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Dalla fantasia alla realtà, e viceversa: la rotta ‘scombussolata’ del potere dominante nella modernità
Il sociologo Lelio Demichelis presenterà il proprio libro intitolato
Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male all’incontro,
organizzato dalla Rete delle Alternative, in svolgimento a Casale Monferrato la
sera di giovedì 5 marzo prossimo.
Casualmente, o forse no, pubblicato dalla casa editrice denominata Derive
Approdi, il testo si ispira alla Nave dei Folli dipinta da Hieronymus Bosch nel
1494.
Sicuramente il soggetto del quadro era ricorrente della tradizione popolare del
XV secolo.
Nel medioevo la nave dei folli veniva rappresentata alle sfilate carnevalesche
per ridicolizzzare i potenti e nella letteratura è stata rappresentata in una
parodia dell’Odissea, il poema, composto da Jacob van Oestvoren nel 1413,
narrando le tragicomiche avventure di una compagnia di libertini imbarcati su un
vascello alla deriva.
Casualmente, o forse no, due anni prima che il pittore la dipingesse, nel 1492,
era cominciata una nuova epoca, poiché la ‘scoperta dell’America’ aveva
inaugurato la modernità cambiando la Weltanschaung (visione del mondo), da
allora in poi diventato ‘globale’.
Casualmente… questa ‘rivoluzione’ di ogni prospettiva, dalla sfera cognitiva a
tutte le dimensioni ed estensioni della realtà, era conseguita alla folle
impresa condotta da un navigatore visionario, casualmente italiano e ligure.
Curiosamente… il personaggio iconico protagonista delle tragicomiche
avventure nei tempi moderni italiani, il ragionier Ugo Fantozzi, è una figura
emblematica ideata e interpretata dal genovese Paolo Villaggio e la Nave dei
Folli è stata riproposta come tema del Carnevale di Genova del 2023.
L’analisi dendrocronologica condotta nel 2001 ha accertato che La Nave dei Folli
è stata dipinta sullo stesso pannello ligneo insieme ad altre due opere,
l‘Allegoria dei piaceri e la Morte di un avaro, che formavano un trittico e,
accanto al Venditore ambulante, compongono un ciclo di rappresentazioni con cui
il pittore fiammingo ha illustrato i paradossi del presente nella propria epoca.
E nello stesso anno in cui Hieronymus Bosch la raffigurava, la nave dei folli
veniva descritta nella commedia satirica composta dal tedesco Sebastian Brant,
intitolata Das Narrenschiff (La Nave dei Folli), a cui il filosofo francese
Michel Foucault fece riferimento nella propria tesi di dottorato, e sua ‘opera
prima’, stampata nel 1961 con il titolo Folie et Déraison. Histoire de la folie
à l’âge classique, un libro che in Italia è stato tradotto ed edito nel 1976 e
risposto nel 2025 (Storia della follia nell’età classica).
Casualmente, o forse no, nel 2025 è stato pubblicato Tecno-archía il cui autore,
il sociologo Lelio Demichelis, a sua volta si è ispirato all’iconologia della
nave dei folli e, inoltre, fa esplicito riferimento a un altro caposaldo della
filosofia politica post-moderma e dellastoria contemporanea: il libro pubblicato
nel 1963 e intitolato La banalità del male (Eichmann in Jerusalem: A Report on
the Banality of Evil) in cui, approfondendo la descrizione dei fatti di cui
aveva riferito con i propri reportage pubblicati sul settimanale The New Yorker
come corrispondente da un processo a un nazista incriminato, e condannato a
morte, Hannah Arendt affronta la questione allora cruciale e oggi tanto attuale
delle responsabilità morali di un’intera generazione per le atrocità compiute
sotto gli occhi di tutti.
> Tecno-archía è il nome che Lelio Demichelis dà alla modernità e alla sua
> razionalità strumentale/ calcolante-industriale (in verità irrazionale, con
> crisi sociale e climatica insieme).
>
> La tecno-archía domina il mondo da tre secoli ed è arrivata oggi a produrre
> algoritmi, IA e uomini sempre più dipendenti dalle macchine, oltre
> all’ecocidio.
>
> Sembra la Nave dei folli del pittore Hieronymus Bosch, senza vele e timone e
> carica di un’umanità impazzita. A differenza di quella Nave, però, ha una
> rotta ben definita e vele spiegate: si chiamano profitto, digitalizzazione e
> sfruttamento illimitato di uomini e biosfera.
>
> Lelio Demichelis propone una critica radicale an-archica e demo-cratica al
> potere totalitario dominante, al sistema tecnico e alla nuova classe delle
> macchine.
>
> Un libro decisamente controcorrente.
>
> Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male – 2025
La Rete delle Alternative accoglierà Lelio Demichelis a Casale Monferrato (sala
Giumelli – piazza C. Battisti, 1) alle 21:00 di giovedì 5 marzo prossimo:
“Dialogando con Alberto Deambrogio, Lelio Demichelis presenterà un testo che non
è nichilista. Al contrario, è un appello accorato alla riscoperta della politica
e dell’etica. Ci inviterà a tornare ad essere soggetti invece che utenti, a
rivendicare il diritto all’errore, all’inefficienza, al silenzio. La sua è una
resistenza umanistica che passa per la riappropriazione del linguaggio e del
pensiero critico. In un’epoca dominata dall’algoritmo, Demichelis ci condurrà
attraverso un’analisi lucida e coraggiosa del nostro presente, paragonando
l’umanità contemporanea alla celebre Nave dei folli di Bosch: un’imbarcazione
alla deriva, in balia di una razionalità tecnologica che sembra aver smarrito il
senso dell’umano. Il sottotitolo, richiamando esplicitamente Hannah Arendt,
solleva interrogativi urgenti sulla banalità digitale e su come la delega totale
alle macchine stia riconfigurando il potere e la democrazia. La banalità
digitale si manifesta nell’accettazione passiva degli algoritmi, nella delega
alla nostra capacità critica a sistemi di calcolo e nella trasformazione della
vita in un flusso ininterrotto di dati. Il male oggi non è un evento tragico e
riconoscibile, ma un processo silenzioso di svuotamento dell’umano, una
burocratizzazione dell’esistente mediata dagli schermi”.
L’incontro è anticipato dall’intervista pubblicata il 9 gennaio scorso su
ALTERNATIV@
CONTRO LA GABBIA FATTA DI NUMERI, CALCOLO, CALCOLABILITÀ DEL SISTEMA
CAPITALISTICO NEOLIBERALE – TRE DOMANDE A LELIO DEMICHELIS
Alberto Deambrogio: Spesso si parla di algoritmi come strumenti tecnici di
controllo, ma lei introduce il termine tecno-archia per suggerire un vero e
proprio regime ontologico. In che modo questa “archia” (questo comando)
differisce dalle forme di totalitarismo del Novecento, e perché oggi
l’obbedienza al sistema sembra passare attraverso la ricerca individuale di
performance e autorealizzazione?
Lelio Demichelis: Differisce nel senso che è la Tecno-archía (totalitaria per
sua essenza) ad avere permesso la nascita poi dei totalitarismi politici del
‘900. Ma totalitaria era anche la società tecnologica avanzata, come la definiva
Marcuse negli anni ’60. Quindi gli algoritmi non sono solo strumenti tecnici di
controllo, ma una delle forme tecniche ontologiche per il governo
eteronomo della vita degli uomini in una società tecnica, dove l’uomo sta
smettendo pure di pensare, lasciandolo fare alla IA. Ma tutto ha la
sua radice nella modernità, nella rivoluzione scientifica e poi industriale e
la Tecno-archía è iper-totalitaria e produce e sussume in sé anche totalitarismi
apparentemente settoriali – come quello oggi digitale, ieri quello industriale e
consumistico. Tecno-archía che si esprime nella ontologia della razionalità
strumentale/calcolante-industriale, intendendo per ontologia il senso omologato
e uniforme del come dover vivere, del cosa dover pensare e fare,di tutti e di
ciascuno. È il potere archico non tanto di singoli uomini (come la monarchia o
l’oligarchia), ma di un sistema di pensiero, del fatto sociale
totale-totalitario della iper-modernità digitale, che ha chiuso tutti noi in
una gabbia fatta di numeri, di calcolo e di calcolabilità, di pianificazione
archica, di standardizzazione anche se tutto è offerto come sempre nuovo e
diverso. E crediamo che questo sia razionale confondendo l’esatto matematico con
il giusto morale – mentre è una razionalità irrazionale, una Nave dei folli–
dove sfruttamento si affianca ad auto-sfruttamento, libertà a repressione, crisi
climatica e sociale a edonismo e irresponsabilità.
A.D.: Se la tecnica non è più un mezzo ma il fine ultimo che tutto sussume, che
spazio rimane per il “politico” inteso come capacità di immaginare alternative?
La tecno-archia ha definitivamente neutralizzato la dialettica tra capitale e
lavoro, trasformandoci tutti in semplici “funzionari” di un apparato che non
prevede più il dissenso?
