trovare ascolto e ricevere sostegno. Parliamo delle vittime dell’uranio impoverito alle quali l’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA) offre assistenza medica e legale gratuita. Una volta scoperta la malattia, urge avviare le pratiche di riconoscimento come vittima del dovere per ottenere gli indennizzi. Nel caso del tumore da amianto esiste una rete consolidata di osservatori e associazioni. Per molte altre tipologie tumorali il riconoscimento si presenta assai più arduo. L’onere della prova spetta alla vittima, a meno che non esista una consolidata giurisprudenza e comprovata documentazione medica e scientifica che metta in relazione la malattia contratta con la presenza in aree contaminate. Marta (nome di fantasia) è invece sorella di un sottotenente che ha prestato a lungo servizio in Afganistan. Questi ha scoperto il tumore al suo rientro in Italia e ha avuto non pochi problemi, vivendo in un alloggio militare dopo la lettera di denuncia che lei aveva mandato alla stampa. Le associazioni di categoria parlano di oltre 400 vittime e oltre 8.000 militari ammalati dopo le missioni internazionali, in particolare nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan. Si scopre la malattia anche dopo 30 anni. Linfomi, leucemie e altre patologie mortali. Sono numerose le sentenze dei TAR e del Consiglio di Stato a favore delle famiglie delle vittime (clicca qui per una sentenza del 2026), stabilendo lo stretto legame tra esposizione all’uranio impoverito e l’insorgenza di patologie tumorali. Alcuni medici non nascondono la preoccupazione per le popolazioni dei Paesi attraversati dalle guerre. Le vittime e gli ammalati di tumore potrebbero essere decine di migliaia e solo per avere respirato aria tossica, bevuto acqua e ingerito verdure o carni a loro volta contaminati. Intanto, sono innumerevoli le cause intentate contro il Ministero della Difesa e molte sentenze confermano l’origine dei linfomi nella esposizione alle nanoparticelle in ambienti compromessi dai bombardamenti con proiettili all’uranio impoverito. Lunghe perizie, cause infinite e alla fine vittoriose, richieste di risarcimento, pubblicazioni e articoli sulla stampa denunciano una condizione diffusa. Sono migliaia i militari esposti a pericoli oggettivi nei teatri di guerra. Sul banco degli imputati non siederanno mai i responsabili, quei capi di Stato, i vertici degli eserciti, i grandi capitalisti, i giornalisti che hanno contribuito alla guerra. Non siamo assetati di vendetta, ma di verità e ricordiamo quando la denuncia della estrema nocività dei sistemi d’arma veniva accolta con folle sarcasmo e sminuita, evitando di stabilire la correlazione causale tra le sostanze cancerogeni presenti nell’ambiente e l’insorgere della malattia. Ci sono voluti anni prima che il coraggio civico di qualche giornalista squarciasse il velo di silenzio e di ipocrisia che impediva di guardare con obiettività alla guerra, alla devastazione ecologica e umanitaria. Molti anni prima del Kosovo è stato difficile dimostrare quanto influisse l’esposizione ambientale agli agenti biologici, chimici e fisici cancerogeni. Resta il fatto che dagli ambienti militari non trapelano notizie sulle iniziative, eventuali, intraprese dai vertici delle forze armate per prevenire in futuro situazioni analoghe. L’ onere della prova spetta sempre al diretto interessato, o ai familiari, perché molte cause sono giunte a sentenza dopo la morte del ricorrente. Non sappiamo quanti saranno gli ammalati nei prossimi anni, se sorgeranno altre tipologie di tumore oltre a quelle già tristemente note. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università invita medici e associazioni che lavorano per la salute pubblica a fare rete (cfr. Scienza in rete, Associazione Nazionale Vittime Uranio Impoverito, Osservatorio Amianto, il Centro Iniziative per la Verità e la Giustizia), a coordinarsi per dare vita a una campagna informativa, specie oggi che stanno nascendo nuovi e nefasti sistemi d’arma. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Le parole della guerra: un podcast su come la lingua può normalizzare la violenza
