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Dalla fantasia alla realtà, e viceversa: la rotta ‘scombussolata’ del potere dominante nella modernità
Il sociologo Lelio Demichelis presenterà il proprio libro intitolato Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male all’incontro, organizzato dalla Rete delle Alternative, in svolgimento a Casale Monferrato la sera di giovedì 5 marzo prossimo. Casualmente, o forse no, pubblicato dalla casa editrice denominata Derive Approdi, il testo si ispira alla Nave dei Folli dipinta da Hieronymus Bosch nel 1494. Sicuramente il soggetto del quadro era ricorrente della tradizione popolare del XV secolo. Nel medioevo la nave dei folli veniva rappresentata alle sfilate carnevalesche per ridicolizzzare i potenti e nella letteratura è stata rappresentata in una parodia dell’Odissea, il poema, composto da Jacob van Oestvoren nel 1413, narrando le tragicomiche avventure di una compagnia di libertini imbarcati su un vascello alla deriva. Casualmente, o forse no, due anni prima che il pittore la dipingesse, nel 1492, era cominciata una nuova epoca, poiché la ‘scoperta dell’America’ aveva inaugurato la modernità cambiando la Weltanschaung (visione del mondo), da allora in poi diventato ‘globale’. Casualmente… questa ‘rivoluzione’ di ogni prospettiva, dalla sfera cognitiva a tutte le dimensioni ed estensioni della realtà, era conseguita alla folle impresa condotta da un navigatore visionario, casualmente italiano e ligure. Curiosamente…  il personaggio iconico protagonista delle tragicomiche avventure nei tempi moderni italiani, il ragionier Ugo Fantozzi, è una figura emblematica ideata e interpretata dal genovese Paolo Villaggio e la Nave dei Folli è stata riproposta come tema del Carnevale di Genova del 2023. L’analisi dendrocronologica condotta nel 2001 ha accertato che La Nave dei Folli è stata dipinta sullo stesso pannello ligneo insieme ad altre due opere, l‘Allegoria dei piaceri e la Morte di un avaro, che formavano un trittico e, accanto al Venditore ambulante, compongono un ciclo di rappresentazioni con cui il pittore fiammingo ha illustrato i paradossi del presente nella propria epoca. E nello stesso anno in cui Hieronymus Bosch la raffigurava, la nave dei folli veniva descritta nella commedia satirica composta dal tedesco Sebastian Brant, intitolata Das Narrenschiff (La Nave dei Folli), a cui il filosofo francese Michel Foucault fece riferimento nella propria tesi di dottorato, e sua ‘opera prima’, stampata nel 1961 con il titolo Folie et Déraison. Histoire de la folie à l’âge classique, un libro che in Italia è stato tradotto ed edito nel 1976 e risposto nel 2025 (Storia della follia nell’età classica). Casualmente, o forse no, nel 2025 è stato pubblicato Tecno-archía il cui autore, il sociologo Lelio Demichelis, a sua volta si è ispirato all’iconologia della nave dei folli e, inoltre, fa esplicito riferimento a un altro caposaldo della filosofia politica post-moderma e dellastoria contemporanea: il libro pubblicato nel 1963 e intitolato La banalità del male (Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil) in cui, approfondendo la descrizione dei fatti di cui aveva riferito con i propri reportage pubblicati sul settimanale The New Yorker come corrispondente da un processo a un nazista incriminato, e condannato a morte, Hannah Arendt affronta la questione allora cruciale e oggi tanto attuale delle responsabilità morali di un’intera generazione per le atrocità compiute sotto gli occhi di tutti. > Tecno-archía è il nome che Lelio Demichelis dà alla modernità e alla sua > razionalità strumentale/ calcolante-industriale (in verità irrazionale, con > crisi sociale e climatica insieme). > > La tecno-archía domina il mondo da tre secoli ed è arrivata oggi a produrre > algoritmi, IA e uomini sempre più dipendenti dalle macchine, oltre > all’ecocidio. > > Sembra la Nave dei folli del pittore Hieronymus Bosch, senza vele e timone e > carica di un’umanità impazzita. A differenza di quella Nave, però, ha una > rotta ben definita e vele spiegate: si chiamano profitto, digitalizzazione e > sfruttamento illimitato di uomini e biosfera. > > Lelio Demichelis propone una critica radicale an-archica e demo-cratica al > potere totalitario dominante, al sistema tecnico e alla nuova classe delle > macchine. > > Un libro decisamente controcorrente. > > Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male – 2025 La Rete delle Alternative accoglierà Lelio Demichelis a Casale Monferrato (sala Giumelli – piazza C. Battisti, 1) alle 21:00 di giovedì 5 marzo prossimo: “Dialogando con Alberto Deambrogio, Lelio Demichelis presenterà un testo che non è nichilista. Al contrario, è un appello accorato alla riscoperta della politica e dell’etica. Ci inviterà a tornare ad essere soggetti invece che utenti, a rivendicare il diritto all’errore, all’inefficienza, al silenzio. La sua è una resistenza umanistica che passa per la riappropriazione del linguaggio e del pensiero critico. In un’epoca dominata dall’algoritmo, Demichelis ci condurrà attraverso un’analisi lucida e coraggiosa del nostro presente, paragonando l’umanità contemporanea alla celebre Nave dei folli di Bosch: un’imbarcazione alla deriva, in balia di una razionalità tecnologica che sembra aver smarrito il senso dell’umano. Il sottotitolo, richiamando esplicitamente Hannah Arendt, solleva interrogativi urgenti sulla banalità digitale e su come la delega totale alle macchine stia riconfigurando il potere e la democrazia. La banalità digitale si manifesta nell’accettazione passiva degli algoritmi, nella delega alla nostra capacità critica a sistemi di calcolo e nella trasformazione della vita in un flusso ininterrotto di dati. Il male oggi non è un evento tragico e riconoscibile, ma un processo silenzioso di svuotamento dell’umano, una burocratizzazione dell’esistente mediata dagli schermi”. L’incontro è anticipato dall’intervista pubblicata il 9 gennaio scorso su ALTERNATIV@ CONTRO LA GABBIA FATTA DI NUMERI, CALCOLO, CALCOLABILITÀ DEL SISTEMA CAPITALISTICO NEOLIBERALE – TRE DOMANDE A LELIO DEMICHELIS Alberto Deambrogio: Spesso si parla di algoritmi come strumenti tecnici di controllo, ma lei introduce il termine tecno-archia per suggerire un vero e proprio regime ontologico. In che modo questa “archia” (questo comando) differisce dalle forme di totalitarismo del Novecento, e perché oggi l’obbedienza al sistema sembra passare attraverso la ricerca individuale di performance e autorealizzazione? Lelio Demichelis: Differisce nel senso che è la Tecno-archía (totalitaria per sua essenza) ad avere permesso la nascita poi dei totalitarismi politici del ‘900. Ma totalitaria era anche la società tecnologica avanzata, come la definiva Marcuse negli anni ’60. Quindi gli algoritmi non sono solo strumenti tecnici di controllo, ma una delle forme tecniche ontologiche per il governo eteronomo della vita degli uomini in una società tecnica, dove l’uomo sta smettendo pure di pensare, lasciandolo fare alla IA. Ma tutto ha la sua radice nella modernità, nella rivoluzione scientifica e poi industriale e la Tecno-archía è iper-totalitaria e produce e sussume in sé anche totalitarismi apparentemente settoriali – come quello oggi digitale, ieri quello industriale e consumistico. Tecno-archía che si esprime nella ontologia della razionalità strumentale/calcolante-industriale, intendendo per ontologia il senso omologato e uniforme del come dover vivere, del cosa dover pensare e fare,di tutti e di ciascuno. È il potere archico non tanto di singoli uomini (come la monarchia o l’oligarchia), ma di un sistema di pensiero, del fatto sociale totale-totalitario della iper-modernità digitale, che ha chiuso tutti noi in una gabbia fatta di numeri, di calcolo e di calcolabilità, di pianificazione archica, di standardizzazione anche se tutto