L.D.: Apparentemente nessuno spazio, se il politico è stato tradotto/tradito
in tecnico ed economico. Per ritrovare
il politico dovremmo uscire dalla Tecno-archía – e questa uscita è per me il
nuovo spazio politico e del politico da costruire. La democrazia, nella Grecia
antica, nasce quando il demos prende consapevolezza del proprio potere (crazia e
non archía) e depone l’oligarchia. Oggi vige ovunque il medesimo regime
ontologico/teleologico (l’archía) di accrescimento illimitato e di volontà di
onnipotenza. E quindi, deporre la Tecno-archía sembra essere l’unica e
ultima possibilità rimasta, difficile ma necessaria. Purtroppo, in questo non ci
aiuta il marxismo che non solo ha accettato il potere archico del
capitalismo/neoliberalismo, ma da sempre rifiuta di comprendere il potere
archico in sé e per sé della tecnica moderna e industriale – tecnica che mai
libera l’uomo (rifiutando, essendo un potere archico, uomini liberi e autonomi,
li vuole funzionali e produttivi sempre di più) –;ovvero è l’organizzazione
tecnica della fabbrica e non la proprietà dei mezzi di produzione la causa
dell’oppressione sociale, come scriveva Simone Weil e oggi tutta la società è
diventata una fabbrica; e il taylorismo è l’ontologia tecno-archica che si fa
prassi, oggi digitale e che ha scomposto la fabbrica, la classe operaia e lo
stesso individuo (facendolo divisum) – e da ultimo la conoscenza, nel taylorismo
cognitivo della IA – perché tutto possa essere così meglio sussunto/integrato
nell’archía. Ovvero: le sinistre continuano a non voler capire che tra uomo,
libertà, democrazia e biosfera da un lato e Tecno-archía dall’altro
ogni compromesso (come tra capitale e lavoro) è controproducente.
A.D.: Nel suo libro emerge l’idea di un’umanità che si adatta plasticamente alle
esigenze della macchina. In questa mutazione antropologica, è ancora possibile
rintracciare un “residuo umano” che sfugga alla logica dell’efficienza, o la
nostra stessa psiche è diventata un’estensione del software globale?
L.D.: Questo adattarci alle macchine – alla Tecno-archía – è ben riassunto dal
motto dell’Esposizione Universale di Chicago del 1933: La scienza scopre,
l’industria (cioè la tecnica) applica, l’uomo si adegua. E da allora – in realtà
dalla rivoluzione scientifica e poi industriale – ci siamo adeguati alla catena
di montaggio, alla bomba atomica, alla flessibilità del lavoro e ora
ci adattiamo all’intelligenza artificiale e alla crisi climatica, come se
fossero dei dati di fatto e non dispositivi eternomi della Tecno-archía. Siamo
cioè in un gigantesco deficit di democrazia (ovvio, essendo sussunti in
un sistema archico), in un massimo di alienazione (se devo adeguarmi, non sono
libero) e in un colossale sbilanciamento di potere. E sì, crediamo di poter
decidere su quasi tutto, ma mai possiamo su scienza, tecnica e capitale (e la
democrazia economica e industriale del ‘900 sono state parentesi presto
richiuse, grazie al digitale e al neoliberalismo), cioè mai sui poteri che
più impattano, ma archicamente, su di noi. E allora, non basta (ma è comunque
doveroso) conservare spazi e tempi che sfuggano
alla valorizzazione/mercificazione/efficientizzazione capitalistica-neoliberale
e soprattutto all’integrazione tecnica; ma su tutto occorre attivare un
nuovo conflitto/antagonismo che sia in primo luogo ontologico contro il potere
archico – e se è vero che la critica alla modernità non è cosa
nuova, radicalmente nuovo è considerarla un potere archico, come appunto faccio
nel mio libro. Ma solo riconoscendola come potere archico si potrà forse
generare un pensiero (ma per pensare bisogna leggere libri e non farli
riassumere dall’Assistente IA) destituente anti-archico e
insieme re-istituente demo-cratico e sempre an-archico. Cioè
senza principi/fondamenti assoluti e totalitari (senza arché).
Maddalena Brunasti
Le luci della città
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unsplash.com
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Luci della città è il titolo di uno dei film più belli e noti di Charlie
Chaplin. Film muto del 1931 – scritto, prodotto, diretto e interpretato da
Chaplin – racconta con struggente dolcezza la storia di una giovane fioraia
cieca che, grazie all’aiuto finanziario del protagonista, ritrova la vista. Il
film termina con l’episodio della fioraia che riconosce il suo benefattore
tramite una stretta di mano. La mano che, da cieca, aveva avuto modo di sentire
e apprezzare come strumento di bontà nei suoi confronti.
A causa del pretesto commerciale del natale le nostre città sono inondate di
luci. Luci artificiali che si vorrebbero festive, gioiose e spensierate. Si
propongono di compensare così le innumerevoli tenebre che sembrano invece
prosperare poco lontano. Le luci delle nostre città appaiono false e poco
credibili perché, invece di illuminare, accecano gli occhi, le parole e financo
una festa così innocente come quella natalizia. Si tratta di luminarie che, in
realtà, tradiscono la luce. Fanno parte dello spettacolo che, come su un
palcoscenico, accendono e attirano l’attenzione su ciò che si vuole
sottolineare. Le cose vere e autentiche sono però altrove, all’ombra, al buio,
nelle trincee che da troppe parti si stanno scavando tra un cimitero e l’altro.
Sono, invece di assordanti luci, silenzi gravidi di sofferenze, umiliazioni,
paure e file interminabili di sfollati che, protetti dalle tenebre, tentano di
scavalcare i fili spinati delle frontiere. Le luci delle città nascondono,
complici, le tenebre.
Chi, come chi scrive, ha avuto il privilegio di vivere per alcuni anni in Africa
Occidentale, ricorderà i tagli all’elettricità o i black out improvvisi specie
nella stagione calda dell’anno. Nel buio delle capitali e delle città si sentiva
con nitidezza la musica prodotta dai generatori di corrente. Di varie dimensioni
e per tutte le borse creavano un’atmosfera quasi magica e fatalmente interrotta
dal grido di gioa dei bambini quando la corrente era ripristinata. Da quelle
parti le luci della città erano povere e vere.
Luci di città beffarde, ingannatrici, eccessive, arroganti e fuorvianti rispetto
al mondo e alla verità dell’avvenimento che le luci vorrebbero mistificare. In
città sarebbe meglio instaurare l’oscurità, la penombra, il coprifuoco non
appena tramonta il sole e fino all’aurora del primo giorno della settimana.
Affinché si possa meglio udire il grido… “Sentinella quanto resta della notte”,
perché poi “arriva il mattino e poi ancora la notte”, risponderebbe la
sentinella. Il buio sarebbe più sincero.
Con che diritto e come osare mettere le illuminazioni più sfrontate nelle città
quando si fa la propaganda delle guerre e muoiono, lontano dalle luci, i
migliori tra loro. Cercatori di utopie, fabbricatori di sogni, disegnatori di
nuovi sentieri, funamboli di frontiere inventate, minatori di parole libere e
poeti dalle nude mani fioriscono solo nella notte. Bisognerà spegnere le luci
superflue e lasciar brillare le stelle per quanti nasceranno quella notte. Tutti
sentiranno allora il canto del mattino.
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LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN:
> La guerra è la pace
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L'articolo Le luci della città proviene da Comune-info.
Perché l’ideologia woke è di destra
L’ideologia woke già da due anni ha perso smalto e innocenza, per diventare
nelle mani delle destre l’insulto ideale con cui screditare ogni lotta contro
razzismo, ingiustizia, oppressione. Il wokismo è diventato il dispositivo
retorico reazionario della destra per criticare chiunque parli di lotta al
colonialismo e all’imperialismo, anche se spesso e volentieri discorsi
apparentemente anticoloniali stanno sullo sfondo dei discorsi woke. Non è un
caso infatti che erroneamente molti autori progressisti vengono definiti woke,
pur non essendolo di fatto. Ciò alimenta ancor di più la confusione sotto il
cielo. L’obiettivo della destra è delegittimare chi parla di colonialismo
occidentale e dei suoi crimini nella storia degli ultimi secoli, continuando a
portare in palmo di mano i presunti “valori occidentali”.
Dall’altra parte le esplosioni di puritanesimo rieducativo scatenato dagli
eccessi della cancel culture hanno alienato chi, pur di opinioni progressiste,
non accettava questo clima di inespressione.
C’è chi la demonizza, descrivendola come una sorta di perversione-ossessione, e
c’è chi invece la considera una forma addirittura di “progresso morale e
spirituale dell’umanità”. Ma che cosa significa Woke? E in che cosa consiste
questa nuova ideologia che sembra diventata egemone in molti ambienti della
cosiddetta “sinistra neoliberal” occidentale? Sebbene sia fondamentalmente presa
di mira dalla destra più reazionaria, davvero è di sinistra? Esistono, oltre
alle solite critiche della destra bigotta e conservatrice, anche altre più
sensate che mettono a nudo le ipocrisie e fanno luce sui suoi legami con
l’attuale sistema-mondo e la sua ideologia di fondo, il neoliberismo?