La giornalista Francesca Mannocchi, insieme a Chora Media ed Emergency, ha creato un podcast dal titolo Le parole della guerra. In questo lavoro la sua riflessione si concentra su come la lingua con cui si racconta una guerra non descriva la realtà ma la produca sulla base degli interessi di chi la guerra la racconta. Ciò avviene perché le parole hanno la capacità di plasmare la percezione collettiva e di decidere cosa si possa dire e cosa no, chi può essere sacrificato, che cosa è un crimine e cosa è semplicemente una procedura. Questi aspetti si possono comprendere a pieno se si considera che la lingua utilizzata per raccontare una guerra è anche la stessa che la prepara. In un processo lento, ma scrupoloso e ripetitivo, le persone vengono abituate all’idea della violenza e si inizia a definire il nemico. Nel costruirsi del discorso bellico emerge soprattutto la necessità di creare una distanza tra come i fatti vengono raccontati e come questi sono accaduti realmente. Francesca Mannocchi sottolinea, giustamente, che questa distanza non è fatta soltanto di omissioni e mistificazioni ma segue una logica precisa. Gli eserciti hanno capito che la lingua è un campo di battaglia e che bisogna combattere su questo campo con strumenti precisi: 1) la sostituzione. Questa tecnica consiste nel trasformare persone e luoghi in delle categorie astratte. Ad esempio, un uomo che rientra a casa diventa “un individuo che si sposta nell’area operativa”, una città assediata si trasforma in un “teatro delle operazioni”. Ogni sostituzione riduce la complessità del reale, lo spessore esistenziale degli individui in gioco e trasforma la vita in qualcosa da classificare, una procedura amministrativa da cui ci si sente distanti. Ciò consente di rendere accettabile la violenza ed è proprio per questo che generalmente nei comunicati militari si usa la sostituzione. 2) Inversione della causa. In questo caso chi spara risponde sempre a qualcosa. Lo fa sempre per reazione e quindi c’è sempre legittimità dell’operato; infatti, chiunque venga messo nella condizione di dover rispondere ad una minaccia è giustificato nelle proprie azioni, anche le più crudeli. 3) L’uso dei verbi della coscienza interiore, ad esempio percepire, ritenere, credere. Questi verbi servono a creare uno scudo intorno a ciò che viene percepito, sentito, ritenuto. La coscienza interiore non è attaccabile perché rimanda ad una sfera impenetrabile. La soggettività del soldato diventa la misura di tutto. 4) Il passivo senza agente. Ad esempio, quando si legge “i civili sono stati colpiti” senza che venga esplicitato chi sia l’autore del gesto. Questa tecnica serve a trasformare la violenza in un evento naturale, un qualcosa che accade da solo e di cui non si può incolpare nessuno. Questi meccanismi sono stati affinati nel corso dei decenni e sono diventati automatici. Hanno subito una sorta di naturalizzazione; si ritrovano nella stampa e nella politica plasmando la percezione collettiva, entrano nei tribunali e regalano l’impunità. Si mescolano con la vita quotidiana e fanno della violenza qualcosa di ordinario. Così, ad esempio, i bambini e le bambine palestinesi imparano che la guerra è il loro destino. La violenza non solo viene giustificata nel passato ma è resa pensabile anche nel futuro. Di fronte a una tale deumanizzazione chiedere giustizia – per un nonno di Nablus che deve accudire i suoi nipoti rimasti orfani per un attacco ingiustificato di soldati israeliani in borghese – significa innanzitutto restituire il nome, fare di un veicolo percepito come una minaccia terroristica, una famiglia che è stata uccisa mentre tornava a casa. Francesca Mannocchi ricorda infine l’articolo 11 della Costituzione, come chi lo ha scritto avesse conosciuto gli orrori della guerra e volesse rifiutare non solo i fatti atroci di cui è stato o è stata testimone ma anche le parole con cui la guerra era stata prima preparata e poi raccontata. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non possiamo non essere d’accordo con le parole di questo podcast. Sono parole che innanzitutto ci riportano al presente, ad un momento in cui la forte crescita degli investimenti in ambito militare si accompagna ad una normalizzazione della violenza e ad una giustificazione della guerra su scala planetaria. Pensiamo dunque che sia importante fare controinformazione mostrando il vero volto della guerra e le conseguenze nefaste di una crescente militarizzazione della società. Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=0DD56G4OIck Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Le complicità del mondo militare nelle stragi che hanno insanguinato l’Italia