è offerto come sempre nuovo e diverso. E crediamo che questo sia razionale confondendo l’esatto matematico con il giusto morale – mentre è una razionalità irrazionale, una Nave dei folli– dove sfruttamento si affianca ad auto-sfruttamento, libertà a repressione, crisi climatica e sociale a edonismo e irresponsabilità. A.D.: Se la tecnica non è più un mezzo ma il fine ultimo che tutto sussume, che spazio rimane per il “politico” inteso come capacità di immaginare alternative? La tecno-archia ha definitivamente neutralizzato la dialettica tra capitale e lavoro, trasformandoci tutti in semplici “funzionari” di un apparato che non prevede più il dissenso? L.D.: Apparentemente nessuno spazio, se il politico è stato tradotto/tradito in tecnico ed economico. Per ritrovare il politico dovremmo uscire dalla Tecno-archía – e questa uscita è per me il nuovo spazio politico e del politico da costruire. La democrazia, nella Grecia antica, nasce quando il demos prende consapevolezza del proprio potere (crazia e non archía) e depone l’oligarchia. Oggi vige ovunque il medesimo regime ontologico/teleologico (l’archía) di accrescimento illimitato e di volontà di onnipotenza. E quindi, deporre la Tecno-archía sembra essere l’unica e ultima possibilità rimasta, difficile ma necessaria. Purtroppo, in questo non ci aiuta il marxismo che non solo ha accettato il potere archico del capitalismo/neoliberalismo, ma da sempre rifiuta di comprendere il potere archico in sé e per sé della tecnica moderna e industriale – tecnica che mai libera l’uomo (rifiutando, essendo un potere archico, uomini liberi e autonomi, li vuole funzionali e produttivi sempre di più) –;ovvero è l’organizzazione tecnica della fabbrica e non la proprietà dei mezzi di produzione la causa dell’oppressione sociale, come scriveva Simone Weil e oggi tutta la società è diventata una fabbrica; e il taylorismo è l’ontologia tecno-archica che si fa prassi, oggi digitale e che ha scomposto la fabbrica, la classe operaia e lo stesso individuo (facendolo divisum) – e da ultimo la conoscenza, nel taylorismo cognitivo della IA – perché tutto possa essere così meglio sussunto/integrato nell’archía. Ovvero: le sinistre continuano a non voler capire che tra uomo, libertà, democrazia e biosfera da un lato e Tecno-archía dall’altro ogni compromesso (come tra capitale e lavoro) è controproducente. A.D.: Nel suo libro emerge l’idea di un’umanità che si adatta plasticamente alle esigenze della macchina. In questa mutazione antropologica, è ancora possibile rintracciare un “residuo umano” che sfugga alla logica dell’efficienza, o la nostra stessa psiche è diventata un’estensione del software globale? L.D.: Questo adattarci alle macchine – alla Tecno-archía – è ben riassunto dal motto dell’Esposizione Universale di Chicago del 1933: La scienza scopre, l’industria (cioè la tecnica) applica, l’uomo si adegua. E da allora – in realtà dalla rivoluzione scientifica e poi industriale – ci siamo adeguati alla catena di montaggio, alla bomba atomica, alla flessibilità del lavoro e ora ci adattiamo all’intelligenza artificiale e alla crisi climatica, come se fossero dei dati di fatto e non dispositivi eternomi della Tecno-archía. Siamo cioè in un gigantesco deficit di democrazia (ovvio, essendo sussunti in un sistema archico), in un massimo di alienazione (se devo adeguarmi, non sono libero) e in un colossale sbilanciamento di potere. E sì, crediamo di poter decidere su quasi tutto, ma mai possiamo su scienza, tecnica e capitale (e la democrazia economica e industriale del ‘900 sono state parentesi presto richiuse, grazie al digitale e al neoliberalismo), cioè mai sui poteri che più impattano, ma archicamente, su di noi. E allora, non basta (ma è comunque doveroso) conservare spazi e tempi che sfuggano alla valorizzazione/mercificazione/efficientizzazione capitalistica-neoliberale e soprattutto all’integrazione tecnica; ma su tutto occorre attivare un nuovo conflitto/antagonismo che sia in primo luogo ontologico contro il potere archico – e se è vero che la critica alla modernità non è cosa nuova, radicalmente nuovo è considerarla un potere archico, come appunto faccio nel mio libro. Ma solo riconoscendola come potere archico si potrà forse generare un pensiero (ma per pensare bisogna leggere libri e non farli riassumere dall’Assistente IA) destituente anti-archico e insieme re-istituente demo-cratico e sempre an-archico. Cioè senza principi/fondamenti assoluti e totalitari (senza arché). Maddalena Brunasti
February 26, 2026
Pressenza
Le luci della città
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Luci della città è il titolo di uno dei film più belli e noti di Charlie Chaplin. Film muto del 1931 – scritto, prodotto, diretto e interpretato da Chaplin – racconta con struggente dolcezza la storia di una giovane fioraia cieca che, grazie all’aiuto finanziario del protagonista, ritrova la vista. Il film termina con l’episodio della fioraia che riconosce il suo benefattore tramite una stretta di mano. La mano che, da cieca, aveva avuto modo di sentire e apprezzare come strumento di bontà nei suoi confronti. A causa del pretesto commerciale del natale le nostre città sono inondate di luci. Luci artificiali che si vorrebbero festive, gioiose e spensierate. Si propongono di compensare così le innumerevoli tenebre che sembrano invece prosperare poco lontano. Le luci delle nostre città appaiono false e poco credibili perché, invece di illuminare, accecano gli occhi, le parole e financo una festa così innocente come quella natalizia. Si tratta di luminarie che, in realtà, tradiscono la luce. Fanno parte dello spettacolo che, come su un palcoscenico, accendono e attirano l’attenzione su ciò che si vuole sottolineare. Le cose vere e autentiche sono però altrove, all’ombra, al buio, nelle trincee che da troppe parti si stanno scavando tra un cimitero e l’altro. Sono, invece di assordanti luci, silenzi gravidi di sofferenze, umiliazioni, paure e file interminabili di sfollati che, protetti dalle tenebre, tentano di scavalcare i fili spinati delle frontiere. Le luci delle città nascondono, complici, le tenebre. Chi, come chi scrive, ha avuto il privilegio di vivere per alcuni anni in Africa Occidentale, ricorderà i tagli all’elettricità o i black out improvvisi specie nella stagione calda dell’anno. Nel buio delle capitali e delle città si sentiva con nitidezza la musica prodotta dai generatori di corrente. Di varie dimensioni e per tutte le borse creavano un’atmosfera quasi magica e fatalmente interrotta dal grido di gioa dei bambini quando la corrente era ripristinata. Da quelle parti le luci della città erano povere e vere. Luci di città beffarde, ingannatrici, eccessive, arroganti e fuorvianti rispetto al mondo e alla verità dell’avvenimento che le luci vorrebbero mistificare. In città sarebbe meglio instaurare l’oscurità, la penombra, il coprifuoco non appena tramonta il sole e fino all’aurora del primo giorno della settimana. Affinché si possa meglio udire il grido… “Sentinella quanto resta della notte”, perché poi “arriva il mattino e poi ancora la notte”, risponderebbe la sentinella. Il buio sarebbe più sincero. Con che diritto e come osare mettere le illuminazioni più sfrontate nelle città quando si fa la propaganda delle guerre e muoiono, lontano dalle luci, i migliori tra loro. Cercatori di utopie, fabbricatori di sogni, disegnatori di nuovi sentieri, funamboli di frontiere inventate, minatori di parole libere e poeti dalle nude mani fioriscono solo nella notte. Bisognerà spegnere le luci superflue e lasciar brillare le stelle per quanti nasceranno quella notte. Tutti sentiranno allora il canto del mattino. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > La guerra è la pace -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le luci della città proviene da Comune-info.