Il termine Woke,– letteralmente “sveglio” – entra ufficialmente nei dizionari
dell’anglosfera a partire dal 2017 dopo essere stato adottato dal movimento
anti-razzista Black Lives Matter.
Non si tratta di una visione politica complessiva e organica, ma di un insieme –
spesso anche un po’ caotico – di teorie e di rivendicazioni diverse ma che,
secondo autori importanti come Chomsky o Zizek, hanno comunque un senso storico
preciso e coerente: un vero e proprio cambio di paradigma nelle teorie e nelle
pratiche politiche della sinistra occidentale. La sinistra non di sempre, ma la
sinistra liberal: quella che non critica il capitalismo, ma parla di
“capitalismo inclusivo”; quella che non parla di liberazione dai sistemi di
oppressione, ma di emancipazione nei sistemi stessi; quella che non parla di
mettere in discussione gli attuali rapporti di potere, ma vuole integrare tutti
negli attuali ruoli di potere; infine quella che non parla di socialismo, ma di
“mercato libero” in nome del “neoliberismo progressista”.
L’ideologia Woke spazia dai classici temi connessi ai diritti civili ad alcune
nuove battaglie culturali che vanno dalla distruzione di monumenti del passato
alla politicizzazione degli orientamenti sessuali visti come atti di
autoaffermazione, alla legalizzazione della gravidanza surrogata, alla censura
del linguaggio ritenuto scorretto: da qui i grandi temi delle “guerre
culturali”, la polarizzazione radicale dell’opinione pubblica e la lotta per il
politically correct).
Questo nuovo orientamento politico ha origine in quella corrente culturale nota
come postmodernismo emersa negli anni Settanta nelle università francesi e poi
diffusasi in alcuni ambienti della sinistra liberal americana da cui poi è stata
pienamente fecondata. Un nuovo approccio che prenderà anche il nome di New
Left e che si caratterizza per una cesura piuttosto netta con la tradizione
socialista e marxiana e si fonda su nuove teorie dello sfruttamento e
dell’emancipazione più compatibili con le strutture capitaliste.
A partire dagli anni Ottanta, con la crisi dell’Urss e l’affermarsi delle
strutture economiche neoliberiste, che questa ideologia comincia a diffondersi e
ad affermarsi. Per quanto quasi nessuno si definirebbe Woke, oggi nel nostro
Paese gran parte di queste idee sono entrate a far parte dell’immaginario
politico delle nuove generazioni, e questo anche grazie all’adesione ad alcune
delle sue teorie da parte attori, influencer e di buona parte dell’industria
dello spettacolo e dell’intrattenimento. Dall’altro lato della barricata, ad
avere risonanza sono purtroppo quasi solo le critiche mosse dalla destra bigotta
e reazionaria che, in nome di una tradizione da loro arbitrariamente inventata,
si erge ad eroica guardiana dei sacri valori del patriarcato, della distinzione
dei ruoli di genere e, in generale, di come si facevano le cose una volta.
Ma al di là del generale Vannacci e dell’estrema destra italiana, in questi anni
anche tanti intellettuali di sinistra hanno preso posizione contro alcune delle
tesi antropologiche e politiche dell’ideologia Woke più superficiali e contro
l’atteggiamento aristocratico e antidemocratico di alcuni suoi esponenti.
Nel suo libro Categorie della politica, Vincenzo Costa sottolinea, ad esempio,
anche l’atteggiamento spesso elitario e classista di questa nuova sottocultura.
Maturata all’interno delle università, l’ideologia Woke ha infatti fatto presa
soprattutto negli ambienti di lavoro intellettuale e negli strati più agiati
della popolazione. Nonostante il bombardamento mediatico, le classi popolari ne
sono rimaste sostanzialmente estranee e, anzi, spesso guardano ad essa con
ostilità e sospetto. Come scrive la giornalista Florinda Ambrogio:
“La correlazione tra redditi alti dei genitori e comportamenti Woke dei figli
salta agli occhi. […] In Francia, solo il 40 per cento degli operai ha sentito
parlare della scrittura inclusiva e solo il 18 per cento sa di che cosa si
tratta, contro il 73 per cento nelle categorie superiori.”
Ma questa diffidenza e ostilità non è casuale e ha ragioni politiche profonde.
Nella New Left postmoderna vengono infatti ridefinite le nozioni di dominio e
di emancipazione: il soggetto da emancipare smette di essere identificato nei
ceti subalterni e nelle classi lavoratrici – ossia le persone vittime della
miseria e della precarietà – per diventare le minoranze etniche e sessuali e di
coloro che, indipendentemente dal reddito, sono considerati o si sentono
“diversi”. Diventando questi ultimi i soggetti sociali da emancipare, gli
operai, contadini, impiegati e, in generale, le classi popolari, a causa della
loro cultura – che viene considerata dallo wokismo retrograda, ignorante e
prevaricatrice – diventano magicamente espressione del nuovo potere da
abbattere.
Dalla lotta politica allo sfruttamento e per l’emancipazione del 99% quindi, con
l’ideologia Woke si passa alla lotta culturale contro il costume e le tradizioni
popolari, ritenute come un bacino uniforme di sessismo, razzismo, omofobia.
Per questo, scrive Costa, “anche l’atto rivoluzionario non consiste più nello
spezzare i legami di potere e dipendenza tra le classi e gli uomini, ma nel
distruggere la cultura popolare come emblema di oppressione delle minoranze”.
Diventa quindi chiaro perché la sinistra liberal appaia sempre più spesso
un’elitè che, demonizzando lo stile di vita e i legami comunitari, vorrebbe
imporre loro una rieducazione dall’alto in base alle proprie convinzioni di
nicchia.
“Categorie della politica” di Vincenzo Costa
Come nota Zizek, questo progetto è probabilmente destinato a fallire.
“Sceneggiatori, registi, attrici e attori” – scrive il filosofo marxista sloveno
in un articolo chiamato Wokeness is here to stay – “cadono sempre di più nella
tentazione di impartire lezioncine moraleggianti. Una forzatura che non ha
riscosso successo tra il pubblico, nonostante il settore dell’immaginario è dove
si conquista il mondo reale e si rovescia il pensiero delle persone”.
Differentemente dalle grandi figure della tradizione socialista, insomma, queste
nuove forme di “intellettualismo degenerato” (parafrasando Adriana Zarri, quando
si scagliava sia contro il pensiero unico democristiano sia contro i falsi
intellettuali pronti ad esaltare la società dei consumi), non sembrano
interessati ad ascoltare e a dare voce agli interessi della maggioranza delle
persone, ma solo a biasimarne gli stili di vita accusandoli di ignoranza e
discriminazione: “Quella che in origine era una sacrosanta volontà di
uguaglianza di diritti” – continua Costa in Le categorie della politica –
“rischia di diventare una vera e propria guerra culturale dei primi contro gli
ultimi”.
Un esempio emblematico, in questo senso, è il caso del cosiddetto linguaggio
inclusivo: in maniera del tutto arbitraria e in barba ai secolari processi
storici di formazione linguistica, alcune nicchie di intellettuali americani e
europei hanno deciso di voler modificare alcune desinenze e pronomi, accusando
di discriminazione e prevaricazione tutti coloro che non si adeguano. Il
linguaggio è un discorso molto più complesso e non avviene mai per scelte
arbitrarie prese da un momento all’altro.
Mentre si bersagliano i plurali linguistici, a non essere mai toccate dalle
critiche Woke sembrano essere proprio le principali cause della riproduzione
della diseguaglianza e della discriminazione, ossia i meccanismi di mercato e di
distribuzione della ricchezza. Per dirla con una battuta “Ci si emancipa con
successo dall’oppressione di grammatica e sintassi, mente ci si prosterna
accoglienti verso i consigli per gli acquisti degli influencer” scrive Andrea
Zhok. Alla luce di questa trasformazione nei concetti di “discriminazione” ed
“emancipazione” appare ora molto più chiaro il nesso tra cultura Woke e
neoliberismo e la ragione per la quale i grandi poteri di questo mondo si siano
spesso fatti portavoce di questa nuova ideologia.
Nel wokismo, le questioni socioeconomiche, i rapporti tra lavoro e capitale, lo
strapotere della finanza internazionale e la perdita di sovranità democratica
vengono surclassate. Centrale è invece il tema dell’identità e delle narrazioni
identitarie poichè a destare scandalo è la notizia di cronaca, sulle quali si fa
leva per generare consenso. In secondo luogo, il wokismo promuove una politica
dell’individualismo e della frammentazione in cui ogni fronte comune che si
fondi sull’interesse nazionale, sull’interesse di classe, sull’interesse di una
comunità locale viene infiacchito da conflitti privati di autoaffermazione. Si
parla spesso, per questa tendenza, di Identity politics – politiche
dell’identità -, ma sarebbe più giusto parlare di politica di rigetto
dell’identità, visto che ogni identità collettiva viene percepita con disagio da
individui abituati a pensare che la libertà sia totale assenza di vincoli e
legami e che il processo di liberazione sia sempre un processo non con,
ma contro ogni comunità di appartenenza: per citare Sartre, per i rappresentati
della cultura Woke, “l’altro è l’inferno.”