In occasione della ricorrenza della strage di Bologna del 2 agosto 1980, vogliamo proporre una breve rassegna dei casi in cui si sono verificate complicità delle Forze Armate, dei servizi d‘intelligence e del sistema militare in generale nelle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese. La storia d’Italia è stata segnata da gravi episodi di terrorismo e stragi, spesso ordite da ambienti di estrema destra, in cui le indagini giudiziarie, le sentenze e i lavori delle Commissioni Parlamentari d’Inchiesta hanno accertato forme di complicità, depistaggio o coinvolgimento di esponenti del mondo militare e dei servizi di sicurezza (spesso legati a strutture parallele come l’organizzazione Gladio/Stay Behind). Di seguito viene riportata una tabella sintetica con le principali stragi e i relativi elementi di coinvolgimento o complicità emersi e documentati in maniera ufficiale dal mondo militare e d’intelligence. StrageElementi di complicità, coinvolgimento o depistaggio militareStrage di Portella della Ginestra (1 maggio 1947)Elementi dei servizi di sicurezza e dell’intelligence militare (allora SIM) furono accusati di legami con la banda Giuliano per contrastare l’avanzata delle sinistre, con omissioni e depistaggi successivi sui mandanti politici.Strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969)Sentenze definitive hanno accertato il ruolo centrale dei vertici del SID (Servizio Informazioni Difesa), guidati dal generale Gianadelio Maletti e dal capitano Antonio Labruna, nel proteggere e favorire la fuga all’estero di terroristi neri responsabili dell’attentato, come Giovanni Ventura e Marco Pozzan.Strage di Peteano (31 maggio 1972)Le indagini del giudice Felice Casson accertarono che l’esplosivo (C4) usato per la bomba proveniva dal deposito segreto di Nascia (struttura Gladio/Stay Behind). Alti ufficiali dell’Arma dei Carabinieri (tra cui il generale Donato Loprete e il colonnello Dino Mingarelli) e dei servizi furono condannati per aver depistato le indagini accusando falsamente la malavita locale.Strage della Questura di Milano (17 maggio 1973)Gianfranco Bertoli, l’attentatore anarco-individualista (in realtà infiltrato e informatore dei servizi), risultò avere legami con ambienti legati al SIFAR/SID. Le indagini evidenziarono omissioni nel controllo dei suoi spostamenti prima dell’attentato.Strage di Piazza della Loggia (28 maggio 1974)Le sentenze di condanna del 2015 e del 2017 hanno confermato il ruolo di Maurizio Tramonte, militante di Ordine Nuovo ma contemporaneamente informatore “Fonte Tritone” dei servizi segreti militari (SID). Il SID era a conoscenza dei preparativi della strage ma non intervenne per bloccarla.Strage del treno Italicus (4 agosto 1974)La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla Loggia P2 ha evidenziato come la pianificazione dell’attentato fosse legata ad ambienti eversivi della destra protetti da frange deviate dei servizi di sicurezza militari, i quali operarono per occultare le responsabilità.Strage di Bologna (2 agosto 1980)Sentenza definitiva per depistaggio per i vertici del Sismi (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare): il generale Pietro Musumeci, il colonnello Giuseppe Belmonte e il direttore generale Giuseppe Santovito (tutti iscritti alla P2) piazzarono valigie piene di esplosivo e armi su un treno a Taranto per sviare le indagini verso una fittizia pista internazionale.Strage di Ustica (27 giugno 1980)Le inchieste giudiziarie (in particolare le ordinanze del giudice Rosario Priore) e le sentenze civili hanno accertato che i vertici dell’Aeronautica Militare Italiana attuarono un sistematico “muro di gomma”, distruggendo