December 7, 2025
Comune-info
Perché l’ideologia woke è di destra
L’ideologia woke già da due anni ha perso smalto e innocenza, per diventare nelle mani delle destre l’insulto ideale con cui screditare ogni lotta contro razzismo, ingiustizia, oppressione. Il wokismo è diventato il dispositivo retorico reazionario della destra per criticare chiunque parli di lotta al colonialismo e all’imperialismo, anche se spesso e volentieri discorsi apparentemente anticoloniali stanno sullo sfondo dei discorsi woke. Non è un caso infatti che erroneamente molti autori progressisti vengono definiti woke, pur non essendolo di fatto. Ciò alimenta ancor di più la confusione sotto il cielo. L’obiettivo della destra è delegittimare chi parla di colonialismo occidentale e dei suoi crimini nella storia degli ultimi secoli, continuando a portare in palmo di mano i presunti “valori occidentali”. Dall’altra parte le esplosioni di puritanesimo rieducativo scatenato dagli eccessi della cancel culture hanno alienato chi, pur di opinioni progressiste, non accettava questo clima di inespressione. C’è chi la demonizza, descrivendola come una sorta di perversione-ossessione, e c’è chi invece la considera una forma addirittura di “progresso morale e spirituale dell’umanità”. Ma che cosa significa Woke? E in che cosa consiste questa nuova ideologia che sembra diventata egemone in molti ambienti della cosiddetta “sinistra neoliberal” occidentale? Sebbene sia fondamentalmente presa di mira dalla destra più reazionaria, davvero è di sinistra? Esistono, oltre alle solite critiche della destra bigotta e conservatrice, anche altre più sensate che mettono a nudo le ipocrisie e fanno luce sui suoi legami con l’attuale sistema-mondo e la sua ideologia di fondo, il neoliberismo? Il termine Woke,– letteralmente “sveglio” – entra ufficialmente nei dizionari dell’anglosfera a partire dal 2017 dopo essere stato adottato dal movimento anti-razzista Black Lives Matter. Non si tratta di una visione politica complessiva e organica, ma di un insieme – spesso anche un po’ caotico – di teorie e di rivendicazioni diverse ma che, secondo autori importanti come Chomsky o Zizek, hanno comunque un senso storico preciso e coerente: un vero e proprio cambio di paradigma nelle teorie e nelle pratiche politiche della sinistra occidentale. La sinistra non di sempre, ma la sinistra liberal: quella che non critica il capitalismo, ma parla di “capitalismo inclusivo”; quella che non parla di liberazione dai sistemi di oppressione, ma di emancipazione nei sistemi stessi; quella che non parla di mettere in discussione gli attuali rapporti di potere, ma vuole integrare tutti negli attuali ruoli di potere; infine quella che non parla di socialismo, ma di “mercato libero” in nome del “neoliberismo progressista”. L’ideologia Woke spazia dai classici temi connessi ai diritti civili ad alcune nuove battaglie culturali che vanno dalla distruzione di monumenti del passato alla politicizzazione degli orientamenti sessuali visti come atti di autoaffermazione, alla legalizzazione della gravidanza surrogata, alla censura del linguaggio ritenuto scorretto: da qui i grandi temi delle “guerre culturali”, la polarizzazione radicale dell’opinione pubblica e la lotta per il politically correct).   Questo nuovo orientamento politico ha origine in quella corrente culturale nota come postmodernismo emersa negli anni Settanta nelle università francesi e poi diffusasi in alcuni ambienti della sinistra liberal americana da cui poi è stata pienamente fecondata. Un nuovo approccio che prenderà anche il nome di New Left e che si caratterizza per una cesura piuttosto netta con la tradizione socialista e marxiana e si fonda su nuove teorie dello sfruttamento e dell’emancipazione più compatibili con le strutture capitaliste. A partire dagli anni Ottanta, con la crisi dell’Urss e l’affermarsi delle strutture economiche neoliberiste, che questa ideologia comincia a diffondersi e ad affermarsi. Per quanto quasi nessuno si definirebbe Woke, oggi nel nostro Paese gran parte di queste idee sono entrate a far parte dell’immaginario politico delle nuove generazioni, e questo anche grazie all’adesione ad alcune delle sue teorie da parte attori, influencer e di buona parte dell’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento. Dall’altro lato della barricata, ad avere risonanza sono purtroppo quasi solo le critiche mosse dalla destra bigotta e reazionaria che, in nome di una tradizione da loro arbitrariamente inventata, si erge ad eroica guardiana dei sacri valori del patriarcato, della distinzione dei ruoli di genere e, in generale, di come si facevano le cose una volta. Ma al di là del generale Vannacci e dell’estrema destra italiana, in questi anni anche tanti intellettuali di sinistra hanno preso posizione contro alcune delle tesi antropologiche e politiche dell’ideologia Woke più superficiali e contro l’atteggiamento aristocratico e antidemocratico di alcuni suoi esponenti. Nel suo libro Categorie della politica, Vincenzo Costa sottolinea, ad esempio, anche l’atteggiamento spesso elitario e classista di questa nuova sottocultura. Maturata all’interno delle università, l’ideologia Woke ha infatti fatto presa soprattutto negli ambienti di lavoro intellettuale e negli strati più agiati della popolazione. Nonostante il bombardamento mediatico, le classi popolari ne sono rimaste sostanzialmente estranee e, anzi, spesso guardano ad essa con ostilità e sospetto. Come scrive la giornalista Florinda Ambrogio: “La correlazione tra redditi alti dei genitori e comportamenti Woke dei figli salta agli occhi. […] In Francia, solo il 40 per cento degli operai ha sentito parlare della scrittura inclusiva e solo il 18 per cento sa di che cosa si tratta, contro il 73 per cento nelle categorie superiori.” Ma questa diffidenza e ostilità non è casuale e ha ragioni politiche profonde. Nella New Left postmoderna vengono infatti ridefinite le nozioni di dominio e di emancipazione: il soggetto da emancipare smette di essere identificato nei ceti subalterni e nelle classi lavoratrici – ossia le persone vittime della miseria e della precarietà – per diventare le minoranze etniche e sessuali e di coloro che, indipendentemente dal reddito, sono considerati o si sentono “diversi”. Diventando questi ultimi i soggetti sociali da emancipare, gli operai, contadini, impiegati e, in generale, le classi popolari, a causa della loro cultura – che viene considerata dallo wokismo retrograda, ignorante e prevaricatrice – diventano magicamente espressione del nuovo potere da abbattere. Dalla lotta politica allo sfruttamento e per l’emancipazione del 99% quindi, con l’ideologia Woke si passa alla lotta culturale contro il costume e le tradizioni popolari, ritenute come un bacino uniforme di sessismo, razzismo, omofobia. Per questo, scrive Costa, “anche l’atto rivoluzionario non consiste più nello spezzare i legami di potere e dipendenza tra le classi e gli uomini, ma nel distruggere la cultura popolare come emblema di oppressione delle minoranze”. Diventa quindi chiaro perché la sinistra liberal appaia sempre più spesso un’elitè che, demonizzando lo stile di vita e i legami comunitari, vorrebbe imporre loro una rieducazione dall’alto in base alle proprie convinzioni di nicchia. “Categorie della politica” di Vincenzo Costa Come nota Zizek, questo progetto è probabilmente destinato a fallire. “Sceneggiatori, registi, attrici e attori” – scrive il filosofo marxista sloveno in un articolo chiamato Wokeness is here to stay – “cadono sempre di più nella tentazione di impartire lezioncine moraleggianti. Una forzatura che non ha riscosso successo tra il pubblico, nonostante il settore dell’immaginario è dove si conquista il mondo reale e si rovescia il pensiero delle persone”. Differentemente dalle grandi figure della tradizione socialista, insomma, queste nuove forme di “intellettualismo degenerato” (parafrasando Adriana Zarri, quando si scagliava sia contro il pensiero unico democristiano sia contro i falsi intellettuali pronti ad esaltare la società dei consumi), non sembrano interessati ad ascoltare e a dare voce agli interessi della maggioranza delle persone, ma solo a biasimarne gli stili di vita accusandoli di ignoranza e discriminazione: “Quella che in origine era una sacrosanta volontà di uguaglianza di diritti” – continua Costa in Le categorie della politica – “rischia di diventare una vera e propria guerra culturale dei primi contro gli ultimi”. Un esempio emblematico, in questo senso, è il caso del cosiddetto linguaggio inclusivo: in maniera del tutto arbitraria e in barba ai secolari processi storici di formazione linguistica, alcune nicchie di intellettuali americani e europei hanno deciso di voler modificare alcune desinenze e pronomi, accusando di discriminazione e prevaricazione tutti coloro che non si adeguano. Il linguaggio è un discorso molto più complesso e non avviene mai per scelte arbitrarie prese da un momento all’altro. Mentre si