A partire da questo tema, un’altra grande critica all’ideologia woke è stata
mossa dalla filosofa Susan Neiman – statunitense trapiantata in Germania – nel
suo libro “La sinistra non è woke. Un antimanifesto”. Dappertutto sta risorgendo
un nazionalismo feroce e cinico, contrapposto alla globalizzazione e l’elezione
di Donald Trump è arrivata a coronare una rimonta delle destre reazionarie in
tutto il mondo, con punte di neofascismo o addirittura neonazismo. Com’è potuto
succedere? Neiman ha una sua risposta. Non è economica, geopolitica o
tecnologica, ma è una risposta culturale: la destra ha vinto perché la sinistra
non esiste quasi più. Come ha dichiarato Neiman in una intervista a La
Repubblica: «È dal 1991 che la sinistra è allo sbando. Non solo il socialismo di
Stato; ogni forma di socialismo è stata vista come fallimentare. In più, con la
fine del socialismo di Stato è come se si fosse estinto ogni altro ideale e
proprio qui il neoliberalismo, sostenuto dalla psicologia evoluzionistica, ha
sostenuto e propagandato che l’unica forza universalista valida fosse il
desiderio generale per beni di consumo e potere. E quelli a sinistra che non
accettavano di aderire a questa prospettiva, si sono sentiti senza alternative
se non combattere l’oppressione in termini molto particolari: la lotta al
razzismo, al sessismo e all’omofobia. Lotte fondamentali, ma che non si possono
portare avanti senza quei princìpi che proprio il progressivismo woke ha
abbandonato». Dalla seconda metà del Novecento, secondo Neiman, i valori della
sinistra sono stati messi in discussione proprio da certe frange neoliberali e
movimentiste.
Ed è così che molti fra coloro che oggi si considerano “di sinistra” non sono
davvero “di sinistra”, ma sono “woke”. Che è una cosa diversa, anzi, in un certo
senso è proprio il contrario: un movimento che vive la modernità in tutti i suoi
aspetti futili, ma diffida delle sue fondamenta spesso senza cognizione di
causa; che vive del mito del progresso economico, ma diffida dei suoi
presupposti; che nega ogni fronte comune possibile, frammentando il corpo
sociale in tribù identitarie in lotta; che rinuncia ai diritti sociali e si
aggrappa esizialmente ai diritti civili. Già alla prima riga, Susan Neiman
dichiara che questo libro non è «una tirata contro la cancel culture», ma è
molto di più: un anti-manifesto, una lucida requisitoria sugli sbagli che la
sinistra ha fatto, in questi decenni confusi. Perché è solo tornando a
costruire, dalle fondamenta dei propri valori, che la sinistra può risorgere.
«Woke fa appello alle tradizionali emozioni liberali e di sinistra: il desiderio
di aiutare oppressi ed emarginati. Per questo motivo si tende a sottovalutare i
vari modi in cui il movimento woke è profondamente minato al suo interno da idee
molto reazionarie: il rifiuto dell’universalismo, la negazione che esista una
distinzione di principio tra potere e giustizia, credere che ogni tentativo di
progresso sia una forma mascherata di sottomissione. Tutte le idee che il woke
tenta di boicottare sono valori fondamentali di sinistra» – ha affermato Neiman
nell’intervista a La Repubblica – «(…) confonde la mente a progressisti e
liberali che non riescono ad agire con chiarezza e, come si vede dalle recenti
iniziative di Donald Trump, consente alla destra di qualificare e attaccare come
woke qualsiasi tentativo di promuovere la giustizia sociale». Secondo la Neiman,
è stata l’ideologia woke, con la sua retorica spesso irragionevole, a spalancare
la strada alla destra più reazionaria.
Il principale merito del pamphlet di Susan Neiman (che sta sbancando negli Stati
Uniti) è di spiegare bene che il wokismo, un’ideologia fondamentalmente di
destra, si è impossessata di ampie frange della sinistra. Neiman documenta
brillantemente lo svilimento delle lotte “umanistiche” in rivendicazioni
identitarie, l’infiltrarsi delle categorie schmittiane “amico-nemico” nel
discorso politico di sinistra, la rinuncia alla concezione progressiva della
storia ereditata dall’illuminismo. Rigettando universalismo, giustizia e
progresso, i woke si sono sostanzialmente uniformati al particolarismo,
all’ideologia del dominio e all’abolizione della speranza. Neiman non ha timore
di dichiararsi socialista e persino illuminista. Se si va a vedere, la sua pars
construens non è lontana da quella offerta da Axel Honneth in L’idea di
socialismo.
“La sinistra non è woke. Un antimanifesto” di Susan Neiman
Ma la soluzione a queste contraddizioni non sarebbe il tanto ripetuto argomento
per il quale bisogna portare avanti sia i diritti civili che quelli sociali?
Sicuramente, ma dovremmo anche fingere di non vedere che, da mezzo secolo, il
dibattito pubblico verte solo sui primi, mentre sono solo i secondi ad andare a
picco; a questo proposito, una menzione merita l’ultimo libro di Carl Rhodes
– Capitalismo Woke – dedicato ad un fenomeno in espansione, quello
del Wokewashing, e cioè l’attitudine delle aziende a sostenere cause
progressiste quali l’ambiente (greenwashing e veganwashing), le cause LGBT
(pinkwashing o rainbow-washing), l’antirazzismo (blackwashing), i diritti delle
donne (purplewashing), le azioni umanitarie (bluewashing), i diritti animali
(animal-washing), o addirittura i temi sociali e i diritti del lavoro
(redwashing): dal ricco CEO di BlackRock che tuona contro le discriminazioni
allo spot di Nike contro il razzismo; da Gillette che fustiga la mascolinità
tossica al sostegno di varie compagnie al referendum australiano del 2017 sul
matrimonio omosessuale. Questi non sono esempi isolati: “Fra le imprese,
soprattutto quelle globali, vi è una tendenza significativa ed osservabile a
diventare woke” scrive Rhodes, tanto che “Secondo il New York Times il
capitalismo woke è stato il leitmotiv di Davos 2020”.
L’autore – che non è certo un conservatore di destra – ha, nei confronti di
questo fenomeno, una posizione piuttosto negativa e ne sottolinea l’aspetto
ipocrita e strumentale volto a sviare l’attenzione dalle pratiche oligarchiche e
antisociali dei grandi gruppi economici: «È tempo di abbandonare l’idea che le
imprese, in quanto attori principalmente economici, possano in qualche modo
aprire la strada politica per un mondo più giusto, equo e sostenibile. Il
capitalismo woke è una strategia per mantenere lo status quo economico e
politico e per sedare ogni critica. Questo libro è un invito a opporgli
resistenza e a non farsi ingannare».
E’ infatti facile vedere come fra i temi di tale impegno ci sia una forzosa
selezione determinata dai propri interessi: non si è ancora visto, ad esempio,
le grandi aziende scendere in campo contro l’elusione fiscale, dato che sono i
primi a praticarla. In qualche modo, Capitalismo woke di Carl Rhodes si sposa
perfettamente con la critica, che fece la giornalista e saggista Naomi Klein in
No Logo, ai processi di rebranding e di rebrandizzazione delle menti da parte
delle multinazionali con il fine di rifarsi una verginità a fini di immagini
pubblicitarie e propagandistiche.
L’ideologia Woke, secondo Rhodes, sta diventando il corrispettivo di ciò che era
il cristianesimo per la borghesia dell’800 e 900: un modo per vendersi
come difensori della morale e del bene, sviando l’attenzione dalle forme
sistemiche di sfruttamento che portano avanti. Dopo aver lottato contro il
moralismo religioso di stampo cristiano di qualunque declinazione, ci troviamo
oggi imbrigliati in una forma rigenerata di moralismo laico che nulla ha di
diverso strutturalmente rispetto al primo se non nei contenuti.
“Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia” di Carl
Rhodes
Il wokismo è un esempio di americanizzazione culturale in nome
dell’individualismo liberale della società dei consumi dove tutto (corpo, idee,
pensiero, identità, linguaggio) finisce per essere frammentato oltre ad essere
poi ridotto a merce o a feticcio.
Pier Paolo Pasolini, uno dei primi critici ante-litteram dell’ideologia woke,
pochi mesi prima di essere ammazzato, aveva capito che sotto la copertura delle
giuste rivendicazioni politiche delle minoranze si stava sviluppando una
nichilistica distruzione di tutte le forme di vita difformi alla norma del
consumismo individualistico. Così, a tal riguardo, scriveva sul Corriere della
Sera nel 1975:
“Tale rivoluzione capitalistica dal punto di vista antropologico pretende degli
uomini privi di legami con il passato, cosa che permette loro di privilegiare,
come solo atto esistenziale possibile, il consumo e la soddisfazione delle sue
esigenze edonistiche. […] tale nuova realtà ha tratti facilmente individuabili;
borghesizzazione totale e totalizzante; correzione dell’accettazione del consumo
attraverso l’alibi di un’ostentata ed enfatica ansia democratica, correzione del
più degradato e delirante conformismo che si ricordi, attraverso l’alibi di
un’ostentata ed enfatica esigenza di tolleranza”.