tracciati radar (tra cui quelli di Marsala e Licola), falsificando i registri di volo e occultando informazioni sulla presenza di caccia alleati nel cielo del disastro per nascondere lo scenario di guerra aerea. Citiamo a parte il disastro aereo dell’Istituto Salvemini (6 dicembre 1990), in quanto in quel caso si trattò di un incidente aereo. Si trattava di un aereo in avaria dell’Aeronautica Militare italiana  fuori controllo che precipitò e si schiantò contro l’Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno (Bologna), causando la morte di 12 persone e il ferimento di altre 88 persone. Ma ci sembra comunque doveroso citarlo per far comprendere i rischi dell’attività militare per la vita delle persone e per la società. È questa complicità conclamata e passata in giudicato legata agli ambienti militari che ci pone qualche perplessità in relazione, ad esempio, all’affidamento dell’insegnamento dell’educazione civica e dell’educazione alla legalità nelle scuole alla Forze Armate. Sapendo poi che i nostri militari sono impegnati in missioni di guerra all’estero senza discussione parlamentare e non in “difesa della Patria” (ex art. 52 Costituzione), ma in difesa degli “interessi” nazionali/privati (clicca qui per la notizia), allora ciò pone ulteriori problemi nell’ingresso dei militari all’interno delle nostre scuole. Qui, tuttavia, ci siamo limitati alle complicità delle Forze Armate, ma ci sarebbe da scrivere anche in relazione alle Forze dell’Ordine. Magari prossimamente dedicheremo un articolo anche a questo tema. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato anche su www.pressenza.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Campanelli d’allarme inascoltati. Alla scuola della Guardia di Finanza di Coppito (AQ) si muore a 22 anni.
All’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è arrivata segnalazione riguardo la morte di una giovane finanziera di ventidue anni, caduta dal terzo piano della scuola della Guardia di Finanza a Coppito, a l’Aquila. Non è dato sapere altro, se si tratti di una caduta accidentale, di un suicidio o di altro ancora. Gli inquirenti hanno avviato una indagine e nel frattempo, all’indomani del fatto, trapelano notizie sulla caserma sia da parte della senatrice AVS Ilaria Cucchi sia dal sindacato dei Finanzieri. Fanpage annuncia per i prossimi giorni una interrogazione parlamentare della senatrice Ilaria Cucchi, che negli ultimi mesi era già intervenuta sugli addestramenti alla scuola dei Finanzieri con una prima interrogazione alla quale non è mai arrivata risposta. Riportiamo dall’articolo le parole della senatrice: «Denunciamo che da quella scuola sono arrivate numerose segnalazioni per fatti molto gravi. Il primo aprile del 2025 ho presentato la prima interrogazione, dopo aver ricevuto le prime segnalazioni dal Sindacato Finanzieri Democratici. Mi segnalavano vessazioni fisiche e psicologiche, privazione del sonno, docce fredde, un solo bicchiere d’acqua al giorno e l’impossibilità di curare l’igiene personale in modi e tempi umanamente civili. Nelle settimane precedenti era avvenuto anche un tentativo di suicidio, e prima ancora una denuncia per violenza sessuale su un’allieva. Un’altra allieva denunciava “regole da campo di concentramento”, il divieto di guardarsi negli occhi tra compagni, il dover marciare con il ciclo senza la possibilità di andare in bagno, finché il sangue non le scorreva sugli scarponi. Ho chiesto, allora, se i ministri competenti fossero a conoscenza di queste condizioni e quali verifiche intendessero avviare. Silenzio. Un mese e mezzo fa». Questo il sistema educativo, che include (ma non si limita) allo spettro, mai tramontato, del nonnismo, con il solito armamentario di privazioni, pressioni e vessazioni fisiche e psicologiche. Abbiamo trovato una definizione di nonnismo sul portale difesa, la riportiamo integralmente anche per mostrare una certa compiacenza non con la prevaricazione in sé, ma con una nostalgica ed edulcorata lettura della figura del nonno, dell’anziano in caserma: «In caserma la figura del “nonno” aveva anche accezioni positive, giacché per molti era colui che possedeva le