bersagliano i plurali linguistici, a non essere mai toccate dalle critiche Woke sembrano essere proprio le principali cause della riproduzione della diseguaglianza e della discriminazione, ossia i meccanismi di mercato e di distribuzione della ricchezza. Per dirla con una battuta “Ci si emancipa con successo dall’oppressione di grammatica e sintassi, mente ci si prosterna accoglienti verso i consigli per gli acquisti degli influencer” scrive Andrea Zhok. Alla luce di questa trasformazione nei concetti di “discriminazione” ed “emancipazione” appare ora molto più chiaro il nesso tra cultura Woke e neoliberismo e la ragione per la quale i grandi poteri di questo mondo si siano spesso fatti portavoce di questa nuova ideologia. Nel wokismo, le questioni socioeconomiche, i rapporti tra lavoro e capitale, lo strapotere della finanza internazionale e la perdita di sovranità democratica vengono surclassate. Centrale è invece il tema dell’identità e delle narrazioni identitarie poichè a destare scandalo è la notizia di cronaca, sulle quali si fa leva per generare consenso. In secondo luogo, il wokismo promuove una politica dell’individualismo e della frammentazione in cui ogni fronte comune che si fondi sull’interesse nazionale, sull’interesse di classe, sull’interesse di una comunità locale viene infiacchito da conflitti privati di autoaffermazione. Si parla spesso, per questa tendenza, di Identity politics – politiche dell’identità -, ma sarebbe più giusto parlare di politica di rigetto dell’identità, visto che ogni identità collettiva viene percepita con disagio da individui abituati a pensare che la libertà sia totale assenza di vincoli e legami e che il processo di liberazione sia sempre un processo non con, ma contro ogni comunità di appartenenza: per citare Sartre, per i rappresentati della cultura Woke, “l’altro è l’inferno.” A partire da questo tema, un’altra grande critica all’ideologia woke è stata mossa dalla filosofa Susan Neiman – statunitense trapiantata in Germania – nel suo libro “La sinistra non è woke. Un antimanifesto”. Dappertutto sta risorgendo un nazionalismo feroce e cinico, contrapposto alla globalizzazione e l’elezione di Donald Trump è arrivata a coronare una rimonta delle destre reazionarie in tutto il mondo, con punte di neofascismo o addirittura neonazismo. Com’è potuto succedere? Neiman ha una sua risposta. Non è economica, geopolitica o tecnologica, ma è una risposta culturale: la destra ha vinto perché la sinistra non esiste quasi più. Come ha dichiarato Neiman in una intervista a La Repubblica: «È dal 1991 che la sinistra è allo sbando. Non solo il socialismo di Stato; ogni forma di socialismo è stata vista come fallimentare. In più, con la fine del socialismo di Stato è come se si fosse estinto ogni altro ideale e proprio qui il neoliberalismo, sostenuto dalla psicologia evoluzionistica, ha sostenuto e propagandato che l’unica forza universalista valida fosse il desiderio generale per beni di consumo e potere. E quelli a sinistra che non accettavano di aderire a questa prospettiva, si sono sentiti senza alternative se non combattere l’oppressione in termini molto particolari: la lotta al razzismo, al sessismo e all’omofobia. Lotte fondamentali, ma che non si possono portare avanti senza quei princìpi che proprio il progressivismo woke ha abbandonato». Dalla seconda metà del Novecento, secondo Neiman, i valori della sinistra sono stati messi in discussione proprio da certe frange neoliberali e movimentiste. Ed è così che molti fra coloro che oggi si considerano “di sinistra” non sono davvero “di sinistra”, ma sono “woke”. Che è una cosa diversa, anzi, in un certo senso è proprio il contrario: un movimento che vive la modernità in tutti i suoi aspetti futili, ma diffida delle sue fondamenta spesso senza cognizione di causa; che vive del mito del progresso economico, ma diffida dei suoi presupposti; che nega ogni fronte comune possibile, frammentando il corpo sociale in tribù identitarie in lotta; che rinuncia ai diritti sociali e si aggrappa esizialmente ai diritti civili. Già alla prima riga, Susan Neiman dichiara che questo libro non è «una tirata contro la cancel culture», ma è molto di più: un anti-manifesto, una lucida requisitoria sugli sbagli che la sinistra ha fatto, in questi decenni confusi. Perché è solo tornando a costruire, dalle fondamenta dei propri valori, che la sinistra può risorgere. «Woke fa appello alle tradizionali emozioni liberali e di sinistra: il desiderio di aiutare oppressi ed emarginati. Per questo motivo si tende a sottovalutare i vari modi in cui il movimento woke è profondamente minato al suo interno da idee molto reazionarie: il rifiuto dell’universalismo, la negazione che esista una distinzione di principio tra potere e giustizia, credere che ogni tentativo di progresso sia una forma mascherata di sottomissione. Tutte le idee che il woke tenta di boicottare sono valori fondamentali di sinistra» – ha affermato Neiman nell’intervista a La Repubblica – «(…) confonde la mente a progressisti e liberali che non riescono ad agire con chiarezza e, come si vede dalle recenti iniziative di Donald Trump, consente alla destra di qualificare e attaccare come woke qualsiasi tentativo di promuovere la giustizia sociale». Secondo la Neiman, è stata l’ideologia woke, con la sua retorica spesso irragionevole, a spalancare la strada alla destra più reazionaria. Il principale merito del pamphlet di Susan Neiman (che sta sbancando negli Stati Uniti) è di spiegare bene che il wokismo, un’ideologia fondamentalmente di destra, si è impossessata di ampie frange della sinistra. Neiman documenta brillantemente lo svilimento delle lotte “umanistiche” in rivendicazioni identitarie, l’infiltrarsi delle categorie schmittiane “amico-nemico” nel discorso politico di sinistra, la rinuncia alla concezione progressiva della storia ereditata dall’illuminismo. Rigettando universalismo, giustizia e progresso, i woke si sono sostanzialmente uniformati al particolarismo, all’ideologia del dominio e all’abolizione della speranza. Neiman non ha timore di dichiararsi socialista e persino illuminista. Se si va a vedere, la sua pars construens non è lontana da quella offerta da Axel Honneth in L’idea di socialismo. “La sinistra non è woke. Un antimanifesto” di Susan Neiman Ma la soluzione a queste contraddizioni non sarebbe il tanto ripetuto argomento per il quale bisogna portare avanti sia i diritti civili che quelli sociali? Sicuramente, ma dovremmo anche fingere di non vedere che, da mezzo secolo, il dibattito pubblico verte solo sui primi, mentre sono solo i secondi ad andare a picco; a questo proposito, una menzione merita l’ultimo libro di Carl Rhodes – Capitalismo Woke – dedicato ad un fenomeno in espansione, quello del Wokewashing, e cioè l’attitudine delle aziende a sostenere cause progressiste quali l’ambiente (greenwashing e veganwashing), le cause LGBT (pinkwashing o rainbow-washing), l’antirazzismo (blackwashing), i diritti delle donne (purplewashing), le azioni umanitarie (bluewashing), i diritti animali (animal-washing), o addirittura i temi sociali e i diritti del lavoro (redwashing): dal ricco CEO di BlackRock che tuona contro le discriminazioni allo spot di Nike contro il razzismo; da Gillette che fustiga la mascolinità tossica al sostegno di varie compagnie al referendum australiano del 2017 sul matrimonio omosessuale. Questi non sono esempi isolati: “Fra le imprese, soprattutto quelle globali, vi è una tendenza significativa ed osservabile a diventare woke” scrive Rhodes, tanto che “Secondo il New York Times il capitalismo woke è stato il leitmotiv di Davos 2020”. L’autore – che non è certo un conservatore di destra – ha, nei confronti di questo fenomeno, una posizione piuttosto negativa e ne sottolinea l’aspetto ipocrita e strumentale volto a sviare l’attenzione dalle pratiche oligarchiche e antisociali dei grandi gruppi economici: «È tempo di abbandonare l’idea che le imprese, in quanto attori principalmente economici, possano in qualche modo aprire la strada politica per un mondo più giusto, equo e sostenibile. Il capitalismo woke è una strategia per mantenere lo status quo economico e politico e per sedare ogni critica. Questo libro è un invito a opporgli resistenza e a non farsi ingannare». E’ infatti facile vedere come fra i temi di tale impegno ci sia una forzosa selezione determinata dai propri interessi: non si è ancora visto, ad esempio, le grandi aziende scendere in campo contro l’elusione fiscale, dato che sono i primi a praticarla. In qualche modo, Capitalismo woke di Carl Rhodes si sposa perfettamente con la critica, che fece la giornalista e saggista Naomi Klein in No Logo, ai processi di rebranding e di rebrandizzazione delle menti da parte delle multinazionali con il fine di rifarsi una verginità a fini di immagini pubblicitarie e propagandistiche. L’ideologia Woke, secondo Rhodes, sta diventando il corrispettivo di ciò che era il cristianesimo per la borghesia