Nulla di più vero. Questa società ha un immenso bisogno di diritti civili, che
possono progredire di senso solo laddove sono accompagnati dallo sviluppo dei
diritti sociali, altrimenti rimarranno diritti per pochi. Come direbbe la
filosofa femminista e marxista Nancy Fraser, serve più che mai una ribellione
del 99% della popolazione per pensare ad un mondo di verso in nome della cura,
delle relazioni, della difesa dell’ambiente dalle follie delle nostre società
capitaliste industriali opulente odierne.
Servono alleanze dal basso per capire l’interconnessione di eventi e fenomeni
perché non ci si salva da soli, ma serve capire quali siano i nostri
interlocutori senza farci abbindolare da distrazioni di massa volte solo a
canalizzare la rabbia collettiva per disperderla nel nulla, illudendoci di
essere incisivi mentre i fatti di questo mondo ci ricordano che siamo sempre più
impotenti.
(1) Vi è una sola pecca nel libro: un sostanziale fraintendimento di Foucault,
di cui va di moda dire che è un postmodernista scettico, relativista e
celebratore di una “concezione neutra del potere”. Il grande accusato è
“Sorvegliare e punire”. Ma Foucault va letto fino agli ultimi corsi al Collège
de France, per capire anche le prime opere e la sua critica radicale ad ogni
potere. E Neiman finisce invece per alimentare questo superficiale cliché.
Ulteriori info:
https://www.ondarossa.info/iniziative/2025/02/capitalismo-woke
https://www.futuroprossimo.it/2024/06/dal-blackwashing-al-rainbow-washing-per-le-aziende-impegno-o-facciata/
https://site.unibo.it/canadausa/it/articoli/fenomenologia-della-cancel-culture-tra-woke-capitalism-e-diritti-delle-minoranze
https://www.limesonline.com/rivista/censura-e-wokismo-uccidono-l-universita-tedesca–16365764/
> Capitalismo woke
https://www.globalproject.info/it/in_movimento/cannibalizzazione-e-resistenza-lecopolitica-anticapitalista-di-nancy-fraser/25269
https://www.leftbrainmedia.co.uk/post/the-comfortable-embrace-how-the-woke-left-serves-capital
Lorenzo Poli
Per una critica radicale alla perfezione del corpo e alla chirurgia estetica
Il corpo è sempre stato un terreno di scontro, segnato dall’antica visione della
paura e del sospetto nei suoi confronti in quanto origine di seduzione,
desiderio, sregolatezza, terreno di perdizione, mozione delle pulsioni,
sessualità, sensualità carnale, sessualizzazione, qualcosa di incontrollabile,
origine di peccato e quindi oggetto di penitenza. “Controllerai i ventri e
controllerai le genti” è il motto all’origine di quello che hanno attuato i
regimi autoritari e che viviamo anche noi oggi in Occidente tanto con le
retoriche allucinanti del natalismo, del familismo, del parto di Stato, degli
imbarazzanti Fertility Day quanto sui temi etici riguardanti l’aborto legale, il
suicidio assistito e l’eutanasia.
La cristianità, ovvero la cultura sorta intorno al cristianesimo, ha tramandato
un’idea rigida del corpo, come una “prigione della nostra anima”, un “sacco di
sterco” come lo ha definito Teresa D’Avila, un mero “involucro” da abbandonare
quando diventerà inservibile. Questo è stato il pensiero dualistico e gerarchico
occidentale, tramandato anche dalla teologia tradizionale cristiana, che
differisce totalmente dal cuore del cristianesimo (e dalla mistica cristiana)
che si presenta – nonostante tutto – come l’unica, tra le religioni abramitiche,
a dare una grande importanza alla corporeità: “Il Verbo si fece carne” si legge
nel Vangelo secondo Giovanni (1:14). Il cristianesimo onora il corpo come
principio dell’individualità senza cui l’anima non raggiungerebbe mai la sua
pienezza. Come ci ricorda la teologa femminista Teresa Forcades: “Tommaso
d’Aquino ha affermato che non possiamo essere “persone” senza il corpo. La sola
anima non costituisce una persona. L’amore tra esseri umani non può esistere
senza il corpo, perché l’essere umano non può esistere senza di esso. C’è un
corpo terreno e un corpo celeste, un corpo fisico e un corpo spirituale. Ma
rimane sempre il bisogno di avere un corpo come principio che personalizza la
nostra identità.” – ed aggiungo io, la nostra unicità, la nostra diversità. Il
cristianesimo parla dell’incarnazione di Gesù Cristo e di “resurrezione della
carne” nello stesso modo in cui ha posto fine a qualunque iconoclastia, facendo
fiorire l’incommensurabile arte nei suoi luoghi di culto fatta di statue
carnali, corpi formosi, affreschi di angeli nudi, quadri di corpi nudi eleganti
vestiti solo di veli, per non parlare dei corpi straziati e martoriati come San
Sebastiano Martire sanguinante attraversato da frecce e Santa Giulia legata ad
un palo mentre una forca le raspa il seno. L’arte cristiana, pur essendo in
balia contrastante tra la teologia rigorista e il messaggio cristiano, ha
esaltato il corpo sia nella sua bellezza sia nella sua crudezza.
Nonostante ciò, la visione patriarcale è quella che ha continuato a vigere nella
cristianità come nel capitalismo dei consumi di oggi dove utilitarismo,
efficientismo ed apparenza vanno di pari passo con una cultura della
competizione, della prestazione, della mercificazione e dello scarto.
Come direbbe Papa Francesco, la “cultura dello scarto” è una “cultura della
morte”. Ciò che non serve viene scartato, a meno che lo “scartato” si
adegui/rispetti/rispecchi precisi canoni e può quindi tornare utile.
Nella visione contemporanea, il corpo è ridotto a merce, oggetto di desiderio,
desiderabile e commercializzabile, utilizzabile e usufruibile, discriminato e
controllato. Il corpo deve essere prestante secondo precisi canoni/convenzioni
di bellezza: esaltato quando “giovane”, scartato quando “vecchio” e recuperabile
quando può ancora essere funzionale all’industria dell’immagine, a costo di
essere medicalizzato e ritoccato.
Nel 2023 è uscito il film Barbie, con protagonista Margot Robbie. Un “film in
rosa” che ha incassato cifre astronomiche cercando di “combattere i pregiudizi
sulle donne”, venendo addirittura definito assurdamente “femminista” e rivolto
all’empowerment femminile. Nulla di più falso e intriso di purplewashing. Come
ha dichiarato giustamente la comica Valentina Persia: “Barbie è un fake,
un’illusione ottica, una menzogna. La prima che ha fatto bodyshaming a tutte
noi, facendoci sentire inadeguate, grasse, povere e poco bionde…. Tutta
apparenza e ostentazione, ma guadagnati come? Chiedetelo a Ken che nel
frattempo è sparito perché la signorina in questione gli ha fottuto tutto per
fare la bella vita…” – afferma Persia sollevando una polemica – “Fate una
bambola più vicina alle donne vere, quelle che si fanno il mazzo tutto il
giorno, quelle donne che sorridono nonostante le chiappe e le tette cadenti,
quelle donne che sanno essere donne nonostante siano nate in un corpo maschile,
quelle donne che scappano spesso proprio da quel Ken che a differenza tua,
invece di donare ville, roulotte o macchine rosa, picchia e picchia forte…
Spostati biondina che siamo un esercito!” – concludeva la Persia. Interessante
che a dire queste parole di estrema verità sia stata proprio la Persia che, non
accettandosi fisicamente per come era, ha fatto ricorso alla chirurgia estetica.
Il rincorrere le aspettative di questi canoni, nella nostra società attuale, ha
preso di mira tutti, uomini e donne. Se Barbie ha fatto danni, ora è Ken a
infliggere l’ennesima ansia da prestazione: sempre più ragazzi sono ossessionati
dal mito del corpo palestrato, dalla pesistica, dal cross-fit, dal mito del
virilismo, dal corpo apparentemente forte e muscoloso, ma in realtà reso tale
solo dal gonfiore dato dalla ritenzione di liquidi e dall’assunzione
spropositata di creatina in barba a qualunque attenzione per la propria salute.
Anche se questo è un fenomeno in drastico aumento tra gli uomini, ad essere
presi di mira sono la vecchiaia e il corpo delle donne attraverso la tossicità
di tre strumenti: il photoshop, che ritocca o altera un’immagine di una persona
espropriandola delle sue caratteristiche reali; l’intelligenza artificiale,
vittima di bias cognitivi legati agli stessi stereotipi ageisti e di genere,
oltre che alle norme/convenzioni e canoni di bellezza di cui noi stessi siamo
vittima; e la chirurgia estetica, che alimenta un’industria dell’apparenza sulla
pelle di migliaia di ragazze, adulte ed anziane, medicalizzandone e
colonizzandone il corpo con sostanze chimiche e protesi artificiali per
rincorrere canoni desiderabili e irraggiungibili su modello pubblicitario, ma
funzionali alla norma vigente.
Il grande psicanalista e filosofo argentino Miguel Benasayag, in Funzionare o
esistere?, parla del concetto di plasticità: il vivente deve trasformarsi in un
senza-forma iperplastico che si lascia plasmare, contro ogni forma di pensiero
complesso. Nella “cultura dello scarto” gli anziani sono considerati “vecchi”,
fuori dal ciclo produttivo, di sviluppo e di consumo e – per questo motivo –
“inutili”, “senza funzione”, ovvero che non possono più funzionare. Lo stesso
subiscono le donne a causa delle gravi ed ataviche connotazioni di genere dei
canoni di bellezza, stratificati nella nostra cultura e funzionali al desiderio
maschile: fino a quando sono giovani, belle, formose, fertili vengono
considerate prestanti e utili; ma quando l’età avanza, arrivano la menopausa e
le rughe, il corpo subisce degli sbalzi ormonali, ecco che la donna viene
considerata non funzionale ad un sistema che – nutrendosi di maschilismo
interiorizzato – rincorre il desiderio maschile.
In una società consumistica, come la nostra, che ti obbliga ad inseguire questo
flusso senza fine, le persone si sentono spinte ad inseguire il mito dell’eterna
giovinezza, per essere utili, e dell’eterna bellezza, per essere prestanti e
desiderabili.
È la desacralizzazione dei corpi, come la chiamava Gandhi: il proprio corpo non
è più un’entità che unisce spirito e fisico, un mezzo per esprimere i propri
principi e per influenzare gli altri, o uno strumento di lotta politica e di
resistenza, ma bensì un’immagine tra le altre che spesso viene trasformata
plasticamente per compiacere qualcosa di esterno, in funzione degli altri, per
trovare una falsa accettazione di Sé nella tendenza perversa di questa società
post-moderna o ipermoderna.
Nel marzo 2025, parlando del suo libro Il corpo gioia di Dio (Gabrielli editori)
, in una interessantissima intervista di Ritanna Armeni per L’Osservatore Romano
contenuta nell’ inserto Donne Chiesa Mondo, Teresa Forcades affermava:
“Nella nostra cultura tardo capitalistica esiste lo sfruttamento e la
mercificazione del corpo. Ragazze sempre più giovani (e anche ragazzi) vengono
sessualizzati e sottoposti a standard di bellezza irrealistici e in costante
mutamento.
L’età di chi si ammala di anoressia si è abbassata e la percentuale dei casi è
aumentata. La chirurgia estetica è diventata comune e viene applicata alle parti
più intime del corpo. C’è tanto da criticare nella nostra cultura per quanto
riguarda il modo in cui tratta il corpo. (…)
È l’ineludibile e irrisolvibile contraddizione del patriarcato: le donne sono
viste come oggetto di desiderio (sono pure, ispirano, curano, guariscono) e al
tempo stesso come inferiori (son malvage, bisognose di guida e di controllo,
inaffidabili). È impossibile essere entrambe le cose. Il corpo delle donne deve
essere “perfetto” secondo standard di bellezza sempre più irrealistici e deve
essere controllato attraverso la violenza psicologica e fisica.”
Spesso, attraverso i canoni di bellezza imposti dal mercato, dalla pubblicità e
dalle illusorie manie di perfezione, assistiamo a una prepotente
medicalizzazione dei corpi attraverso i più vari rami della chirurgia estetica
che, in quanto frutto dei canoni propri delle società patriarcali, si trovano ad
avere una forte connotazione di genere che vede nelle donne il bersaglio
principale, il consumatore da conquistare fino ad arrivare a interventi
chirurgici come la labioplastica, l’intervento di chirurgia estetica che
consiste nel taglio delle piccole labbra della vulva per renderle uguali. È così
che la medicalizzazione del corpo femminile diventa il braccio armato del nuovo
capitalismo cognitivo fondato su omologazione, perfezione, competizione per
l’immagine e il conformismo.
Questa mentalità maniacale per la perfezione sta mettendo in serio pericolo anni
e anni di conquiste femministe, oltre che la cultura della cura e
dell’allattamento nelle giovani ragazze e madri. Purtroppo oggi, l’esterofilia
americana dei “corpi perfetti” ha fatto dell’allattamento non più una conquista
in nome dei diritti delle donne, dei bambini e della salute di entrambi, ma
bensì un qualcosa di “obsoleto”, sostituibile con le nuove tecnologie e con i
latti artificiali. Negli USA il seno è oggetto primariamente sessuale, a causa
dell’uso distorto e sessualizzato che ne fanno l’industria cinematografica,
l’industria pornografica e la pubblicità televisiva, intrise di eterosessismo.
Spesso ciò porta le donne a non ricorrere all’allattamento naturale proprio per
rincorrere i canoni di bellezza introiettati dalla società patriarcale secondo
cui i loro corpi devono essere belli, perfetti, proporzionati ma soprattutto
sessualizzati come nelle sfilate di moda e nella pubblicità. L’arrivo di un
bambino e delle sue necessità vengono visti come un fenomeno di degradazione del
seno: visione influenzata anche dall’atteggiamento dei partner che
disincentivano le donne all’allattamento per motivi puramente estetici. La donna
che allatta deve negoziare continuamente fra un ruolo sessuale e un ruolo
materno, generando tensione, stress, difficoltà e ostacolo all’allattamento.
Questo, a lungo andare porta culturalmente all’abbandono dell’allattamento, alla
perdita della cultura della cura e a trovare la soluzione più semplice: il
ricorso ai latti artificiali che fanno gola all’industria.
Sicuramente la televisione, la pubblicità, l’industria cinematografica, il
capitalismo cognitivo[1] hanno influito molto – dagli anni del riflusso in poi –
a consolidare questi canoni tossici e un ricorso sempre più massivo alla
chirurgia estetica. Attrici di successo, donne dello spettacolo, cantanti,
showgirl, modelle, pornostar, ballerine, veline sono state rispettivamente – su
modello di Hollywood – le prime a ricorrere alla chirurgia estetica con
modificazioni sostanziali del viso, degli zigomi, delle labbra, delle gambe, dei
glutei, del seno anche con mastoplastica additiva, dando inizio ad un effetto
domino che oggi sembra inarrestabile soprattutto tra le giovani generazioni di
ragazze. Ed ecco la dilagante moda della liposuzione per non parlare del filler
in bellissime ragazze giovanissime, delle “labbra a canotto”, del botox, dei
precocissimi “nasi da fata” in adolescenti e della ormai decennale guerra alle
rughe inaugurata con botulino, acido ialuronico e lifting. Un’epidemia di
non-accettazione e alienazione tra le donne, che non riescono ad essere loro
stesse a causa delle forti pressioni delle convenzioni sociali, di mercato, e
dei canoni tossici di bellezza.
«Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. Le ho pagate tutte
care. C’ho messo una vita a farmele!» – è la celebre frase che la grande
attrice Anna Magnani disse al suo truccatore parecchi anni fa, quasi ad
ironizzare sulla moda dilagante di fermare il tempo, partendo dal trucco fino ad
arrivare a ritocchini o interventi chirurgici.
Il concetto di bellezza è associato, nell’immaginario comune, alla giovane età e
a una pelle liscia, elastica e luminosa, ma anche il viso di una persona matura
esprime bellezza disarmante: la pelle e le rughe sanno raccontare la nostra
storia e la nostra evoluzione, che passa attraverso esperienze diverse, disagi,
gioie, dolori, lotte quotidiane e successi. Credo che nessuno possa smentire il
fascino della cicatrice sul viso di Paola Turci. Come non definire tutto questo,
bellezza?
Anna Magnani più di mezzo secolo fa parlava di bodypositive quando ancora
nessuno ne conosceva il significato. Un’estetica, la sua, basata sulla
trasformazione dell’unicità in punto di forza, meravigliosamente descritta dalle
sue stesse parole: «Ce metti una vita intera per piacerti, e poi, arrivi alla
fine e te rendi conto che te piaci. Che te piaci perché sei tu, e perché per
piacerti c’hai messo na vita intera: la tua. Ce metti una vita intera per
accorgerti che a chi dovevi piacè, sei piaciuta… E a chi no, mejo così. Ce metti
na vita per contà i difetti e riderce sopra, perché so belli, perché so i
tuoi. Perché senza tutti quei difetti, e chi saresti? Nessuno. Quante volte me
sò guardata allo specchio e me so vista brutta, terrificante. Co sto nasone, co
sti zigomi e tutto il resto. E quando la gente me diceva pe strada “bella Annì!
Anvedi quanto sei bona!” io nun capivo e tra me e me pensavo “bella de che?”.
Eppure, dopo tanti anni li ho capiti. C’ho messo na vita intera per piacermi. E
adesso, quando me sento dì “bella Annì, quanto sei bona!”, ce rido sopra come na
matta e lo dico forte, senza vergognarmi, ad alta voce “Anvedi a sto cecato!”».
Sulla stessa lunghezza d’onda la grandissima attrice statunitense Jamie Lee
Curtis, 67 anni, vincitrice del premio alla miglior attrice non protagonista
per Everything Everywhere All at Once, che in una recente intervista a The
Guardian ha dichiarato: «mi sto auto-pensionando da 30 anni. Mi sto preparando a
uscire di scena, in modo da non dover soffrire come ha fatto la mia famiglia.
Voglio lasciare la festa prima di non essere più invitata». L’attrice ha avuto
infatti la sua serie di ostacoli da affrontare sulla strada verso la fama fin
dal suo esordio nel 1978 in Halloween, ma il colpo più duro è
arrivato dall’ageismo di Hollywood quando ha assistito al declino della carriera
dei suoi celebri genitori, gli attori Tony Curtis e Janet Leigh, in tarda età, a
causa del fatto che Hollywood dà valore alla giovinezza sopra ogni altra cosa.
«Ho visto i miei genitori perdere proprio ciò che ha dato loro fama, vita e
sostentamento, quando a una certa età il settore li ha rifiutati» – dice Curtis
a The Guardian – «Li ho visti raggiungere un successo incredibile per poi
vederlo lentamente svanire fino a scomparire. E questo è molto doloroso».
Proprio per questo Curtis non è disposta a rimanere in gioco ricorrendo alla
chirurgia estetica. La star ha applaudito pubblicamente la famosa decisione
di Pamela Anderson di ridurre il trucco nel 2023, proclamando via Instagram che
«La rivoluzione della bellezza naturale è ufficialmente iniziata!». Curtis
afferma di «credere che abbiamo cancellato una o due generazioni di aspetto
umano naturale. L’idea che si possa alterare il proprio aspetto attraverso
sostanze chimiche, interventi chirurgici, filler, sta sfigurando generazioni di
persone, soprattutto donne». Com’è noto, la star ha accettato orgogliosamente i
suoi capelli grigi e si è fatta fotografare senza indumenti intimi modellanti o
ritocchi, due mosse che hanno aiutato le donne a capire che gli ideali da red
carpet sono irraggiungibili come obiettivi quotidiani.
La consapevolezza e la sicurezza di sé espressa, purtroppo non rispecchia quella
delle nuove generazioni che – dopo aver cavalcato per un breve periodo l’onda
del bodypositive – sembrano oggi non riuscire a sfondare il muro delle
convenzioni, scendendo a compromessi ed aderendo passivamente a canoni vecchi
per paura di non essere accettati e di precludersi a varie possibilità anche
lavorative e di carriera.
Ciò che mi domando è se veramente c’è consapevolezza di quello che significa
sfigurarsi il volto per opportunismo, o perché il mercato lo richiede, o perché
il settore lavorativo lo richiede, o perché la convenzione sociale lo richiede,
o perché il partner lo richiede, o perché la paura di invecchiare lo richiede, o
perché le manie di perfezione lo richiedono. La domanda che sorge è: se non ci
fossero tutte queste richieste esterne, voi come vi vorreste? Vi vorreste come
siete o vorreste mostrare ciò che non siete?
Mi domando cosa direbbe il grande filosofo Emmanuel Levinas difronte all’attuale
modificazione sistematica del “volto”: lui che sul “volto”, inteso come “nudità
dell’anima”, ha fondato tutta la sua teoria dell’etica della società. L’essere
umano, come lo chiamavano i greci, è sia θάνατον (mortale), ma anche πρόσωπον,
il “volto che ho di fronte”: l’essere umano che in relazione con gli esseri
umani si riconosce tale. Per Levinas è nel volto che abbiamo di fronte che è
racchiuso il segreto supremo della vita e che mai riusciremo ad afferrare per
intero. Mi domando dunque oggi quale impatto possa avere la modificazione del
viso. Quanto è difficile “il faccia a faccia con l’altro”, in un mondo che
presenta non più “volti”, ma “maschere” (altro significato negativo di πρόσωπον)
ricostruite omologate, sformate e trapiantate in un corpo. La domanda è chi
abbiamo di fronte? Cosa nascondono queste maschere? Quale immensa fragilità e
vulnerabilità abbiamo di fronte? Quale enorme smarrimento, confusione e perdita
del Sé abbiamo di fronte in un mondo nichilistico che punta a somigliare al viso
piallato di un avatar digitale piuttosto che ambire, come direbbero gli indù,
alla condizione di avatara[2] reale?
La paura della vecchiaia e il voler essere ciò che non si è, aspirando a modelli
esterni, è una caratteristica assolutamente occidentale che
l’occidentalizzazione ha diffuso nel mondo.
Come direbbe Benasayag, “la nostra è la prima società che non sa cosa farsene
del negativo. Le società ‘non moderne’, non occidentali, incorporano il negativo
(inteso in senso generale, cioè la morte, la malattia, la tristezza, in una
parola: la perdita) in modo organico, come qualcosa che fa parte del tutto.” In
Occidente reprimiamo il “negativo” perchè lo definiamo tale e non lo concepiamo
come parte integrante dei meccanismi di autoregolazione del mondo e della vita.
Ecco dunque che ci fa paura la vecchiaia e il fatto di non essere considerati in
base a fattori esterni esattamente come abbiamo paura della morte perché non
accettiamo la caducità della vita. Concepiamo cristianamente e scientificamente
il tempo come una linea retta infinita, un presente eterno, vivendo come se
alcune cose non debbano mai cambiare, non debbano mai finire, per scombussolare
la nostra comfort-zone mentale.
“L’uomo, nella sua ricerca di gioia e di felicità, fugge dal proprio Essere, dal
proprio Sè, che è la vera fonte di ogni gioia. Si considera molto brutto e
noioso perché non è in grado di stabilire un rapporto intimo col proprio Essere.
L’uomo cerca la gioia nel denaro, nelle proprietà materiali, nel potere,
nell’amore egoista ed infine nella religione, che ugualmente lo attira al di
fuori di se. Il problema è: che cosa si deve fare per interiorizzare la propria
attenzione? Questo Essere interiore che è la nostra consapevolezza è energia.” –
disse Shri Mataji Nirmala Devi in un suo celebre discorso sul Sahaja Yoga.
La medicalizzazione del corpo, il nostro cambiamento fenomenologico, la
chirurgia estetica, il rincorrere i modelli di perfezioni irreali e
irraggiungibili, la repressione della vecchiaia e la cancellazione del volto
nascono dall’alienazione e dalla non-accettazione di Sè perchè non siamo
consapevoli della cosa più naturale di tutte: la caducità della vita.
Siamo “volti”; siamo chi siamo; siamo autentici e non copie; siamo coloro che si
guardano in faccia e si vedono per quello che sono; siamo il dettaglio che ci
contraddistingue. Spesso ci comportiamo da “maschere” per nasconderci, ma non
lasciamo che un parte del “negativo” ci totalizzi. Non siamo “maschere” perchè
per ogni cosa che facciamo “ci mettiamo la faccia”.
Altre info:
Lorenzo Poli, Guerra al latte materno: tra esterofilia, industria alimentare e
medicalizzazione (pag 60)
https://www.blog-lavoroesalute.org/wp-content/uploads/2023/04/lavoroesalute4aprile2023_lastlast.pdf
Francesca Rigotti, De senectute, Giulio Einaudi Editore, 2018
Maria Rita Parsi, Noi siamo bellissimi. Elogio della vecchiaia adolescente,
Mondadori novembre 2023
Paolo Mantegazza, Elogio della vecchiaia, Angelo Pontecorboli Editore, luglio
2017
[1] Il capitalismo cognitivo è un concetto che descrive un’evoluzione del
capitalismo in cui la produzione di conoscenza e le capacità cognitive diventano
elementi centrali per la creazione di valore e l’accumulazione di capitale. In
questo contesto, il lavoro non è più limitato alle attività manuali o
industriali, ma si estende alla sfera cognitiva, includendo la produzione di
idee, informazioni, e competenze.
[2] Nell’induismo, un avatara (in sanscrito) è la discesa di una divinità, in
particolare Vishnu o Shiva, sulla Terra in forma fisica, per ristabilire
l’ordine cosmico (dharma) e aiutare l’umanità. Gli avatara sono considerati
manifestazioni divine che appaiono quando il male minaccia di prevalere sul
bene.
Lorenzo Poli
Earth Overshoot Day, esaurite le risorse naturali per il 2025. Ecco come invertire la tendenza
Anche quest’anno i conti con le risorse naturali della Terra non tornano, sono
state esaurite prima del tempo. Ridurre l’impronta ecologica globale con
un’azione mirata è ancora possibile.
L’Earth Overshoot Day è il giorno che segna l’esaurimento delle risorse
rinnovabili della Terra a nostra disposizione, una sorta di budget annuale che
ormai arriva sempre prima. La data dell’Overshoot, infatti, si è spostata da
fine dicembre nel 1970, a luglio nel 2025. L’Italia è già in debito con la Terra
dal 6 maggio scorso. Da questo momento in poi la popolazione mondiale vive “a
credito” e consuma risorse più velocemente di quanto la Terra sia in grado di
rigenerare. Si aggrava così il debito ecologico, accumulando scarti, rifiuti ed
emissioni a danno delle generazioni future.
Oggi la popolazione mondiale consuma l’equivalente di 1,8 pianeti Terra ogni
anno, superando dell’80% la capacità rigenerativa degli ecosistemi terrestri.
Per recuperare questo debito, servirebbero per il Pianete 22 anni di piena
produttività ecologica. Si tratta di un calcolo teorico perché avendo perso
intere foreste, eroso suoli, impoverito mari, la capacità rigenerativa non è più
intatta. Se si aggiunge anche la crisi climatica in corso…
Numeri che non sembrano far paura a quei governi che fanno ancora fatica a
comprendere che invertire la rotta è necessario e per farlo è necessario ridurre
l’impronta ecologica globale del 60% rispetto ai livelli attuali. È possibile,
infatti spostare a più in là la data dell’Overshoot Day agendo sulla transizione
energetica, sull’economia circolare, sull’alimentazione sostenibile, sulla
mobilità green e sulle politiche globali. Non sarebbe così complicato.
Come spiega il WWF in un comunicato, se riducessimo del 50% le emissioni di Co2
sposteremmo la data di ben 3 mesi (93 giorni). Se diminuissimo del 50% il
consumo globale di carne, guadagneremmo 17 giorni. Se fermassimo la
deforestazione, recupereremmo 8 giorni. Soluzioni come l’agricoltura
rigenerativa, la mobilità sostenibile e l’efficienza energetica non solo
riducono l’impronta umana, ma creano valore economico e resilienza sociale. Solo
spostando l’Overshoot Day di 5 giorni all’anno, entro il 2050 torneremmo in
equilibrio con le risorse del Pianeta.
La crescita illimitata dei consumi materiali non è compatibile con le risorse
finite del nostro Pianeta. Il PIL non può più essere l’unico indicatore di
sviluppo, la realtà è molto più complessa e serve misurare anche la salute degli
ecosistemi, il benessere psicologico e la coesione sociale. Serve che tutti
facciano la propria parte anche con una sola azione. E il WFF, con la sua
campagna Our Future, chiede a tutti di imparare a vivere nei limiti di un solo
Pianeta, oggi più che mai.
Italia che Cambia
Pepe Mujica, una vita coerente e piena di senso
Una vita coerente. Una vita con il chiaro scopo di migliorare le condizioni di
vita del popolo uruguaiano. Una vita con un significato profondo. Grazie per la
tua vita, caro Pepe. Vola alto, Pepe Mujica”. Queste le parole del cileno Tomás
Hirsch, deputato di Acción Humanista, nel salutare la partenza dell’ex
presidente uruguaiano verso l’eternità.
Membro del movimento guerrigliero dei Tupamaros negli anni Sessanta,
imprigionato dalla dittatura uruguaiana tra il 1972 e il 1985, poi ministro,
presidente e due volte senatore dopo la sua presidenza, leggendario leader del
Movimento di Partecipazione Popolare (MPP) – settore maggioritario del Frente
Amplio, ora nuovamente al governo – “Pepe” ha messo tutta la sua vita al
servizio del suo popolo.
Coerente con il suo approccio critico nei confronti della spinta capitalista ad
accumulare beni materiali che non contribuiscono alla felicità umana, Mujica ha
condotto uno stile di vita austero fino alla fine, donando il 90% del suo
stipendio a istituzioni di azione sociale a beneficio di settori impoveriti e
piccoli imprenditori.
Tra i principali risultati politici durante il suo mandato presidenziale, va
ricordato il Piano di edilizia sociale “Juntos”, il cui obiettivo era quello di
fornire alle famiglie bisognose una casa in cui vivere. La costruzione delle
case ha coinvolto non solo i professionisti, ma anche le persone stesse, insieme
ai loro vicini e ai volontari.
Nel giugno 2012, con una decisione da pioniere, il governo Mujica ha proposto di
legalizzare e regolamentare la vendita di marijuana. Un altro progetto
importante è stata la promozione dell’Università Tecnologica dell’Uruguay,
un’istituzione pubblica e autonoma che offre istruzione in sei dipartimenti del
Paese, consentendo agli studenti dell’interno del Paese di accedere
all’istruzione universitaria.
Mujica è anche riuscito a promulgare, dopo un’accanita resistenza conservatrice,
la legge sul matrimonio egualitario nel maggio 2013. Sempre sotto il suo mandato
presidenziale, nel 2012 è stato depenalizzato l’aborto con la legge n. 18.987,
che regola l’interruzione volontaria della gravidanza (IVE).
Strenuo oppositore della guerra, nel suo discorso alle Nazioni Unite del
settembre 2013 ha affermato che il primo compito dell’umanità è “salvare la
vita”.
In quel messaggio poetico e pieno di significato, ha sottolineato: “Porto il
fardello dei milioni di poveri dell’America Latina, una patria comune in via di
formazione. Porto con me le culture originarie schiacciate, i resti del
colonialismo nelle Malvine, gli inutili blocchi di quell’alligatore sotto il
sole dei Caraibi chiamato Cuba. Porto con me le conseguenze della sorveglianza
elettronica che ci avvelena con la sfiducia. Porto con me un gigantesco debito
sociale, con il dovere di lottare per l’Amazzonia, per una patria per tutti e
perché la Colombia trovi la strada della pace. Porto con me il dovere della
tolleranza. La tolleranza è necessaria per chi è diverso e non per chi è
d’accordo con noi. La tolleranza è la base per vivere insieme in pace”. Mujica
ha poi definito “piaghe contemporanee” l’economia sporca, il traffico di droga e
la corruzione.
“Abbiamo sacrificato i vecchi dei immateriali e occupato il tempio con il dio
mercato, che organizza la nostra economia, la politica, la vita e finanzia
persino l’apparenza della felicità a rate. Sembra che siamo nati solo per
consumare e consumare, e quando non possiamo farlo, ci sentiamo oppressi dalla
frustrazione e dalla povertà”, ha aggiunto.
Ha criticato con forza il consumismo. Se l’umanità aspira a consumare come
l’americano medio, ci vorrebbero tre pianeti per vivere. Gli sprechi e le
speculazioni andrebbero puniti.
“Né i grandi Stati, né le multinazionali e tanto meno il sistema finanziario
dovrebbero governare il mondo”. Per il presidente uruguaiano, è l’alta politica
intrecciata con la scienza, “che non brama il profitto”, che dovrebbe fornire le
linee guida.
Al di là delle critiche, Pepe Mujica ha concluso il suo discorso con un
messaggio di speranza per la capacità dell’umanità di trasformare i deserti, di
creare piante che vivono nell’acqua salata, di sradicare l’indigenza dal pianeta
e di accettare il fatto che la vita è un miracolo di cui bisogna prendersi cura.
Attivo promotore dell’integrazione regionale sovrana, ha fatto parte dell’asse
politico latinoamericano, accanto a Cristina Kirchner, Lula da Silva e Hugo
Chávez, tra gli altri.
Nell’ambito delle Giornate Latinoamericane e Caraibiche dell’Integrazione dei
Popoli, che si sono svolte a Foz de Iguazú nel febbraio 2024, alle quali ha
partecipato con i suoi 88 anni, il veterano attivista ha affermato che “non c’è
integrazione senza popoli che la sostengano”, tracciando una chiara rotta per
gli sforzi di costruzione di una casa comune in America Latina e nei Caraibi.
Nel suo intervento nell’atto finale della Conferenza, Mujica ha illustrato
interessanti esempi sulla necessità e l’utilità dell’integrazione per il
miglioramento della deplorevole situazione del gruppo che siamo soliti chiamare
“popolo”, anche se molti dei suoi membri, forse influenzati da false promesse
individualistiche, non sempre si considerano tali.
Mujica ha proposto una prima fase con possibili questioni, difficili da
respingere, che potrebbero facilitare la comprensione da parte della base
sociale dei vantaggi e dei requisiti di sopravvivenza che l’integrazione
continentale comporta.
“L’integrazione non è fine a se stessa e non prospera se non migliora la vita
dei popoli. Inoltre, per non essere uno slogan vuoto e inutile, deve
configurarsi con immagini precise, acquisire colore, forma, plasticità,
suscitare passione…”.
E’ difficile descrivere in modo completo della sua persona, a volte affabile e
altre acida nella sua franchezza, profonda e allo stesso tempo affezionata ai
detti popolari. José Alberto “Pepe” Mujica Cordano passa alla storia come un
umanista integrale.
Come ha detto durante una recente visita del Presidente cileno Boric alla sua
fattoria di Rincón del Cerro, alla periferia di Montevideo: “Siamo diversi, ma
sappiamo tutti che ci sono troppe persone che non hanno una possibilità nella
vita. Per questo ci definiamo di sinistra, ma in realtà non siamo né di destra
né di sinistra, siamo umanisti. Pensiamo a ciò che è meglio per il futuro
dell’umanità. E moriremo sognando questo.”
Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo
Javier Tolcachier