coordinate giuste per guidarti in un mondo nuovo e irto di tranelli. Purtroppo a prevaricare erano sovente le dinamiche del branco che – a guardar bene – non sono le stesse che amalgamano un reparto militare. L’atto di prevaricazione, infatti, era comunque un imprinting individuale probabilmente già insito nell’individuo durante la sua vita da “borghese”: gli ufficiali o i sottufficiali conoscevano il problema, forse lo sottovalutavano oppure ci convivevano, ma dobbiamo essere sicuri che non lo promuovessero in linea ufficiosa. La magistratura farà chiarezza». L’articolo è di quasi dieci anni fa e difende a spada tratta la cultura militarista, auspicando che gli eccessi individuali siano individuati e perseguiti dalla Magistratura. La domanda che l’Osservatorio ha rivolto tante volte è se certi comportamenti non siano invece favoriti da ogni ambiente caratterizzato da forte gerarchizzazione dei ruoli, catena verticistica del comando, esaltazione della cultura e delle pratiche militariste (vedi qui). È importante la denuncia del Sindacato dei Militari, inviata tramite pec alla Procura dell’Aquila e al Comando Generale della Guardia di Finanza: si chiedono non solo accertamenti ispettivi immediati sui metodi di istruzione e di addestramento degli allievi e delle allieve, ma si torna a denunciare le condizioni strutturali degli immobili e le forti pressioni psicofisiche, dubitando della loro stessa compatibilità con le norme a tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Richieste di accertamenti che richiamano l’attenzione sulle condizioni materiali di vita degli allievi e delle allieve e sui metodi di insegnamento. Un capitolo mai chiuso che puntualmente torna a riaprirsi ogni qual volta cresce il plauso dei Governi verso la cultura militarista. Le caserme siano strutture con pareti di cristallo giusto a ricordare che quanto accade al loro interno ci riguarda tutti e tutte. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Perché così tanti suicidi tra i carabinieri?
Volendo approfondire gli interrogativi contenuti in un nostro recente intervento sui suicidi in divisa, (clicca qui) provo a dare una risposta al quesito che abbiamo posto nel titolo di questo articolo, attraverso una serie di mie testimonianze dirette che possono avvalorare la tesi più sotto descritta. Ricordo ancora, come se fosse ieri, l’allora ufficiale dei Carabinieri, Sgroi. Nel 1990 era insegnante presso la Scuola Carabinieri di Benevento, proveniente dalla dura gavetta della territoriale nella Locride, nel pieno delle faide tra cosche, col ruolo di sottufficiale e prima ancora di carabiniere semplice. Rosso in volto, alzò gli occhi dal foglio con l’elenco di noi allievi usato per l’appello e rivolgendosi con tono minaccioso, verso un allievo dal cognome a dir poco “imbarazzante”, lo pronunciò scandendolo, lettera per lettera, a voce alta. Tutti noi, militari di leva privilegiati perché parte della prestigiosa arma dell’Esercito italiano e con uno stipendio a fine mese, eravamo tutti coscienti di avere un “asterisco”, accanto al nostro nome che indicava chi “garantiva” per noi. Ma oltre a questo sistema informale, ce n’era uno, parte di quelle regole ufficiali di cui l’Arma andava e va fiera: la procedura imponeva di scandagliare, fino al terzo grado di parentela, la rete sociale di provenienza. Nel caso descritto, però, qualcosa, nel processo di “selezione”, al di là dei test psico-attitudinali, era andato in un verso che non soddisfaceva affatto l’allora tenente Sgroi. Eravamo, all’epoca (1990/91), non solo nel pieno delle faide tra le ‘ndrine, prime fra tutte quelle di San Luca (RC), ma anche dell’offensiva dello Stato contro la mafia con in prima linea Falcone e Borsellino, pur se tra mille polemiche, proprio nei loro confronti, da più parti della politica. Questo era il clima, quindi, alle soglie di ciò che poi fu chiamata la “trattativa Stato-mafia” a seguito non solo delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, ma soprattutto della strategia che portò alle bombe fatte scoppiare a Roma, Firenze e Milano in altrettanti luoghi simbolo della cultura e dell’economia italiana. Infervorato