dell’800 e 900: un modo per vendersi come difensori della morale e del bene, sviando l’attenzione dalle forme sistemiche di sfruttamento che portano avanti. Dopo aver lottato contro il moralismo religioso di stampo cristiano di qualunque declinazione, ci troviamo oggi imbrigliati in una forma rigenerata di moralismo laico che nulla ha di diverso strutturalmente rispetto al primo se non nei contenuti. “Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia” di Carl Rhodes Il wokismo è un esempio di americanizzazione culturale in nome dell’individualismo liberale della società dei consumi dove tutto (corpo, idee, pensiero, identità, linguaggio) finisce per essere frammentato oltre ad essere poi ridotto a merce o a feticcio. Pier Paolo Pasolini, uno dei primi critici ante-litteram dell’ideologia woke, pochi mesi prima di essere ammazzato, aveva capito che sotto la copertura delle giuste rivendicazioni politiche delle minoranze si stava sviluppando una nichilistica distruzione di tutte le forme di vita difformi alla norma del consumismo individualistico. Così, a tal riguardo, scriveva sul Corriere della Sera nel 1975: “Tale rivoluzione capitalistica dal punto di vista antropologico pretende degli uomini privi di legami con il passato, cosa che permette loro di privilegiare, come solo atto esistenziale possibile, il consumo e la soddisfazione delle sue esigenze edonistiche. […] tale nuova realtà ha tratti facilmente individuabili; borghesizzazione totale e totalizzante; correzione dell’accettazione del consumo attraverso l’alibi di un’ostentata ed enfatica ansia democratica, correzione del più degradato e delirante conformismo che si ricordi, attraverso l’alibi di un’ostentata ed enfatica esigenza di tolleranza”. Nulla di più vero. Questa società ha un immenso bisogno di diritti civili, che possono progredire di senso solo laddove sono accompagnati dallo sviluppo dei diritti sociali, altrimenti rimarranno diritti per pochi. Come direbbe la filosofa femminista e marxista Nancy Fraser, serve più che mai una ribellione del 99% della popolazione per pensare ad un mondo di verso in nome della cura, delle relazioni, della difesa dell’ambiente dalle follie delle nostre società capitaliste industriali opulente odierne. Servono alleanze dal basso per capire l’interconnessione di eventi e fenomeni perché non ci si salva da soli, ma serve capire quali siano i nostri interlocutori senza farci abbindolare da distrazioni di massa volte solo a canalizzare la rabbia collettiva per disperderla nel nulla, illudendoci di essere incisivi mentre i fatti di questo mondo ci ricordano che siamo sempre più impotenti.   (1) Vi è una sola pecca nel libro: un sostanziale fraintendimento di Foucault, di cui va di moda dire che è un postmodernista scettico, relativista e celebratore di una “concezione neutra del potere”. Il grande accusato è “Sorvegliare e punire”. Ma Foucault va letto fino agli ultimi corsi al Collège de France, per capire anche le prime opere e la sua critica radicale ad ogni potere. E Neiman finisce invece per alimentare questo superficiale cliché.   Ulteriori info: https://www.ondarossa.info/iniziative/2025/02/capitalismo-woke  https://www.futuroprossimo.it/2024/06/dal-blackwashing-al-rainbow-washing-per-le-aziende-impegno-o-facciata/ https://site.unibo.it/canadausa/it/articoli/fenomenologia-della-cancel-culture-tra-woke-capitalism-e-diritti-delle-minoranze https://www.limesonline.com/rivista/censura-e-wokismo-uccidono-l-universita-tedesca–16365764/ > Capitalismo woke https://www.globalproject.info/it/in_movimento/cannibalizzazione-e-resistenza-lecopolitica-anticapitalista-di-nancy-fraser/25269 https://www.leftbrainmedia.co.uk/post/the-comfortable-embrace-how-the-woke-left-serves-capital Lorenzo Poli
December 5, 2025
Pressenza
Per una critica radicale alla perfezione del corpo e alla chirurgia estetica
Il corpo è sempre stato un terreno di scontro, segnato dall’antica visione della paura e del sospetto nei suoi confronti in quanto origine di seduzione, desiderio, sregolatezza, terreno di perdizione, mozione delle pulsioni, sessualità, sensualità carnale, sessualizzazione, qualcosa di incontrollabile, origine di peccato e quindi oggetto di penitenza. “Controllerai i ventri e controllerai le genti” è il motto all’origine di quello che hanno attuato i regimi autoritari e che viviamo anche noi oggi in Occidente tanto con le retoriche allucinanti del natalismo, del familismo, del parto di Stato, degli imbarazzanti Fertility Day quanto sui temi etici riguardanti l’aborto legale, il suicidio assistito e l’eutanasia. La cristianità, ovvero la cultura sorta intorno al cristianesimo, ha tramandato un’idea rigida del corpo, come una “prigione della nostra anima”, un “sacco di sterco” come lo ha definito Teresa D’Avila, un mero “involucro” da abbandonare quando diventerà inservibile. Questo è stato il pensiero dualistico e gerarchico occidentale, tramandato anche dalla teologia tradizionale cristiana, che differisce totalmente dal cuore del cristianesimo (e dalla mistica cristiana) che si presenta – nonostante tutto – come l’unica, tra le religioni abramitiche, a dare una grande importanza alla corporeità: “Il Verbo si fece carne” si legge nel Vangelo secondo Giovanni (1:14). Il cristianesimo onora il corpo come principio dell’individualità senza cui l’anima non raggiungerebbe mai la sua pienezza. Come ci ricorda la teologa femminista Teresa Forcades: “Tommaso d’Aquino ha affermato che non possiamo essere “persone” senza il corpo. La sola anima non costituisce una persona. L’amore tra esseri umani non può esistere senza il corpo, perché l’essere umano non può esistere senza di esso. C’è un corpo terreno e un corpo celeste, un corpo fisico e un corpo spirituale. Ma rimane sempre il bisogno di avere un corpo come principio che personalizza la nostra identità.” – ed aggiungo io, la nostra unicità, la nostra diversità. Il cristianesimo parla dell’incarnazione di Gesù Cristo e di “resurrezione della carne” nello stesso modo in cui ha posto fine a qualunque iconoclastia, facendo fiorire l’incommensurabile arte nei suoi luoghi di culto fatta di statue carnali, corpi formosi, affreschi di angeli nudi, quadri di corpi nudi eleganti vestiti solo di veli, per non parlare dei corpi straziati e martoriati come San Sebastiano Martire sanguinante attraversato da frecce e Santa Giulia legata ad un palo mentre una forca le raspa il seno. L’arte cristiana, pur essendo in balia contrastante tra la teologia rigorista e il messaggio cristiano, ha esaltato il corpo sia nella sua bellezza sia nella sua crudezza. Nonostante ciò, la visione patriarcale è quella che ha continuato a vigere nella cristianità come nel capitalismo dei consumi di oggi dove utilitarismo, efficientismo ed apparenza vanno di pari passo con una cultura della competizione, della prestazione, della mercificazione e dello scarto. Come direbbe Papa Francesco, la “cultura dello scarto” è una “cultura della morte”. Ciò che non serve viene scartato, a meno che lo “scartato” si adegui/rispetti/rispecchi precisi canoni e può quindi tornare utile. Nella visione contemporanea, il corpo è ridotto a merce, oggetto di desiderio, desiderabile e commercializzabile, utilizzabile e usufruibile, discriminato e controllato. Il corpo deve essere prestante secondo precisi canoni/convenzioni di bellezza: esaltato quando “giovane”, scartato quando “vecchio” e recuperabile quando può ancora essere funzionale all’industria dell’immagine, a costo di essere medicalizzato e ritoccato. Nel 2023 è uscito il film Barbie, con protagonista Margot Robbie. Un “film in rosa” che ha incassato cifre astronomiche cercando di “combattere i pregiudizi sulle donne”, venendo addirittura definito assurdamente “femminista” e rivolto all’empowerment femminile. Nulla di più falso e intriso di purplewashing. Come ha dichiarato giustamente la comica Valentina Persia: “Barbie è un fake, un’illusione ottica, una menzogna. La prima che ha fatto bodyshaming a tutte noi, facendoci sentire inadeguate, grasse, povere e poco bionde…. Tutta apparenza e ostentazione, ma guadagnati come?  Chiedetelo a Ken che nel frattempo è sparito perché la signorina in questione gli ha fottuto tutto per fare la bella vita…” – afferma Persia sollevando una polemica – “Fate una bambola più vicina alle donne vere, quelle che si fanno il mazzo tutto il giorno, quelle donne che sorridono nonostante le chiappe e le tette cadenti, quelle donne che sanno essere donne nonostante siano nate in un corpo maschile, quelle donne che scappano spesso proprio da quel Ken che a differenza tua, invece di donare ville, roulotte o macchine rosa, picchia e picchia forte… Spostati biondina che siamo un esercito!” – concludeva la Persia. Interessante che a dire queste parole di estrema verità sia stata proprio la Persia che, non accettandosi fisicamente per come era, ha fatto ricorso alla chirurgia estetica. Il rincorrere le aspettative di questi canoni, nella nostra società attuale, ha preso di mira tutti, uomini e donne. Se Barbie ha fatto danni, ora è Ken a infliggere l’ennesima ansia da prestazione: sempre più ragazzi sono ossessionati dal mito del corpo palestrato, dalla pesistica, dal cross-fit, dal mito del virilismo, dal corpo apparentemente forte e muscoloso, ma in realtà reso tale solo dal gonfiore dato dalla ritenzione di liquidi e dall’assunzione spropositata di creatina in barba a qualunque attenzione per la propria salute. Anche se questo è un fenomeno in drastico aumento tra gli uomini, ad essere presi di mira sono la vecchiaia e il corpo delle donne attraverso la tossicità di tre strumenti: il photoshop, che ritocca o altera un’immagine di una persona espropriandola delle sue caratteristiche reali; l’intelligenza artificiale, vittima di bias cognitivi legati agli stessi stereotipi ageisti e di genere, oltre che alle norme/convenzioni e canoni di bellezza di cui noi stessi siamo vittima; e la chirurgia estetica, che alimenta un’industria dell’apparenza sulla pelle di migliaia di ragazze, adulte ed anziane, medicalizzandone e colonizzandone il corpo con sostanze chimiche e protesi artificiali per rincorrere canoni desiderabili e irraggiungibili su modello pubblicitario, ma funzionali alla norma vigente. Il grande psicanalista e filosofo argentino Miguel Benasayag, in Funzionare o esistere?, parla del concetto di plasticità: il vivente deve trasformarsi in un senza-forma iperplastico che si lascia plasmare, contro ogni forma di pensiero complesso. Nella “cultura dello scarto” gli anziani sono considerati “vecchi”, fuori dal ciclo produttivo, di sviluppo e di consumo e – per questo motivo – “inutili”, “senza funzione”, ovvero che non possono più funzionare. Lo stesso subiscono le donne a causa delle gravi ed ataviche connotazioni di genere dei canoni di bellezza, stratificati nella nostra cultura e funzionali al desiderio maschile: fino a quando sono giovani, belle, formose, fertili vengono considerate prestanti e utili; ma quando l’età avanza, arrivano la menopausa e le rughe, il corpo subisce degli sbalzi ormonali, ecco che la donna viene considerata non funzionale ad un sistema che – nutrendosi di maschilismo interiorizzato – rincorre il desiderio maschile. In una società consumistica, come la nostra, che ti obbliga ad inseguire questo flusso senza fine, le persone si sentono spinte ad inseguire il mito dell’eterna giovinezza, per essere utili, e dell’eterna bellezza, per essere prestanti e desiderabili. È la desacralizzazione dei corpi, come la chiamava Gandhi: il proprio corpo non è più un’entità che unisce spirito e fisico, un mezzo per esprimere i propri principi e per influenzare gli altri, o uno strumento di lotta politica e di resistenza, ma bensì un’immagine tra le altre che spesso viene trasformata plasticamente per compiacere qualcosa di esterno, in funzione degli altri, per trovare una falsa accettazione di Sé nella tendenza perversa di questa società post-moderna o ipermoderna. Nel marzo 2025, parlando del suo libro Il corpo gioia di Dio (Gabrielli editori) , in una interessantissima intervista di Ritanna Armeni per L’Osservatore Romano contenuta nell’ inserto Donne Chiesa Mondo, Teresa Forcades affermava: “Nella nostra cultura tardo capitalistica esiste lo sfruttamento e la mercificazione del corpo. Ragazze sempre più giovani (e anche ragazzi) vengono sessualizzati e sottoposti a standard di bellezza irrealistici e in costante mutamento.  L’età di chi si ammala di anoressia si è abbassata e la percentuale dei casi è aumentata. La chirurgia estetica è diventata comune e viene applicata alle parti più intime del corpo. C’è tanto da criticare nella nostra cultura per quanto riguarda il modo in cui tratta il corpo. (…) È l’ineludibile e irrisolvibile contraddizione del patriarcato: le donne sono viste come oggetto di desiderio (sono pure, ispirano, curano, guariscono) e al tempo stesso come inferiori (son malvage, bisognose di guida e di controllo, inaffidabili). È impossibile essere entrambe le cose. Il corpo delle donne deve essere “perfetto” secondo standard di bellezza sempre più irrealistici e deve essere controllato attraverso la violenza psicologica e fisica.” Spesso, attraverso i canoni di bellezza imposti dal mercato, dalla pubblicità e dalle illusorie manie di perfezione, assistiamo a una prepotente medicalizzazione dei corpi attraverso i più vari rami della chirurgia estetica che, in quanto frutto dei canoni propri delle società patriarcali, si trovano ad avere una forte connotazione di genere che vede nelle donne il bersaglio principale, il consumatore da conquistare fino ad arrivare a interventi chirurgici come la labioplastica, l’intervento di chirurgia estetica che consiste nel taglio delle piccole labbra della vulva per renderle uguali. È così che la medicalizzazione del corpo femminile diventa il braccio armato del nuovo capitalismo cognitivo fondato su omologazione, perfezione, competizione per l’immagine e il conformismo. Questa mentalità maniacale per la perfezione sta mettendo in serio pericolo anni e anni di conquiste femministe, oltre che la cultura della cura e dell’allattamento nelle giovani ragazze e madri. Purtroppo oggi, l’esterofilia americana dei “corpi perfetti” ha fatto dell’allattamento non più una conquista in nome dei diritti delle donne, dei bambini e della salute di entrambi, ma bensì un qualcosa di “obsoleto”, sostituibile con le nuove tecnologie e con i latti artificiali. Negli USA il seno è oggetto primariamente sessuale, a causa dell’uso distorto e sessualizzato che ne fanno l’industria cinematografica, l’industria pornografica e la pubblicità televisiva, intrise di eterosessismo. Spesso ciò porta le donne a non ricorrere all’allattamento naturale proprio per rincorrere i canoni di bellezza introiettati dalla società patriarcale secondo cui i loro corpi devono essere belli, perfetti, proporzionati ma soprattutto sessualizzati come nelle sfilate di moda e nella pubblicità. L’arrivo di un bambino e delle sue necessità vengono visti come un fenomeno di degradazione del seno: visione influenzata anche dall’atteggiamento dei partner che disincentivano le donne all’allattamento per motivi puramente estetici. La donna che allatta deve negoziare continuamente fra un ruolo sessuale e un ruolo materno, generando tensione, stress, difficoltà e ostacolo all’allattamento. Questo, a lungo andare porta culturalmente all’abbandono dell’allattamento, alla perdita della cultura della cura e a trovare la soluzione più semplice: il ricorso ai latti artificiali che fanno gola all’industria. Sicuramente la televisione, la pubblicità, l’industria cinematografica, il capitalismo cognitivo[1] hanno influito molto – dagli anni del riflusso in poi – a consolidare questi canoni tossici e un ricorso sempre più massivo alla chirurgia estetica. Attrici di successo, donne dello spettacolo, cantanti, showgirl, modelle, pornostar, ballerine, veline sono state rispettivamente – su modello di Hollywood – le prime a ricorrere alla chirurgia estetica con modificazioni sostanziali del viso, degli zigomi, delle labbra, delle gambe, dei glutei, del seno anche con mastoplastica additiva, dando inizio ad un effetto domino che oggi sembra inarrestabile soprattutto tra le giovani generazioni di ragazze. Ed ecco la dilagante moda della liposuzione per non parlare del filler in bellissime ragazze giovanissime, delle “labbra a canotto”, del botox, dei precocissimi “nasi da fata” in adolescenti e della ormai decennale guerra alle rughe inaugurata con botulino, acido ialuronico e lifting. Un’epidemia di non-accettazione e alienazione tra le donne, che non riescono ad essere loro stesse a causa delle forti pressioni delle convenzioni sociali, di mercato, e dei canoni tossici di bellezza. «Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. Le ho pagate tutte care. C’ho messo una vita a farmele!» –  è la celebre frase che la grande attrice Anna Magnani disse al suo truccatore parecchi anni fa, quasi ad ironizzare sulla moda dilagante di fermare il tempo, partendo dal trucco fino ad arrivare a ritocchini o interventi chirurgici. Il concetto di bellezza è associato, nell’immaginario comune, alla giovane età e a una pelle liscia, elastica e luminosa, ma anche il viso di una persona matura esprime bellezza disarmante: la pelle e le rughe sanno raccontare la nostra storia e la nostra evoluzione, che passa attraverso esperienze diverse, disagi, gioie, dolori, lotte quotidiane e successi. Credo che nessuno possa smentire il fascino della cicatrice sul viso di Paola Turci. Come non definire tutto questo, bellezza? Anna Magnani più di mezzo secolo fa parlava di bodypositive quando ancora nessuno ne conosceva il significato. Un’estetica, la sua, basata sulla trasformazione dell’unicità in punto di forza, meravigliosamente descritta dalle sue stesse parole: «Ce metti una vita intera per piacerti, e poi, arrivi alla fine e te rendi conto che te piaci. Che te piaci perché sei tu, e perché per piacerti c’hai messo na vita intera: la tua. Ce metti una vita intera per accorgerti che a chi dovevi piacè, sei piaciuta… E a chi no, mejo così. Ce metti na vita per contà i difetti e riderce sopra, perché so belli, perché so i tuoi. Perché senza tutti quei difetti, e chi saresti? Nessuno. Quante volte me sò guardata allo specchio e me so vista brutta, terrificante. Co sto nasone, co sti zigomi e tutto il resto. E quando la gente me diceva pe strada “bella Annì! Anvedi quanto sei bona!” io nun capivo e tra me e me pensavo “bella de che?”. Eppure, dopo tanti anni li ho capiti. C’ho messo na vita intera per piacermi. E adesso, quando me sento dì “bella Annì, quanto sei bona!”, ce rido sopra come na matta e lo dico forte, senza vergognarmi, ad alta voce “Anvedi a sto cecato!”». Sulla stessa lunghezza d’onda la grandissima attrice statunitense Jamie Lee Curtis, 67 anni, vincitrice del premio alla miglior attrice non protagonista per Everything Everywhere All at Once, che in una recente intervista a The Guardian ha dichiarato: «mi sto auto-pensionando da 30 anni. Mi sto preparando a uscire di scena, in modo da non dover soffrire come ha fatto la mia famiglia. Voglio lasciare la festa prima di non essere più invitata». L’attrice ha avuto infatti la sua serie di ostacoli da affrontare sulla strada verso la fama fin dal suo esordio nel 1978 in Halloween, ma il colpo più duro è arrivato dall’ageismo di Hollywood quando ha assistito al declino della carriera dei suoi celebri genitori, gli attori Tony Curtis e Janet Leigh, in tarda età, a causa del fatto che Hollywood dà valore alla giovinezza sopra ogni altra cosa. «Ho visto i miei genitori perdere proprio ciò che ha dato loro fama, vita e sostentamento, quando a una certa età il settore li ha rifiutati» – dice Curtis a The Guardian – «Li ho visti raggiungere un successo incredibile per poi vederlo lentamente svanire fino a scomparire. E questo è molto doloroso». Proprio per questo Curtis non è disposta a rimanere in gioco ricorrendo alla chirurgia estetica. La star ha applaudito pubblicamente la famosa decisione di Pamela Anderson di ridurre il trucco nel 2023, proclamando via Instagram che «La rivoluzione della bellezza naturale è ufficialmente iniziata!». Curtis afferma di «credere che abbiamo cancellato una o due generazioni di aspetto umano naturale. L’idea che si possa alterare il proprio aspetto attraverso sostanze chimiche, interventi chirurgici, filler, sta sfigurando generazioni di persone, soprattutto donne». Com’è noto, la star ha accettato orgogliosamente i suoi capelli grigi e si è fatta fotografare senza indumenti intimi modellanti o ritocchi, due mosse che hanno aiutato le donne a capire che gli ideali da red carpet sono irraggiungibili come obiettivi quotidiani. La consapevolezza e la sicurezza di sé espressa, purtroppo non rispecchia quella delle nuove generazioni che –  dopo aver cavalcato per un breve periodo l’onda del bodypositive – sembrano oggi non riuscire a sfondare il muro delle convenzioni, scendendo a compromessi ed aderendo passivamente a canoni vecchi per paura di non essere accettati e di precludersi a varie possibilità anche lavorative e di carriera. Ciò che mi domando è se veramente c’è consapevolezza di quello che significa sfigurarsi il volto per opportunismo, o perché il mercato lo richiede, o perché il settore lavorativo lo richiede, o perché la convenzione sociale lo richiede, o perché il partner lo richiede, o perché la paura di invecchiare lo richiede, o perché le manie di perfezione lo richiedono. La domanda che sorge è: se non ci fossero tutte queste richieste esterne, voi come vi vorreste? Vi vorreste come siete o vorreste mostrare ciò che non siete? Mi domando cosa direbbe il grande filosofo Emmanuel Levinas difronte all’attuale modificazione sistematica del “volto”: lui che sul “volto”, inteso come “nudità dell’anima”, ha fondato tutta la sua teoria dell’etica della società. L’essere umano, come lo chiamavano i greci, è sia θάνατον (mortale), ma anche πρόσωπον, il “volto che ho di fronte”: l’essere umano che in relazione con gli esseri umani si riconosce tale. Per Levinas è nel volto che abbiamo di fronte che è racchiuso il segreto supremo della vita e che mai riusciremo ad afferrare per intero. Mi domando dunque oggi quale impatto possa avere la modificazione del viso. Quanto è difficile “il faccia a faccia con l’altro”, in un mondo che presenta non più “volti”, ma “maschere” (altro significato negativo di πρόσωπον) ricostruite omologate, sformate e trapiantate in un corpo. La domanda è chi abbiamo di fronte? Cosa nascondono queste maschere? Quale immensa fragilità e vulnerabilità abbiamo di fronte? Quale enorme smarrimento, confusione e perdita del Sé abbiamo di fronte in un mondo nichilistico che punta a somigliare al viso piallato di un avatar digitale piuttosto che ambire, come direbbero gli indù, alla condizione di avatara[2] reale? La paura della vecchiaia e il voler essere ciò che non si è, aspirando a modelli esterni, è una caratteristica assolutamente occidentale che l’occidentalizzazione ha diffuso nel mondo. Come direbbe Benasayag, “la nostra è la prima società che non sa cosa farsene del negativo. Le società ‘non moderne’, non occidentali, incorporano il negativo (inteso in senso generale, cioè la morte, la malattia, la tristezza, in una parola: la perdita) in modo organico, come qualcosa che fa parte del tutto.” In Occidente reprimiamo il “negativo” perchè lo definiamo tale e non lo concepiamo come parte integrante dei meccanismi di autoregolazione del mondo e della vita. Ecco dunque che ci fa paura la vecchiaia e il fatto di non essere considerati in base a fattori esterni esattamente come abbiamo paura della morte perché non accettiamo la caducità della vita. Concepiamo cristianamente e scientificamente il tempo come una linea retta infinita, un presente eterno, vivendo come se alcune cose non debbano mai cambiare, non debbano mai finire, per scombussolare la nostra comfort-zone mentale. “L’uomo, nella sua ricerca di gioia e di felicità, fugge dal proprio Essere, dal proprio Sè, che è la vera fonte di ogni gioia. Si considera molto brutto e noioso perché non è in grado di stabilire un rapporto intimo col proprio Essere. L’uomo cerca la gioia nel denaro, nelle proprietà materiali, nel potere, nell’amore egoista ed infine nella religione, che ugualmente lo attira al di fuori di se. Il problema è: che cosa si deve fare per interiorizzare la propria attenzione? Questo Essere interiore che è la nostra consapevolezza è energia.” – disse Shri Mataji Nirmala Devi in un suo celebre discorso sul Sahaja Yoga. La medicalizzazione del corpo, il nostro cambiamento fenomenologico, la chirurgia estetica, il rincorrere i modelli di perfezioni irreali e irraggiungibili, la repressione della vecchiaia e la cancellazione del volto nascono dall’alienazione e dalla non-accettazione di Sè perchè non siamo consapevoli della cosa più naturale di tutte: la caducità della vita. Siamo “volti”; siamo chi siamo; siamo autentici e non copie; siamo coloro che si guardano in faccia e si vedono per quello che sono; siamo il dettaglio che ci contraddistingue. Spesso ci comportiamo da “maschere” per nasconderci, ma non lasciamo che un parte del “negativo” ci totalizzi. Non siamo “maschere” perchè per ogni cosa che facciamo “ci mettiamo la faccia”.   Altre info: Lorenzo Poli, Guerra al latte materno: tra esterofilia, industria alimentare e medicalizzazione (pag 60) https://www.blog-lavoroesalute.org/wp-content/uploads/2023/04/lavoroesalute4aprile2023_lastlast.pdf Francesca Rigotti, De senectute, Giulio Einaudi Editore, 2018 Maria Rita Parsi, Noi siamo bellissimi. Elogio della vecchiaia adolescente, Mondadori novembre 2023 Paolo Mantegazza, Elogio della vecchiaia, Angelo Pontecorboli Editore, luglio 2017   [1] Il capitalismo cognitivo è un concetto che descrive un’evoluzione del capitalismo in cui la produzione di conoscenza e le capacità cognitive diventano elementi centrali per la creazione di valore e l’accumulazione di capitale. In questo contesto, il lavoro non è più limitato alle attività manuali o industriali, ma si estende alla sfera cognitiva, includendo la produzione di idee, informazioni, e competenze. [2] Nell’induismo, un avatara (in sanscrito) è la discesa di una divinità, in particolare Vishnu o Shiva, sulla Terra in forma fisica, per ristabilire l’ordine cosmico (dharma) e aiutare l’umanità. Gli avatara sono considerati manifestazioni divine che appaiono quando il male minaccia di prevalere sul bene. Lorenzo Poli
August 3, 2025
Pressenza
Earth Overshoot Day, esaurite le risorse naturali per il 2025. Ecco come invertire la tendenza
Anche quest’anno i conti con le risorse naturali della Terra non tornano, sono state esaurite prima del tempo. Ridurre l’impronta ecologica globale con un’azione mirata è ancora possibile. L’Earth Overshoot Day è il giorno che segna l’esaurimento delle risorse rinnovabili della Terra a nostra disposizione, una sorta di budget annuale che ormai arriva sempre prima. La data dell’Overshoot, infatti, si è spostata da fine dicembre nel 1970, a luglio nel 2025. L’Italia è già in debito con la Terra dal 6 maggio scorso. Da questo momento in poi la popolazione mondiale vive “a credito” e consuma risorse più velocemente di quanto la Terra sia in grado di rigenerare. Si aggrava così il debito ecologico, accumulando scarti, rifiuti ed emissioni a danno delle generazioni future. Oggi la popolazione mondiale consuma l’equivalente di 1,8 pianeti Terra ogni anno, superando dell’80% la capacità rigenerativa degli ecosistemi terrestri. Per recuperare questo debito, servirebbero per il Pianete 22 anni di piena produttività ecologica. Si tratta di un calcolo teorico perché avendo perso intere foreste, eroso suoli, impoverito mari, la capacità rigenerativa non è più intatta. Se si aggiunge anche la crisi climatica in corso… Numeri che non sembrano far paura a quei governi che fanno ancora fatica a comprendere che invertire la rotta è necessario e per farlo è necessario ridurre l’impronta ecologica globale del 60% rispetto ai livelli attuali. È possibile, infatti spostare a più in là la data dell’Overshoot Day agendo sulla transizione energetica, sull’economia circolare, sull’alimentazione sostenibile, sulla mobilità green e sulle politiche globali. Non sarebbe così complicato. Come spiega il WWF in un comunicato, se riducessimo del 50% le emissioni di Co2 sposteremmo la data di ben 3 mesi (93 giorni). Se diminuissimo del 50% il consumo globale di carne, guadagneremmo 17 giorni. Se fermassimo la deforestazione, recupereremmo 8 giorni. Soluzioni come l’agricoltura rigenerativa, la mobilità sostenibile e l’efficienza energetica non solo riducono l’impronta umana, ma creano valore economico e resilienza sociale. Solo spostando l’Overshoot Day di 5 giorni all’anno, entro il 2050 torneremmo in equilibrio con le risorse del Pianeta. La crescita illimitata dei consumi materiali non è compatibile con le risorse finite del nostro Pianeta. Il PIL non può più essere l’unico indicatore di sviluppo, la realtà è molto più complessa e serve misurare anche la salute degli ecosistemi, il benessere psicologico e la coesione sociale. Serve che tutti facciano la propria parte anche con una sola azione. E il WFF, con la sua campagna Our Future, chiede a tutti di imparare a vivere nei limiti di un solo Pianeta, oggi più che mai. Italia che Cambia
July 24, 2025
Pressenza
Pepe Mujica, una vita coerente e piena di senso
Una vita coerente. Una vita con il chiaro scopo di migliorare le condizioni di vita del popolo uruguaiano. Una vita con un significato profondo. Grazie per la tua vita, caro Pepe. Vola alto, Pepe Mujica”. Queste le parole del cileno Tomás Hirsch, deputato di Acción Humanista, nel salutare la partenza dell’ex presidente uruguaiano verso l’eternità. Membro del movimento guerrigliero dei Tupamaros negli anni Sessanta, imprigionato dalla dittatura uruguaiana tra il 1972 e il 1985, poi ministro, presidente e due volte senatore dopo la sua presidenza, leggendario leader del Movimento di Partecipazione Popolare (MPP) – settore maggioritario del Frente Amplio, ora nuovamente al governo – “Pepe” ha messo tutta la sua vita al servizio del suo popolo. Coerente con il suo approccio critico nei confronti della spinta capitalista ad accumulare beni materiali che non contribuiscono alla felicità umana, Mujica ha condotto uno stile di vita austero fino alla fine, donando il 90% del suo stipendio a istituzioni di azione sociale a beneficio di settori impoveriti e piccoli imprenditori. Tra i principali risultati politici durante il suo mandato presidenziale, va ricordato il Piano di edilizia sociale “Juntos”, il cui obiettivo era quello di fornire alle famiglie bisognose una casa in cui vivere. La costruzione delle case ha coinvolto non solo i professionisti, ma anche le persone stesse, insieme ai loro vicini e ai volontari. Nel giugno 2012, con una decisione da pioniere, il governo Mujica ha proposto di legalizzare e regolamentare la vendita di marijuana. Un altro progetto importante è stata la promozione dell’Università Tecnologica dell’Uruguay, un’istituzione pubblica e autonoma che offre istruzione in sei dipartimenti del Paese, consentendo agli studenti dell’interno del Paese di accedere all’istruzione universitaria. Mujica è anche riuscito a promulgare, dopo un’accanita resistenza conservatrice, la legge sul matrimonio egualitario nel maggio 2013. Sempre sotto il suo mandato presidenziale, nel 2012 è stato depenalizzato l’aborto con la legge n. 18.987, che regola l’interruzione volontaria della gravidanza (IVE). Strenuo oppositore della guerra, nel suo discorso alle Nazioni Unite del settembre 2013 ha affermato che il primo compito dell’umanità è “salvare la vita”. In quel messaggio poetico e pieno di significato, ha sottolineato: “Porto il fardello dei milioni di poveri dell’America Latina, una patria comune in via di formazione. Porto con me le culture originarie schiacciate, i resti del colonialismo nelle Malvine, gli inutili blocchi di quell’alligatore sotto il sole dei Caraibi chiamato Cuba. Porto con me le conseguenze della sorveglianza elettronica che ci avvelena con la sfiducia. Porto con me un gigantesco debito sociale, con il dovere di lottare per l’Amazzonia, per una patria per tutti e perché la Colombia trovi la strada della pace. Porto con me il dovere della tolleranza. La tolleranza è necessaria per chi è diverso e non per chi è d’accordo con noi. La tolleranza è la base per vivere insieme in pace”. Mujica ha poi definito “piaghe contemporanee” l’economia sporca, il traffico di droga e la corruzione. “Abbiamo sacrificato i vecchi dei immateriali e occupato il tempio con il dio mercato, che organizza la nostra economia, la politica, la vita e finanzia persino l’apparenza della felicità a rate. Sembra che siamo nati solo per consumare e consumare, e quando non possiamo farlo, ci sentiamo oppressi dalla frustrazione e dalla povertà”, ha aggiunto. Ha criticato con forza il consumismo. Se l’umanità aspira a consumare come l’americano medio, ci vorrebbero tre pianeti per vivere. Gli sprechi e le speculazioni andrebbero puniti. “Né i grandi Stati, né le multinazionali e tanto meno il sistema finanziario dovrebbero governare il mondo”. Per il presidente uruguaiano, è l’alta politica intrecciata con la scienza, “che non brama il profitto”, che dovrebbe fornire le linee guida. Al di là delle critiche, Pepe Mujica ha concluso il suo discorso con un messaggio di speranza per la capacità dell’umanità di trasformare i deserti, di creare piante che vivono nell’acqua salata, di sradicare l’indigenza dal pianeta e di accettare il fatto che la vita è un miracolo di cui bisogna prendersi cura. Attivo promotore dell’integrazione regionale sovrana, ha fatto parte dell’asse politico latinoamericano, accanto a Cristina Kirchner, Lula da Silva e Hugo Chávez, tra gli altri. Nell’ambito delle Giornate Latinoamericane e Caraibiche dell’Integrazione dei Popoli, che si sono svolte a Foz de Iguazú nel febbraio 2024, alle quali ha partecipato con i suoi 88 anni, il veterano attivista ha affermato che “non c’è integrazione senza popoli che la sostengano”, tracciando una chiara rotta per gli sforzi di costruzione di una casa comune in America Latina e nei Caraibi. Nel suo intervento nell’atto finale della Conferenza, Mujica ha illustrato interessanti esempi sulla necessità e l’utilità dell’integrazione per il miglioramento della deplorevole situazione del gruppo che siamo soliti chiamare “popolo”, anche se molti dei suoi membri, forse influenzati da false promesse individualistiche, non sempre si considerano tali. Mujica ha proposto una prima fase con possibili questioni, difficili da respingere, che potrebbero facilitare la comprensione da parte della base sociale dei vantaggi e dei requisiti di sopravvivenza che l’integrazione continentale comporta. “L’integrazione non è fine a se stessa e non prospera se non migliora la vita dei popoli. Inoltre, per non essere uno slogan vuoto e inutile, deve configurarsi con immagini precise, acquisire colore, forma, plasticità, suscitare passione…”. E’ difficile descrivere in modo completo della sua persona, a volte affabile e altre acida nella sua franchezza, profonda e allo stesso tempo affezionata ai detti popolari. José Alberto “Pepe” Mujica Cordano passa alla storia come un umanista integrale. Come ha detto durante una recente visita del Presidente cileno Boric alla sua fattoria di Rincón del Cerro, alla periferia di Montevideo: “Siamo diversi, ma sappiamo tutti che ci sono troppe persone che non hanno una possibilità nella vita. Per questo ci definiamo di sinistra, ma in realtà non siamo né di destra né di sinistra, siamo umanisti. Pensiamo a ciò che è meglio per il futuro dell’umanità. E moriremo sognando questo.” Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo Javier Tolcachier
May 14, 2025
Pressenza