anch’io da uno spirito giustizialista, che caratterizzava mezza Italia dell’epoca, da destra a sinistra e deciso a passare dalla teoria alla pratica sul campo, a metà del mio percorso di studi universitari giuridico-sociali, entrai dalla “porta di servizio” dell’Arma, cioè come ausiliario, ma senza lasciare nel cassetto l’occhio del giornalista. L’espressione del tenente Sgroi alla vista di un cognome che ben conosceva, fu quindi un fatto che mi fece riflettere, ma che si aggiunse a molte altre contraddizioni. Nelle scuole carabinieri, infatti, i militari di carriera, ci capitavano fondamentalmente per due motivi. Il primo, come pausa da un periodo di stress lavorativo sul campo, il secondo, per riparare alcune “sbavature” durante il servizio, insomma un modo per allontanare il milite dall’operatività e dai riflettori, per esempio dopo un caso eclatante di “mala-polizia” con il solito strascico di polemiche sui mass-media. Questi trasferimenti possono essere visti come “protettivi” a favore del milite, ma anche come trasferimenti totalmente discrezionali in chiave punitiva un po’ come nei polizieschi d’azione degli anni ’70, in cui ogni tanto spuntava la classica battuta vendicativa e minacciosa del superiore: “ti mando a dirigere il traffico”. Casi di eccesso colposo di legittima difesa coinvolgevano, purtroppo, anche militari di leva, per definizione inesperti perché con soli due mesi di preparazione, come fu il caso, sempre in quegli anni, di un ex-allievo della scuola di Benevento che pochi giorni dopo aver preso servizio alla territoriale di Napoli, mentre era in macchina, appartato con la fidanzata, sparò a bruciapelo ad un rapinatore. Dieci anni dopo, la stessa inesperienza, si rivelò altrettanto fatale nel caso di Carlo Giuliani durante il G8 a Genova. Da una parte si diceva di lasciare l’arma, possibilmente smontata, in un cassetto quando non si era in servizio, mentre negli altri casi veniva presentata quasi come un oggetto ornamentale, da usare praticamente mai e semmai solo in caso di estrema necessità partendo sempre dai classici spari, in aria, di avvertimento. Dall’altra parte però, nel mio caso, in servizio presso la Scuola Ufficiali Carabinieri, emergevano altre contraddizioni come le testimonianze dirette di commilitoni sparsi in varie parti d’Italia che raccontavano di armi “aggiuntive” tenute nel portaoggetti della volante, soprattutto se si operava in zone “calde”, così come di proiettili, anch’essi in aggiunta a quelli d’ordinanza in teoria contati e numerati. Nel mio caso, però, furono però i racconti di “banali” e reiterati fenomeni di piccola e grande corruttela, legati agli appalti anche per semplici forniture di materiali, ad evidenziare la contraddizione più eclatante. Analizzando le due tipologie di malversazione, non può bastare una semplicistica riflessione di tipo “statistico” che vorrebbe attribuire tutte queste contraddizioni ad una fisiologica percentuale di “malaffare” e di comportamenti eticamente discutibili che interessa, in modo analogo, anche la popolazione nel suo complesso. Un caso di abuso di potere, di uso delle forza e/o violenza o di corruzione che coinvolge un corpo dello Stato che per sua stessa missione dovrebbe invece combatterlo, non ha lo stesso peso di quelli che si riscontrano in altri ambiti della pubblica amministrazione né tantomeno nella società nel suo complesso. Né la numerosità dei casi, per esempio quelli più eclatanti ed odiosi di mala-polizia, ci legittimano, ogni volta, a riproporre la metafora della mela marcia. Non si tratta, infatti, di pochi casi isolati. Furono ad esempio decine i casi di violenze commesse una quindicina di anni fa, da una ventina di carabinieri nelle caserme di Aulla, Albiano Magra e Licciana Nardi in Lunigiana che secondo il procuratore di Massa Carrara, Aldo Giubilaro, aveva reso l’abuso “quasi una normalità” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/14/massa-carrara-arrestati-4-carabinieri-per-falso-e-lesioni-il-pm-abusi-erano-quasi-una-normalita-nessuno-sopra-la-legge/3659392/). Altrettanti carabinieri a Piacenza, pochi anni dopo, si resero protagonisti di reati quali peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica in atti pubblici, rivelazione di segreti d’ufficio, lesioni personali aggravate, arresto illegale, perquisizioni e ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, tortura, estorsione, truffa ai danni dello Stato, ricettazione, traffico e spaccio di stupefacenti (https://www.quotidiano.net/cronaca/piacenza-carabinieri-arrestati-b899f344). In quest’ultimo caso, i vari filoni di indagine, alla fine hanno coinvolto fino a 30 carabinieri e gli strascichi dei vari gradi di giudizio sono ancora in corso. Dalle testimonianze dirette raccolte dall'”ultima ruota del carro”, ai casi da prima pagina, tutto concorre quindi a formulare come ipotesi che l’elevata percentuale di suicidi nell’arma, in alcuni anni seconda soltanto a quelle registrate nella Polizia penitenziaria, sono da ricollegare a queste profonde contraddizioni vissute tragicamente da alcuni militari che ogni giorno, recandosi in caserma leggevano il motto “nei secoli fedele” in calce allo stemma araldico dell’Arma. Un altro elemento di cui tener conto è il cosiddetto “spirito di corpo”, ovvero le silenziose ed intime connivenze che erigono muri di gomma a volte invalicabili se non a distanza di anni come fu nel caso di Stefano Cucchi dove le coperture e gli insabbiamenti arrivavano fino ai gradi più alti dell’Arma (https://www.today.it/cronaca/caso-cucchi-carabinieri-depistaggi.html): ci vollero ben dieci anni di riflessione affinché il carabiniere Francesco Tedesco trovasse l’energia sufficiente per valicare quel muro e raccontare in Tribunale come andarono effettivamente i fatti. Qui non si vuole affermare che tutti i casi di suicidio siano riconducibili a questi travagli interiori a seguito di queste contraddizioni vissute sulla propria pelle ma nemmeno può essere accettabile che ad ogni suicidio si faccia a gara per individuare tutti quegli elementi di fragilità psicologica individuale che ne spieghino le principali motivazioni di fondo: nessuno, infatti, ad oggi, si è preso la responsabilità di indagare a fondo, tramite un’indagine sociologica, quella zona grigia costituita da quel confine labile tra codice penale militare di pace e codice penale militare di guerra e relativi codici di procedura. In sintesi, nessuno si è mai posto la questione di indagare le ripercussioni psicologiche dei cosiddetti margini di discrezionalità del comando che sussistano lungo tutta la catena di comando militare. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Perbacco.com: Spara che ti rinfresca
DI ANTONIO DI BACCO SU PERBACCO.COM DEL 26 GIUGNO 2026 Ospitiamo con piacere il contributo scritto da Antonio Di Bacco, pubblicato su Substack il 26 giugno 2026, in cui cita il lavoro di denuncia fatto dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, partendo dalla diffusione ancora oggi dei giocattoli che richiamano alla guerra. Nel suo articolo ricorda la possibilità per docenti e genitori di sottrarsi alle attività organizzate a scuola con i militari. Per farlo potete usare il nostro Vademecum con modelli di mozioni da presentare nel Collegio docenti, opzioni di minoranza, diffide per genitori e studenti, diffide ai dirigenti. Riguardo alla raccolta firme per Un’altra difesa è possibile, citata nell’articolo, vi invitiamo a leggere qui alcune delle perplessità emerse negli ambienti pacifisti e antimilitaristi e che consideriamo degne di nota. «Dai fucili ad acqua agli zainetti Folgore: come ci si abitua alla divisa, partendo dai più piccoli. […]  Una volta era la pistola a tappo o, al massimo, la canna del giardino puntata sul fratello o il gavettone a tradimento che però più facilmente non arrivava al bersaglio. Adesso è un fucile d’assalto in miniatura, mitra con il caricatore a serbatoio da oltre 1 litro, repliche sempre più fedeli all’originale.  […] Passando dal parco giochi ai banchi di scuola, alcune aziende come Giochi Preziosi hanno pensato bene di vendere zainetti “Esercito”, “Folgore” o “Alpini” con uno slogan che è già tutto un programma: “Per sentirsi sempre in missione”…continua a leggere su www.perbacco.substack.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente